post-poetica
- Giorgio Mascitelli (redazione del comparto «post-poetica»)

- 24 minuti fa
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dossier guerra e capitale
La sperimentazione e le percezioni collettive, i segni e le storie del letterario, nel contesto dei conflitti in corso / 1

Per il dossier di ahida «guerra e capitale», il comparto post-poetica ha elaborato una domanda rivolta via via a vari interlocutori.
A tuo giudizio, quanto e come i codici, le tracce e i percorsi delle varie forme di sperimentazione recente si inseriscono e variano e [de]costruiscono, ciascuno con le proprie specificità linguistiche, le percezioni collettive oltre che i segni e le storie del letterario, e le letterature che frequenti, in rapporto ai conflitti in corso, in primis quello che vede Palestina e Libano oggetti di genocidio?
Non è compito della letteratura mutare o incidere sulle percezioni collettive non solo perché nella struttura della comunicazione sociale attuale occupa una posizione marginale, ma perché costitutivamente essa non è un medium di trasmissione sociale, secondo un equivoco frequentemente ingenerato dalla cosiddetta letteratura impegnata. Non esiste, in letteratura, una verità preletteraria, che sia un contenuto moralmente e/o politicamente positivo o una condizione sociale particolarmente miserevole da denunciare, che in seguito può essere rivestita delle apposite forme letterarie, come crede lo scrittore impegnato, perché la fruizione di ogni testo letterario è dentro il campo estetico, che si giustifica sempre dentro la sfera del gusto, godendo di una parziale autonomia dalle altre istanze sociali. In altre parole la letteratura è un linguaggio e una forma di vita che può attraversare ogni ambito di esperienza umana, quindi anche la critica politica o sociale, restando però sempre nell’estetico ossia nell’elaborazione simbolica del messaggio. Prova ne sia che il mito dello scrittore impegnato nasce con il J’accuse di Zola ossia con una forma di scrittura, l’articolo di giornale, che si pone perlopiù fuori dai confini del letterario perché la funzione poetica e la dimensione estetica sono elementi secondari della sua fruizione. È il motivo per cui, detto per inciso, è molto più significativo l’impegno politico personale e umano di quello letterario.
Questa premessa non implica che non ci possa essere un’istanza critica nella letteratura, anzi una critica dei linguaggi politici, sociali e letterari è un elemento fondamentale soprattutto per chi si richiama alla sperimentazione. Sarebbe facile indicare a questo proposito tutta una genealogia che dal Balestrini di Ideologia e linguaggio si può far risalire perfino al Flaubert del Dictionnaire des idèes reçues, ma che prosegue anche oggi con gli autori per esempio del gruppo GAMMM. Come narratore, tuttavia, vorrei limitarmi qui a considerare, delimitando il campo delle invero numerose possibilità, la nozione di ideologema, introdotta in Italia da Maria Corti, per la sua centralità rispetto ai problemi che stiamo discutendo. Queste parole ed espressioni che veicolano l’ideologia dominante e costellano il linguaggio comune, in particolare quello mediatico in cui siamo immersi, vanno fatte brillare nelle opere letterarie come se fossero mine, se si vuole salvare il testo dall’omologazione e dalla banalità. Il solo testo letterariamente politico che io conosco è quello che demistifica, non importa in quale modo, la lingua del flusso mediatico e della finzione sociale e, nel romanzo e nel racconto, gli stereotipi e le convenzioni narrative, spesso della medesima provenienza. Ora nella situazione di Gaza vi è un aspetto linguistico immediatamente evidente e consapevolmente discusso, cosa che di solito non avviene: è lo scontro intorno al termine genocidio. Se dovessimo descriverlo in termini puramente linguistici e retorici, tralasciando gli aspetti più specificamente politici e giuridici, potremmo dire che l’uso di questa parola comporta la rottura dell’ordine eufemistico che vige a livello pubblico in Occidente quando si parla di quello che accade in Palestina, derubricato sotto la rassicurante categoria di conflitto. Il mantenimento dell’ordine eufemistico è essenziale per le forze che appoggiano la distruzione di Gaza, perché la sua rottura comporta l’invalidazione di una serie di procedure linguistiche e ideologiche che sono funzionali al discorso dominante, in particolare quelle che autorappresentano le società occidentali come caratterizzate dall’assunzione dei diritti umani e della democrazia come criterio di giudizio e di relazione con gli altri. È abbastanza evidente che se una parte fondamentale dell’Occidente, cioè dell’Impero Americano, come Israele commette un «genocidio» con la complicità degli altri paesi occidentali, la procedura che tende a dividere implicitamente il campo discorsivo tra noi che promuoviamo «democrazia e diritti umani» e gli altri che li avversano perde di coerenza semantica a livello comunicativo e quindi di credibilità a quello politico. Attualmente, per via della circolazione della controinformazione, le tradizionali procedure di ordine del discorso, per esempio l’interdetto, non sono in grado di difendere efficacemente l’ordine eufemistico del discorso su Gaza, la Cisgiordania e il Libano. L’episodio televisivo dell’agitatore proisraeliano che di fronte alle proteste per le uccisioni dei bambini replica con il tristemente celebre «Definisci bambino» è un’eloquente indicazione del livello di implosione di questo ordine.
Il crollo dell’ordine eufemistico del discorso sulla Palestina, del resto, minaccia tutto quell’ampio campo discorsivo così centrale nelle forme comunicative contemporanee che è il politicamente corretto. Se n’è accorta, dimostrando una notevole sensibilità linguistica e ideologica, a mio avviso meritevole del premio Nobel, Zadie Smith che un paio di anni fa sul «New Yorker» in un articolo in cui attaccava il movimento universitario americano di solidarietà a Gaza, affermando che ogni analisi politica di Gaza diventava un’arma di distruzione di massa, perché le due parti usavano come shibboleth, cioè come termini che contrassegnano l’appartenenza a un gruppo, le reciproche accuse di «terrorista», da un lato, e di «sionista» e «colonialista» dall’altro. In questo testo Zadie Smith riusciva a salvare l’ordine eufemistico, presentando il dibattito come una forma di guerra tout court paragonabile ai veri bombardamenti e presentando questo come un conflitto paritetico perché entrambe le parti usano le loro armi linguistiche. Inoltre salvava l’ordine generale del politicamente corretto proponendo un cessate il fuoco per ragioni umanitarie, chiamandosi fuori da qualsiasi tipo di disamina politica e storica dello scontro in atto. Naturalmente non tutti sono intelligenti come Zadie Smith, ma presto o tardi qualcuno nell’apparato mediatico capirà che l’unico modo per salvare l’ordine eufemistico è quello tracciato dalla scrittrice anglocaraibica.
Lo scrittore sperimentale che voglia dirigere la sua attenzione a questa tragedia non solo deve tenere presente questo quadro, ma comprendere che per la sua conformazione e rilevanza offre un ampio spazio al lavoro letterario. Allo stesso tempo deve anche sviluppare la consapevolezza che qualsiasi operazione letteraria, anche la più originale e potente, non può sostituirsi alla critica politica effettuata dai movimenti di massa come quelli attivi in Italia nello scorso autunno.
Giorgio Mascitelli ha pubblicato tre romanzi, Nel silenzio delle merci (1996), L’arte della capriola (1999) e Fischi per fiaschi (2024), e le raccolte di racconti Catastrofi d’assestamento (2011) e Notturno buffo (2017) oltre a numerosi articoli e racconti su varie riviste letterarie e culturali («Campo», «l’immaginazione», «il verri», «alfabeta2»). È stato redattore di «alfapiù», supplemento in rete di «alfabeta2», e attualmente del blog letterario «Nazioneindiana».

