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Il nuovo teorema della Magistratura: l’associazione a delinquere dei medici contro i CPR

I fatti: in marzo viene avviata a Ravenna un’inchiesta nei confronti di otto medici del reparto di Malattie infettive, ai quali sono contestati il falso ideologico continuato e l’interruzione di pubblico servizio in relazione a 34 certificazioni di non idoneità al trattenimento nei Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr). Il 16 settembre, all’alba, la polizia fa irruzione nelle abitazioni di 23 medici in nove città, sequestrando dati personali e documenti informatici, su decreto di perquisizione del sostituto procuratore, Angela Scorza. La procura di Ravenna ha elaborato l’ipotesi che sia stata organizzata una rete criminale di medici per rilasciare falsi certificati di non idoneità e così impedire il funzionamento dei CPR. Kafka a Ravenna o piuttosto Calogero?
Pubblichiamo due reazioni dagli Ambulatori popolari, la prima scritta a caldo da una attivista dell’Ambulatorio Popolare Caracol Olol Jackson di Vicenza il 16 settembre, la seconda del Laboratorio di Salute Popolare di Bologna, pervenuta il 20 settembre.
Un comunicato nazionale della Rete degli Ambulatori Popolari è in preparazione
Che facciamo?
La notizia delle perquisizioni, dirette dalla Procura di Ravenna, nei confronti di medici, soprattutto infettivologi e psichiatri, in cerca di tracce che confermino l'emissione di falsi certificati rilasciati a cittadini stranieri irregolari, mi indigna profondamente, come volontaria dell'Ambulatorio Popolare Caracol di Vicenza e come cittadina di una nazione che si vorrebbe democratica, e mi induce a riflettere a fondo sulla gravissima questione per trovare contromisure collettive ed efficaci.
I fondamenti di quello che sta accadendo sono dovuti all'applicazione della convenzione europea sul tema: "Accertamenti nei confronti dei cittadini di paesi terzi alle frontiere esterne" le cui linee guida sono normate dal Nuovo Patto su Migrazione e Asilo - Regolamento UE Screening 2024/1356, recepito ed applicato sul nostro territorio attraverso la Circolare Ministeriale prot. 28722 del 9 giugno corrente anno emessa dal Ministero dell'Interno - Dipartimento per le Libertà Civili e l'immigrazione - Direzione Centrale dei Servizi Civili per l'immigrazione e l'Asilo.
Chi ha normato le disposizioni che hanno funzione di controllo amministrativo, di pubblica sicurezza, di trattenimento o di rimpatrio è stato il "Dipartimento per le LIBERTÀ CIVILI e L'IMMIGRAZIONE " del Ministero dell'Interno. Nome che pare uscito dalla penna di George Orwell.
Tradotto in parole povere:
– i medici infettivologi e gli psichiatri (la questione mentale è un tema molto caldo e complesso, spesso dibattuto, ma, a mio avviso, non efficacemente), colpiti da questa operazione di polizia subiscono una vergognosa delegittimazione
– le autorità hanno furbescamente emanato una semplice circolare e non una legge, in modo tale da escludere la verifica di conformità da parte della Corte Costituzionale: resta alla società civile il compito di assumersi la responsabilità di verificarne la conformità e contrastarne le difformità!
– si tratta in realtà di norme che nascondono, nelle pieghe dello screening sanitario, funzioni di controllo amministrativo e di pubblica sicurezza che sono tutt'altri profili professionali che quello medico!
– lo screening sanitario è la trappola che ingabbia e trasforma i medici e gli operatori degli Ambulatori del Terzo Settore, che aderiranno alla circolare, in mastini dell'attuale governo. Deriva tipicamente fascista. Non pensate che dovremmo intervenire collettivamente al più presto, compatti su tutto il territorio nazionale, magari facendo una grande campagna informativa affinché nessuno si presti al ruolo di Cerbero del sistema?
– la Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (SIMM), la Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici assieme ad altre associazioni tra le quali anche la Rete Veneta Ambulatori E.T.S. (Enti terzo settore) alla quale abbiamo aderito come Ambulatorio Caracol, hanno assunto un netta posizione critica, denunciando il fatto che "Le disposizioni previste, in particolare quelle relative allo screening sanitario obbligatorio, alle procedure accelerate di frontiera e ai regimi di trattenimento, rischiano di trasformare il personale sanitario in facilitatore burocratico di un sistema di confinamento nei "luoghi specifici", il trattenimento di frontiera o l'espulsione immediata, che contrasta apertamente con i principi fondativi delle professioni sanitarie, con il Codice Deontologico e con gli standard internazionali di tutela dei diritti umani". Il comunicato sottolinea che "le attività sanitarie di screening, valutazione e presa in carico delle persone migranti DEVONO AVERE FINALITÀ ESCLUSIVAMENTE CLINICHE: individuare bisogni di salute, condizioni di vulnerabilità, fragilità fisiche e psichiche, necessità assistenziali e percorsi di cura appropriati. È indispensabile che tali attività siano svolte in ambiente sanitario avvalendosi di tutte le competenze necessarie e restino chiaramente distinte dalle funzioni di controllo amministrativo, di pubblica sicurezza, di trattenimento o di rimpatrio" (estratto dal documento della Rete Veneta Ambulatori E.T.S.)
– Infine l'Art 35 del Testo unico sull'immigrazione (D.lgs. 25 luglio 1998, n. 286) in tema di Assistenza sanitaria per gli stranieri non iscritti al Servizio Sanitario Nazionale al comma 5, recita così: "L'accesso alle strutture sanitarie da parte dello straniero non in regola con le norme sul soggiorno non può comportare alcun tipo di segnalazione all'autorità, salvo i casi in cui sia obbligatorio il referto, a parità di condizioni con il cittadino italiano."CHE FACCIAMO?
Marina Venieri, Counsellor sistemico-relazionale: per l’Ambulatorio Popolare Caracol Olol Jackson di Vicenza
La cura non è reato – solidarietà alle mediche e ai medici indagati, no ai CPR
Ravenna: 8 medici indagati (su un totale di 11) del reparto di Malattie Infettive per presunti “certificati falsi” (questa l’informazione - già sbagliata in partenza - passata dai media). Il 16 Febbraio scorso, quando abbiamo appreso, sconcertati, quanto stava succedendo a Ravenna, abbiamo portato nelle piazze che abbiamo attraversato come Laboratorio di Salute Popolare di Bologna uno slogan: la cura non è un reato. Per noi, che assumiamo che la promozione della salute sia un vettore di riscatto, un grimaldello per cambiare i rapporti sociali, è uno slogan che afferma molto meno del minimo che vorremmo nel mondo. Ma di questi tempi burrascosi, di remigrazioni sbandierate, influencer che fanno a gara tra chi è più disgustoso e violento, decreti sicurezza su decreti sicurezza, anche affermare l’ovvio è diventato sovversivo.
Avevamo promesso che, se ci fossero stati altri sviluppi nell’inchiesta, ci saremmo schierati apertamente dalla parte di quelle mediche e quei medici che hanno tenuto alta la bandiera etica della professione. Anzi, che ne hanno rinnovato i principi, i quali impongono a chiunque lavori nel campo della salute di occuparsi di tutelarla, senza pensare ad altro. Senza pensare ai governi, ai confini, agli hotspot, ai respingimenti: ma semplicemente, a pensare di curare e promuovere la salute dell’essere umano che ci si trova davanti. Questi medici non hanno fatto altro che ciò: il loro lavoro e la risposta è stata sospenderli 10 mesi. Quindi eccoci: dopo le perquisizioni di giovedì, abbiamo immediatamente chiamato un presidio per Sabato 19 a cui la città ha risposto, per stringerci attorno alle mediche e ai medici indagati e per riconoscerci tra persone che non accetteranno mai di normalizzare luoghi di detenzione extralegale.
A pensare male si fa peccato però spesso ci si azzecca. Allora, vogliamo pensare che sia una coincidenza che questa inchiesta giudiziaria, che ha dovuto persino includere l’accusa di associazione a delinquere per giustificare le retate all’alba, in casa, di gente che di li a poco si sarebbe dovuta svegliare per andare a lavoro a curare le persone, sia caduta proprio in una regione e in un territorio che a qualunque livello, dalla società civile, ai movimenti, ai rappresentanti istituzionali, ha detto chiaramente che i CPR non li vuole e che non vuole essere complice di un sistema disumano che trattiene le persone indefinitamente in condizioni umane degradanti e pericolose. Vogliamo pensare che siano una coincidenza le interviste continue, manco fossero una rubrica a cadenza periodica, al ministro dell’interno da parte dei giornali locali per cercare di imporre alla città di Bologna e all’Emilia Romagna un CPR. Per non parlare del clima in città, una città che come tutte le città ha sicuramente dei problemi che non neghiamo, ma che quotidianamente viene dipinta dai partiti di governo come una città del Far West, coi predoni liberi di scorrazzare per le strade, ovviamente tutti migranti, ça va sans dire. Perchè se fai una campagna securitaria, martellando l’opinione pubblica da mattina a sera, senza parlare degli strumenti reali della sicurezza: prevenzione, educazione, servizi, salute, reddito e casa ma parlando di spaccio, degrado e polizia prepari il terreno per far passare i centri di permanenza e rimpatrio. A questo punto, i CPR sono solo diventati un braccio di forza per piegare simbolicamente un territorio che ancora in larga parte crede che non sia la guerra civile tra penultimi la soluzione, ma sia piuttosto redistribuire la ricchezza e sperimentare, potenziare i servizi, il welfare e il reddito. Laboratorio di Salute Popolare – Bologna

