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Nuovi movimenti

Fabrizio Salmoni (Torino) – Ferdinando Alliata (Cobas Palermo)
47 minuti fa
Tempo di lettura: 5 min

Cronache dalla giornata di sciopero del 30 ottobre

Torino e Palermo


Regis Orkvis
Regis Orkvis

La bella piazza. Diario e riflessioni sulla giornata di sciopero generale a Torino

 

La vista della piazza del Municipio torinese scalda il cuore. Era da tempo immemorabile che non vedevo una folla simile a una manifestazione. Già migliaia poco dopo l’ora di appuntamento ma i numeri crescono col passare dei minuti. Non sono solo a godermi lo spettacolo, le stesse impressioni sono nei commenti di tutti. La volta precedente che la stessa piazza era stata impegnata il 27 giugno scorso dai Sì Tav in risposta alle grandi mobilitazioni del No in Valle. Risultato risibile: erano un centinaio scarso che i media mainstream avevano cercato di rimpolpare a 600 ma bastava guardare i filmati per lasciarsi sbugiardare.


Ieri lo spettacolo di folla era ben altro. Davanti i cordoni dei lavoratori Usb, più compatti e combattivi che mai, più dietro, Cub e Cobas e poi la massa del popolo più eterogeneo che mai e di tutte le sigle: Cambiare Rotta, Potere al Popolo, Torino per Gaza, i vari partiti comunisti, Carc, No Tav, i tanti comitati autonomi e chi più ne ha più ne metta. E poi studenti e tanti giovanissimi, ragazzine che scandivano «Siamo tutti antifascisti». Colpiva l’occhio, sia detto senza malignità, la differenza di età tra le migliaia di giovani (che sollievo!) e il drappello di vecchi di Rifondazione.


Per ore è continuato l’afflusso e in piazza e lungo la via si faceva fatica a muoversi. Si attendeva l’arrivo del secondo corteo degli studenti e dei lavoratori della scuola proveniente dal Palazzo Nuovo dell’Università e del campus Einaudi occupato. Il Municipio era blindato da Carabinieri e Guardia di Finanza, questi ultimi, i più torvi, mostravano sulla divisa la scritta cucita «Unità antiterrorismo. Pronto Intervento» (addirittura!...). Veniva da chiedersi se cotanti bulli manterrebbero la stessa postura di fronte a eventuali veri terroristi. Una certa sorpresa veniva dai Carabinieri che a un certo punto si sono tolti i caschi e hanno abbassato gli scudi: per ordine o “solidarietà”? Forse solo per il caldo.


L’arrivo del corteo della scuola intasava ancora di più le vie e allora finalmente ci si muoveva tutti in avanti verso Porta Palazzo. La folla era tale che le varie identità politiche, con rispettive bandiere e striscioni, si mischiavano nel flusso senza riuscire a trovarsi e compattarsi. Askatasuna era presente con i propri militanti nei rispettivi settori di intervento. I Digos filmavano la piazza dal balcone del Municipio. Il consigliere comunale di Più Europa Silvio Viale, noto disturbatore del 25 aprile con le sue bandiere di Israele e Nato, si affacciava dagli uffici e si prendeva la sua abituale dose di contumelie.


Contemporaneamente si apprendeva che uno spezzone consistente del corteo studentesco, comprendente i lavoratori del Si.Cobas, era stato bloccato dalla polizia e, dopo breve scaramuccia, aveva deviato verso corso Vittorio e Porta Nuova con prima meta l’Ufficio Regionale del Ministero dell’Istruzione e infine piazza Castello così da bloccare nel percorso tutto il centro cittadino.

Da piazza Derna, il corteo principale guidato dai lavoratori dei sindacati di base si dirigeva verso la tangenziale per tentare di bloccarla ma il lungo itinerario aveva sfilacciato la massa, e la polizia, al contrario che a Milano, aveva buon gioco a stopparlo.


Scontri e scaramucce si sono poi verificate dal tardo pomeriggio a tarda serata tra gruppi militanti e una polizia visibilmente stanca.


Le prime riflessioni

1.     Lo sciopero dei sindacati di base si è subito qualificato come sciopero politico. La conferma nelle parole d’ordine: no al governo Meloni, No alla guerra e al riarmo, Palestina libera, fondi a sanità, salari, scuola, pensioni e stato sociale.

2.     Si è attuata in tutta Italia una nuova unità studenti- giovani – lavoratori, a guida operaia: una brutta notizia per governo e forze politiche. Si apre quindi lo spazio per una prospettiva di coordinamento nazionale che affronti autonomamente il problema dell’aggregazione delle enormi diversità che agiscono nel fronte popolare oggi dispiegato e che formuli proposte politiche di portata nazionale.

3.     La diffusione nazionale delle lotte si unisce alle grandi proteste che scuotono l’Europa tutta contro le politiche antisociali degli Stati e della Commissione europea.

4.     Le tattiche utilizzate in tutta Italia hanno funzionato: non un unico corteo che si scontra frontalmente e viene disperso, ma tanti cortei con percorsi e destinazioni diverse per bloccare più spazi e disperdere invece le Forze dell’Ordine. Si è visto bene a Milano quando il corteo che si è diretto alla tangenziale, saldi cordoni operai in testa, ha travolto il drappello di poliziotti che sbarrava la strada (uno spettacolo la faccia livida di rabbia del responsabile del plotone di fronte alla forza operaia). Il corteo torinese difettava di organizzazione tanto che gli ultimi duecento metri del serpentone di folla sembravano vissuti come una gita scolastica. Problema da risolvere.

 


Il futuro non si arma, si costruisce con la scuola!

Lo sciopero a Palermo



Il 30 ottobre, centinaia di migliaia di manifestanti nelle piazze italiane per lo sciopero proclamato dai sindacati di base. Decine di manifestazioni straordinarie in tutte le regioni d’Italia, che hanno visto protagonisti migliaia di ragazze e ragazzi, studentesse e studenti, docenti e cittadini.

Cortei festosi, colorati, capaci di guardare al futuro, ma pienamente consapevole della gravità della situazione.

Cortei costruiti con perseveranza, giorno dopo giorno, attraverso il dialogo e il confronto con studentesse e studenti, docenti, associazioni e realtà sociali.

Il governo italiano investe nelle armi, nella guerra ed è parte attiva, insieme all’Unione Europea, nel fomentare il disordine internazionale. 

Nel frattempo la crisi economica colpisce i ceti popolari, mentre lo stato sociale (sanità, scuola, abitazioni, trasporti) viene progressivamente demolito e cresce il numero di italiani che vivono al di sotto della soglia di povertà.

La soluzione sarebbe semplice: non spendere soldi per la guerra, non preparare, con la probabile riedizione della leva obbligatoria, nuovi eserciti, ma garantire a tutte/i i diritti di cittadinanza.

Però, come troppo spesso accade, le uniche ricette messe in campo dal governo Meloni sono quelle repressive, che limitano lo stato di diritto e che vorrebbero, in maniera eversiva, sottoporre la magistratura al potere politico.

Oggi, le piazze di tutto il Paese hanno detto no a tutto questo. Un governo serio dovrebbe dimettersi.

Proprio perché stanno crescendo mobilitazione e consapevolezza, ci piacciono i «cordoni» fatti insieme da docenti e studenti all’interno del corteo. Nuove e vecchie generazioni insieme fermeranno qualsiasi tentativo di tornare indietro.

Il messaggio lanciato dai cortei è stato chiaro, forte e inequivocabile: soldi alla scuola, non alle armi.

Vogliamo investimenti nell'istruzione, nella formazione, nell'edilizia scolastica, nel diritto allo studio e nella dignità del lavoro di chi ogni giorno costruisce conoscenza e futuro.

La straordinaria partecipazione di oggi dimostra che esiste una grande disponibilità a mobilitarsi per una scuola diversa, inclusiva, pubblica e libera.

La conoscenza è un bene comune. Il futuro non si arma, si costruisce con la scuola!

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