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- Gianni Emilio Simonetti

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Ai compagni che non mangiano di quel pane # parte prima

Un testo sulla «cultura materiale» di Gianni-Emilio Simonetti, artista, scrittore e saggista. Esponente del situazionismo e del movimento artistico Fluxus, è autore di numerosi testi di impegno teorico in campo artistico, politico e sociale. Per il mese di giugno 2026 è prevista la pubblicazione del suo libro Racconti gourmaund seguiti da Piccolo ricettario di cucina Fluxsus. In appendice: C.A.N.I. (Composti Alimentari Non Identificabili).
Non esiste forma di controllo più efficace dell’insicurezza
seminata tra i domesticati.
B. Rosenthel.
Premessa
C’è una memoria collettiva che irrompe dal passato e che le ideologie del potere si accaniscono a deformare, falsificare, irridere, far apparire anacronistica. Questo patrimonio della coscienza proletaria non ha bisogno di essere obiettivo, perché è di classe. Non ha bisogno di essere imparziale perché è la parte che si fa tutto e che scende nelle strade.
Al punto in cui siamo a questa memoria collettiva non interessa mostrare le cose come sarebbero potute andare. Lo sa già. Preferisce riflettere sul perché la società di oggi è diventata quello che è nonostante il movimento operaio, come soggetto, abbia fatto di tutto per evitarlo. Intenderlo significa per essa liberarsi da ciò che le è capitato di essere e dalla sua infanzia.
Questa memoria collettiva considera la forma di storia come il campo di battaglia della vita corrente, che racconta il vivere, l’abitare, il mangiare, l’amare, il battersi, il morire. Ha dalla sua l’esperienza per comprendere e comprende per giudicare. Ciò nonostante non si fa giudice.
È capace di essere violenta senza amare la violenza, si trova a suo agio nelle jacqueries, sa essere furiosa.
Le avventure di questa memoria collettiva – che interpreta la società nello spazio e nel tempo come coscienza dell’ambiente sociale per mezzo dei sensi – confluiscono nella storia sociale dei popoli e dell’umanità nel suo insieme, ma non è una visione del mondo, come il materialismo non è una questione di materia.
La storia sociale a cui facciamo riferimento non si compromette con nessuna storia che giudica da secoli e con fastidio il movimento operaio e le sue lotte, non si allea con nessuna cronaca che vorrebbe ridurre le giovani generazioni a rappresentazione passiva della crisi sociale che attraversa la modernità.
È una storia che non ha un principio da difendere, né regole storiografiche da rispettare, piuttosto è in grado di disattivare il discredito degli studi di storia a favore di quei sociologismi alla moda che vorrebbero giudicarla senza studiarla. Essa è totalmente estranea all’esistenza di un qualche dio e, di conseguenza, è indifferente a ogni morale degli altri.
In L’ideologia Tedesca Marx e Engels scrivevano che quasi tutte le ideologie si riducono a una concezione falsa della storia o a farne totalmente un’astrazione, oggi molta parte di questo lavoro è affidato alla retorica delle avanguardie che educano agli spazi in rovina, al tempo che si è fermato, alla frammentarietà del visuale nel quale l’uovo di serpente della confusione rafforza ogni rassegnazione. Perché questo ruolo delle avanguardie? Non è difficile spiegarlo. Ci sono voluti secoli per convincere gli uomini a inchinarsi davanti a delle creazioni di cui erano i creatori, per obbligarlo a inchinarsi davanti alla decomposizione del reale – se non si vuol perdere tempo – occorre poter controllare fino in fondo i processi culturali e il potere «performante» delle menzogne.
La storia sociale insegna che non c’è nessuna politica da sostenere, né alcuna estetica da rivendicare, piuttosto c’è un mondo da disprezzare che le è nemico. Non occorre neppure che essa sia ragionevole con gli avversari, perché non ci sono ragioni da condividere.
Il disprezzo è una virtù partigiana in un’epoca nella quale i politici e gli intellettuali non solo non si ascoltano mai, ma non sono in grado neppure intendersi!
I protagonisti della storia sociale non si sono mai sottratti allo scontro, nonostante i rischi che questo comporta, non è detto che l’epoca che non torni ad esigerlo.
Quando il destino della ragione o i suoi interessi sono minacciati, chiaramente e distintamente, occorre espugnare l’indifferenza.
A differenza della prosa dei ministri di polizia, la storia sociale giudica che certi comportamenti bollati di asocialità sono opere d’arte che illustrano e rafforzano le sue decisioni, rinsaldano le sue posizioni. Queste opere d’arte non hanno bisogno di critici e se si prendono certe libertà saranno giudicate dagli stessi “artisti”.
In questo particolare momento che stiamo attraversando non servono le tesi dei signori dello spirito, ma occorre operare per definire degli scopi.
Non servono analisi, piuttosto parole d’ordine capaci d’incendiare i luoghi comuni e tracciare i percorsi del riscatto.
La storia sociale e la cultura materiale hanno una prosa attraverso la quale si esprimono. Questa prosa è tanto lontana dal senso comune infettato dalla forma di merce quanto è capace di portare alla luce ciò che rende il tempo storico inverificabile.
È una prosa che non ha nulla di filosofico. È una legittima suspicione spiccata contro i limiti della filosofia in un momento nel quale il rumore di fondo del politico rende equivalenti tutte le informazioni e tutti i valori.
Ha scritto il barone d’Holbac: «Non c’è una sola azione, una sola parola, una sola volontà una sola passione in coloro che concorrono alla rivoluzione sociale, non importa se come distruttori o vittime… che non provochi infallibilmente gli effetti che essa deve provocare, secondo il posto che occupano questi protagonisti in questa tempesta morale».
Questa certezza è tutt’altra cosa del fatalismo borghese che teme la casualità e stempera nello spettacolo la necessità.
Avere una visione del mondo e un’esperienza della vita corrente in un mondo in rovina divenuto un genere letterario è un’impresa specifica del materialismo, significa avere la capacità di fare ogni cosa, sia come distacco che riconciliazione.
Il mondo come lo concepiscono gli avversari della cultura materiale è un’idea à rebours.
Per il funzionalismo che abita le piramidi d’aria condizionata delle città questa idea è un’infezione idealistica, un luogo d’inimicizie profonde e di sospetti che l’odio spacciato per benevolenza guida intanto che costruiscono cupole per quegli edifici sui quali innalzano le statue dei loro idoli.
Piuttosto, la storia materiale ha un desiderio, rendere il negativo accessibile ai suoi amanti.
Che la cultura materiale sia senza un principio non significa che non abbia dei princìpi. Essa esige la singolarità, ma non teme la moltitudine. Il suo enunciato di base è di natura teoretica o, meglio, ontologica, poi vengono i princìpi che, in sé, sono una forma di pratica.
La cultura materiale in questo contesto storico dispone le sue idee in forma diversa dalla doxa, seguendo un ordine differente, assecondando la sua natura sociale che le consente di suddividere la storia tra quello che rimane costante e quello che si ripete.
A differenza dell’idealismo che non vuole sapere niente della materia per meglio ignorarla, il materialismo vuole riconoscerla e nominarla. Questo in altri momenti della storia sociale europea ha rappresentato la differenza.
Ma perché l’idealismo vuole ignorare la materia? Perché pretende di manipolarla come se fosse una teologia rozza, mutilarla delle sue radici in nome delle sue illusioni.
Per questo la cultura materiale insiste sulla sua natura di paradigma impresentabile e imperdonabile. Meglio così che essere messa tra le parentesi di una qualche teoria, teologia o utopia postmoderna.
Da tempo siamo indifferenti a qualunque distopia che pretenda di salvare l’apparente, un luogo estremamente spiacevole. Siamo invece disposti ad attribuire all’empirismo il privilegio di un valore assoluto, come fecero a loro tempo Herbert Spencer, Émile Durkheim, Max Weber.
Per la cultura materiale il sasso tirato contro i fortilizi del potere è un modo per rigettare la morale come strumento che vuole regolare i comportamenti attraverso i divieti. Che non ammette equanime che le sue regole. Queste però non disciplinano niente, servono solo a reprimere. Produrre, riposare dopo aver ingerito antidepressivi, consumare lo stretto necessario alla sopravvivenza psico-fisica, abitare nei dormitori-carceri delle periferie dove tutto concorre a umiliare il dispiegarsi delle passioni, circolare rapidamente, transitare e aspettare nei non-luoghi ciò che non arriverà mai è la realizzazione di una perversa carta di Atene.
L’epoca ha già regolato i suoi conti con il politico nel corso del biennio terribile. Molta acqua è passata sotto al Pont Mirabeau. Non si può più accettare che le sue ideologie siano confuse con la virtù e il desiderio di felicità, con l’arte di ricomporre le contraddizioni tra verità e interesse. Non è più tollerabile addomesticare sul filo della speranza dei riformismi.
Il materialismo è la sola espressione filosofica di ciò che possiamo definire politica in un’epoca in cui i proletari non hanno più neppure le catene da perdere. Nulla da sperare o da disperare.
È la sola espressione estetica che può coniugare il buono con il giusto e che denuncia la miseria che imputridisce ogni rappresentazione.
La cultura materiale è l’impugnatura del rasoio di Ockam. Regola i conti con le istanze del buon senso borghese nello stesso movimento in cui afferma che non c’è ordine se non a partire dal principio. Non ci sono ferrovie che un pugno di una certa polvere non possa fermare. Qui occorre intendersi, il problema non è la violenza, ma lo sforzo dello spettacolo di renderla cieca invece che sociale. Se non c’è materia il lavoro dello Zeitgeist non ha senso!
Del resto, come ha già ampiamente dimostrato Karl Marx, la parola lavoro è il modo più semplice per definire che cos’è lo spirito attraverso la materia.
Al di là di questo un termine vale l’altro e non rinvia che alla forza delle armi con la quale la “santità” dello spirito si fa ascoltare.
Ma c’è di più. La materia liberata dallo spirito è di per sé capace di rifiutare ogni rappresentazione, di giudicare l’immaginario e di controllare i guasti del simbolico. Che cosa comporta?
Che non si deve cadere nella trappola di un ragionamento che discute delle sue decisioni a partire dal discutibile uso della forza.
La vita materiale è soprattutto il processo sociale della produzione materiale, la base di ogni interazione culturale.
I proletari conoscono bene la legittimità dei mutamenti che avvengono nella società. Dopo Marx chiamiamo questa concezione della vita materiale e delle categorie che la esprimono: dialettica.
Spesso ciò che è discutibile è solo improbabile.
In breve, la materia è l’astuccio che contiene le categorie della vita corrente anche a dispetto della scienza borghese e delle sue definizioni. Ha il grande merito di non privare l’azione degli uomini del suo carattere creativo.
La dignità del materialismo storico dialettico è tutto contenuto in questo superamento del pensiero metafisico. Lungi dall’essere una teoria dell’essere, una illusione ontologica, un’istanza che istituisce la materia è semplicemente l’istituto che mette la materia al principio di tutte le cose. Un arché con il quale il pensiero si misura.
Se ne deduce che ciò che distingue il materialismo da ogni altro modello di pensiero è la sua ostilità ad ogni principio, a ogni obbligazione e a ogni decisione che si appoggia all’essere per meglio metterlo sotto il tacco degli stivali. Aveva concluso Epicuro nella sua lettera a Pitocle: «Non bisogna infatti ragionare sulla natura per enunciati privi di riscontro oggettivo e formulazione di principi…».
Per altri versi, i comunisti non si lasciano incantare da nessun spiritualismo perché è una forma di pensiero che non sta in piedi senza dover essere costretto a postulare un origine. Non si lasciano sedurre da nessun idealismo che concepisce la materia in rapporto allo spirito come se fosse una rappresentazione che deve convincerci che il confronto di materia e spirito conduce necessariamente al tutto.
Il materialismo ha smesso da tempo di credere che la trascendenza porti da qualche parte.
Che il pragmatismo che la rifiuta, dopo averla maritata con l’empirismo, non debba pagare i suoi errori sognando l’Assoluto!
Questo ci permette di chiarire le ragioni di un’accusa che si muove alle giovani generazioni quando scendono in strada. Di essere spontanee.
La materia è spontaneità se lo spirito è ordine, soprattutto quando si oppone a quest’ultimo.
Ciò che si obietta alla spontaneità e, dunque, al pensiero – come la realtà che fa germogliare i desideri – non è che infantile spiritualismo. Non è che un riflesso dell’uomo macchina. L’ombra di una statua di marmo.
In questa prospettiva lasciamo volentieri agli dei l’illusione di pensare, alla materia basta l’esistenza. Siamo convinti di tutto questo?
Sì, perché abbiamo nelle orecchie il fou rire di Platone.
Il materialismo è storico, ma la pretesa che dipenda dalla storicità delle teorie è un’ossessione dei suoi nemici. Perché è la sola condizione con quale lo spirito si può illudere di separarlo dalla storia sociale degli uomini e soprattutto dalla forma di lavoro.
Se non si teme di essere se stessi non si teme neppure di essere agli occhi dell’idealismo incoerenti. Quanto all’essere conseguenti è un’altra storia! Come diceva Friedrich Nietzsche, è l’innocenza che protegge il materialismo dal doversi storicizzare. Basta leggere Marx se non si ha tempo per Aristotele!
In ogni modo Eraclito, Anassagore e Empedocle risolvettero in maniera impeccabile la questione del principio, della sua unicità è quella dell’essere. Un principio che possiamo definire epicureo se lo consideriamo in una prospettiva ontologica. «Wir wollen hier auf Erden schon/ Das Himmelreich errichten», ha scritto Heinrich Heine rivendicando alla terra il dovere di essere il regno del cielo.
Il fattore determinante della concezione materialistica della storia, ha osservato Friedrich Engels è, in ultima istanza, la produzione e la riproduzione della vita reale.
Un punto ancora controverso nonostante il fatto che una parte integrante del materialismo è tutt’ora implicato nelle politiche di resistenza alla conservazione.
Da questo punto di vista i comunisti sono da tempo coscienti del fatto che uno dei costi sociali più odiosi che pesa sulle spalle degli sfruttati e raramente preso in considerazione è quanto ci costano gli dei. Julien Offray de la Mettrie, in anni più felici dei nostri, aveva concluso che Dio è un’ipotesi troppo costosa che i proletari non possono permettersi. Se ne intendeva, era un medico materialista.
La tentata sostituzione nel corso dell’Ottocento dello spiritualismo con l’idealismo ha qui le sue ragioni. Occorreva neutralizzare Marx accusandolo di aver ridotto la produzione a feticismo. Rovesciare l’accusa che l’economia, come scienza in sé, a partire dalle dabbenaggini dei fisiocratici, è matematizzabile con la piccola computisteria delle massaie.
Occorreva mostrare il materialismo come un “meccanicismo” e distogliere l’attenzione dalla sua evidenza dialettica. Dal fatto che in movimento nel mondo non c’è che la materia e che la lotta rivoluzionaria di classe è l’unico mezzo che consenta di risolvere i problemi giunti a maturazione dello sviluppo sociale ed economico.
Qui c’è un metodo sicuro per riconoscere l’idealismo è il criterio con cui affronta il tema della contraddizione. Non potendone accettare la sua natura dialettica la rigetta nell’esteriorità, la estirpa dal movimento delle cose, l’allontana dalla questione sull’origine delle idee.
Per questo gli idealisti sono così sensibili al tema del linguaggio. Con esso si possono manipolare le contraddizioni ed avanzare ogni ipotesi – soprattutto se astratta – sul fatto che tutto è possibile.
In particolare il linguaggio è usato per contrapporre la natura alla società, considerando la prima da un punto di vista materialistico e la seconda da un punto di vista idealistico.
Insomma, nelle sacrestie si oppone lo spirito alla materia per poter opporre lo spiritualismo ieri e l’idealismo oggi al materialismo e al principio per il quale la cultura prima di essere un modello di condotta è un modello dell’agire condizionato dalle esigenze sociali.
L’idealismo ha compreso da tempo il rischio di una capitolazione dello spirito come totalità, il suo concetto di cultura gli serve solo per respingere l’idea dell’unità della storia sociale dei diseredati.
Infine, uno dei compiti dell’idealismo è di ingarbugliare le direzioni di marcia delle idee.
Lo dice il positivista Auguste Comte. Il materialismo spiega costantemente il superiore con l’inferiore e in questo è una volontà di potenza nel senso nietzschiano del termine.
Che cosa c’è di esplosivo in questa affermazione di Comte?
Che all’analisi di classe basta un minimo di dialettica per arrivare a formulare il massimo delle congetture, scoprire gli interessi reali delle classi in lotta anche a dispetto della capacità del politico di significare l’insignificanza.
Non dobbiamo dimenticare, che il materialismo è il partito del “reale”, l’unico partito possibile che non potrebbe ricevere nessun altro nome e l’unico con un futuro senza un destino. Il solo che può difendere la ragione dalle minacce dei suoi nemici che da secoli mescolano l’astio delle religioni, degli idealismi e dei diktat economici del liberalismo con i loro interessi oscuri, i loro sentimenti confusi e i loro egoismi.
Se la produzione materiale, osserva Marx, non si considera nella sua forma storica specifica, è impossibile comprendere i tratti caratteristici della produzione culturale ad essa corrispondente, né l’interazione dell’una e dell’altra.
In breve possiamo affermare, con il cinismo di Hegel, che un popolo vive nella storia solo quando si libera dalla peste spirituale della classe dominante, dal suo passato e dalle ideologie che di essa si servono per precipitare gli uomini nella mortale religione dello spettacolo.
Di contro, il materialismo è senza passato perché si reinventa in ogni momento, non è mai l’erede di qualcuno, in questo è sinonimo di avvenire.
Se la pratica genera la coscienza e contribuisce all’interpretazione delle condizioni sociali della vita degli uomini, questi non hanno bisogno né di cospirazioni, né di sette giurate o di brigate, tutti strumenti di un passato che ha fatto il suo tempo.
Le cospirazioni, infatti, fanno i cospiratori come l’abito fa il monaco. Ma la cospirazione, in sé, è un ideale da operetta. Dal punto di vista materialistico per realizzare una cospirazione ci vogliono dei cospiratori e non viceversa.
Noi viviamo nel peggiore dei mondi ideali. Lo sapeva bene Wilhelm von Leibniz quando si augurava una cospirazione dappertutto come volontà di potenza. Lo si arguisce dalla sua lettera a Magnus Wedderkopf. Una cospirazione per eliminare Dio, l’alleato del Principe contro l’idea di giustizia.
Solo in questo modo la cospirazione può esprimersi per ciò che è: un modo di riunire gli uomini contro i formalismi del consenso politico e dei parlamenti borghesi che si ergono ad amici delle differenze sociali. Ecco perché la guerra contro i “gruppuscoli”, definiti sbrigativamente terroristi, è il ferro di lancia dei complotti orditi dai ministri di polizia.
Come ha affermato Gilbert Keith Chesterton in The man Who Was Thrusday spiegarlo è addirittura triviale nella sua ovvietà.
L’essenza di ogni complotto è prima di tutto la divisione, che è lo strumento omeopatico di chi trama contro tutto ciò che sale dal basso e si fa democrazia, non importa se in una città o sui fianchi di una montagna.
In questo senso la cultura materiale è anche contro ogni moralità come forma estrema di violenza, come ideologia. Per questa cultura il problema del valore è al centro dell’esperienza del vivere, ma essa è anche cosciente che la morale inventa dei problemi per rendere questa esperienza insopportabile. Diceva Arthur Schopenhauer, è inutile coltivare il mito della sopravvivenza se continuiamo a ignorare ciò che ci potrebbe unire in una umanità.

