periferie
- Alberto Violante

- 1 giorno fa
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G8 Genova 2001. Il vaglio di un’eredità, e i suoi lasciti alla militanza

Gli anniversari sono da rifuggire come la peste. Un po’come le ricorrenze e le feste comandate costringono a delle riflessioni che dovrebbero essere meglio sviluppate nel corso della vita. È vero pure che i tempi della comunicazione contemporanea, frenetici e frammentati, non lasciano spazio alla profondità del ricercare costruirsi una tradizione. È vero anche che tra le manifestazioni conto il G8 di Genova e oggi è passato lo stesso tempo che passò tra Piazza Fontana e Mani Pulite: un intero ciclo storico. Ed è pur vero che una data simbolica è pur sempre un’occasione costitutiva, forse dovremmo dire meglio ri-costitutiva, di una comunità militante, ed è quindi importante in sé. Certo, tra chi partecipò non solo a quelle giornate, ma al movimento che ne scaturì negli anni seguenti, ognuno vi lega una sua dimensione personale, ma questo, se non sul piano storico e individuale non è di alcuna importanza. Perché sia utile all’oggi è importante pensare cosa è rimasto e chi è rimasto. E in qualche maniera le due cose si specchiano. Questo, forse, è un buon punto di partenza. Muoversi tra il vaglio di un’eredità, e i suoi effetti sulla militanza.
Già nell’occasione del ventennale si confrontarono due linee interpretative. L’enfasi su una soggettività nascente affogata nella repressione, e l’idea che un movimento composito si affievolì solo alcuni anni dopo per la difficoltà di tenere insieme cose troppo diverse all’alba della grande crisi finanziaria, o se volete al crepuscolo della belle époque delle Dot Com. Ammetto di propendere decisamente per la seconda tesi, ma questo non è sufficiente, bisogna fare un sforzo per ricostruire il sapere delle lotte di Genova. Non è un obiettivo alla mia portata, né esauribile in un breve intervento, ma proverò a sollevare tre punti, in cui la ragione di quel movimento ne fallì, per fattori non solo soggettivi, l’inveramento politico.
Il primo punto è la visione della globalizzazione e il peso delle strutture statuali. Ha prevalso troppo una versione piatta della globalizzazione. Ci si scontrava con strutture tecnocratiche (Wto, Fmi, camere di compensazione degli accordi tra esecutivi come il G8) che non avevano alcuna legittimazione democratica, ma che governavano il mercato mondiale. Dietro questo stava la rivendicazione di una democrazia realmente rappresentativa, e il fatto che il mercato mondiale non potesse essere costruito sistematicamente sullo scambio ineguale ai danni della maggioranza della popolazione non occidentale. La correttezza dell’idea che le strutture di rappresentanza statale sono indebolite, e talvolta annichilite, dal potere – si dice oggi – oligarchico del mercato mondiale che si esprime attraverso tecnocrazie sembra a me totalmente inverata. Solo che era quantomeno naive l’immagine che ci si faceva dell’Occidente e del Sud globale. Il G8 era tale perché includeva la Russia, che oggi sappiamo essere stata invitata come futura portata del menu. La Cina, tramite la pianificazione, aveva iniziato la sua rincorsa al ruolo di potenza mondiale, e altri paesi sfruttando la rinnovata centralità delle materie prime si sarebbero ritagliati in pochi anni un ruolo tutt’altro che marginale. Paradossalmente il rapporto tra Stato e Mercato si attagliava meglio alle relazioni interne all’Occidente oggi in disgregazione. Si pensi all’inguardabile fine dell’Unione Europea stretta tra strumento del riarmo e rincorsa al «modello Albania». Non è un caso che durante la doppia crisi del 2008 e del 2011 che ha spezzato in due questi 25 anni, nel Sud Europa (ma non in Italia) i leader delle formazioni che da sinistra si sono opposti all’austerità sono due persone che hanno rivendicato esplicitamente il loro debito formativo verso quel movimento.
Il secondo punto è strettamente connesso al primo, ed è l’uso del potere in sé, ma anche delle istituzioni. Il punto non è che a qualche esponente del campo largo piaccia qualificarsi come «uno di quelli di Genova», ognuno si mette addosso le etichette che vuole. Il punto è dove oggi il movimento altermondialista vive. Se in Parlamento o nei picchetti degli operai tessili del distretto di Prato. E non è una domanda polemica (anche se ammetto che si capisce bene dove secondo me ne vada cercata l’eredità) perché non ci fu movimento, come quello, che credette nella permeabilità delle istituzioni alla spinta della democrazia dal basso, alla capacità di pianificazione orizzontale (che allora si chiamava bilancio partecipato) ecc. A oggi però la dimensione territoriale dove si cercava di far atterrare l’azione contro il potere globale, pare ancora più fragile e priva di difese. Del resto, se solo pochi Stati possono permettersi di giocare la partita del governo del mercato mondiale, figuriamoci le città. La finanziarizzazione della rendita, ad esempio, ha stravolto il panorama delle città, non solo occidentali, e non c’è miglior esempio di illustrazione della – solo apparente – impossibilità di limitazione, in assenza del riportare dentro il circuito della cittadinanza tutti gli espulsi da ogni forma di rappresentanza. La contraddizione tra l’aspirazione alla «mera» regolazione del Capitalismo e la sua impossibilità all’interno del quadro dato. Mi pare il punto sia questo, e non lo si scioglie né con l’ignorarlo coprendolo con un po’ di nostalgia, né gridando al tradimento di uno spirito che anche 25 anni fa era tutto sommato quello di un riformismo radicale nello senso originale e più nobile della parola.
Il terzo punto è straordinariamente importante ed è quello della tecnologia. Nessun periodo credo sia stato così visionario, lucido e promettente in rapporto alla tecnologia e i nuovi media come quello. Come si sia arrivati da Indymedia a Zuckerberg è una storia tutta da scrivere, e non è questo il luogo per farlo. È però impressionante come nel giro di pochissimi anni si sia passati dall’autoproduzione, in un campo e a una scala, dove tutto sommato era ed è possibile ritagliarsi degli spazi concreti di autonomia, all’utilizzo acritico delle piattaforme delle oligarchie digitali. Ed è una cosa che ha a che fare anche su come questo tempo, i suoi ritmi, i suoi modelli di consumo, così tanto messi a critica allora, hanno cambiato chi c’era.
E veniamo così all’altro piano: quello della soggettività. Quegli anni sono stati gli ultimi in cui una sinistra alternativa ha avuto ancora in Italia un suo peso specifico e una pur piccola capacità egemonica. Per deformazione professionale farò un piccolo esempio con i numeri. Al netto delle specificità il referendum sul lavoro del 2025 rappresenta un perfetto termine di paragone con un Referendum anch’esso sui temi del lavoro tenuto nel 2003. L’anno scorso in nessun luogo i voti a favore del referendum superarono quelli dell’attuale centrosinistra che si schierava quasi compattamente a favore, mentre in molti territori sono addirittura rimasti ampiamente sotto quella soglia. Nel 2003 al contrario il referendum era appoggiato da una parte piccola della Cgil (quella che sostanzialmente era a Genova) e dal solo Prc. Pur in una Italia berlusconiana i voti a favore del referendum furono quasi il 2% in più dei voti del partito che lo promuoveva. Qualche anno dopo quella capacità di penetrazione nella società italiana «media» è totalmente scomparsa. Capire che fine abbia fatto è un grosso lavoro di inchiesta. Chi ha camminato nelle manifestazioni per la pace in quegli anni oggi marcia certamente per Gaza. Ma chi è diventato, o era un professionista della comunicazione, dei servizi o un dirigente pubblico, che pensa degli assetti di classe contemporanei? Come vive l’esplosione della disuguaglianza anche all’interno dell’Occidente? Non è moralismo. L’individualizzazione radicale di oggi non è solo una conseguenza della sconfitta, è l’impedimento a ogni ripartenza. Nei Demoni (che è anche un grande saggio sulla militanza) Dostoevskij fa dire al suo prototipo di rivoluzionario: «Se non fossi un socialista, sarei solo un farabutto». Cambiare il mondo per cambiare la vita resta l’aspirazione dal 2001 a oggi. «Fallire ancora, fallire meglio», diceva un altro scrittore. «I prossimi errori saranno di un’altra natura», risponde il militante.
Alberto Violante è un sociologo e organizzatore sindacale. Si occupa di crimine e mercato del lavoro.

