nuovi movimenti

Lotte di Francia
L’ordine contro la gioventù. Violenza di Stato e governo dell’interruzione
seconda parte

La prima parte di questo testo è stata pubblicata il giorno 8 ottobre c.a.
Originariamente questo testo è stato pubblicato su «lundimatin» n. 536, lundimatin#536, il 6 ottobre 2026. Si ringrazia.
IV. Governare l’interruzione
Il 6 dicembre 2018, a Mantes-la-Jolie, 153 giovani sono stati fermati nei pressi di due licei. Le immagini mostrano adolescenti in ginocchio, con le mani dietro la testa o dietro la schiena, circondati da poliziotti in tenuta antisommossa e armati. Una voce commenta la scena pronunciando la frase ormai diventata famosa: «Ecco una classe che si comporta bene». [15]
La scena sintetizza già gran parte di ciò che si ripete oggi. La «classe» non è più qui il luogo in cui si insegna, ma il gruppo che viene immobilizzato, e il vocabolario scolastico scivola così verso quello della sottomissione. Una gioventù che esce dal posto a lei riservato nell’istituzione incontra un altro potere dello Stato, incaricato non più di istruirla ma di contenerla.
Gli eventi di Mantes si svolgono in concomitanza con le prime settimane del movimento dei Gilet Gialli. Qualche mese dopo, Laurent Nuñez illustra al Senato la portata della violenza raggiunta, con migliaia di feriti e oltre tredicimila colpi di LBD, mentre il Consiglio d’Europa chiederà alla Francia di rivedere la propria dottrina sull’uso di queste armi. I Gilet Gialli non scoprono una violenza poliziesca fino ad allora sconosciuta, ma la rendono visibile su una nuova scala sociale e geografica.
Qualche mese dopo, i vigili del fuoco mobilitati contro la carenza di personale tentano di bloccare la tangenziale parigina e si trovano a loro volta di fronte ai gas lacrimogeni e alle forze dell’ordine. L’episodio è significativo perché i vigili del fuoco non corrispondono alla figura razzializzata del «giovane di periferia» e godono di una forte legittimità sociale. Nel momento in cui interrompono il funzionamento di un’infrastruttura fondamentale, si scontrano comunque con l’apparato incaricato di ripristinare la circolazione.
La riforma delle pensioni del 2023 approfondisce questa logica. Dopo il ricorso all’articolo 49.3 e le manifestazioni spontanee che ne seguono, la Commissaria per i diritti umani del Consiglio d’Europa esprime preoccupazione in particolare per gli arresti di persone, molte delle quali saranno rilasciate senza che venga avviato alcun procedimento. Il fermo assume quindi una funzione che va oltre il processo penale, poiché bastano già poche ore trascorse in commissariato per allontanare qualcuno dal conflitto prima che la giustizia decida eventualmente come procedere.
Dopo la morte di Nahel Merzouk, questa capacità di neutralizzazione assume una dimensione diversa nel corso delle rivolte dell’estate 2023. [16] Gli arresti sono una risposta agli incendi e agli scontri gravi. Contribuiscono inoltre alla rapida riconquista di territori in cui l’autorità dello Stato è apertamente contestata.
Queste sequenze non raccontano la stessa storia e la loro giustapposizione non deve cancellarne le differenze. Ciò che si trasmette dall’una all’altra riguarda alcune tecniche di gestione del conflitto, che diventano particolarmente visibili quando il rifiuto smette di essere solo un’opinione e acquisisce la capacità concreta di impedire a qualcosa di funzionare.
Un movimento smette infatti di essere solo un’opinione quando diventa capace di impedire il funzionamento [meccanismo] di qualcosa.
Il blocco rientra proprio in quelle forme di azione che rendono il rifiuto materialmente tangibile. Chiudere temporaneamente un liceo, cessare il lavoro o interrompere la circolazione permette a chi ha scarso accesso diretto ai luoghi decisionali di incidere in altro modo sui rapporti di forza. Laddove una petizione rivolge una richiesta a chi può ancora ignorarla, l’interruzione gli impone di subirne, almeno temporaneamente, le conseguenze.
L’intervento delle forze dell’ordine avviene nel momento in cui tale potere diventa effettivo. Riapre una strada o libera l’ingresso di un edificio, ripristinando così il funzionamento che il conflitto aveva sospeso per farsi sentire. Ciascuna di queste operazioni può avere una giustificazione giuridica specifica, ma la loro funzione politica non per questo scompare, poiché riducono la capacità di un movimento di imporre materialmente l’esistenza del problema che solleva.
Il «governo dell’interruzione» designa quindi, in modo più preciso rispetto alla repressione in generale, l’insieme dei mezzi impiegati per ridurre la capacità di un conflitto di sospendere il normale funzionamento e di rendere costoso il rifiuto per coloro a cui è rivolto.
Questa questione presenta una dimensione di classe perché i gruppi sociali non dispongono degli stessi strumenti per difendere i propri interessi. La proprietà e l’accesso ai decisori conferiscono alle classi dominanti mezzi di influenza che generalmente non richiedono l’occupazione di una strada, mentre le classi popolari devono più spesso rendere politicamente visibili i propri interessi attraverso l’azione collettiva e la loro capacità di interrompere un servizio.
Quando una strada o un liceo viene sgomberato, il servizio che era stato interrotto riprende, indipendentemente da ciò che il poliziotto che interviene pensa personalmente del conflitto. La portata politica del suo gesto risiede innanzitutto in ciò che ripristina, ovvero l’ordine sociale così come esisteva prima che il movimento lo interrompesse.
Questa questione emerge esplicitamente nel linguaggio della «normalità». Quando Édouard Philippe afferma, nel pieno del movimento dei Gilet Gialli, che «tutti i francesi hanno il diritto di manifestare», ma che tutti hanno anche «il diritto alla sicurezza, alla circolazione, a vivere normalmente», conferisce alla continuità sociale un’ovvietà che il conflitto viene proprio a mettere in discussione. [17] Gli studenti delle scuole superiori protestano contro insegnanti assenti da settimane, edifici fatiscenti e condizioni di studio fortemente diseguali. Tutto ciò può protrarsi senza impedire giuridicamente il funzionamento dell’istituzione.
Il mantenimento dell’ordine ripristina quindi come normale ciò che il conflitto ha appena fatto emergere come intollerabile. La «normalità» non è quindi un terreno neutro al quale il disordine verrebbe poi a opporsi, ma l’oggetto stesso della controversia, poiché ciò che alcuni chiamano ritorno alla normalità è proprio ciò che altri hanno interrotto per renderne visibile la violenza.
La scuola è in questo contesto un terreno decisivo perché non si limita a trasmettere conoscenze, ma partecipa alla riproduzione sociale. Una classe di trenta alunni non offre le stesse possibilità di una classe molto più piccola, così come un liceo in cui gli insegnanti non vengono sostituiti non mette a disposizione le stesse risorse di un istituto in grado di garantire la continuità delle lezioni.
La disuguaglianza scolastica indebolisce così la narrazione morale attraverso la quale potranno essere giustificate le disuguaglianze future. Se le posizioni sociali devono essere intese come il risultato del merito, le condizioni di partenza devono rimanere sufficientemente comparabili affinché questa idea conservi una certa plausibilità. Quando le opportunità divergono a monte, il merito rischia di diventare il nome dato a posteriori a divari che l’istituzione stessa ha contribuito a produrre.
Intervenire con la forza contro degli adolescenti che si preoccupano, a ragione, sia del loro presente scolastico sia del futuro che esso preannuncia non significa quindi solo ristabilire l’ordine all’interno di un liceo. Significa anche perpetuare concretamente le condizioni della successione sociale. Più le disuguaglianze scolastiche si accentuano, più l’interruzione di questo ordine da parte di coloro che ne subiscono gli effetti diventa minacciosa per la sua continuità; la repressione contribuisce allora a consolidare il gruppo degli eredi e l’ordine che garantisce la successione, rendendo più costosa la contestazione di coloro che non ereditano né gli stessi istituti, né le stesse risorse, né le stesse tutele.
Ecco perché la «crisi della scuola» non può essere separata dall’ordine sociale più ampio in cui si inserisce. Gli studi dell’Istituto delle politiche pubbliche sulle misure socio-fiscali del primo quinquennio di Macron hanno evidenziato aumenti del tenore di vita più significativi ai vertici della distribuzione rispetto alle famiglie più modeste, mentre diverse modifiche del sussidio di disoccupazione hanno accentuato i vincoli imposti a una parte dei lavoratori precari e delle persone in cerca di occupazione. [18]
Il problema non è quindi quello di un ritiro generale dello Stato, che rimane molto attivo in materia di fiscalità, pensioni, del sussidio di disoccupazione e organizzazione dei servizi pubblici. Il neoliberismo non distrugge lo Stato, quanto piuttosto ne ridefinisce le funzioni e le priorità.
La disponibilità differenziale riscontrata davanti alle scuole superiori assume qui una portata più generale. Uno stesso Stato può mostrarsi lento quando si tratta di riparare ciò che anni di abbandono hanno lasciato degradare, ed estremamente rapido quando coloro che subiscono tale degrado ne interrompono le conseguenze normali. Non si tratta quindi di contrapporre ingenuamente uno Stato sociale assente a uno Stato di polizia onnipotente, ma di osservare come il potere pubblico distribuisca le proprie capacità e il proprio ritmo di intervento a seconda di ciò che incontra.
Grégoire Chamayou ha dimostrato quanto la questione della governabilità attraversi storicamente il neoliberismo, in particolare quando si tratta di trasformare in modo duraturo un ordine sociale di fronte a gruppi che dispongono ancora di mezzi collettivi per opporvisi. [19] Il problema riguarda quindi i sindacati, lo sciopero, l’occupazione e, più in generale, tutte le forme di azione che rendono il rifiuto materialmente costoso.
La riforma delle pensioni del 2023 ha dato a questo problema una forma particolarmente visibile. L’esecutivo disponeva di meccanismi costituzionali che gli consentivano di portare a termine la riforma nonostante l’assenza di un voto finale favorevole all’Assemblea sul testo adottato. Quando il rifiuto si è spostato nelle strade, è intervenuta un’altra capacità dello Stato per limitare la possibilità che tale opposizione bloccasse il Paese in modo duraturo. La procedura costituzionale e la polizia non sono della stessa natura, ma qui si incontrano in un’unica questione politica: come governare quando il rifiuto non può più essere assorbito dalla rappresentanza.
È proprio in questo punto che il concetto di neoliberismo autoritario diventa rilevante. Esso non indica un liberalismo economico a cui si aggiungerebbe accidentalmente un eccesso di potere di polizia. Permette invece di concepire una forma di governo in cui la continua trasformazione delle tutele collettive si scontra con la necessità di ridurre la capacità di coloro che la rifiutano di interrompere tale processo.
Il confronto con le mobilitazioni degli agricoltori permette di comprendere la selettività di questa coercizione. Nel gennaio 2024, alcuni agricoltori hanno bloccato a lungo le autostrade e causato danni. Gérald Darmanin ha tuttavia affermato che «non si risponde alla sofferenza inviando la CRS» [Compagnies républicaines de sécurité] e si è detto disposto a «lasciar fare» una parte delle azioni. [20]
Non si tratta di rimproverare agli agricoltori di aver beneficiato di questa moderazione, ma di constatare che non esiste una soglia meccanica di ostacolo o di distruzione a partire dalla quale si innescherebbe necessariamente un determinato livello di coercizione. Lo status sociale dei gruppi mobilitati, la loro modalità di riconoscimento politico e il grado di disordine che il governo accetta di sopportare fanno quindi parte della situazione.
Il governo dell’interruzione è quindi socialmente selettivo. Non protegge in modo astratto la società da ogni disordine in modo identico, ma interviene in un ordine già attraversato da gerarchie e partecipa alla decisione riguardo ai sommovimenti che tale ordine può tollerare prima che venga impiegata la forza.
Il mantenimento dell’ordine non si limita quindi a porre fine a un disordine puntuale. Esso opera per ripristinare le condizioni in cui un ordine giuridico e sociale possa continuare a funzionare. È in questo senso che si può già riconoscere in esso ciò che Walter Benjamin definirà una violenza conservatrice del diritto, senza che questa funzione sia ancora sufficiente a esaurire la questione della violenza poliziesca.
V. Il diritto, l’impunità attiva e la prevenzione
Il diritto stabilisce tuttavia dei limiti al potere che conferisce alle forze dell’ordine. Dal 2017, l’articolo L. 435-1 del Codice della sicurezza interna prevede che poliziotti e gendarmi possano far uso delle loro armi solo in caso di assoluta necessità e in modo strettamente proporzionato. La legge del 28 febbraio 2017 ha tuttavia ridefinito il loro quadro di impiego e modificato le situazioni in cui gli agenti di polizia possono utilizzare le armi. [21]
Gli anni successivi hanno alimentato una controversia i cui dati impediscono di ridurre la questione a una semplice disputa terminologica. Dopo la riforma, sono aumentati i casi di colpi sparati dalla polizia contro veicoli in movimento, mentre alcune ricerche hanno rilevato anche un aumento dei casi di colpi mortali contro gli occupanti dei veicoli. Ciò non consente di attribuire ogni singolo caso di spari alla modifica legislativa. Esiste tuttavia un’evoluzione che impone di esaminare gli effetti di un quadro giuridico sulle pratiche che esso rende possibili.
Le recenti decisioni del Difensore dei diritti spostano la questione dall’atto individuale
all’istituzione. Una di esse riguarda l’uso a distanza molto ravvicinata di uno spray lacrimogeno contro studenti minorenni delle scuole superiori. Il Difensore dei diritti ha concluso che tale uso della forza fosse non necessario e sproporzionato e ha richiesto l’avvio di un procedimento disciplinare.
Questa decisione permette di comprendere come un gesto compiuto da un determinato agente possa coinvolgere più ampiamente lo Stato senza che la responsabilità individuale di tale agente venga meno. L’intervento si inserisce in una dottrina, in un dispositivo e in una catena di comando che esistevano prima del gesto, mentre dopo di esso si pongono le questioni dell’identificazione, dell’indagine, della disciplina e del modo in cui il potere politico qualifica i fatti.
È a questo livello che la violenza poliziesca diventa violenza di Stato, non perché la responsabilità individuale venga meno, ma perché cessa di essere l’ultimo livello su cui l’analisi deve fermarsi. [22]
La definizione classica di Max Weber permette innanzitutto di porre il problema: lo Stato moderno rivendica, su un determinato territorio, il monopolio dell’uso legittimo della violenza fisica. Questa definizione non significa ovviamente che ogni violenza esercitata dai suoi agenti sia legittima per natura; essa indica il potere specifico dello Stato di determinare le condizioni in cui la coercizione può essere esercitata in suo nome.
La distinzione proposta da Walter Benjamin tra violenza fondatrice del diritto e violenza conservatrice del diritto permette di precisare ulteriormente questa posizione. La prima istituisce un ordine giuridico; la seconda opera per garantirne la continuità. Il mantenimento dell’ordine appartiene innanzitutto a questa seconda logica, poiché interviene per ripristinare le condizioni in cui l’ordine esistente possa continuare a produrre i propri effetti.
Ma Benjamin complica immediatamente questa distinzione quando affronta il tema della polizia. Quest’ultima non si limita sempre ad applicare una norma già stabilita. Interviene anche in situazioni in cui il confine tra applicazione del diritto e produzione pratica della decisione diventa incerto, quando l’agente o il comando determina sul campo cosa costituisca una minaccia, a partire da quale soglia sia necessario disperdere la folla, chi debba essere fermato e quale forza possa essere impiegata. La polizia diventa allora il luogo in cui la violenza conservatrice del diritto tende ad avvicinarsi a un potere che decide autonomamente le condizioni del proprio intervento. [23]
Un’altra decisione del Difensore dei diritti permette di seguire questa catena fino al comando. Nel 2018, più di un centinaio di persone sono state fermate in un liceo parigino al termine di una mobilitazione contro la piattaforma digitale Parcoursup. L’ordine trasmesso alle unità era di «fermare tutti gli occupanti», mentre l’azione si stava concludendo senza particolari difficoltà. Diversi anni dopo, il Difensore dei diritti ha rilevato una violazione dell’obbligo di discernimento da parte del comando.
L’arresto collettivo appare quindi come una scelta del governo in materia di gestione delle manifestazioni. La responsabilità non si colloca solo nel momento in cui un agente sferra un colpo, poiché essa esiste già nell’ordine impartito, nella forma dell’operazione e nei mezzi previsti per occuparsi di coloro ai quali viene negata la libertà.
Emerge quindi chiaramente una asimmetria temporale. La coercizione esercitata su chi viene fermato produce immediatamente i suoi effetti, mentre l’accertamento dell’eventuale responsabilità di chi esercita la forza può avviare un iter che dura diversi mesi o anni.
È in questo divario che assume significato il concetto di «impunità attiva». Esso non presuppone che i poliziotti sfuggano sempre alle indagini o alle sanzioni, ma indica una situazione in cui la coercizione esercitata dalle forze dell’ordine produce immediatamente i suoi effetti, mentre l’accertamento della loro responsabilità si scontra spesso con ritardi, difficoltà di identificazione o di accesso alle prove e con la lunghezza dei procedimenti.
Il caso Nahel ne offre un esempio particolarmente chiaro. Nel giugno 2026, tre anni dopo la morte dell’adolescente, la Difenditrice civica ha riscontrato diverse violazioni deontologiche e ha richiesto l’avvio di procedimenti disciplinari. Ha rilevato che una violazione era già stata individuata in ambito amministrativo senza che ne fosse seguito un procedimento disciplinare, pur ricordando esplicitamente che la sua decisione non si sostituiva al procedimento penale ancora in corso.
L’impunità attiva risiede quindi in questo divario tra la temporalità della violenza e quella della responsabilità, senza tuttavia ridursi alla sola lentezza dei procedimenti.
Il video girato a Tolosa il 2 ottobre dimostra che la questione non riguarda solo le procedure successive all’uso della forza, ma anche il modo in cui alcuni agenti possono parlare delle sue conseguenze proprio nel momento in cui intervengono. Si vede un adolescente fermato che si lamenta del dolore al braccio mentre un poliziotto lo maneggia, poi si sente un agente rispondere alla persona che sta filmando, quando questa menziona gli studenti feriti nei giorni precedenti: «Ne ho accecati tre». Al momento in cui scriviamo, l’autenticità della sequenza e l’identità dell’agente devono ancora essere accertate in modo indipendente. Se così fosse, ciò che conta in questa frase non è solo la sua brutalità, ma il modo in cui una lesione grave come la perdita di un occhio possa essere evocata come un fatto di cui vantarsi.
Il dolore di chi subisce la violenza può così smettere di essere al centro dell’attenzione e diventare oggetto di scherno, mentre la mutilazione attribuita all’azione della polizia viene formulata come una performance. Qualcosa si spezza nel rapporto che dovrebbe legare l’esercizio della forza alla responsabilità delle sue conseguenze. L’impunità non è più solo l’eventuale assenza di sanzioni dopo l’atto, ma può diventare un modo di incarnare l’atto stesso quando chi detiene la forza si comporta come se la ferita che provoca non dovesse gravare su di lui.
Questa protezione può anche formarsi nel discorso politico che precede l’intervento. Quando il ministro dell’interno proclama un uso «molto proporzionato» della forza mentre diversi interventi sono già oggetto di indagini, non annuncia il risultato di un’indagine, ma conferisce al dispositivo che dirige una presunzione politica di legittimità.
Questa differenza nel modo di raccontare le violenze si riflette poi nel modo in cui vengono attribuite le responsabilità. Un atto di violenza commesso da un partecipante può qualificare immediatamente il movimento a cui è associato, mentre una grave violenza da parte delle forze dell’ordine viene più spesso isolata e rinviata in attesa delle conclusioni di un’indagine. Lo Stato chiede così di sospendere il giudizio sulla propria forza proprio nel momento in cui può generalizzare molto più rapidamente il giudizio espresso su quella che attribuisce al movimento.
Questa logica sta oggi subendo un’ulteriore trasformazione giuridica. Il 7 luglio 2026, l’Assemblea nazionale ha adottato, con 313 voti contro 199, una proposta di legge volta a riconoscere una presunzione di legittima difesa alle forze dell’ordine in determinate condizioni di uso delle armi.
Il testo non elimina formalmente il requisito di necessità o proporzionalità, ma modifica il punto di partenza dell’esame dell’atto introducendo una presunzione a favore dell’agente quando sono soddisfatte le condizioni previste dalla legge. Non si tratta quindi di una scomparsa brusca del diritto, ma di uno spostamento della posizione istituzionale da cui verrà esaminato l’atto di forza.
Questo spostamento si inserisce in una più ampia trasformazione del rapporto tra sicurezza, diritto e governo. Dopo gli attentati del 2015, diversi strumenti elaborati in stato di emergenza sono stati trasferiti all’interno del diritto comune nel 2017. Nel 2026, la legge del 18 agosto intitolata «volta a fornire risposte immediate ai fenomeni che turbano l’ordine pubblico, la sicurezza e la tranquillità dei nostri concittadini» ha nuovamente modificato numerose misure di sicurezza. Alcune delle sue disposizioni erano state dichiarate incostituzionali dal Consiglio costituzionale prima della promulgazione. [24]
Questi testi appartengono ad ambiti diversi, ma evidenziano lo stesso cambiamento nelle tecniche di governo. L’azione pubblica tende sempre più a porsi a monte del disordine, non più solo per rispondere a un atto già compiuto, ma per intervenire su ciò che potrebbe accadere, a partire da un comportamento, un raduno, un’appartenenza o una situazione interpretati come forieri di un possibile pericolo. La coercizione cambia quindi la propria temporalità: non si limita più a sanzionare ciò che è avvenuto, ma cerca di impedire che qualcosa possa avvenire.
Questa logica preventiva modifica profondamente il rapporto tra potere pubblico e libertà. Chi è oggetto dell’intervento non viene più considerato solo in base a ciò che ha fatto, ma in base a ciò che si suppone possa fare. Il sospetto acquisisce così un potere proprio, poiché permette che la coercizione preceda l’atto di cui pretende di impedire il compimento. Applicata alle mobilitazioni collettive, questa logica tende ad anticipare sempre di più il momento in cui lo Stato ritiene di poter legittimamente intervenire, chiudere, disperdere, vietare o fermare.
Il 2 ottobre, il meccanismo diventa particolarmente visibile. Quasi quattrocento licei rimangono chiusi e i prefetti vietano gli assembramenti nei pressi degli istituti interessati, mentre il passaggio alla didattica a distanza priva il movimento di una parte dei suoi luoghi materiali di incontro e, al contempo, trasforma la forma delle lezioni.
È qui che emerge la «prevenzione» del movimento, distinta dalla repressione in quanto non risponde solo a un atto già compiuto, ma cerca di ridurre, a monte, i luoghi di raduno e le possibilità di estensione del conflitto.
Occorre distinguere questa azione preventiva nei confronti del movimento da quella che si può definire «azione preventiva nei confronti dei giovani», che non riguarda più solo le condizioni materiali della mobilitazione, ma le persone stesse, quando vengono governate in base a ciò che potrebbero fare o alla pericolosità che viene loro attribuita.
L'azione preventiva nei confronti dei giovani si ricollega così alla assimilazione del sospetto e alla figura del nemico interno, poiché non si limita ad anticipare un reato specifico, ma tende a costituire una popolazione il cui futuro possibile diventa esso stesso oggetto di governo.
È proprio in questo punto che Poulantzas riacquista attualità. Il suo «statismo autoritario» non descriveva la scomparsa improvvisa della democrazia rappresentativa. Analizzava una trasformazione interna a essa, in cui le istituzioni rappresentative permangono ma gli apparati esecutivi e amministrativi acquisiscono una crescente capacità di agire di fronte alle mediazioni collettive.
La democrazia può quindi continuare a organizzare elezioni, a garantire le libertà e a far funzionare i propri tribunali, modificando al contempo lo status del conflitto. Il dissenso rimane possibile, ma la capacità di un movimento di bloccare una decisione o di renderla materialmente onerosa può diventare oggetto di un’opera politica di neutralizzazione.
La contestazione rimane quindi pienamente tollerabile fintanto che rimane compatibile con la continuità di ciò che contesta, ma il suo status cambia non appena blocca il sistema e il disaccordo diventa un problema di funzionamento.
L'azione preventiva e l’impunità attiva descrivono due momenti distinti di questa trasformazione. La prima cerca di limitare la potenza del conflitto prima che si dispieghi appieno, mentre la seconda incide sulle condizioni in cui coloro che hanno esercitato la forza dovranno poi renderne conto.
Il controllo della polizia diventa quindi una questione centrale dello Stato di diritto. Un’istituzione che possiede il potere di arrestare e, in determinate circostanze, di uccidere non può essere garante sufficiente della legittimità della propria forza. Né il potere politico che ne decide l’impiego può sostituirsi a tale controllo. Maggiore è il potere coercitivo, più devono essere garantiti l’accesso alle prove, l’identificazione degli agenti e la possibilità di risalire alle decisioni del comando.
L’impunità attiva indica, in definitiva, questa contraddizione: quella di un ordine giuridico capace di mantenere le proprie garanzie formali, lasciando al contempo che attorno alle forze dell’ordine si crei una zona di protezione sufficientemente ampia da far riemergere le stesse controversie di conflitto in conflitto. La questione verte quindi sulla reale capacità delle norme esistenti di vincolare l’apparato che dispone delle armi.
VI. Ciò che si costituisce nel movimento
A forza di osservare ciò che il potere fa al movimento, si rischierebbe di dimenticare ciò che il movimento fa a coloro che vi prendono parte. Gli studenti che vivevano individualmente l’assenza di un insegnante, il degrado del proprio istituto o l’incertezza del proprio futuro cominciano a riconoscere in queste esperienze particolari una condizione comune. Questo riconoscimento non presuppone necessariamente una dottrina preesistente, poiché nasce innanzitutto dal confronto tra situazioni che ciascuno poteva prima ritenere singolari.
Ciò che sembrava essere frutto della sfortuna di un istituto riappare in un altro, e si delinea una geografia della disuguaglianza man mano che alcuni istituti appaiono meglio dotati mentre altri versano in difficoltà persistenti. Ciò che viene quindi messo in discussione non è più solo il funzionamento puntuale della scuola, ma la promessa attraverso la quale essa giustifica una parte del proprio ruolo sociale.
Se le condizioni stesse in cui si studia divergono fortemente, diventa più difficile attribuire i percorsi che ne derivano al solo merito individuale. La mobilitazione tocca così qualcosa di molto più profondo della qualità immediata dei corsi. Essa raggiunge la narrazione morale sulla base della quale le future disuguaglianze potranno essere rese accettabili.
Il 1° ottobre, questa mobilitazione collettiva supera una nuova soglia quando diverse università vengono a loro volta coinvolte nella mobilitazione. A Saint-Denis, gli studenti dell’Università Paris-VIII si uniscono al liceo Bartholdi per sostenere gli studenti delle scuole superiori che chiedono migliori condizioni di apprendimento. La diffusione del movimento non avviene più solo tra licei, ma inizia a superare il confine istituzionale tra istruzione secondaria e accademica.
Un altro spostamento si verifica all’Henri-IV, dove gli studenti di un istituto molto privilegiato si mobilitano in solidarietà con coloro le cui condizioni di studio sono molto meno protette. Il gesto è importante proprio perché le situazioni non diventano identiche. Uno studente di Saint-Denis e uno dell’Henri-IV non studiano nelle stesse condizioni, e la politicizzazione ha inizio quando questo divario smette di essere interpretato come una semplice differenza di destino per essere ricondotto all’organizzazione materiale di una stessa istituzione.
La diffusione del movimento supera ora un altro confine quando una parte del mondo degli insegnanti e dei sindacati inizia ad aderire alla mobilitazione. Il 2 ottobre, le organizzazioni degli studenti delle scuole superiori e universitari escono dal loro incontro con il ministro dell’Istruzione affermando di non aver ottenuto alcuna «misura concreta» e chiamano a una nuova mobilitazione nazionale il 6 ottobre. La CGT e Solidaires annunciano la loro partecipazione, mentre diversi sindacati degli insegnanti invitano a loro volta il proprio personale a schierarsi al fianco degli studenti e a scioperare quel giorno. Le chiusure degli istituti e i divieti di assembramento intervengono quindi proprio nel momento in cui la rabbia nata nelle scuole superiori comincia a uscire dal solo ambito scolastico e a incontrare altre forze sociali.
È così che si costituisce un soggetto politico, non attraverso l’annullamento delle differenze sociali e dei diversi rapporti all’azione collettiva, ma mettendoli in relazione nel corso stesso della mobilitazione, cosicché il contesto comune appare meno come il suo punto di partenza che come uno dei suoi prodotti.
Questa capacità collettiva sta già dando i suoi frutti. La sera del 1° ottobre, il governo ha ritirato dal disegno di legge di bilancio la misura che prevedeva il pagamento delle tasse di iscrizione ai corsi BTS e alle classi preparatorie per gli studenti non beneficiari di borse di studio. [25] Questo passo indietro non risolve la crisi scolastica e non può essere attribuito meccanicamente a un unico attore, ma dimostra che la dinamica non è quella di una pura chiusura da parte del potere, poiché il movimento coincide con una modifica della decisione proprio nel momento in cui la coercizione si intensifica.
La concessione e la coercizione possono quindi coesistere nello stesso momento politico, poiché il governo può riconoscere, attraverso una misura, l’esistenza di un rapporto di forze, cercando al contempo, con altri mezzi, di impedirne l’estensione. Le chiusure, i divieti e gli arresti non riguardano quindi solo coloro che ne sono immediatamente oggetto, poiché riducono anche le occasioni di incontro grazie alle quali il movimento potrebbe conquistare nuovi istituti o nuovi sostenitori. L’arrivo degli studenti davanti a un liceo mostra proprio ciò che diventa possibile quando queste circolazioni proseguono.
Occorre quindi interrogarsi sulla stessa geografia del mantenimento dell’ordine. Davanti a diversi istituti delle periferie popolari vengono dispiegate forze numerose, pur se alcuni blocchi rimangono tranquilli, con agenti equipaggiati di armi intermedie ben visibili. Al contrario, mobilitazioni simili possono incontrare altrove una presenza di polizia molto più discreta. Sarebbe azzardato dedurne, senza ulteriori elementi, l’esistenza di una strategia deliberata volta a provocare scontri. Ma il dispositivo di polizia non è mai al di fuori della situazione in cui interviene. Una presenza massiccia e armata modifica i comportamenti, gli spostamenti e la percezione stessa del raduno, introducendo fin dall’inizio la possibilità dello scontro in una situazione che non l’avrebbe comportata necessariamente.
Questa differenza acquista un’importanza particolare quando si sovrappone alle divisioni territoriali e sociali già descritte. Una mobilitazione nata dalla disuguaglianza scolastica può allora essere progressivamente reinterpretata attraverso le categorie disponibili per governare i quartieri popolari, quelle del disordine, della pericolosità e delle «violenze urbane». La questione scolastica si sposta su un terreno in cui la figura del giovane pericoloso e del quartiere da controllare rischia di sovrascrivere quella dello studente che rivendica pari condizioni di studio. La razzializzazione del conflitto non ha bisogno di essere stata programmata come tale per essere prodotta dal modo in cui esso viene gestito, reso visibile e raccontato.
Il mantenimento dell’ordine non si limita quindi a rispondere a una situazione già costituita. Contribuisce anche a determinare sotto quale forma essa si manifesterà. Laddove un blocco può essere trattato come un disturbo scolastico, lo stesso tipo di azione, in un territorio già associato al disordine urbano e sottoposto a una presenza poliziesca più forte, può essere percepito molto più rapidamente come una minaccia alla sicurezza. Man mano che la questione scolastica viene tradotta nel linguaggio dell’ordine pubblico, le disuguaglianze che avevano dato origine al movimento rischiano di diventare meno visibili, mentre la figura del giovane pericoloso e della violenza da reprimere occupa progressivamente lo spazio.
L’ampiezza dell’intervento delle forze dell’ordine produce anche effetti più diffusi. Quando un minore viene condotto in commissariato o un adolescente torna a casa con una ferita grave, l’evento si ripercuote sulle famiglie, dove genitori e compagni capiscono quale prezzo possa comportare la partecipazione al movimento. La decisione di tornare il giorno dopo non viene quindi più presa nelle stesse condizioni.
Una ferita o un fermo non ha quindi effetti solo su chi la subisce. Quando ne viene appresa la notizia dagli altri studenti e dalle loro famiglie, entra anche nel calcolo di chi si chiede se tornare a manifestare o a bloccare il proprio istituto.
Alla paura di vedere il conflitto protrarsi risponde allora una politica della paura che si può formulare in modo brutale con questa frase: «Lo Stato trema. Deve terrorizzare.» Non si tratta né di diagnosticare lo stato psicologico di chi governa né di ridurre ogni intervento di polizia a un intento di terrorizzare, ma di definire un rapporto politico in cui la coercizione, quando il potere ritiene che un movimento possa sfuggire alle forme previste di negoziazione, produce paura anche in coloro che stanno ancora valutando di unirsi ad esso.
Questa paura non ha bisogno di colpire direttamente ciascuno, poiché è sufficiente che la possibilità di essere fermati o feriti diventi un dato di fatto nella decisione. Da quel momento in poi, la forza non agisce più solo nell’istante dell’intervento, ma anche nell’anticipazione di chi si chiede se tornerà davanti al proprio liceo.
Di fronte a questa dissuasione, gli studenti dispongono tuttavia delle proprie testimonianze e delle proprie immagini. Quando il movimento viene presentato come estraneo a chi vi partecipa o ridotto a scene di disordine, questi dati mettono in luce altre dimensioni dell’evento: le ferite, le rivendicazioni, gli insegnanti al fianco degli studenti, ma anche le circostanze che precedono certi interventi.
Anche le immagini, quindi, creano circolazione. Un’esperienza locale diventa paragonabile a un’altra. Ciò che poteva apparire come un incidente isolato in un istituto si mette in relazione con ciò che è accaduto altrove, e studenti che non si conoscono scoprono nelle immagini degli altri qualcosa della propria situazione. Il contro-archivio si costituisce così non tanto come un semplice insieme di prove, quanto come uno spazio in cui esperienze separate diventano leggibili l’una a partire dall’altra.
Impedisce che ogni intervento rimanga confinato alla sola versione prodotta localmente dall’istituzione e modifica le condizioni in cui una testimonianza può essere ritenuta credibile. Un’amministrazione dispone di comunicati, portavoce e accesso immediato ai media, mentre uno studente delle superiori a volte dispone solo di un video girato con il proprio cellulare. Questo squilibrio non scompare, ma cessa di essere assoluto.
Il conflitto verte quindi anche sul diritto di descrivere ciò che accade e di descrivere sé stessi. Essere presentati come manipolati, come rivoltosi o come parte di un movimento ridotto a «violenze urbane» non significa solo ricevere un’etichetta discutibile. Significa vedere messa in dubbio la capacità stessa di spiegare perché si agisce. Il contro-archivio diventa politico perché permette a coloro che sono identificati come oggetti del mantenimento dell’ordine dal discorso del potere, di riapparire come soggetti della propria esperienza e del conflitto che hanno intrapreso.
È uno dei principali eventi politici del movimento. Una generazione non diventa politica perché improvvisamente condividerebbe un’ideologia uniforme, ma quando esperienze fino ad allora isolate entrano in relazione tra loro e coloro che le vivono scoprono che non sono né puramente individuali né naturali. Una scuola la cui uguaglianza è materialmente smentita può allora essere collegata a uno Stato che si mostra altrimenti disponibile non appena questa disuguaglianza cessa di essere sopportata in silenzio.
Qui ritroviamo il dissenso nel suo senso più preciso. Esso non riguarda solo la risposta da dare alle rivendicazioni degli studenti delle scuole superiori. Riguarda ciò che merita di essere riconosciuto come rivendicazione, chi può legittimamente avanzarla e il modo in cui la sua presenza deve essere interpretata quando smette di occupare il posto che gli era stato assegnato. La disputa sulla scuola diventa allora una disputa sulla scena politica stessa.
È proprio in questo punto che la distinzione proposta da Jacques Rancière tra la politica e ciò che egli chiama “polizia” permette di comprendere cosa sia in gioco. Per lui, il termine “polizia” non indica solo l’apparato di polizia, ma l’ordine che distribuisce i ruoli, le funzioni e le competenze, determinando chi può parlare, da quale posizione e su quali argomenti. La politica emerge quando questa distribuzione viene interrotta da coloro che rifiutano di rimanere nel posto loro assegnato e fanno valere, proprio attraverso le loro azioni, l’uguaglianza a cui si richiamano.
Il movimento studentesco delle scuole superiori può essere interpretato alla luce di questo dissenso. Confrontando le proprie situazioni, trasformando esperienze fino ad allora separate in una questione comune e interrompendo il normale funzionamento degli istituti, gli studenti smettono di essere solo i destinatari di una politica educativa. Diventano i soggetti di un conflitto sull’uguaglianza stessa. La scuola insegna loro che appartengono a una comunità di cittadini uguali e loro prendono sul serio questa affermazione chiedendo che possa essere verificata proprio nelle condizioni in cui studiano.
Miguel Abensour permette di spingere oltre questa lettura. La democrazia non si riduce, nella prospettiva che egli apre, alle istituzioni che governano in suo nome. Rimane attraversata dalla possibilità che il demos emerga come forza d’azione e impedisca allo Stato di chiudersi in sé stesso come forma separata. La democrazia possiede in questo senso qualcosa di insurrezionale, non perché sia destinata alla rivolta o alla violenza, ma perché il popolo democratico non coincide mai interamente con i ruoli che l’ordine istituzionale gli riserva.
Benjamin solleva tuttavia una questione che la distinzione tra violenza fondatrice e violenza conservatrice del diritto non risolve: quella dell’interruzione del circolo che le collega. Tutta la sua critica cerca di spezzare questo circolo in cui una violenza istituisce un diritto che deve poi essere mantenuto dalla violenza, finché una nuova violenza fondatrice non venga a sua volta a sostituire la precedente.
È a partire da questa possibilità di interruzione che il suo testo può incontrare, senza confondersi con esso, ciò che Rancière chiama dissenso e ciò che Abensour riconosce nella dimensione insurrezionale della democrazia. Il movimento politico non consiste più solo nell’opporre un’altra forza a quella dello Stato né nel conquistare il posto di chi comanda. Esso introduce un’interruzione nell’ordine dei ruoli, delle evidenze e delle continuità attraverso cui tale ordine si riproduceva. In Benjamin, questa rottura assume la figura ben più enigmatica della «violenza divina», violenza che non fonda un nuovo diritto ma interrompe il rapporto circolare tra diritto e violenza. In Rancière e Abensour, essa diventa politicamente concepibile a partire dall’emergere di coloro che non accettano più il posto loro assegnato. [26]
Ovviamente non si tratta di identificare troppo frettolosamente un blocco studentesco con la «violenza divina» di Benjamin. Ciò che conta è la questione che essa solleva: ogni rottura politica deve a sua volta diventare fondatrice di un nuovo ordine, oppure può innanzitutto sospendere ciò che sembrava scontato e rendere nuovamente contestabile ciò che la violenza conservatrice del diritto si adoperava proprio per mantenere?
Ecco perché l’incontro tra politica e polizia cessa qui di essere una semplice metafora filosofica. Assume una forma estremamente concreta quando coloro che stravolgono l’ordine dei posti incontrano l’apparato incaricato di ristabilire l’ordine materiale. I cancelli del liceo diventano il luogo in cui i due significati della parola si incontrano. Gli studenti contestano il modo in cui è stato definito il loro posto, rivendicano il diritto di raccontare in prima persona ciò che vivono e interrompono il normale funzionamento dell’istituzione, mentre di fronte a loro interviene la forza pubblica incaricata di riaprire l’istituto, disperdere l’assembramento e rendere possibile la ripresa di tale funzionamento.
È proprio perché lì si costituisce un potere politico che la violenza che gli si oppone non può essere relegata a una questione marginale di mantenimento dell’ordine. Essa emerge nel momento in cui la rivendicazione cessa di essere solo una richiesta rivolta al potere e diventa un potere in grado di turbare l’ordine a cui si rivolge. L’uso della forza non viene quindi dopo la politica come una questione puramente tecnica. Esso dipende dal modo in cui lo Stato risponde all’emergere di un soggetto che non controlla interamente.
Questa lettura, tuttavia, non esaurisce la questione della violenza di Stato. Il fatto che lo Stato cerchi di preservare l’ordine giuridico e sociale di cui è garante non significa che possa ricorrere a qualsiasi mezzo per farlo. L’emergere del dissenso non abroga né il diritto né i limiti imposti alle forze dell’ordine. È proprio perché lo Stato dispone della polizia che deve essere in grado di controllarne l’uso, di stabilirne le responsabilità e di rispondere quando vengono superati i limiti fissati alla propria violenza.
Alcuni adolescenti sono stati gravemente feriti nei pressi delle loro scuole e migliaia di persone sono state fermate, mentre il ministro dell’Interno proclamava la proporzionalità del dispiegamento, nonostante diversi interventi fossero già oggetto di indagini. Un’autorità pubblica che rivendica il monopolio della violenza legittima non può limitarsi a certificare da sola la legittimità della violenza che esercita, proprio perché lo Stato di diritto presuppone che tale forza possa essere sottoposta a un controllo esterno rispetto a chi la decide e la impiega.
Le norme esistono poiché l’uso della forza rimane giuridicamente subordinato ai principi di necessità e proporzionalità, mentre gli agenti devono poter essere identificati e le loro azioni controllate. La questione decisiva è quindi quella della capacità di questi principi di produrre conseguenze effettive quando l’istituzione che dispone della forza li trasgredisce.
Un’indagine che giunge a conclusione solo diversi anni dopo un ferimento o un procedimento disciplinare che non viene avviato nonostante una violazione già accertata non costituiscono semplici imperfezioni amministrative. Esse determinano la quantità di violenza che un apparato statale può esercitare pur continuando a dichiararsi correttamente controllato.
La vicenda pone quindi lo Stato di fronte ai propri obblighi. Deve essere in grado di rendere conto degli ordini impartiti e delle condizioni in cui gli adolescenti sono stati feriti, dimostrando al contempo che i meccanismi incaricati di accertare le responsabilità godono di una reale indipendenza. La questione non riguarda solo alcuni agenti di polizia che avrebbero oltrepassato un limite, ma la capacità di uno Stato di sottoporre il proprio potere coercitivo ai principi di cui esige il rispetto da parte degli altri.
Perché è proprio questo il ribaltamento con cui questa mobilitazione mette alle strette l’istituzione scolastica e politica. Gli studenti delle scuole superiori chiedevano insegnanti presenti, edifici agibili e le condizioni materiali di un’uguaglianza che la scuola proclama come una delle sue promesse fondamentali, mentre una parte di loro si è trovata di fronte a gas lacrimogeni, armi e arresti.
Lo Stato non può chiedere a questa gioventù di credere nell’uguaglianza repubblicana e nello Stato di diritto, facendola al contempo sperimentare, quando trasforma questi principi in rivendicazioni collettive, un potere pubblico innanzitutto capace di contenerla.
Il fatto che Rancière e Abensour aiutino a comprendere perché l’emergere del demos si scontri con la forza di uno Stato legato alla conservazione del proprio ordine, e che Benjamin permetta di concepire tale forza come violenza conservatrice del diritto, non risolve affatto la questione dei suoi limiti. Lo Stato svolge anche una funzione di conservazione dell’ordine giuridico e sociale di cui è garante, ma tale funzione non lo autorizza a fare tutto. Essa non sospende né il diritto, né i requisiti di necessità e proporzionalità, né l’obbligo di controllare coloro ai quali affida l’uso della forza. La tensione democratica risiede proprio qui, in uno Stato che cerca di conservare il proprio ordine pur rimanendo esso stesso vincolato da principi che limitano i mezzi con cui può conservarlo.
Il dissenso, tuttavia, non è condannato a rimanere un’irruzione che l’ordine finirebbe per assorbire. Può modificare un rapporto di forze, costringere il potere a fare marcia indietro su alcune decisioni e rendere politicamente impossibile ciò che sembrava ancora accettabile pochi giorni prima. L’abolizione delle tasse di iscrizione ai BTS e alle classi preparatorie ne è già un segno, anche se di per sé non può rispondere alle rivendicazioni che hanno dato origine al movimento.
La forza politica che si è costituita nei licei non si misura quindi solo in base a ciò che ha rivelato della scuola, dello Stato o della sua polizia. Si misura anche in base alla sua capacità di influenzare le decisioni e di ottenere risposte laddove prima non ce n’erano. Finché permangono le condizioni che hanno generato il movimento, il conflitto che le ha rese visibili rimane aperto. Il suo proseguimento porta con sé la possibilità che questo primo spostamento dei rapporti di forza non rimanga un caso isolato e che le rivendicazioni formulate dagli studenti delle scuole superiori smettano di essere ridotte a una questione di ordine pubblico per ottenere finalmente le risposte politiche che esigono.
Note
[15] Il 6 dicembre 2018, 153 giovani sono stati fermati a Mantes-la-Jolie; il video degli adolescenti in ginocchio è accompagnato dalla frase «Ecco una classe che si comporta bene». Nel marzo 2019, Laurent Nuñez ha riferito al Senato che dall’inizio del movimento dei Gilet Gialli erano stati sparati 13.095 colpi di LBD. La Commissaria per i diritti umani del Consiglio d’Europa ha successivamente chiesto alla Francia di rivedere la propria dottrina sull’uso delle armi intermedie e, nel marzo 2023, ha espresso preoccupazione per l’elevato numero di fermi seguiti da rilasci senza accuse durante il movimento contro la riforma delle pensioni. https://www.lemonde.fr/police-justice/article/2018/12/06/mantes-la-jolie-des-images-choquantes-de-lyceens-interpelles-par-la-police_5393757_1653578.html; https://www.senat.fr/seances/s201903/s20190307/s20190307008.html; https://www.coe.int/fr/web/commissioner/-/maintaining-public-order-and-freedom-of-assembly-in-the-context-of-the-yellow-vest-movement-recommendations-by-the-council-of-europe-commissioner-for-
[16] Difensore dei diritti, decisione del 18 giugno 2026 relativa alla morte di Nahel Merzouk: accertate diverse violazioni deontologiche e richiesta di procedimenti disciplinari. Il 7 luglio 2026, l’Assemblea nazionale ha inoltre adottato in prima lettura, con 313 voti contro 199, una proposta di legge che prevede, in particolare, che i poliziotti e i gendarmi che fanno uso delle armi siano presunti aver agito in uno dei casi autorizzati dall’articolo L. 435-1 e nel rispetto dei principi di necessità e proporzionalità, presunzione che può essere confutata dalla prova contraria. Al 3 ottobre 2026, il testo è ancora all’esame del Senato e non è quindi una legge in vigore. https://www.defenseurdesdroits.fr/deces-de-nahel-merzouk-lors-dun-controle-routier-la-defenseure-des-droits-conclut-des-manquements; https://www.assemblee-nationale.fr/dyn/17/scrutins/7987; https://www.assemblee-nationale.fr/dyn/opendata/PIONANR5L17BTA0328.html
[17] Édouard Philippe, dichiarazione all’Hôtel de Matignon, 4 dicembre 2018, in merito al movimento dei Gilet Gialli: «Tutti i francesi hanno il diritto di manifestare. Ma tutti i francesi hanno anche diritto alla sicurezza, alla libertà di circolazione, a vivere normalmente. »
[18] Sugli effetti redistributivi del primo quinquennio di Macron, cfr. Paul Dutronc-Postel et al., «Effetti redistributivi delle misure socio-fiscali del quinquennio 2017-2022 a favore delle famiglie», Notes IPP, n. 81, marzo 2022: guadagni medi dello 0,8% per il 5% più povero contro il 3,3% per l’1% più ricco. https://www.ipp.eu/publication/effets-redistributifs-des-mesures-socio-fiscales-du-quinquennat-2017-2022-a-destination-des-menages/
[19] Sulla genealogia del «liberalismo autoritario» e sulla questione della neutralizzazione delle forze collettive, cfr. Grégoire Chamayou, La Société ingouvernable. Une généalogie du libéralisme autoritaire, La Fabrique, 2018. https://www.contretemps.eu/liberalisme-autoritaire-chamayou/
[20] Gérald Darmanin, allora ministro dell’Interno, dichiara il 25 gennaio 2024: «Non si risponde alla sofferenza inviando i CRS» e si assume la responsabilità di «lasciar fare» una parte delle azioni degli agricoltori mobilitati. Le Monde, 25 gennaio 2024. https://www.lemonde.fr/politique/article/2024/01/25/gerald-darmanin-assume-de-laisser-faire-les-agriculteurs-lors-de-leurs-actions-de-blocage_6213019_823448.html
[21] Articolo L. 435-1 del Codice della sicurezza interna, introdotto dalla legge n. 2017-258 del 28 febbraio 2017: l’uso delle armi è soggetto ai principi di «assoluta necessità» e di «stretta proporzionalità». https://www.legifrance.gouv.fr/codes/article_lc/LEGIARTI000034107970/2017-05-11; Sull’evoluzione degli spari contro veicoli in movimento dopo il 2017, cfr. Sebastian Roché, Paul Le Derff e Simon Varaine, «Omicidi da parte della polizia e rifiuto di obbedire. La legge ha reso i poliziotti irresponsabili?», Esprit, 2022. https://www.lemonde.fr/societe/article/2023/06/28/ il-numero-di-spari-della-polizia-è-diminuito-dal-2017-perché-questa-affermazione-di-gerald-darmanin-è-falsa_6179673_3224.html; Sull’uso sproporzionato di gas lacrimogeni contro manifestanti minorenni: Difensore dei diritti, decisione n. 2026-070 del 23 marzo 2026. https://www.defenseurdesdroits.fr/retour-sur-le-college-deontologie-de-la-securite-du-17-mars-2026-1105 ; Sull’arresto collettivo di 102 occupanti di un liceo durante una mobilitazione contro Parcoursup: Difensore dei diritti, decisione n. 2025-129 del 4 luglio 2025. https://juridique.defenseurdesdroits.fr/doc_num.php?explnum_id=22830
[22] Su questi temi, si veda anche Sylvain George: «Nahel Merzouk: dal nome proprio allo sparo — Anatomia di un’impunità», Lundimatin, 30 luglio 2025; «Aly: dal nome proprio alla silenziosa emarginazione — Anatomia di una cancellazione», Lundimatin, 17 agosto 2025; «Alexandre Georges: dal nome proprio all’occhio ferito — Anatomia della monocolarità di Stato», Lundimatin, n. 487, 9 settembre 2025; «Bilal: dal nome proprio all’infra-umano — Anatomia dell’animalizzazione poliziesca», Lundimatin, n. 503, 9 gennaio 2026; «Renée Nicole Good o il crimine dello sguardo: anatomia di un tanato-eugenismo di Stato», Lundimatin, n. 504, 14 gennaio 2026; «Permesso di impunità, permesso di uccidere: la presunzione di legittima difesa», Lundimatin, n. 506, 27 gennaio 2026; «Alex Jeffrey Pretti — Dal testimone giustiziato al terrore come forma di governo», Lundimatin, n. 506, 27 gennaio 2026; «Nahel Merzouk, atto II: La “seconda morte” o la sovranità giudiziaria», Lundimatin, n. 511, 11 marzo 2026; «Zakariyya Seddaoui, senza fiato — Polizia, soglie e vite irrespirabili nel Pas-de-Calais», Lundimatin, n. 520, 19 maggio 2026.
[23] Max Weber, «Il mestiere e la vocazione del politico», in Il sapiente e il politico, trad. Julien Freund, introduzione di Raymond Aron, Parigi, Plon, 1959; Walter Benjamin, «Per una critica della violenza», in Opere I, trad. Maurice de Gandillac, Rainer Rochlitz e Pierre Rusch, Parigi, Gallimard, collana «Folio Essais», 2000. Weber definisce lo Stato moderno in base alla sua rivendicazione del monopolio della violenza fisica legittima; Benjamin distingue la violenza fondatrice del diritto dalla violenza conservatrice del diritto e mostra che, nella polizia, questa distinzione tende a confondersi.
[24] Legge n. 2026-798 del 18 agosto 2026 «volta a fornire risposte immediate ai fenomeni che turbano l’ordine pubblico, la sicurezza e la tranquillità dei nostri concittadini», a seguito della decisione del Consiglio costituzionale n. 2026-915 DC del 14 agosto 2026 che ha dichiarato incostituzionali alcune disposizioni. https://www.legifrance.gouv.fr/jorf/id/JORFTEXT000054707332; https://www.vie-publique.fr/dossierlegislatif/JORFDOLE000053715760
[25] Il progetto di bilancio 2027 presentato il 1° ottobre prevedeva 178 euro di tasse annuali per i corsi BTS e 270 euro per i corsi CPGE per gli studenti non beneficiari di borse di studio. La sera stessa, Édouard Geffray annunciò che il governo avrebbe ritirato la misura dopo averne discusso con i sindacati e il Primo Ministro. LCP, 2 ottobre 2026. https://lcp.fr/actualites/lycees-bloques-le-gouvernement-renonce-a-faire-payer-l-inscription-en-bts-et-en-classes
[26] Jacques Rancière, La Mésentente. Politique et philosophie, Galilée, 1995, in particolare la distinzione tra «polizia» intesa come ordine dei posti e politica intesa come interruzione di tale ordine; Miguel Abensour, *La Démocratie contre l’État. Marx e il momento machiavellico, PUF, 1997, poi La democrazia insorgente, 2012; Walter Benjamin, «Per una critica della violenza», 1921, sulla violenza divina o «pura» come interruzione della circolarità tra violenza fondatrice e violenza conservatrice del diritto.

