nuovi movimenti

Qui sème la misère récolte la colère

Uno spettro s’aggira per l’Europa – lo spettro della rivolta. I governi della vecchia Europa si stanno alleando in una crociata per esorcizzare questo spettro: Macron e Meloni, neoliberali di centro francesi e di destra italiani, conservatori tedeschi e socialisti albanesi, la lista si sovrappone ai paesi dell’UE, con l’eccezione della Spagna, in cui il governo è caduto, e ne trabocca.
Dalle manifestazioni del Sindacato de las Inquilinas per il diritto alla casa in Spagna e in Portogallo, al movimento degli studenti in Francia e in Belgio, alla sollevazione contro il governo in Albania, alle mobilitazioni degli studenti, dei camionisti e degli agricoltori in Italia il fuoco della rivolta si sta propagando come gli incendi dell’estate scorsa nelle foreste disseccate dalla canicola. I governi e la stampa mainstream cercano di celare le rivendicazioni dei manifestanti denunciando gli atti di violenza urbana, condannando i ragazzi come facinorosi e violenti, additano i gruppi e i partiti di sinistra come istigatori delle rivolte, concentrando l’attenzione sulla forma delle rivolte per svuotarle di contenuti. Invano, questi movimenti sono spontanei, autonomi, mossi da bisogni ormai incompressibili, che si sono accumulati in decine d’anni di neoliberalismo e sono ora accentuati dalla svolta autoritaria e predatrice del dominio capitalista.
Non si tratta di movimenti guidati da ideologie. Ciascuno di loro è sorto da rivendicazioni materiali, come il diritto alla casa, a una scuola decente ed egalitaria, la lotta contro l’aumento del costo della vita e dei trasporti, le disuguaglianze salariali, ma anche da rivendicazioni etiche e sociali contro la guerra, la corruzione, l’ingiustizia, la discriminazione, l’accaparramento delle ricchezze da parte di una infima minoranza e per una nuova democrazia, una democrazia diretta. Il fuoco è stato poi alimentato dalla risposta dei governi: nessuna concessione sulle rivendicazioni e una repressione poliziesca feroce. In Francia più di diecimila arresti in tre settimane, la grande maggioranza di giovani e giovanissimi, più di ogni altro periodo di lotte sociali del dopoguerra.
Oltre alla repressione, contro la pianura in fiamme si erge un altro grave pericolo, usato come ricatto politico dai governi in carica, ma purtroppo reale: la salita del fascismo, l’aumento del peso elettorale di partiti neofascisti come il Rassemblement National in Francia o Vox in Spagna e neonazisti come Alternative für Deutschland in Germania. In Italia il male è già presente.
I movimenti di rivolta non si limitano all’Unione Europea, ma si sviluppano nel mondo intero, dal Bangladesh, al Nepal, all’India. Sono innanzitutto i giovani che si ribellano, stanchi di vedersi esclusi, senza un futuro visibile, ben più sensibili alle ingiustizie e alla corruzione del sistema dei loro padri addomesticati dal consenso o dalla dittatura. Giovani, molti di questi delle seconde generazioni, la cui esistenza viene considerata di per sé un problema di ordine pubblico prima di qualsiasi altra cosa, persone nate e cresciute in paesi europei che vedono ogni giorno l’esclusione della propria identità dalla norma. Tuttavia, attorno ai giovani, strati sempre più larghi di popolazione si aggregano. L’esempio più attuale è in Francia, dove intorno al movimento degli studenti medi si sono congiunti dapprima gli universitari e gli insegnanti e poi movimenti contro il caro vita, ispirati ai Gilet Jaunes del 2018, e altri settori, perfino i pompieri che richiedono migliori condizioni di lavoro e di salario. Alle istanze iniziali si sono aggiunte la liberazione di chi è stato arrestato e le dimissioni del presidente della Repubblica.
I movimenti di contestazione hanno di fronte a loro una questione vitale da risolvere: per continuare e svilupparsi devono darsi forme solide di organizzazione. Nessuna leadership o rappresentanza formale, ma il consolidamento delle esperienze locali e nazionali e forme di rappresentanza che siano funzionali all’espressione delle rivendicazioni e al raggiungimento degli obiettivi. I movimenti in ogni nazione formano un arcipelago di isole di rivolta che devono collegarsi per raggiungere la potenza necessaria a opporsi alla repressione che, lei, è sovranazionale.
Ci mostrano il cammino i portuali che hanno indetto per il 30 ottobre uno sciopero contro il transito di carichi bellici, la militarizzazione delle infrastrutture e l’economia di guerra, a cui hanno aderito i lavoratori di oltre 50 scali in diversi Paesi del Mediterraneo, dell’Europa. Quest’iniziativa è stata subito ripresa e allargata in Italia dai coordinamenti dell’Unione Sindacale di Base che hanno proclamato lo sciopero generale per il 30 ottobre di tutte le categorie del lavoro pubblico e privato.
La redazione di Ahida è totalmente solidale con i movimenti e le iniziative di lotta.


