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nuovi movimenti

Immagine del redattore: Diego Acampora
Diego Acampora
10 minuti fa
Tempo di lettura: 14 min

Belgrado chiama, l’Europa risponde?

Il racconto dei due anni che hanno portato alla vittoria elettorale del movimento studentesco



Cinzia Farina
Cinzia Farina

Alle 21:30 di domenica 25 ottobre il presidente serbo Aleksandar Vučić ha affermato davanti alle telecamere che la sua coalizione aveva perso le elezioni e che da quel momento sarebbe toccato alla lista degli studenti governare il paese. 

Nelle ore successive molte persone hanno affermato di essere rimaste spiazzate da quel gesto: almeno per un attimo, tutta l'arroganza del potere di Vučić stava evaporando mentre i risultati che lo vedevano perdente erano ancora di là dal venire.

Eppure, le piazze e le strade delle città principali del paese si stavano già riempiendo dei primi gruppi di simpatizzanti e attiviste, in un'atmosfera tranquilla ma che mostrava già l'"insensibile sospetto" che stesse per accadere qualcosa di clamoroso.

Quando la commissione elettorale ha iniziato a diffondere i dati la Lista Studentesca non aveva ancora raggiunto i 140 seggi dell'assemblea parlamentare su cui poi si è stabilizzato il dato finale, ma aveva già abbondantemente superato la soglia dei 126 che costituiscono la maggioranza assoluta.

A quel punto l'entusiasmo ha traboccato e la gente si è riversata ovunque per festeggiare un obiettivo tanto difficile quanto inatteso.

I numeri parlano chiaro: una lista di opposizione civica ad un governo in carica da 14 anni, nata a valle di un movimento studentesco che in due anni ha stravolto un quadro politico statico e saputo allargarsi alla società intera, stravince le elezioni parlamentarie mandando a casa il padrone indiscusso del potere serbo, che alle elezioni presidenziali del '22 veleggiava ancora con un consenso attorno al 60%. 

Proviamo a riavvolgere il nastro e a comprendere come il movimento sia arrivato fino al trionfo di domenica scorsa.


L’incidente di Novi Sad e l’inizio della mobilitazione

 


Nel novembre del 2024 un angolo di pensilina della stazione ferroviaria di Novi Sad, seconda città della Serbia situata nel nord del paese, crolla uccidendo 16 persone.

Il cordoglio per le vittime e il contesto nel quale è avvenuto il mortale incidente vanno di pari passo con il "solito" tentativo di insabbiare le indagini da parte governativa. Come poi si verrà a scoprire, vi era stata molta deregulation nella concessione dell'appalto che doveva riammodernare la stazione. Col tempo le indagini hanno accertato incompetenze gravi a livello progettuale da parte del consorzio cinese che aveva condotto i lavori, come ad esempio l'inagibilità dell'edificio o i collaudi non terminati, per finire con il sistema di assegnazione dei lavori che le indagini hanno appurato essere un canale di frodi a livello finanziario e corruzioni trasversali tra governo e ditte appaltatrici.

Dopo una prima fase di indignazione emotiva, all'interno delle facoltà universitarie a Belgrado si reagisce a questa chiusura promuovendo assemblee e costituendo un primo embrione di movimento che chiede al governo trasparenza e giustizia nelle indagini. È la scintilla che dà vita alla mobilitazione.

Da quel momento il mondo universitario entra in occupazione permanente e inizia ad organizzarsi nei plenum di singole facoltà che avviano discussioni interne per poi ricollegarsi a livello di ateneo. 

Dalle facoltà serbe inizia un tam-tam comunicativo verso tutto il paese che chiama la popolazione ad una presa di coscienza del grado di ingiustizia e di fallimento in cui versa la Serbia. Si organizzano momenti pubblici dove finalmente la cittadinanza e i promotori della mobilitazione possono venire in contatto. Da quel momento, pur nelle innumerevoli difficoltà, il movimento studentesco scoprirà di avere una quantità inaspettata di persone dalla sua parte. Subito dopo, infatti, nasceranno comitati civici spontanei, formati da cittadini dei quartieri delle principali città (izbori) che inizieranno a loro volta a trovarsi in assemblea e a sostenere dall'esterno la mobilitazione. 

Il sistema assembleare si basa su discussioni orizzontali dove ogni questione all'ordine del giorno viene sottoposta a dibattito, fino alla "proclamazione" di una posizione politica che poi viene condivisa e ridiscussa con gli altri plenum. Già dall'inizio la mobilitazione non prevede alcun leader che possa parlare a nome del movimento. Sono tutti elementi tipicamente associabili alla democrazia diretta, assieme al metodo decisionale che preferisce il consenso progressivo alle votazioni divisive e alla rotazione nei ruoli di portavoci/rappresentanti.

Nelle settimane successive la critica al potere governativo si allarga ed entrano in campo altre questioni ormai decennali come la corruzione endemica degli apparati, la situazione critica in cui si trova l'università e il suo sistema di baronaggio, la potentissima macchina mediatica a servizio di Vucic e del suo partito SNS che oscura e annichilisce pubblicamente qualsiasi voce non schierata in suo favore. Trovano spazio anche questioni ecologiche legate allo sfruttamento minerario che sta mettendo in pericolo la qualità dell'acqua e la fertilità del suolo, mobilitazioni che faranno incontrare e collaborare il movimento studentesco con le organizzazioni che da anni sono in lotta sul fronte ecologico, come Kreni-Promeni che lotta contro le estrazioni minerarie o Eko straža che tra le sue attività compie un monitoraggio attivo dei livelli di inquinamento atmosferico.

Già dall’inizio, dunque, il movimento si connota per una spiccata azione di lotta alla corruzione sistemica del partito di governo e per una critica all'intero sistema partitico, responsabile del livello di pessima democrazia raggiunto dal paese.

 

Tattiche e strategie di lotta

 

 

Siamo agli inizi, dunque, e mentre il movimento inizia la sua luna di miele con la parte di società "non organizzata", con la pancia del popolo direbbe qualcuno, la prima conseguenza della strategia cui abbiamo appena accennato è il rifiuto quasi totale, da parte degli studenti, di avviare dialoghi o accordi con altre formazioni politiche o associative o sindacali. Che significa ad esempio non avere relazioni significative con l'opposizione ma neanche con il mondo dell'associazionismo civico diffuso, da quello che lavora sui diritti umani fino alle associazioni culturali o artistiche, ritenuto – a torto o a ragione - un interlocutore – per quel momento – non affidabile.

Nell'estate del '25 visitammo il Centro per la decontaminazione culturale (CZDK) della capitale serba, impegnato da anni nella promozione culturale ed artistica delle "voci" non allineate al potere nazionalista. La direttrice ci spiegava una contraddizione apparentemente irrisolvibile: da una parte il movimento aveva rotto gli argini e aveva – anche involontariamente – innescato dibattiti pubblici nella cittadinanza (in quelle settimane all'interno del centro artistico si tenevano assemblee spontanee di cittadini su vari temi), ma al contempo non era possibile avviare contatti stabili per unire le forze con gli stessi studenti.

Durante quei mesi estivi vi era convinzione, da parte di chi organizzava il movimento, che si dovesse mantenere tale rigidità non solo come gesto di chiarezza nei confronti di un quadro politico considerato criminale, ma anche come forma estrema di protezione da un potere che avrebbe sicuramente tentato di denigrarlo pubblicamente o peggio di fargli violenza, come poi in effetti è accaduto.

Tuttavia, questa chiusura netta nei confronti di ogni (almeno potenziale) alleato veniva interpretata, da chi sosteneva il movimento ma non faceva parte del mondo universitario, come una necessità dovuta alla profonda diversità di opinioni politiche interne al movimento stesso. È possibile che di tale pluralità di visioni il movimento si sia accorto da subito e abbia badato a sostanziare la propria lotta politica accantonando le questioni divisive. La strategia degli studenti non poteva in alcun modo pendere verso un campo politico specifico, pena il dover mostrare in pubblico divergenze su questioni non secondarie – ma percepite tali rispetto all'intento di rovesciare il governo. Questioni oltremodo critiche, come il ruolo attuale e futuro della Serbia nell'assetto geopolitico europeo e internazionale, con tutto il carico di opinioni differenti sull'ingresso e la permanenza nella UE, sui rapporti con Russia e Cina, fino alla questione mai digerita dell'indipendenza del Kosovo.

 

La Serbia e il suo ruolo sullo scacchiere internazionale: miti e ipocrisie nazionaliste nel mercato capitalistico


 

Questi paradossi sono il frutto di dinamiche che attraversano la Serbia da almeno 30 anni, quelli trascorsi dalla fine delle guerre jugoslave.

In questi decenni è stato proseguito e rilanciato il lavoro di propaganda iniziato nei secoli scorsi per forgiare una identità serba che vede il paese come un baluardo di civiltà cristiana ortodossa contro i pericoli del mondo (di volta in volta il mondo "turco-islamico" – che ricordiamo aver governato i Balcani occidentali per quasi cinque secoli fino al termine del diciannovesimo secolo – oppure le "centrali della corruzione" come UE o Nato, per non parlare della grande finanza).

Tale propaganda non è stata solo il motore "culturale" delle aggressioni serbe alle altre repubbliche durante le guerre degli anni Novanta (propaganda sciovinista che trovava corrispettivi uguali e contrari sia nella parte croata che in quella bosniaca), ma è stato il principale ostacolo affinché la Serbia ammettesse le proprie responsabilità sui crimini di guerra, spesso minimizzati, taciuti o peggio, negati. Dall'indomani dell'intervento Nato in Serbia del '99 si è propagata per il paese un’auto-percezione che sostanzialmente riscopre l'unicità di un popolo che si sacrificherebbe per la civiltà cristiano-occidentale ma verrebbe costantemente punito dalla comunità internazionale.

 

Persone che sono nate dopo i conflitti di fine anni Novanta sono cresciute all'interno di una narrazione fortemente nazionalista e sicuramente ne hanno ereditato alcuni punti di vista.

E non c'è nazionalismo serbo che non si riferisca alla questione del Kosovo, luogo della tradizione originaria dell'ortodossia serba, ex provincia autonoma di Jugoslavia a maggioranza albanese e stato indipendente dal 2008. Per non parlare della relazione secolare che il paese intrattiene politicamente, economicamente, militarmente e culturalmente col mondo russo e che viene sbandierata a ogni piè sospinto.

Nonostante esistano spinte filoeuropeiste che provengono soprattutto dalla sinistra radicale e settori liberali, la maggioranza del paese, tutt’oggi, ha più di qualche dubbio o sospetto rispetto all'ingresso nel campo europeo e alle magnifiche sorti e progressive di tale consesso, osservato da est come un processo problematico con non poche evidenze a sostegno. D'altronde dovremmo ricordarci che lo spazio europeo è sotto osservazione costante da parte dei popoli che hanno iniziato il processo di inclusione nell'Ue, e le enormi criticità del nostro continente sono arrivate anche ai confini, generando timori e svalutazioni.

Per tutto il biennio e salvo sparute eccezioni, il movimento ha evitato di far emergere le differenze su temi di questo tipo, mostrando una dinamica che conosciamo bene anche nei paesi occidentali, quella per cui le posizioni in politica estera e sugli assetti geopolitici riflettono spesso, e anche, visioni ideologiche divisive.

La tattica del "silenziamento" delle opinioni discordanti ha permesso al movimento di concentrarsi sullo scopo principale della sua esistenza, il rovesciamento del governo.

 

Dal punto di vista della compagine governativa impegnata in una costante esaltazione della "serbità", il rapporto fedele con la Russia e i dubbi espressi nei confronti dell'Ue non hanno però ostacolato i tentativi di Vucic e soci di sedersi ai tavoli internazionali per contrattare relazioni economico-commerciali con chiunque, confermando, se ce ne fosse ancora bisogno, che chi governa può tenere assieme un discorso pubblico fortemente nazionalista e allo stesso tempo "surfare" nelle relazioni internazionali. Vediamo alcuni esempi.

 

Il governo serbo ha permesso alla Rio Tinto, multinazionale anglo-australiana, di iniziare a perforare la roccia nella zona di frontiera tra Serbia e Bosnia per estrarre il litio.

In particolare, tale litio serve ai paesi dell'UE, e in particolare la Germania, per diventare totalmente indipendente dalla Cina per gli elementi chimici alla base della produzione di veicoli elettrici.

Quando i movimenti ecologisti serbi hanno iniziato a manifestare e protestare contro lo sfruttamento del territorio e il rischio di danneggiare per sempre falde acquifere in una zona che rifornisce d'acqua preziosa una buona parte del paese, non avevano contro solo il governo che avrebbe permesso l'estrazione, ma anche la stessa Germania, che da una parte criticava pesantemente il governo serbo sui valori liberali e da quell'altro vi faceva affari assieme.

Ed è così anche con altri paesi occidentali, che alternano pressioni sul governo serbo affinché adempia alle richieste europee che devono essere rispettate lungo il percorso di integrazione nella Ue (dalla libertà politica a quella d'espressione, dalle condizioni ambientali al funzionamento della giustizia) per poi dimenticarsene ogni volta che la Serbia viene coinvolta nel mercato estrattivo come negli accordi industriali bilaterali, o nel fiorente mercato della produzione ed esportazione di armamenti (come ad esempio gli accordi di coprogettazione e coproduzione che Serbia e Israele hanno implementato proprio nel paese balcanico).

 

Che il ruolo della Russia nella regione sia decisivo è indiscusso, non tanto dal punto di vista economico quanto da quello "culturale" dal momento che nell'area serba operano da decenni gli stessi tentacoli che influenzano l'opinione pubblica con narrazioni e propagande che guardano a Mosca.

E Cina e Usa son rimaste a guardare?

Affatto.

I cinesi hanno investito nell'automotive, nelle infrastrutture, nella stessa perforazione della roccia, e si sono insediati in alcune zone (come, ad esempio, vicino alla miniera di Bor) con i loro consorzi industriali che non rispettano aria e suolo, sconvolgono la geografia di villaggi e piccole città da cui persone vengono forzatamente allontanate, rispettano scarsamente i diritti sul lavoro.

Gli statunitensi in Serbia si sono specializzati invece nelle tecnologie innovative applicate all'efficientamento energetico, nelle farms che producono software e sui servizi fintech. 

 

E non sono mancati neanche i fondi di investimento immobiliare di matrice americana che hanno investito, per altro in modo non trasparente come hanno individuato le indagini, soprattutto nella capitale Belgrado, ormai sconvolta da più di un decennio da gentrificazione massiccia, espulsione di fasce fragili di popolazione verso le periferie, e in preda appunto alla speculazione immobiliare selvaggia che anche noi conosciamo bene.

 

Lo stesso mondo arabo, per mano dei fondi emirati, ha investito tra i 4 e i 5 miliardi di euro per il progetto Beograd na vodi (Belgrado sull'acqua), che ha trasformato gravemente il paesaggio e il territorio attorno alla zona del fiume Sava, con edilizia residenziale e corporate a totale beneficio dei ricchi e degli ultraricchi. A questo progetto che sta cambiando il volto della zona vicina al centro città, la cittadinanza si era già opposta, purtroppo senza risultati, con il movimento Ne davimo Beograd (Non affoghiamo Belgrado), di qualche anno precedente a quello studentesco. 

 

Anche questo quadro così colmo di corruzione, crimini ambientali, sfruttamento di persone e lavoro, e interessi internazionali troppo potenti per poter essere fronteggiati, ha probabilmente determinato la gigantesca diffidenza – per usare un eufemismo – nei confronti del quadro globale politico in cui versa la Serbia.

 

Cosa ci sta dicendo il movimento serbo a proposito dei metodi di lotta e di creazione del consenso?

 

 

Pur stretto in questa esigenza di limitare il campo della propria proposta di lotta politica, il movimento vedrà nelle piazze il montare progressivo di entusiasmo e appoggio da parte della popolazione.

 

Sono indimenticabili le manifestazioni del marzo '25, il culmine della tensione e della violenza governativa nei confronti delle barricate organizzate dalla popolazione in tutta la capitale: in mezzo a centinaia di migliaia di persone, senza alcun tipo di violenza o tensione provocata se non dalle forze dell'ordine. In una di queste manifestazioni dove una marea umana aveva invaso le strade di Belgrado, durante i consueti 16 minuti di silenzio con cui il popolo serbo (ogni primo del mese) celebra i morti di Novi Sad, le forze dell'ordine hanno sparato dei colpi con un "cannone sonoro", arma in grado di creare un boato insopportabile, causando in migliaia di persone panico e problemi psico-uditivi, fino alla dispersione della enorme manifestazione. Studenti e popolo hanno potuto confermare che lo stato sarebbe stato disposto a tutto pur di mettere a tacere le istanze del movimento.

 

Possiamo chiederci adesso qualcosa a proposito del consenso, su quali siano stati i fattori che hanno portato gli studenti a vincere le elezioni. È un passaggio interessante perché ci permette di osservare "noi occidentali" dall'esterno, dal punto di vista dei metodi di lotta.

 

In un paese corrotto e dominato dal partito al potere anche sui media, non sarebbe stato facile entrare come cuneo rosso in campo bianco in un sistema che oscurava e metteva a tacere qualsiasi voce dissidente.

 

Già dalle settimane successive all'incidente di Novi Sad l'uso delle tecnologie digitali aveva permesso la condivisione di contenuti e l'efficientamento della macchina logistica dei vari gruppi organizzati nella mobilitazione. E sicuramente le pagine social legate al movimento non hanno mancato per due anni interi di sostenere quotidianamente e in modo crescente le iniziative pubbliche organizzate e il tamtam comunicativo.

 

Ma le tecnologie digitali, oggi assolutamente necessarie per l'organizzazione delle mobilitazioni, non possono in alcun modo spiegare il consenso che questo movimento ha saputo conquistare dappertutto.

Ed è questo secondo noi non solo il vero fulcro del successo della Lista Studentesca ma anche il cuore di una strategia che ha pochi o forse zero imitazioni in giro per il mondo.

Questo è vero in particolare rispetto alla situazione italiana e forse ci sta davvero parlando.

Nei nostri mondi progressisti circola un’opinione diffusa, spesso ben celata: nell’epoca attuale, fatta di società liquide, disinformazione social e neo-verità indimostrabili che prevalgono sulla fatica della complessità, i conflitti politici non potrebbero più, salvo eccezioni, radicarsi nella materialità della vita delle persone (luoghi di lavoro, città, ambienti devastati). All'epoca della disinformazione e dell'overloading di informazione, della polarizzazione estrema delle opinioni, sarebbe impossibile impostare conflitto e lotta per il consenso su basi razionali. L'irrazionale e l'identitario governerebbero ormai le riflessioni della cittadinanza, per cui agganciarsi alla dimensione reale delle esistenze sarebbe inutile o controproducente. Ne risultano molto spesso dibattiti e proposte che affrontano questioni importanti ma senza incrociarne la materialità. Si parla di fragilità delle periferie senza conoscerne neanche gli odori, di diminuzione delle disuguaglianze crescenti senza aver alcun tipo di rapporto con le fasce più emarginate.

Ne risulta il dominio del “discorso” sull’incontro reale, tra i corpi, fra chi desidera o necessita (anche inconsapevolmente) di emanciparsi e chi afferma pubblicamente di battersi per tale emancipazione (come unica eccezione a livello nazionale ci viene in mente l'esperienza della lotta ex-GKN di Campi Bisenzio, esempio concreto di conflitto intersezionale mutualistico e solidale che non ha mai perso il contatto reale con la materialità delle esistenze non solo degli operai ma anche della popolazione fiorentina, nazionale e con riflessi anche internazionali come nella partecipazione alla Sumud Flotilla). Un altro esito di questa visione riguarda la distanza da fasce di popolazione giudicate culturalmente incompatibili con la propria apertura mentale. Se a dominare sono i bias, dialogare con chi diffida o dissente "a priori" viene considerato, nel migliore dei casi, una perdita di tempo, benché proprio questo sia l’elemento fondamentale per far crescere il consenso.

 

Insomma, se la tecnologia digitale ha fatto evaporare una parte di fisicità delle nostre esistenze, che si adegui anche la lotta politica.

 

Il movimento serbo, composto quasi esclusivamente da persone nate dopo il 2000, sapeva da subito che qualsiasi proposta politica avrebbe incrociato sul suo cammino la distanza socio-antropologica tra la dimensione accademica degli studenti, il resto della dimensione "urbanizzata" e la parte di società serba che vive lontana dai grandi centri e che rappresenta da anni ormai uno dei fulcri dell'elettorato nazionalista.

Per ridurre tali distanze e ricucire gli strappi del conflitto città/provincia (qualcuno direbbe ancora città/campagna) che nella regione ex-jugoslava hanno concorso tanto alle guerre degli anni Novanta, il movimento serbo ha iniziato a percorrere in bici o a piedi l'intero paese, andando a incrociare attivismo e partecipazione ovunque. Sono diventate celebri le immagini video delle interminabili marce del movimento da nord a sud, dal centro alla periferia del paese e viceversa, in cui, verso sera e praticamente stremato, il movimento arrivava nella piazza del centro cittadino atteso e accolto da un abbraccio popolare incredibile, dove le differenze di età, di provenienza, di censo, di visione politica, sembravano di colpo sparire.

Persone adulte o anziane e veterani di guerra che collaborano col mondo universitario, riscoperta – da parte giovanile – della dimensione positiva del patriottismo, e cioè dell'amore per il proprio paese. Lotta e festa, riflessione e incontro, ferite ed entusiasmi hanno attraversato la società facendo impennare un legame incredibile tra tutte le persone convinte che un cambiamento in Serbia fosse necessario.

Nel sud del paese, nella regione del Sangiaccato a maggioranza islamica, si sono viste immagini di persone giovanissime che manifestavano assieme vestite con i vestiti tradizionali serbo-ortodossi e musulmani, uno schiaffo reale e simbolico alle guerre fratricide di 30 anni prima.

Gramscianamente, questo movimento si è preso la società fino alla insperata vittoria di domenica 25 ottobre.

E a quel punto ha potuto organizzare la partecipazione al turno elettorale scegliendo, sempre con i metodi della discussione assembleare, le circa 250 persone della società civile che si sono candidate per LS.

E con un programma che ha messo al centro: la lotta alla corruzione; la riforma della giustizia e delle connessioni tra potere politico, mediatico ed economico; il rinnovamento del sistema degli appalti; la riforma di parte delle istituzioni e delle forze dell'ordine; istruzione accessibile e di qualità, riforma della sanità pubblica e ampliamento dello stato sociale, è andata a vincere le elezioni con lo slogan elettorale "Serbia o Mafia". 

Neanche la morte del criminale di guerra Ratko Mladić, avvenuta a poche settimane dal voto, ha potuto fermare questa ondata. La scomparsa di questo "eroe" osannato da non poca cittadinanza uber-nazionalista, e per il quale il governo aveva preparato i funerali di Stato forse in un estremo tentativo di recuperare il consenso che si stava sfilacciando, aveva preoccupato tutte le persone che da lontano e da vicino appoggiavano la lotta studentesca.

La paura è passata alle 21.30 di quella domenica, quando il potere ha smesso di inquinare i canali televisivi aprendo alla più grande vittoria "di popolo" degli ultimi tempi nel continente europeo.

Ora inizia la fase delicata: i rappresentanti di LS governeranno il parlamento e dovranno dimostrare di essere capaci di sterzare definitivamente e portare la Serbia fuori dalle secche. Non sarà facile: abbiamo visto che gli interessi economici sono fortissimi e lo schieramento vincitore dovrà essere molto determinato nell'affrontare le pressioni internazionali e anche interne, non crediamo infatti che il potere nazionalista si ritirerà senza essere combattivo. Ma una cosa è certa, in mezzo a settimane di grande mobilitazione internazionale. Se e quando vuole, il popolo che si organizza può ribaltare tutto. È una storia che sembra vecchia, datata e impossibile. La Serbia ci ha detto che non è così.

 

Si consiglia la lettura di Lily Lynch, «Una nueva Serbia», NLR 140/141, «Sensación de punto final para Vučić en Serbia», Diario Red,  «Pretensión democrática en Serbia» e «La derrota de Đukanović», El Salto.


Diego Acampora è docente di materie tecnologiche alle scuole superiori, da circa un ventennio indaga l'area jugoslava ed è guida di viaggi nei paesi della ex Jugoslavia.

 

 

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