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nuovi movimenti

Immagine del redattore: Christopher Ceresi
Christopher Ceresi
6 ore fa
Tempo di lettura: 10 min

No Kings: come organizzarsi nella guerra civile globale?


Abdelhaq Djellab
Abdelhaq Djellab

Con questo testo ahida inaugura il comparto «nuovi movimenti» che sarà curato da Fosca Grespi*».


Occupy Wall Street negli Stati Uniti, Movimento 15-M in Spagna, Gilets jaunes in Francia, grandi movimenti spontanei di lotta che hanno scosso le società capitaliste nel decennio scorso. Vampate di rivendicazione di democrazia diretta che paiono ora spente, schiacciate dalla repressione come i Gilets jaunes o riassorbite nel sistema elettorale come M-15, o risucchiate dal vuoto di prospettive politiche. Nel frattempo il potere ha assunto nuove forme di dominio e di accumulazione, spingendo le democrazie occidentali verso forme di regimi autoritari, scatenando guerre e distruzioni.


Allora, la crisi della soggettività politica è giunta a cancellare ogni forma di opposizione? Non lo crediamo. I movimenti ambientalisti attivi in Francia, le grandi manifestazioni contro il genocidio a Gaza in Italia e in molti altri paesi sono sintomatici di una protesta vasta e tutt’ora viva. Una ricerca più capillare mostrerebbe mille esempi di organizzazioni alternative e di lotta locali che restano per ora nelle pieghe della società alla ricerca di spazi e prospettive più larghe.


È ciò che ahida intende fare con questo comparto: indagare e relazionare sui caratteri, le teorie, le modalità d’azione dei nuovi movimenti che a livello planetario stanno esprimendo una critica radicale alle forme di potere capitalistico. Quali sono i loro punti di forza e di debolezza? Cosa li differenzia dall’operare dei movimenti della seconda metà del secolo scorso? Ossia qual è la soggettività politica che li anima?I metodi che useremo saranno quelli dell’inchiesta e della conricerca, ereditati dalla tradizione «operaista».


*Fosca Grespi, cresciuta a Venezia, laureata in Scienze Storiche all’Università di Torino con una tesi di Storia Orale sulle memorie dei fuoriusciti politici alla fine degli anni Settanta. Interessata a temi di storia del lavoro e di movimento, ha svolto un tirocinio presso l’Istituto Parri di Bologna e il servizio civile presso ISMEL – Istituto per la memoria e la cultura del lavoro, dell’impresa e dei diritti sociali a Torino.


Negli Stati Uniti No Kings viene associato al tentativo di riscossa liberal dopo il trauma Trump. È certamente anche questo. Ma nello stesso ciclo si collocano gli scontri di Minneapolis, l’organizzazione delle comunità contro l’ICE, l’elezione di Mamdani a New York e le nuove proteste contro l’estrema destra verso le elezioni di midterm.Sono già celebri immagini come quella dello Spiderman che, divincolandosi dalla polizia, prende a pugni un nazista. Liberal, dunque? Sì, anche. Un simbolo dell’immaginario hollywoodiano che cerca di liberarsi dal mondo del capitalismo americano che esso stesso ha prodotto. Ma c’è anche altro.Renee Good è diventata una martire di questo ciclo, insieme ad altri bianchi che si sono messi fisicamente davanti all’ICE e a persone dai colori della pelle più disparati. Il suo SUV usato in quel modo ha combinato individualismo yankee e potenza del truck del secolo scorso, messi questa volta a disposizione della lotta antirazzista e antifascista. Termini forse desueti. Per ora facciamoceli andare bene.


 

Oltre


Dentro questo ciclo hanno trovato significato politico anche parole che elaboriamo dalla pandemia: capitalismo dell’oltre-umano, oltre-democrazia e, nelle versioni più diffuse, tecno-fascismo o tecno-feudalesimo.

La lotta contro Trump non riguarda soltanto la cosiddetta torsione autoritaria, l’oltre-democrazia, ma tutta la corte dei big tech e il sistema in competizione per la corsa all’AI, che produce nuovi domini dell’esistente e della produzione: il capitalismo dell’oltre-umano. Si colloca cioè nel punto più avanzato e ricco dello sviluppo capitalistico contemporaneo. È lì che bisogna guardare per capire nuove alleanze, poteri emergenti, il proliferare delle guerre e il formarsi di una situazione di guerra civile globale permanente.

No Kings per noi ha significato anche questo: nessun re, nessun padrone, nessun nuovo comando. Il comando mantiene tratti antichi, ma dispone di strumenti nuovi: parte da una Terra trasformata da due secoli di industrializzazione, possiede una capacità senza precedenti di estrarre e processare informazioni e coinvolge attori non più riconducibili soltanto a Stati e imperi. Catene del capitale, piattaforme, fondi, infrastrutture digitali, apparati militari e circuiti legali e illegali attraversano i confini e producono direttamente potere.

No Kings ha funzionato al plurale: il re non è solo Trump, sono i diversi padroni. Ed è arrivato fino a noi come messaggio globale: dentro la contesa del capitalismo planetario i Kings non sono solo gli Stati Uniti, ma gli Stati, gli imperi, gli hyperscalers – cioè quelle reti del Tech che possiedono già il capitale per passare da 12.000 a 25.000 data center e moltiplicare in maniera esponenziale la potenza del capitalismo dell’oltre-umano –, le sette religiose, i cartelli e le milizie del multipolarismo in lotta. È il mondo dei sotto-sistemi, quello con cui dobbiamo fare i conti. Re sono quei sotto-sistemi che strutturano sistemi di dominio e sfruttamento delle risorse a scapito dei territori, che aborrono la ricerca di democrazia e uguaglianza, che vogliono comandare ogni transizione rendendo più remoto qualsiasi sogno di estinzione del capitalismo.

 


L’Europa contesa


Fino a qui «tutto bene». Si fa per dire. Perché fino a qui ci siamo ritrovati nell’analisi collettiva, prima con la Rete a Pieno Regime e poi unendoci alla campagna Stop Rearm Europe nella rete No Kings Italia. La convergenza tra soggetti molto diversi tra loro, da un lato, ha rimesso al centro lo scontro di classe con i multimilionari e, dall’altro, ha mostrato la necessità di affrontare il problema su scala continentale con chi ha visto in anticipo come i capitali europei si stessero spostando verso investimenti in armi.

Abbiamo fatto questo mentre qualcuno continuava a riportare tutto dentro il già visto, come se le guerre in giro per il mondo rispondessero a schemi bipolari sempre validi, come se chi le subisce  non avesse diritto di difendersi pur nelle contraddizioni. Abbiamo rotto con l’idea che alla fine lo schema neoliberale sarebbe tornato a contenere le forze scatenate dalla combinazione di sviluppo tecnologico, trasformazione antropologica e sommovimenti che fanno Era sulla scala geologica. La governance dell’Unione Europea, alle nostre latitudini, è la struttura che infatti ha permesso che ogni tensione e ogni scontro venissero affrontati in chiave nazionalista e permette dunque il proliferare della destra estrema, che si sta organizzando proprio su scala continentale, senza che si renda effettiva una rottura con gli Stati Uniti di Trump.

I capitalismi europei hanno attraversato la globalizzazione modificando la propria posizione nelle catene del valore. Oggi sono esposti alla crisi di quell’ordine, alla trasparenza del business della guerra – compresa quella sterminatrice e genocidaria – e alla difficoltà di produrre autonomamente un nuovo mercato, una nuova potenza e persino un proprio orientamento strategico senza investire in armi e sistemi di sorveglianza, rivolti al nemico «esterno» quanto a quello «interno».

Siamo dunque anche noi dentro la metamorfosi del capitale dell’oltre-umano. Ed eccoci al punto che discutiamo da mesi: l’Europa contesa, che non è semplicemente l’Unione Europea.

Sono contesi i suoi Stati, e infatti le tornate elettorali del 2027 saranno decisive. Ma lo è soprattutto l’Europa come spazio materiale: culture, commerci, città, migrazioni, infrastrutture, conflitti, diritti conquistati e diritti proclamati e mai realizzati. Uno spazio di cui i nostri network sono parte, come mostrano le recenti mappe di schedatura delle reti antifa europee prodotte dalla destra americana o la volontà di estinguere gli spazi sociali, fisici e online, da Autistici/Inventati ai centri sociali fino alle nuove istituzioni dal basso come i municipi sociali, e la rete di economie e culture alternative di cui l’Europa è permeata.Sono contesi la realtà e i flussi economici, tecnologici e militari che attraversano il continente, superando gli assetti istituzionali e i diritti su cui si supponeva fosse fondato. L’Unione Europea per come l’abbiamo conosciuta fatica a trovare spazio nel mondo contemporaneo, riproduce divisioni, è il terreno perfetto per nuove forme di comando permeate dalla guerra. Fino a qui ci siamo.

La destra estrema ne è consapevole. La sua rivoluzione passa attraverso questa crisi. Non vuole semplicemente tornare indietro: utilizza gli strumenti del presente per costruire un nuovo ordine. E a una parte del capitale europeo, come negli Stati Uniti, questo progetto può andare benissimo.Ancora analogie con gli Stati Uniti. Ma è qui che le strade potrebbero iniziare a separarsi.



L'Italia dentro questa contesa


No Kings in Italia deve misurarsi con la specificità del nostro paese. C’è una situazione pre-elettorale che darà senso ai prossimi mesi, dal significato storico. In Ungheria nessun partito di sinistra siede oggi in Parlamento. Certo, questo avviene per responsabilità della sinistra stessa, ma allo stesso tempo chi voleva fermare veramente Orbán ha votato chi aveva realmente possibilità di farlo. Punto. Questo varrà anche qui, in assenza di un progetto europeo all’altezza dello scontro con il capitalismo dell’oltre-umano.

La questione più interessante è come lotte, organizzazioni, territori e nuove forme della protesta possano intersecarsi e sfidare la nuova fase del capitalismo e la sua alleanza con le destre estreme, oltre il gioco democratico che mostra di non essere in grado di porre freni alla libertà di espressione anche quando questa si tramuta in odio etnico. O, perlomeno, dobbiamo porci il problema di come ottenere risultati immediati per impedire che un Vannacci parli, invece di interrogarsi a giochi fatti dopo le elezioni sul perché sia stato possibile sprofondare in democrazie che prevedono la remigrazione su base etnica. Il tempo è ora.

Per questo l’assemblea No Kings del 18 luglio, Genova futuro anteriore, è stata un passaggio importante. Si sono aperti i gruppi di lavoro che, partendo da lotte e territori specifici, continueranno a confrontarsi su come combinare le forze e agire efficacemente. E la prossima assemblea nazionale del 4 ottobre a Napoli sarà una tappa che va in questa direzione. 

Dalla centralità ritrovata delle questioni climatiche durante le ondate di calore alla necessità di organizzarsi perché l’odio etnico non conquisti strade e social, fino alla campagna Free All Antifa, apriremo i tavoli di lavoro per connetterci e agire nelle città sorvegliate, nelle province e nei territori del paese. Tra dati che viaggiano nei data center proprietari e nelle infrastrutture imperiali, e poi attraverso le crisi industriali, le forme di welfare possibili, le battaglie per la dignità del migrare e del costruire la propria casa quando il mondo va in fiamme, i gruppi di lavoro No Kings saranno aperti a tutte le connessioni possibili.

In un recente articolo su «Huffington Post» Gianluca Peciola ha parlato della necessità di un «gabinetto di guerra» per costruire la pace. La formula coglie un punto reale. Se la guerra civile globale è il contesto, serve collocarsi veramente al suo interno e leggere insieme ciò che normalmente vediamo separato: guerre e migrazioni, riarmo e controllo sociale, infrastrutture digitali e città, odio etnico e trasformazioni del lavoro, conflitti locali e nuove gerarchie globali, attori non democratici e democrazie liberali in crisi. Tutto ciò va preso seriamente. Un compito che sicuramente supera lo spazio No Kings e lo scenario nazionale, ma che dovrà attraversare le nostre discussioni.

Europe Beyond the West, il 14 e 15 novembre a Bologna, proverà a muoversi in questa direzione: attivisti dell’est e dell’ovest, diaspore che vivono dentro l’Europa, esperienze che guardano lo stesso spazio da posizioni differenti e ne toccano con mano le contraddizioni, con una domanda di fondo: come costruire un movimento europeo che non esiste ancora?

Opporsi al riarmo nazionale a guida Nato voluto dall’Unione Europea non può significare lasciare gli ucraini al proprio destino, così come sostenerne la libertà non obbliga ad assumere come inevitabile una nuova potenza militare continentale guidata dall’ultradestra. Dalla Serbia all’Albania, dall’Ucraina alla Georgia, dalla Grecia all’Italia, possiamo prendere in mano questo problema seriamente, perché ci riguarda. L’internazionalismo è una parola vuota, che riflette soltanto la base nazionalista, se non viene praticato realmente: scambi, conoscenza diretta, solidarietà corpo a corpo tra chi è in guerra e chi non lo è. La complicata rottura del blocco occidentale è una cosa che ci riguarda, dai paesi a servitù militare degli Usa come l’Italia, a chi per sopravvivere deve ricevere dalle catene del valore transatlantiche i missili per la difesa. Ma per affrontarla con un progetto realmente internazionalista non possiamo girarci dall’altra parte di fronte ai conflitti vivi del nostro continente. Continente che ancora, per compagne e compagni internazionalisti del resto del mondo, rappresenta uno dei cuori del problema dello sviluppo del modo di produzione capitalistico e che, se ci vedessero all’opera per fare la nostra Europa, sovvertendo l’esistente, potrebbero finalmente intravedere un progetto rivoluzionario e non coloniale. In ogni caso la situazione oggettiva dello sviluppo delle forze di destra estrema ci chiama a questo, come farlo è una domanda da porci insieme.

A gennaio 2027, a Padova, ci saranno invece gli Stati Generali contro l’autoritarismo e per la giustizia sociale, che affronteranno l’altro aspetto della guerra civile globale: l’ipersorveglianza e le nuove leggi repressive.

Sono piani diversi dello stesso problema e partono tutti dal collocarsi dentro questa situazione storica senza cercare facili scappatoie.


 

Il movimento dei movimenti


Nei prossimi mesi No Kings può diventare uno spazio capace di produrre forza su più terreni senza doversi trasformare nell’ennesima organizzazione che pretende di riassumerli tutti. Le cinque dita non devono fare la stessa cosa per appartenere alla stessa mano. Piazza, conflitto sociale, autodifesa digitale, intervento nei territori, produzione di sapere e nuove istituzioni democratiche possono usare strumenti diversi e combinarsi insieme in maniera inedita.

Forse è questo il punto da cui partire per organizzarsi nella guerra civile globale: costruire rapporti di forza senza assumerne la logica. Non scegliere uno dei campi predisposti dai nuovi re, ma attraversare il conflitto, rompere i blocchi imposti dal potere e contemporaneamente rendere visibili pezzi del mondo che vogliamo costruire.

Dopo le straordinarie mobilitazioni dello scorso autunno a supporto della Palestina sono state prese tante strade diverse, non necessariamente in conflitto tra loro. Costruendo No Kings abbiamo scommesso in tante e tanti su uno spazio che mancava nel nostro paese in cui le differenze potessero coesistere e che ponesse dentro il movimento la necessità di avere nuove istituzioni democratiche, oltre all’esplosione dell’evento, in cui confrontarsi e organizzarsi mentre le mutazioni della guerra civile globale avvengono. È questo un movimento dei movimenti? Non ancora, ma la scommessa di 25 anni fa è rinnovata e come tenere aperto uno spazio costituente nei movimenti sociali è una questione concreta che si inserisce nella nostra fase storica. In questa tensione che va oltre No Kings credo che vedremo emergere in anticipo nuove pratiche radicali che sfuggono al controllo e che escono dagli schemi.

La guerra civile globale è già qui, scuote alle fondamenta le Costituzioni europee e le rende carta straccia di fronte alle forze poderose scatenate dal capitalismo. Ma attraversare questo conflitto può rendere la situazione, anche per noi, costituente e rivoluzionaria insieme.


 

Christopher Ceresi è militante politico dei Municipi Sociali e di Ya Basta a Bologna, dove coordina progetti educativi, sociali e territoriali. Ha contribuito alla costruzione di Reclaim The Tech, spazio europeo di confronto e organizzazione sulla democrazia digitale e le infrastrutture tecnologiche, e di SCIFT – Officina, progetto di citizen science dedicato al clima urbano e alla produzione dal basso di dati ambientali. Negli ultimi anni è impegnato nella costruzione della rete No Kings.

 

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