post-poetica

dossier guerra e capitale
La sperimentazione e le percezioni collettive, i segni e le storie del letterario, nel contesto dei conflitti in corso. Un intervento di Andrea Inglese / 4

Per il dossier di ahida «guerra e capitale», il comparto post-poetica ha elaborato una domanda rivolta via via a vari interlocutori.
A tuo giudizio, quanto e come i codici, le tracce e i percorsi delle varie forme di sperimentazione recente si inseriscono e variano e [de]costruiscono, ciascuno con le proprie specificità linguistiche, le percezioni collettive oltre che i segni e le storie del letterario, e le letterature che frequenti, in rapporto ai conflitti in corso, in primis quello che vede Palestina e Libano oggetti di genocidio?
Per come la comprendo, la domanda è costituita da una premessa, e poi da una conseguenza da verificare nel presente. Dico subito che mi è impossibile rispondere sulla verifica del presente, ossia su come le scritture letterarie d’innovazione, rottura o sperimentazione, stiano modificando i confini del letterario e più in generale della nostra percezione del mondo, in seguito al genocidio palestinese e agli attacchi militari israeliani in Libano, ma anche in Siria e in Iran. Ma per giustificare questa impossibilità, vorrei rispondere qualcosa in relazione con le premesse della domanda. Perché queste premesse riguardano una fetta importante di noi, e in questo “noi” includo coloro che scrivono con la necessità di ridefinire i codici del proprio genere letterario, in virtù di una diversa (nuova) articolazione del tessuto estetico e concettuale (le “percezioni collettive”), dentro il quale siamo storicamente presi. Poco importa, innanzitutto, se uno voglia considerare la “sperimentazione” come qualcosa che lo pone di primo acchito fuori dai generi consolidati, o dentro di essi. Il grado di sperimentazione, e soprattutto di efficacia eventuale sul “sensorio comune”, per utilizzare un altro termine, non è di per sé conseguenza del fatto di decidere di scrivere “post-poesia”, o “prosa in prosa”, o “finzioni non-narrative”, o che so io. Il problema è lo stesso per tutti, ossia come ci si posiziona rispetto a quello che c’è già: generi, sottogeneri, forme privilegiate di un genere, corredi figurativi o stilistici, ecc. La “prosa in prosa”, per fare un esempio che mi riguarda, è stata praticata in Francia o da noi, come una risposta che tenta di svincolarsi da un duplice universo di abitudini, quello poetico-lirico da un lato, e quello finzionale-narrativo dall’altro. Ma tale apertura è stata l’occasione di fare qualcosa di diverso, a partire da specifiche adiacenze e prossimità sia con la poesia che con la narrativa o magari la saggistica, ecc.
Veniamo alla premessa. Per me, il riferimento teorico in grado di articolarla in modo concettualmente più chiaro, si trova oggi nel lavoro di Jacques Rancière. Sarebbero tante le citazioni possibili; ne scelgo una da un suo libro recente (L’expérience esthétique. Dialogue avec Bernard Aspe, Nous, 2025). “La politica spezza il consenso delle forme di soggettività che passano per l’azione e la costituzione dei collettivi; l’arte, attraverso delle procedure di de-soggettivazione che creano l’anonimo, il senza-significato, la performance indecidibile. Ma la porosità delle loro frontiere permette effettivamente di far incontrare queste logiche opposte, permettendo eventualmente una combinazione dei loro effetti”. La politica in senso forte – da distinguere dal “politico”, inteso come amministrazione del potere – è la costituzione collettiva di nuovi soggetti e di nuovi oggetti, che cambiano gli equilibri, appunto, della normale, ordinata, gestione del potere. L’inviolabilità del proprio corpo e le donne come soggetto di genere, emergono come dissenso rispetto sia allo statuto neutro del cittadino, come soggetto dell’agire democratico, sia a quello del lavoratore, come soggetto della lotta di classe. Penso all’insorgenza della soggettività femminista durante gli anni Settanta in Europa. Ciò non significa che, in seguito, questo nuovo soggetto di genere non possa essere ulteriormente interrogato o a sua volta decostruito.
Quello che la “politica della letteratura” fa, però, emerge in controtempo rispetto a questi movimenti di soggettivazione collettiva. Anche la letteratura può creare dissenso, ma lo fa mostrando l’insufficienza delle nostre forme di rappresentazione e autorappresentazione collettive e individuali. Da qui la sottolineatura da parte di Rancière dell’anonimo e del senza-significato. La letteratura scuce quello che la politica, su di un piano diverso di soggettività, tenta di cucire assieme; la letteratura toglie senso a figure che ne sembravano sature, e spinge a costruire altrove dei significati. Questo è il modo, almeno, attraverso cui io capisco la lezione di Rancière. L’innovazione e la sperimentazione letteraria non sono delle pure “decisioni stilistiche”, nel senso di partiti presi formali. Esse nascono sempre, nel migliore dei casi, dal disagio di un poeta nell’utilizzare strumenti, forme, figure che ha ereditato e attraverso le quali si è “costruito” come soggetto poetante. E questo vale evidentemente per il romanziere, o il drammaturgo, ecc. Questo disagio non è mai “endogeno”, non viene mai dall’uso delle forme letterarie in quanto tali. Ricordo una frase di Giuliano Mesa: “Ma di endecasillabi, volendo, ne posso fare a bizzeffe”. Ciò significa: ormai gli endecasillabi li so fare. Se decido di non farli più, è perché i motivi sono di ordine extraformale. Vengono non da un contenuto ben definito e nemmeno da un’esperienza già articolata e decifrata. Sono semplicemente conseguenza di un conflitto tra il mondo, come l’autore lo percepisce, e la forma (letteraria e linguistica) nella quale questo mondo dovrebbe ridursi / rivelarsi / posarsi / arrendersi. (A voi la scelta del verbo.)
Il lavoro che quindi lo scrittore (sperimentale o “politico”) fa sul linguaggio, che è sempre sia linguaggio letterario che linguaggio ordinario, ha come obiettivo di riarticolare il visibile e il dicibile in modi inediti, che spesso appaiono “corrosivi”, “distruttivi”, “insensati” rispetto agli intrecci “dominanti” tra ciò che si vede e ciò che si dice. Si potrebbe concludere, che, senza la corrosione operata sulle figure del sensorio e dell’immaginario collettivo dalla letteratura, la possibilità di veder sorgere nuove figure emancipatrici sarebbe ancora più difficile. Bisogna, però, essere coscienti anche di una cosa: l’azione del dissenso “letterario” sulle “percezioni collettive” è di difficile “misurabilità”, non solo per l’autore, quali che siano le sue intenzioni, coscienti o meno, ma anche per l’universo dei lettori-trasmettitori, che quell’azione subiscono, anzi di cui si appropriano. È sempre après-coup, introducendo distanza temporale e estendendo i contesti, che qualcosa appare, sotto forma di traccia, d’impronta, più che di fenomeno direttamente registrabile.
Torniamo ora all’ultima parte della domanda, alla richiesta di “verifica”. Come la distruzione del popolo palestinese in mondovisione, da parte della nazione che si è per altro costituita come garante della memoria della Shoa, e nella sostanziale passività e compiacenza dell’Occidente ufficiale, come tutto questo, insomma, stia influendo e influirà sui nostri strumenti e procedimenti poetici, narrativi, di ricerca e sperimentazione, ecc., è troppo presto per dirlo o deciderlo. Possiamo, intanto, vedere cosa fa, come e cosa dice, la poesia palestinese, quella di Gaza o quella della diaspora. E dobbiamo prendere atto almeno di una cosa: i palestinesi scrivono poesia durante il genocidio, la leggono, la fanno circolare, pubblicare, la usano contro le armi israeliane dello sterminio. E questo indirettamente, incidentalmente, drammaticamente, insegna qualcosa anche a noi, poeti o simili dell’Occidente. L’insegnamento in questione è custodito in questa frase di Mahmoud Darwish: “Gli aerei danno la caccia allo spettro nell’aria, i carri armati sulla terra, i sottomarini nel mare. Esso cresce, cresce, occupa la coscienza dell’assassino e lo rende pazzo”. La poesia palestinese trae la sua forza dal carattere spettrale della poesia: voce di un popolo sradicato, perseguitato, privato di terra, istituzioni politiche, autonomia; privato di identità collettiva, di cultura, d’insegnamento e ricerca. Ma la voce esiste in forma di poesia, una voce che permane oltre la vita stessa del poeta che l’ha articolata su carta o al computer. La voce esiste perché è stata trasmessa ai lettori palestinesi, lettori-trasmettitori che l’hanno a loro volta trasmessa a lettori (arabi e arabofoni) non palestinesi, e quest’ultimi, traducendola, e facendola circolare e pubblicare, l’hanno trasmessa a tutti coloro che la fanno esistere fuori dal Medio Oriente, lontano dai bombardamenti e dai crimini dello Stato Israeliano. E oramai la voce dei palestinesi, grazie ai loro poeti e alle loro poete, è diventata pienamente spettrale: le pallottole, le bombe, le torture non la raggiungono più. E nonostante ciò persiste, rimane, circola, aleggia, come presenza, monito, ossessione, insinuandosi immune nel mondo solidissimo e cruento della potenza materiale e tecnologica.
A conclusione, una nota personale che abbozza, nonostante tutto, un germe di risposta. Al genocidio in mondovisione ho risposto con una sorta di “ripiegamento”, sul piano della scrittura. Ho sentito l’esigenza di fare un passo indietro, in attesa di capire quale passo avanti possa essere più adeguato ed efficace. Quando dico passo indietro, intendo dire che nel mio ultimo libro di poesia ancora inedito, domina una dimensione assertiva che non era certo preponderante nel mio libro precedente Il rumore è il messaggio (2023). Questa dimensione assertiva si accompagna a una sorta di atteggiamento più direttamente e esplicitamente politico dei testi che vi sono raccolti. Non è mia intenzione qui giustificare questa scelta, né so se sarei davvero in grado di farlo. So per certo che si tratta di una fase, di questa fase. In tale contesto la dimensione assertiva mi è sembrata più adeguata a quello che volevo scrivere. Ma questa scelta non preclude certo la ricerca di altre vie e modalità in futuro.
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Andrea Inglese, originario di Milano, vive nei pressi di Parigi. Scrive in versi e in prosa, ed è traduttore dal francese. Ha pubblicato due romanzi per Ponte alle Grazie: Parigi è un desiderio (2016; Premio Bridge 2017) e La vita adulta (2021). Con Il rumore è il messaggio ([dia•foria, 2023) ha vinto il Premio Pagliarani opera edita di poesia 2024. Tra le ultime pubblicazioni, i libri di prose Storie di un secolo ulteriore (DeriveApprodi, 2024) e Prati. Extended Version (Tic, 2025). È stato redattore di «alfabet

