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nuovi movimenti

Immagine del redattore: Sylvain George
Sylvain George
11 minuti fa
Tempo di lettura: 9 min

Lotte di Francia

L'ordine contro la gioventù. Violenza di Stato e governo dell'interruzione


terza parte

Elaborazione grafica di un'opera di Antonio Brech
Elaborazione grafica di un'opera di Antonio Brech

La prima parte di questo testo è stata pubblicata il giorno 8 ottobre c.a., la seconda il 9.

Originariamente questo testo è stato pubblicato su «lundimatin» n. 536, lundimatin#536, il 6 ottobre 2026. Si ringrazia.


Conclusione: L’ordine a spese della gioventù


 

Ciò che è accaduto davanti alle scuole superiori non può essere archiviato con la ripresa delle lezioni, lo scioglimento dei raduni o la diminuzione del numero di blocchi stradali. Alcuni adolescenti sono rimasti feriti, alcuni in modo grave, migliaia di giovani sono stati fermati, intorno agli istituti scolastici sono state utilizzate armi in grado di mutilare, mentre una parte del territorio era sottoposta a un dispositivo di mantenimento dell’ordine di cui il ministro dell’Interno continuava a rivendicare il carattere «molto proporzionato». Una simile sequenza di eventi comporta direttamente la responsabilità dello Stato, non solo attraverso gli atti compiuti sul campo, ma anche nelle scelte politiche, nelle dottrine operative, negli ordini impartiti e nelle condizioni istituzionali che hanno reso possibile un tale livello di coercizione nei confronti dei minori.

 

Tale responsabilità non può essere rinviata esclusivamente alla fase delle indagini avviate dopo i fatti. Riguarda le armi autorizzate, il modo in cui le forze dell’ordine intervengono nei confronti degli adolescenti, la formazione degli agenti, le decisioni del comando e la reale possibilità di accertare le responsabilità quando la forza supera i limiti imposti dalla legge. Uno Stato che dispone del potere di fermare, colpire e, in determinate circostanze, uccidere non può limitarsi ad affermare che la propria forza è legittima solo perché esercitata in suo nome. Quanto maggiore è tale potere, tanto più il suo controllo deve essere indipendente, efficace, accessibile e in grado di produrre conseguenze quando vengono accertati errori o violenze.

 

Ma l’urgenza non riguarda solo il controllo da parte della polizia. Deriva anche dalla cecità politica di cui questa vicenda è testimonianza. Da mesi o anni gli adolescenti segnalano insegnanti assenti, istituti in stato di degrado, disparità di risorse, condizioni di studio che rendono irrisoria la promessa di uguaglianza scolastica. Quando questi problemi rimangono frammentati, lo Stato può gestirli con calma, affrontarli istituto per istituto o lasciarli protrarsi. Quando invece si trasformano in una forza collettiva in grado di bloccare, di mobilitarsi, di incontrare altri sostenitori e di rendere questa disuguaglianza impossibile da ignorare, la risposta cambia bruscamente di natura. Ciò che lo Stato non ha saputo o voluto risolvere diventa ciò che va contenuto.

 

Questa cecità diventa ancora più grave quando si scontra con la distribuzione razzializzata della coercizione. Una parte significativa dei giovani che si mobilitano nei quartieri popolari appartiene a famiglie che affondano le loro radici nella storia coloniale e postcoloniale francese e conosce già, spesso prima ancora del conflitto scolastico, un rapporto particolare con la polizia, fatto di controlli più frequenti, di sospetto territorializzato, di espulsioni dallo spazio pubblico e di una presunzione di pericolosità che non grava allo stesso modo su tutte le fasce della popolazione. Questo rapporto non deriva solo da esperienze individuali o percezioni isolate. Si inserisce in pratiche discriminatorie documentate, in una storia di controllo della popolazione e in una geografia sociale in cui certi corpi e certi territori diventano, più rapidamente di altri, oggetto di sorveglianza.

 

È in questo contesto che va interpretato il massiccio dispiegamento di forze di polizia davanti ad alcuni licei di periferia. Quando i giovani, già più esposti di altri al controllo della polizia, si trovano davanti al proprio istituto di fronte a forze numerose, dotate di armi intermedie ben visibili, la violenza di questo dispositivo non può essere separata dalla storia sociale e razziale in cui si inserisce. Il conflitto scolastico rischia quindi di essere riclassificato attraverso le categorie già disponibili per governare questi territori, quelle del disordine, della pericolosità e delle «violenze urbane», fino a quando la figura del giovane pericoloso non sovrascrive quella dello studente che reclamava un insegnante, un istituto scolastico funzionante o semplicemente le condizioni di un’uguaglianza che non fosse una finzione.

 

Il razzismo non risiede quindi solo nell’insulto esplicito o nell’intenzione individuale di un agente. Emerge anche nelle strutture di controllo differenziale, nel modo in cui certe presenze diventano più rapidamente sospette, nella soglia più bassa a partire dalla quale certi gruppi vengono trattati come una minaccia e nella credibilità diseguale accordata ai racconti di coloro che subiscono la forza. La razzializzazione del conflitto non ha bisogno di essere proclamata come programma per produrre i propri effetti quando deriva dal modo in cui i territori vengono sorvegliati, i raggruppamenti interpretati e la distribuzione della violenza.

 

È ora che questa società smetta di trattare intere fasce della propria popolazione come se costituissero costantemente un problema interno da sorvegliare, contenere o neutralizzare. Una parte significativa di coloro che oggi sono maggiormente esposti a controlli, discriminazioni e coercizioni appartiene alle generazioni che discendono dalla storia coloniale e postcoloniale francese. Governarli in modo duraturo all’insegna del sospetto, trasformare certi territori in spazi in cui la presenza della polizia diventa quasi parte integrante della vita quotidiana e considerare certi gruppi come potenzialmente minacciosi prima ancora che sia stato commesso un atto equivale a instaurare nel cuore stesso della cittadinanza un confine che il diritto proclama abolito, ma che l’esperienza continua a rendere percepibile.

 

È qui che la figura del nemico interno assume tutto il suo significato. Essa non presuppone che un governo abbia ufficialmente designato determinate popolazioni come nemiche, ma descrive una situazione in cui i cittadini vengono trattati in modo ricorrente come se appartenessero innanzitutto a una zona di pericolo prima di appartenere pienamente alla comunità politica. Questa guerra civile fredda, fatta di controlli ripetuti, sospetti territoriali, discriminazioni, umiliazioni, ferite e violenze la cui intensità varia ma la cui continuità è di lunga data, non può più essere considerata come il normale sfondo della vita sociale. Il fatto che sia diventata così familiare la dice già lunga sulla società che ha permesso che si instaurasse.

 

È proprio qui che l’autoritarismo del governo emerge con maggiore chiarezza. Non nasce improvvisamente da questa mobilitazione. Lo avevamo già visto all’opera contro i Gilet Gialli, nelle mobilitazioni contro la riforma delle pensioni e ogni volta che un movimento aveva acquisito la capacità di interrompere concretamente il normale funzionamento della società. Allo stesso modo, la violenza e la pressione delle forze dell’ordine su una parte dei giovani dei quartieri popolari precedono di gran lunga la fase attuale. Ciò che cambia oggi riguarda l’oggetto stesso della repressione e la portata che essa raggiunge. Sono ormai gli studenti delle scuole superiori, spesso minorenni, a trovarsi di fronte a dispositivi, armi e pratiche forgiate o banalizzate in altri conflitti sociali, mentre una parte di questi giovani conosceva già la polizia sotto forma di controlli ripetuti e di un sospetto molto più frequente rispetto a quello che grava sul resto della popolazione.

 

Ciò che accade davanti alle scuole superiori non crea quindi ex nihilo un rapporto violento tra questi giovani e la polizia. Lo estende, lo intensifica e gli conferisce una nuova visibilità, proprio nel momento in cui la contestazione scolastica fa incontrare studenti provenienti da territori e contesti diversi. Il fatto che un governo che ha già fatto ricorso a una coercizione massiccia contro i movimenti sociali dispieghi ora quella stessa forza contro adolescenti che bloccano i propri istituti la dice lunga sulla gravità estrema della soglia raggiunta dal rapporto tra potere e contestazione. Il fatto che gli agenti di polizia picchino, feriscano o mutilino gli studenti delle scuole superiori, e che lo Stato continui nonostante ciò a parlare di proporzionalità degli interventi, rivela una forma di cecità politica di cui diventa difficile misurare la profondità se non osservando i corpi che essa produce.

 

Una sequenza del genere non può essere banalizzata senza che la società acconsenta a una profonda trasformazione di ciò che ritiene accettabile, ed è per questo che richiede una reazione politica e civica immediata in merito al controllo della polizia, all’identificazione degli agenti, all’accesso alle immagini, all’indipendenza delle indagini, alla responsabilità del comando e alla possibilità di sanzioni concrete quando vengono accertati atti di violenza. Queste questioni non possono essere rimandate a dopo, una volta che le strade saranno tornate tranquille e gli esercizi commerciali riaperti, poiché determinano il valore concreto dello Stato di diritto proprio nel momento in cui si trova a confrontarsi con chi gli oppone resistenza.

 

Ma la reazione non può nemmeno limitarsi alla polizia. Ridurre questa vicenda alla sola questione del mantenimento dell’ordine pubblico equivarrebbe ancora una volta a lasciare che sia la repressione a determinare il significato del movimento. All’inizio, gli studenti delle scuole superiori hanno chiesto insegnanti presenti, istituti in cui fosse possibile studiare con dignità, risorse distribuite in modo diverso e condizioni che dessero un contenuto reale all’uguaglianza scolastica. Queste rivendicazioni permangono. Non sono scomparse perché un ministro ha parlato di rivoltosi, perché gli istituti sono stati chiusi o perché i cancelli sono stati sgomberati.

 

Il movimento ha invece messo in luce ciò che l’amministrazione, separando le difficoltà, rendeva meno visibile. L’assenza di un insegnante in un istituto, lo stato di un edificio in un altro, la mancanza di risorse altrove hanno cominciato ad essere riconosciuti come elementi di una stessa esperienza di disuguaglianza. Gli studenti che vivevano separatamente queste situazioni hanno scoperto che potevano essere messe a confronto, collegate e trasformate in una questione comune. È proprio questo passaggio dall’esperienza isolata all’esperienza condivisa che costituisce una delle forze politiche del movimento e che rende ormai molto più difficile il ritorno a una gestione silenziosa di problemi presentati come puramente locali.

 

Il dissenso, tuttavia, non ha valore solo per ciò che rivela. Può produrre effetti, modificare i rapporti di forza e costringere il potere a cedere su ciò che prima presentava come un dato di fatto. L’abolizione delle tasse di iscrizione ai corsi BTS e alle classi preparatorie ne è già un primo segnale. Ovviamente ciò non risponde alle cause profonde della mobilitazione, ma dimostra che l’ordine non è mai così chiuso come vorrebbe apparire e che una mobilitazione può spostare i limiti del possibile quando rende il proprio rifiuto sufficientemente collettivo e concreto da non poter più essere ignorato.

 

Ecco perché il passo successivo non può consistere nell’attendere che il movimento si esaurisca. È necessario che le violenze perpetrate siano accertate e sanzionate quando hanno oltrepassato i limiti della legge, che le pratiche discriminatorie siano realmente combattute, che il controllo della polizia cessi di dipendere principalmente da coloro che appartengono allo stesso apparato e che le rivendicazioni che hanno preceduto l’arrivo delle forze dell’ordine davanti ai licei ottengano finalmente una risposta politica.

 

Una società che pretende di formare cittadini non può continuare a trattare come una minaccia coloro che prendono sul serio i principi che essa stessa insegna loro. Non può proclamare l’uguaglianza mantenendo al contempo condizioni scolastiche profondamente ineguali, né invocare lo Stato di diritto tollerando che le forze dell’ordine feriscano, mutilino o umilino senza che le responsabilità vengano rapidamente accertate. Non può nemmeno chiedere a generazioni che in parte derivano dalla storia coloniale e postcoloniale di aderire pienamente alla comunità politica, continuando al contempo a esporle, più di altre, al sospetto, al controllo e alla coercizione.

 

La violenza di questa vicenda mette in discussione anche la possibilità stessa per i giovani di proiettarsi nel futuro. Gli studenti delle scuole superiori, preoccupati per il loro presente scolastico e per il futuro che viene loro riservato, difendono ancora, nella loro mobilitazione, l’idea che quel futuro possa essere trasformato. Rispondere loro con la forza, al prezzo di ferite, alcune delle quali lasceranno segni irreversibili, non significa solo contenere un movimento, ma intacca la capacità di credere ancora che un altro futuro sia possibile. Una società che lascia spegnere questa possibilità crea giovani ai quali chiede di diventare adulti prima ancora di aver permesso loro di sognare, e che rischiano così di nascere già vecchi.

 

È anche in questo punto che la sequenza rivolge una domanda alle generazioni che li precedono, in particolare a quelle che hanno visto ridursi le proprie speranze o abbandonare i propri sogni: che facciano in modo che i più giovani continuino, nonostante tutto, a immaginare il proprio futuro in modo diverso. Proteggere questa capacità di proiettarsi nel futuro non significa idealizzare la gioventù, ma rifiutare che una società trasformi il proprio disincanto in eredità e faccia della rassegnazione la prima condizione per l’ingresso nell’età adulta.

 

Quando una protesta scolastica incontra una repressione spettacolare e sanguinosa, come testimoniano le gravi ferite e le mutilazioni inflitte a diversi adolescenti, lo scandalo non risiede solo nella violenza dei colpi e nei corpi colpiti. Risiede anche nella cecità che permette ancora di trattare questi fatti come incidenti isolati, di parlare di proporzionalità quando degli adolescenti escono mutilati da un intervento e di considerare come un problema di sicurezza ciò che era iniziato come una richiesta di uguaglianza. Questa cecità non è più solo una mancanza del governo. Diventa una questione rivolta all’intera società, dal momento che essa accetta che questa violenza si insedi come scenario ordinario della vita politica.

 

Quando un governo risponde in questo modo a una gioventù che si ribella, non si limita a proteggere l’ordine, ma mette a nudo ciò che quell’ordine è ormai in grado di fare per mantenersi. Quando una società accetta di vedere i propri figli picchiati, feriti o mutilati piuttosto che ascoltare ciò che sono venuti a dirle, deve smettere di considerare la loro rabbia come il primo pericolo che la minaccia e iniziare a interrogarsi sulla violenza che tollera al proprio interno. Ciò che bisognerebbe cogliere in questa rabbia è anche l’ostinazione di un futuro che non accetta ancora di lasciarsi chiudere. Finché persisteranno le ragioni che hanno spinto questi liceali a ribellarsi, il ritorno all’ordine non potrà sostituirsi alla risposta e la loro mobilitazione dovrà continuare a far sentire ciò che la polizia non è riuscita a metterli a tacere.

 

Nel loro rifiuto di essere condannati all’oblio e alla non-esistenza risiede forse la forza insurrezionale più preziosa della gioventù: quella in grado di abbattere i conservatorismi di una società sclerotizzata, di smantellare gli assetti che essa credeva definitivamente stabiliti e di riaprire, là dove non sapeva più fare altro che riprodurre il presente, la possibilità stessa del futuro.

 


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