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nuovi movimenti

Immagine del redattore: Filippo Greggi
Filippo Greggi
8 minuti fa
Tempo di lettura: 14 min

Lotte e lapsus di classe in Francia: anatomia di un movimento


Sophie Durand
Sophie Durand

Venerdì 23 ottobre, in molte città francesi la maggior parte delle manifestazioni è stata vietata. È stato previsto un dispiegamento massiccio delle forze dell’ordine. Macron aveva annunciato che le uniche manifestazioni autorizzate saranno quelle organizzate dai sindacati, mentre da ormai diverse sere varie zone di Parigi sono sotto coprifuoco – il divieto si rivolge in particolare ai minori non accompagnati, a individui con il volto coperto o muniti di un non meglio identificato equipaggiamento individuale (si suppone un pericolosissimo zaino).


Tutte queste misure sarebbero giustificate dagli scontri dei giorni precedenti, il cui apice è rappresentato dalla giornata del 17 ottobre. Una manifestazione enorme, che ha pochissimi precedenti in tempi recenti, ha attraversato il paese: 800.000 persone in tutta la Francia, in particolare giovani e studenti, ma anche diverse categorie di lavoratori, pensionati e, non ultimi, i gilets jaunes. La maggior parte dei cortei si è svolta pacificamente, almeno fino all’intervento della polizia che, nel caso parigino, ha operato per bloccare, da un lato, l’accesso a Place de la République e, dall’altro, per disperdere a suon di lacrimogeni, i manifestanti già sul posto, nonostante si trattasse del punto di partenza autorizzato dalla prefettura. A questi scontri si è aggiunto il tentativo di reprimere i diversi cortei spontanei (le manif sauvages), nate per mandare in tilt la gestione dell’ordine e permettere ai manifestanti di raggiungere punti nevralgici e dall’alto valore simbolico quali Place de la Concorde, l’Eliseo e gli Champs-Élysées. Contestualmente le azioni delle diverse frange dei manifestanti hanno assunto forme diverse, andando anche al di là dello sfilare in corteo: barricate di bici e cassonetti, spesso incendiati, vetrine distrutte, cocktail molotov e sassi contro la polizia, ristoranti dati alle fiamme e negozi saccheggiati.


Questi esempi di violenza urbana a geometria variabile – ammesso e non concesso che la distruzione di beni possa essere definita violenza – rappresentano anche una risposta alla violenza economica e sociale che silenziosamente attraversa la vita quotidiana di milioni di persone. Che questa violenza rimossa trovi origine in forme crescenti di discriminazione, sfruttamento e disuguaglianza è un fatto noto, e invita a dare un’ulteriore connotazione politica a questi atti. Benché non sempre accompagnati da una vera e propria coscienza di classe, questi gesti hanno obiettivi la cui natura è l’espressione diretta di un rifiuto sempre più globale nei confronti del sistema politico ed economico vigente.


In particolare, prendere di mira le grandi catene e i marchi del lusso, ormai veri e propri monumenti dei centri storici europei, rappresenta un assalto alla proprietà privata intollerabile per qualsiasi borghesia nazionale. E se le vetrine sfasciate e le immagini di ragazzi che fuggono con dei vestiti sottobraccio suscitano reazioni così indignate, è perché, se c’è una cosa che non può essere toccata né messa in discussione, è proprio la proprietà privata in quanto fondamento del modo di produzione capitalistico. Ora, come ci ricorda Marx nella sua analisi dell’accumulazione primitiva, è con l’istituzionalizzazione della proprietà che una piccola parte della popolazione si impadronisce delle condizioni materiali della produzione mentre un’altra ne resta priva, costretta a vendere le proprie capacità ed energie come forza-lavoro. Ritroviamo questa matrice nelle proteste delle ultime settimane: il futuro delle giovani generazioni è sempre legato alla ricerca di un lavoro per tirare a campare, mentre le condizioni dei loro percorsi di formazione si degradano e il mercato del lavoro si trasforma sempre più in un tritacarne. Non è dunque un caso che il non avere nulla da perdere né nulla in cui sperare per migliorare le proprie condizioni di vita porti alla distruzione e al saccheggio, non tanto come semplice vandalismo quanto come rifiuto della proprietà privata in quanto istituzione cardine del sistema che li opprime – o, per dirla come un giovane intervistato subito dopo un saccheggio in Francia, “recuperiamo quello che abbiamo pagato il resto dell’ultimo anno”. Questa contraddizione, che aleggia in modo più o meno cosciente insieme ai fumi dei gas e degli incendi, trova riscontro nelle ragioni alla base di queste proteste. Ma procediamo con ordine.


Nel mese di settembre, le due mobilitazioni principali sono state quelle dei pompieri – in sciopero dopo un’estate di continui incendi affrontati con un quantitativo inadeguato di mezzi e di uomini – e dei liceali – i cui percorsi scolastici sono pesantemente intaccati dalla mancanza di personale, edifici fatiscenti e classi sovraffollate [1]. Al riguardo, non va sottovalutata la componente climatica di entrambe le proteste, nella misura in cui tanto i pompieri si trovano ad affrontare estati sempre più torride che favoriscono il proliferare di incendi quanto gli studenti finiscono per passare periodi sempre più lunghi in aule in cui si toccano i 40°. Se lo sciopero dei vigili del fuoco è stato accompagnato da una solidarietà generale da parte del settore pubblico che è sceso in piazza per scioperare il 29 settembre, anche i liceali sono stati rapidamente supportati dagli studenti universitari e da una parte del corpo professorale. In questo clima di mobilitazione generale si sono create delle convergenze che si rivelano ancora oggi fondamentali per la tenuta del movimento a più di un mese dal suo inizio. Se ognuna di queste categorie fosse rimasta isolata e costretta a portare avanti rivendicazioni settoriali, dubitiamo che sarebbe stata in grado, da sola, di resistere tutto questo tempo. E ciò non tanto in funzione di un’incapacità politica di queste stesse categorie, quanto in ragione di una contro-reazione poliziesca e mediatica che non ha risparmiato alcun sotterfugio, alcuna menzogna, alcuna minaccia, alcun ricorso spropositato alla violenza.


Tra gli esempi più noti possiamo menzionare i cordoni di insegnanti, personale sanitario, pompieri, pensionati, militanti di diversa estrazione e politici (in particolare de La France Insoumise) davanti ai licei per difendere i blocchi degli studenti dagli attacchi della polizia. Moltissime università sono state bloccate o occupate dagli studenti con l’aiuto di insegnanti, dottorandi e precari della ricerca – si ricorda che più della metà delle ore di insegnamento universitario in Francia sono erogate da precari e che il budget per studente è diminuito del 20% negli ultimi quindici anni. Le università hanno deciso unilateralmente (e in maniera illegale) di chiudere per evitare che gli studenti si trovassero all’interno degli edifici, che fosse per occuparli o anche solo per discutere dell’organizzazione delle proteste; ma anche nei casi in cui, nell’ultima settimana, alcuni atenei hanno deciso di riaprire nella speranza di riprendere la normale attività didattica, la risposta degli studenti è stata decisa, bloccando l’accesso e impedendo lo svolgimento delle lezioni. Le università hanno quindi iniziato a spingere per il passaggio all’insegnamento a distanza, pur non avendo il potere di imporlo e nonostante sia ormai ben documentato l’insieme di problematiche che accompagnano tale pratica, in particolare per gli studenti che non hanno il materiale necessario o un alloggio con spazi tali da permettere di seguire una lezione. Ma soprattutto, sollecitare il passaggio all’insegnamento a distanza rappresenta una mossa doppiamente ambigua: è un modo per aggirare la mobilitazione studentesca e per fare pressione sugli insegnanti precari che, rifiutandosi, potrebbero rischiare di non vedere pagate le ore di insegnamento non svolte.


Anche in questo caso, la risposta è stata pronta e, soprattutto, collettiva. Il personale precario nelle varie università si è riunito per rispondere in maniera unitaria di fronte alle pressioni delle amministrazioni, e gli studenti, in alcuni casi, sono riusciti ad occupare degli edifici universitari e a mettere in piedi delle università popolari per darsi gli strumenti teorici e politici per affrontare questo periodo. In tutto ciò non va dimenticato il ruolo dei sindacati, studenteschi e non, che, fin dai primi giorni, si sono mossi esprimendo solidarietà al movimento liceale e invitando il personale universitario a muoversi di conseguenza per supportare le proteste e mettere gli studenti nelle migliori condizioni possibili per organizzarsi. D’altronde, se tra le ragioni alla base dell’esplosione del movimento liceale vi è sicuramente il razzismo sistemico dello Stato francese – e non a caso l’epicentro sono stati i licei delle banlieue parigine –, ad esso vanno aggiunte le politiche portate avanti con inedito accanimento negli ultimi anni. L’infame verdetto del macronismo si riassume nelle classiche formule del neoliberalismo: tagli alla spesa pubblica, individualizzazione della colpa e del merito, defiscalizzazione per i grandi capitali, privatizzazione e finanziarizzazione del pubblico. Queste stesse politiche condotte sotto il pretesto dell’austerità e del risanamento delle finanze pubbliche hanno portato il debito pubblico a raggiungere proprio quest’anno i suoi massimi storici. Nel frattempo, come in praticamente ogni paese d’Europa, il budget per la difesa continua ad aumentare secondo la logica, espressa dallo stesso Macron, per cui: «Pour être libre, il faut être craint. Pour être craint, il faut être puissant» (“Per essere liberi, bisogna essere temuti. Per essere temuti, bisogna essere potenti.”).


L’attacco alle istituzioni del welfare, direttamente sotto forma di tagli o introducendo surrettiziamente la logica del workfare, ha portato a un peggioramento generale delle condizioni di vita della popolazione francese, ulteriormente esacerbato dall’aumento dei prezzi. Le motivazioni che hanno spinto a bloccare, scioperare e manifestare si radicano quindi in un malessere generale che riguarda bisogni materiali essenziali: vivere in alloggi decenti, fare la spesa, fronteggiare un’ondata di incendi estivi, disporre di strumenti e farmaci per curare le persone, avere degli insegnanti a lezione o l’acqua potabile e la carta igienica a scuola. In teoria, queste rivendicazioni estremamente essenziali dovrebbero far parte del campo del pre-ideologico; non si tratta di fare la rivoluzione, piuttosto di assicurare a tutti i cittadini il minimo sindacale per godere di condizioni di vita decenti. Ma, a quanto pare, tutto questo non è così scontato per buona parte della politica francese che infatti ha risposto minimizzando e negando i problemi sopra menzionati, oppure richiamando la popolazione a uno sforzo comune dato il corrente clima economico. Sforzo che, puntualmente, viene richiesto solo alle fasce più deboli della popolazione, mentre non si muove un dito sui grandi patrimoni o sulle fasce ad alto reddito. La reazione concertata e volta a sminuire la portata delle rivendicazioni ha visto politica e media alleati in un’operazione di demonizzazione de La France Insoumise (LFI) – l’unico partito tra i principali contendenti alle presidenziali che si è speso esplicitamente in solidarietà con quanto stava accadendo nelle piazze, nelle strade e nei licei francesi – arrivando persino a suggerirne la dissoluzione.


In effetti, insieme a vari segmenti del settore pubblico, ai sindacati, agli studenti e ai partiti della sinistra extraparlamentare, la presenza di LFI ha giocato un ruolo fondamentale per varie ragioni. Innanzitutto, il partito di Jean-Luc Mélenchon ha saputo dare maggiore risonanza mediatica alle rivendicazioni, difendendole pubblicamente e iscrivendole in un discorso politico più ampio sul macronismo. Inoltre, la presenza di diversi esponenti di LFI, su tutti il sindaco di Saint-Denis Bally Bagayoko, al fianco dei liceali durante i blocchi e le manifestazioni in una posizione allo stesso tempo di ascolto e di difesa di fronte alla polizia ha costituito un ulteriore cordone istituzionale (allo stesso tempo simbolico e reale) dando legittimità a un movimento che stava venendo sommerso da una melma di paternalismo e repressione  – senza menzionare i goffi tentativi di infiltrazione da parte delle forze dell’ordine: Bismillah c’est les ténèbres!. Non da ultimo, la posizione di LFI è stata quella di supporto senza (per ora) scadere in tentativi di incorporazione, non inquinando dunque l’autonomia del movimento. È l’insieme di questi fattori, del resto, che ha fatto sì che nelle piazze delle ultime settimane LFI sia l’unico partito, tra quelli seriamente candidati ad accedere al secondo turno delle presidenziali, ad essere non solo largamente presente ma anche accolto positivamente. Dopo essere stati accusati di speculare politicamente sulla pelle dei liceali a fini elettorali dalla maggior parte di giornali e media (specie quelli di proprietà del miliardario di estrema destra Vincent Bolloré), sono emerse grazie al giornale Mediapart le pressioni da parte del governo sui servizi di intelligence: l’ordine era di far passare il messaggio che il partito di Mélenchon stesse orchestrando le proteste. Loro malgrado, persino gli agenti intervistati si sono sentiti in dovere di smentire queste accuse.


Il rifiuto totale di ascoltare le istanze della gioventù francese, e del settore pubblico più ampiamente inteso, ha creato le condizioni per sviluppare un discorso anticapitalista in seno a porzioni sempre più ampie del movimento. Il problema, del resto, non si situa a livello dei tagli allo stato sociale, ma nelle politiche portate avanti sistematicamente da un blocco politico che va dall’ala destra dei socialisti fino al Rassemblement National e che ha abbracciato la via del neoliberalismo a qualunque costo. E tutte queste politiche sono l’esito naturale di uno Stato al servizio del capitale, di uno Stato che crea le condizioni di accumulazione del capitale a discapito della stragrande maggioranza della popolazione. Ed è così che è diventato possibile iniziare a mettere insieme i puntini mentre si tratteggia l’immagine di un sistema economico e politico sempre più insopportabile, non più disposto ad accogliere qualsivoglia rivendicazione popolare – pure in quelle forme annacquate di compromesso volte a instaurare una parvenza di pace sociale, sempre a senso unico. La loi Travail e il movimento Nuit Debout nel 2016, i gilets jaunes nel 2018-2019, le proteste contro la riforma delle pensioni nel 2023 e le mobilitazioni di massa contro il genocidio in Palestina. Per fermarci agli ultimi dieci anni, nessuna delle istanze portate avanti nelle piazze è mai stata seriamente ascoltata, migliaia di manifestanti sono stati arrestati, centinaia feriti o mutilati e il governo, come un rullo compressore, non si è fatto problemi ad approvare alcune misure senza il voto del Parlamento (cfr. Articolo 49.3). I nostri amici democratici, i nostri amici liberali.


È diventata sempre più evidente, quindi, la portata sistemica delle varie rivendicazioni dei movimenti sociali creando le basi per una politicizzazione sempre più accentuata degli slogan che attraversano le piazze di tutta la Francia. E così arriviamo a sabato 24 ottobre: il corteo previsto da Bastille a Nation è stato vietato dalla prefettura dopo essere stato inizialmente approvato. Il ricorso dei sindacati è stato rifiutato e il nuovo percorso, definito praticamente la mattina stessa, è stato spostato lungo i boulevard periferici (da Porte d’Italie a Porte de Vincennes). Oltre ai 70.000 effettivi delle forze dell’ordine predisposti sul territorio nazionale, sono state chiamate in causa anche alcune unità speciali della polizia (RAID, GIGN, BRI [2]) e un rinforzo militare per la protezione statica di alcune aree. Nel frattempo il centro è stato blindato: 32 fermate della metropolitana chiuse fin dal mattino e traffico interrotto su altre porzioni del trasporto pubblico, musei e gallerie chiusi per l’intera giornata così come la maggior parte dei negozi e delle catene che avevano contestualmente protetto le vetrine con pannelli di legno e in alcuni casi griglie metalliche. Niente di nuovo, solo la conferma che l’ordine di priorità dello Stato borghese pone la difesa della proprietà privata (e dei privilegi e delle disuguaglianze che ne derivano) sempre al primo posto. Mai risposta fu più reattiva e solerte di fronte a qualsiasi altro crimine, violenza o abuso in una democrazia liberale. E già questa, di per sé, potrebbe essere considerata una (mezza) vittoria: nonostante la manifestazione sia stata relegata nelle zone periferiche della capitale il fantasma di barricate, scontri e saccheggi è aleggiato per il centro di Parigi di fatto bloccato, svuotato e reso, senza muovere un dito, invivibile.


Parallelamente, il cambio di tragitto all’ultimo momento e il timore della reazione spropositata della polizia (esemplare il cartellone di una manifestante che recitava “avevo paura di venire, quindi sono qua”) non hanno fermato i 250.000 manifestanti che hanno sfilato pacificamente vanificando i tentativi del governo di non rispondere politicamente alle loro rivendicazioni e di spezzare il movimento a suon di lacrimogeni, manganellate, proiettili di gomma, idranti e fermi. La saldatura tra diversi segmenti di lavoratori (operai, infermieri, insegnanti, pompieri ecc.), liceali e universitari, sindacati, collettivi studenteschi e partiti della sinistra radicale ed extra-parlamentare ha permesso al movimento di consolidarsi e di resistere agli attacchi continui dell’ultimo mese. I temi principali attorno a cui si sono coagulate una serie di parole d’ordine riguardano evidentemente l’aumento del costo della vita, l’erosione dello stato sociale, la gestione manageriale e razzista dell’accesso all’insegnamento superiore (si pensi a Parcoursup e all’aumento esorbitante delle tasse universitarie per gli stranieri), e l’acuirsi delle disuguaglianze. Rispetto a quest’ultimo punto, basti menzionare la progressione del rapporto tra le 500 maggiori fortune francesi e il PIL nazionale: negli anni ’90 queste valgono il 6% del PIL, nel 2010 il 10%, mentre oggi la percentuale si attesta al 42% [3]. Un incremento esorbitante, che trova la sua ragion d’essere nella diminuzione della quota del lavoro sul valore aggiunto e in una serie di dinamiche di rendita (valorizzazione di asset immobiliari e finanziari) più che in un aumento reale della produttività, che in tutta Europa aumenta a ritmi sempre più bassi. Alle rivendicazioni si aggiunga anche il rifiuto di una retorica xenofoba (la cui deriva sembra senza fine dopo l’attentato a sfondo razziale di venerdì 23 ottobre, in cui si contano un morto e cinque feriti) e belligerante a cui si legano tanto il discorso antirazzista quanto quello antimperialista. Se il secondo è messo in primo piano da diversi collettivi afferenti alla galassia marxista, il primo è sicuramente più trasversale poiché legato alla discriminazione sistematica che milioni di francesi vivono sulla loro pelle ogni giorno. 


È precisamente questo coagulo di oppressione economica e politica (e quindi di lotta economica e politica, la cui pari importanza veniva già evidenziata dal Lenin del Che fare?) a fondare la perseveranza del movimento. Un movimento dalla composizione tecnica di classe assolutamente eterogenea, ma che rispetto alla componente politica e sociale trova dei traits d’union sempre più profondi. Da un lato, le forme di organizzazione e di lotta convergono verso il blocco, lo sciopero e l’occupazione: interrompere la produzione e sospendere l’erogazione di servizi basilari come leve per imporre un rapporto di forza e ottenere delle risposte concrete rispetto alle rivendicazioni fondamentali del movimento. Non solo, mentre questo rapporto di forza si costituisce inizia ad aumentare ugualmente la portata delle rivendicazioni che dal mondo dell’istruzione si allargano all’aumento dei salari e del budget della protezione sociale – solo per citare le principali. Dall’altro, seppur popolata da soggettività anche molto diverse tra di loro, la composizione sociale del movimento trova un sostrato comune nella posizione ricoperta all’interno della divisione in classi della società. Per quanto non tutti siano toccati allo stesso modo dalle stesse forme di discriminazione e sfruttamento, sicuramente tutte queste soggettività subiscono da anni, da decenni, la stessa pressione crescente da parte di un sistema, quale quello del capitalismo neoliberale, che sta distruggendo giorno dopo giorno ogni puntello (conquistato in anni e anni di lotte operaie) di fronte all’incedere della miseria generalizzata, della concorrenza come modo di governo, della valorizzazione economica come stile di vita. Davanti alla socializzazione di costi e rischi e alla privatizzazione dei profitti, si profila il capitalismo come problema fondamentale, ancor di più nell’attuale fase imperialistica in cui la guerra ritorna come strategia per risolvere le contraddizioni interne dei processi di accumulazione del capitale e riaffermare rapporti di subordinazione con gli Stati del Sud globale.


Questo discorso, capace di articolare tra di loro istanze e parole d’ordine a prima vista distanti tra di loro, sta prendendo consistenza in Francia. Ogni componente del movimento svolge la sua parte, per quanto gli obiettivi rimangano per ora non pienamente espliciti. La mobilitazione studentesca e liceale trova supporto da parte dei sindacati che non solo sostengono le rivendicazioni dei giovani ma chiamano a raccolta altri segmenti di lavoratori per organizzarsi e prendere parte al movimento. La sinistra extra-parlamentare, fin da subito mobilitata, si muove di conseguenza, inserisce le rivendicazioni di partenza in una riflessione politica più strutturata e anticapitalista. LFI fornisce una piattaforma in grado di fare da cassa di risonanza istituzionale e difende le richieste della gioventù mostrando il vero volto del macronismo e della minaccia del Rassemblement National, su cui ormai la borghesia francese sembra aver puntato tutto per salvarsi la pelle.


E ora? La Confédération Générale du Travail, il principale sindacato francese, ha indetto uno sciopero generale il 5 novembre, invitando lavoratori e lavoratrici a riunirsi in assemblea nei luoghi di lavoro e a prepararsi per generalizzare il più possibile lo sciopero, mentre è stata prevista per sabato 31 ottobre un’altra giornata di mobilitazioni su tutto il territorio nazionale. Per dare un’idea dell’aria che tira, riportiamo di seguito le dichiarazioni di Macron questo lunedì 26 ottobre:


“Sabato prossimo è ancora un sabato a rischio: sappiamo che il 5 novembre c’è una giornata di mobilitazione nazionale, che coinvolge tutti i sindacati, e comunque ci sono anche gli altri sabati, non è detto che debbano ripetersi ogni sabato. E quindi, cosa faremo? Uno: continuare a essere organizzati, a essere presenti, a proteggere i beni, le persone, i nostri centri città, i nostri negozi, i nostri edifici pubblici. Questa è la regola assoluta, ed è l’impegno che ci assumiamo tutti. La seconda cosa: continueremo ad avere percorsi di mobilitazione dichiarati, cioè i percorsi richiesti dai sindacati rappresentativi, che si svolgeranno al di fuori dei centri città, affinché le manifestazioni si svolgano con calma e senza mettere a rischio i nostri negozi.”


Queste dichiarazioni riassumono, qualora ve ne fosse ancora bisogno, l’atteggiamento del governo francese. Due elementi in particolare saltano all’occhio. Innanzitutto, la banalizzazione delle manifestazioni – che non devono disturbare i decorosi centri cittadini – e del diritto a manifestare – in effetti, chi lo dice che si deve manifestare ogni sabato? Ma soprattutto ci permettiamo di far notare la priorità con cui vengono presentati gli obiettivi dell’azione di protezione delle forze dell’ordine: prima i beni, poi le persone. E di nuovo: che le manifestazioni non mettano a rischio i nostri negozi. Qualcuno direbbe un lapsus, e noi non potremmo essere più d’accordo. Un lapsus? Sì, ma di classe.

 

Note

[1] Ad essere precisi, i primi scioperi e blocchi nei licei in Francia sono cominciati a Mayotte a fine agosto e si sono protratti per diverse settimane.

[1] Rispettivamente : il RAID (Recherche, Assistance, Intervention, Dissuasion) è un’unità d’élite della Polizia nazionale, specializzata nella gestione di crisi gravi (prese di ostaggi, terrorismo); il GIGN (Groupe d’Intervention de la Gendarmerie Nationale) un’unità d’élite della Gendarmeria nazionale, con prerogative simili al RAID; la BRI (Brigade de Recherche et d'Intervention) un’unità della Polizia nazionale, specializzata in situazioni di crisi ad alto rischio e nell'intervento prima del passaggio all’atto.

 

Filippo Greggi è dottorando in economia all’Université Sorbonne Paris Nord e vive a Parigi.

 

 


 

 

 

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