post-poetica
- Vincenzo Ostuni

- 12 minuti fa
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dossier guerra e capitale
La sperimentazione e le percezioni collettive, i segni e le storie del letterario, nel contesto dei conflitti in corso / 2

Per il dossier di ahida «guerra e capitale», il comparto post-poetica ha elaborato una domanda rivolta via via a vari interlocutori.
A tuo giudizio, quanto e come i codici, le tracce e i percorsi delle varie forme di sperimentazione recente si inseriscono e variano e [de]costruiscono, ciascuno con le proprie specificità linguistiche, le percezioni collettive oltre che i segni e le storie del letterario, e le letterature che frequenti, in rapporto ai conflitti in corso, in primis quello che vede Palestina e Libano oggetti di genocidio?
La domanda è complessa e non sono certo di averla compresa a fondo. Se si intende la misura in cui la letteratura recente, o anche soltanto la letteratura di chi risponde alla domanda, contribuisca a modificare in senso critico la percezione dei conflitti o sia influenzata dalla percezione e dall’indignazione verso il genocidio in corso, la mia risposta è: insufficiente. La nostra cultura letteraria sconta, negli ultimi decenni, un imbarazzo nei confronti dei contenuti direttamente politici, che solo alcuni scrittori tentano di superare o aggirare (nell’area della poesia di ricerca, i primi nomi che vengono alla mente sono quelli di Michele Zaffarano e Simona Menicocci). Ciò che appare evidente è che anzi, proprio il genocidio in corso assieme ad altri scenari di orribile guerra, e al crollo verticale entro l’oscenità del discorso politico internazionale, rendono necessario o persino soggettivamente irresistibile un nuovo ingresso della tematica politica nella scrittura letteraria, secondo le specificità e però anche le concrete innovazioni di quest’ultima. Le drastiche mutazioni del discorso politico evocano drastici mutamenti del discorso letterario, che però restano di là da venire, e non possono ridursi, io credo non più, alla pura ideologia novecentesca della forma e della struttura. La forma è politica: nessuno ce lo toglie, ma abbiamo bisogno di un nuovo modo di parlare criticamente di politica in letteratura. Forse, entro certi limiti, anche ripartendo dall’antico. Faccio quest’ultima notazione perché, per quanto riguarda il mio lavoro, uno dei modi in cui sono riuscito a tirar dentro la scrittura alcuni temi di politica internazionale, e in particolare il genocidio e il trumpismo, è stato attraverso la forma dello psógos, dell’invettiva. Ho provato a farvi entrare anche la lettura dei rapporti sociali e di produzione attraverso la ricerca di una forma nuova (o dovrei dire semi-nuova), che fosse in grado di accogliere una critica dell’esistente di impianto marxista, anche se in termini schiettamente letterari (penso alle sezioni del Faldone che si intitolano Negozi, Paranoia e capitale, Equivalente generale, Figure del comunismo eccetera).
In un suo recentissimo intervento su «Nazione Indiana», Andrea Inglese offre importanti spunti di riflessione. Uno riguarda gli effetti sui lettori, anche o soprattutto effetti politici, di una letteratura che spesso coinvolge numeri estremamente ridotti e che potremmo chiamare, per comodità, di qui in poi, «microletteratura». L’effetto di tale micro-letteratura sarebbe, nei termini che Inglese mutua da Guy Bennett, «granulare», ossia fondato sulla lenta, paziente, capillare ma presumibilmente incisiva creazione di una rete di nodi di resistenza, rielaborazione e critica dell’esistente politico. Vista così, la condizione che abbiamo lamentato per decenni, ossia l’assenza di intermediazioni intellettuali capaci di vagliare e imporre a un gusto più o meno esteso produzioni letterarie di punta – ecco, di questa lamentela forse potremmo serenamente liberarci. Non si tratta più di ambire a un sistema letterario in cui vengano lette da tanti le poche cose migliori, ma di generare una rete di discorsi letterari militanti di ridotta portata, che finiscano per creare una sommatoria di effetti concreti. È una prospettiva verosimile, di fronte allo strapotere di un’industria culturale a impronta fortemente capitalistica, capace di assoldare agenzie di pseudo-intermediazione per lo più prone a un’idea di letteratura completamente priva di qualunque istanza critica? Dobbiamo chiederci questo, ma probabilmente dobbiamo agire, in tutti i casi, come se ritenessimo che quella prospettiva fosse vera. Le scrittrici e gli scrittori che si occupano criticamente di letteratura, forse, senza saperlo, già oggi se ne occupano come nodi di fatto di una rete sovrapersonale.
Vincenzo Ostuni (Roma, 1970) lavora come responsabile editoriale di Ponte alle Grazie. I suoi più recenti libri di poesia sono Faldone (il Saggiatore, 2025) e Capo Horn (La Camera Verde, 2026).

