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- Gianni Emilio Simonetti

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Ai compagni che non mangiano di quel pane # parte seconda

La seconda parte di un testo sul tema della «cultura materiale» di Gianni-Emilio Simonetti, artista, scrittore e saggista, esponente del situazionismo e del movimento artistico Fluxus e autore di numerosi testi di impegno teorico. Per il mese di giugno 2026 è prevista la pubblicazione del suo libro Racconti gourmaund seguiti da Piccolo ricettario di cucina Fluxsus. In appendice: C.A.N.I. (Composti Alimentari Non Identificabili).
Truismi
L’espressione «truismo» viene dalla lingua inglese, è formata dalla parola true (verità) con il suffisso ismo (dal greco, ismós), serve a formare, partendo da aggettivi o da sostantivi, parole astratte che indicano dottrine, atteggiamenti e anche peculiarità o caratteri del linguaggio.
Che cosa significa in modo specifico «truism»?
I truismi sono le verità banali, evidenti, senza importanza, scontate, ma anche indiscutibili, di cui appare superflua ogni spiegazione. Sono nel metodo le verità della politica: ribadiscono l’ovvio per rimuovere ciò che implica la contingenza, richiamano la coerenza per escludere la conseguenza e, con essa, la prassi.
Che cos’è la verità non lo sappiamo, sappiamo che un tempo esisteva una «scienza» – scrive Aristotele – che la possedeva come fine, la filosofia.
Sappiamo anche che ci sono stati e ci sono ancora dei tentativi per trasformarla in un valore assoluto a cui sottomettere tutti gli altri. Era il sogno di Kant e dei neo-kantiani.
Meglio avere a che fare con gli assoluti che con il reale.
In ogni modo questa espressione, come quella di libertà, trascina tutti al suo seguito, dai filosofi, ai politici, ai profeti, ai moralisti, agli artisti, agli asceti, compresi i pessimisti, che pretendono di dire la verità quando affermano che la verità non esiste.
Eccepisce divertito Nietzsche: «Mai un uomo, alla fine, si è sacrificato per la verità».
Anche se non ce ne rendiamo conto il linguaggio comune è spontaneamente metafisico e tende a confondere il vero con il reale. In questo senso è ancora platonico. Un punto che non interessa nessuno. Per l’idealismo è la stessa cosa.
Da tempo nel linguaggio si addensano i rischi del buon senso che interroga il mondo. Per questo se il mondo risponde positivamente allora l’ipotesi e la conseguente teoria sono vere. Se risponde negativamente allora sono false. Anche questo è un abbaglio pragmatico. Una guarigione a Lourdes o per merito della psicoanalisi non prova la giustezza né la validità dell’esistenza della Vergine o della teoria freudiana. Così come, nella fattispecie, un esperimento realizzato in una certa parte del mondo non prova che esso sia possibile dappertutto.
C’è d’aggiungere che quando la verità di un esperimento complesso è formata anche dalle proposizioni delle scienze cosiddette esatte occorre distinguere tra la precisione, che è un valore della tecnica, dall’esattezza che è un valore della logica.
Vero e falso sono termini contrari. Vero e non vero sono termini contraddittori.
Questo ci fa comprendere che il falso fa parte del non vero, ma non lo esaurisce. Ci sono degli enunciati che non sono né falsi né veri. Bianco e nero sono contrari, ma non è perché un oggetto non è bianco che è nero. Dunque, un enunciato può essere vero o non essere vero, il falso è solo un elemento del non-vero. Il falso, poi, non necessariamente è un errore, soprattutto nella tecnica.
L’errore, insomma, manca il bersaglio della verità, la menzogna lo contraddice o perlomeno, quando è performata lo relativizza, la dissimulazione lo nasconde. Mescolateli e avrete le ideologie, anche quelle salvifiche dei riformismi.
Nella società dello spettacolo, dove la metafisica ha il suo reame, dopo che questi ha preso il posto dello spiritualismo attraverso la banalità si possono costruire dei truismi per i quali il vero appare come un momento del falso. E si può fare di meglio, con la dissimulazione il vero si perde nel falso, consentendo di pensare il falso come se fosse vero o verosimile.
Autorizza ogni delirio e ogni miraggio. Concede di sognare, d’illudersi che un milionario è un vagabondo che ha raccolto un milione di monetine.
Abbiamo già detto che il linguaggio è metafisico e che la metafisica fa le capriole, così, spesso si ritiene corretto affermare che una cosa può essere vera in teoria ed essere falsa nella pratica, dimenticando che una teoria non è vera se la prassi non la conferma.
In ogni modo da tempo il problema non è più quello di falsificare i dettagli, ma gli insiemi in attesa di falsificare la società per quello che è.
L’opinione pubblica è un fenomeno recente, contemporanea delle democrazie borghesi e dell’economia di mercato. A che cosa è servita in principio? A dare dignità e legittimità popolare alle altre due, dimenticando che nella storia la democrazia che conosciamo è quella che disegnano i suoi predicati. Anche per questo lo stesso Platone detestava la democrazia e i suoi lacchè.
Nello spettacolo l’opinione serve a banalizzare il pensiero e la verità, a narcotizzare il reale, soprattutto è impiegata per distrarre. Dentro questo scenario tutto può essere smentito e la manipolazione delle opinioni può infine riposare sul niente assoluto.
Dimenticato Marx oggi è un luogo comune pensare che la democrazia è inseparabile dalla ragione mercantil-popolare, nonostante l’inconciliabilità dei due termini.
Nella fattispecie, questo luogo comune diventa nel sistema capitalistico un postulato ritagliato sulla figura del consumatore, gabbato due volte, perché è indotto al consumo e perché gli si fa credere che il suo comportamento è «razionale».
A essere pignoli è preso in giro tre volte, perché viene anche educato a credere che consumo ed elezioni «democratiche» gli riconoscano le «sue» ragioni.
È una amara lezione quella che insegna come non sia sufficiente che un’opinione appaia «soggettiva» per essere «personale», non c’è nulla di più impersonale di un’opinione condivisa da milioni di persone.
Da almeno un secolo esiste il problema della credibilità delle opinioni.
La credibilità è come il panico, si alimenta da se stessa. In genere non si crede una cosa perché l’abbiamo verificata, ma perché gli altri lo credono. La credulità ha finito per diventare, sotto l’effetto moltiplicatore dei mass-media, il suo proprio criterio di validità.
In altre parole, non è vero che gli individui agiscono in funzione dei propri interessi, ma in funzione delle idee che essi hanno dei loro interessi, che è tutta un’altra cosa.
Blaise Pascal diceva che anche chi sta per essere impiccato non può rinunciare alla speranza di un futuro migliore.
Il linguaggio economico, che ha una forte capacità di sintesi tra la realtà materiale e le idee, ha fatto dell’espressione «speculazione» (che deriva dalla parola latina «speculum») qualcosa che va più in là del pensiero dell’azione, trasformandolo in un atto che sfugge al reale e teso ad acquisire dei vantaggi. In genere le credenze innocue hanno un effetto «placebo», come gli oroscopi le credenze collettive sono delle rappresentazioni che diventano ideologie, con il risultato di apparire più convincenti delle teorie stesse.
In questo contesto a cosa servono? A totalizzare abusivamente gli oggetti che stanno dietro le formule di comando e di controllo, come sono il paese, lo «Stato», il popolo, la nazione, il territorio. Così il tutto viene preso come se fosse una parte e la parte come se fosse un tutto.
Questa figura della retorica si chiama «sineddoche». È l’arma preferita dallo spettacolo per i suoi colpi di Stato!
Nella società dello spettacolo, in tempo di «pace», cioè, in tempo di consumi non depressi e di speculazioni finanziarie, le ideologie preferiscono dissimulare piuttosto che mentire. Del resto, le ideologie moderne hanno diligentemente appreso a coltivare gli effetti senza le cause e a manovrare le emozioni senza la comprensione. In questo contesto, l’apparente eguaglianza sociale e la generale miseria della vita corrente si realizzano senza difficoltà, perché viviamo in un mondo senza trascendenza.
Tutto questo non ha che due possibili esiti, o apre le porte alla derisione, o alla povertà che ha il potere di dilagare dappertutto molto velocemente nella vita civile come in quella sociale.
Intermezzo
Il mondo non si merita di durare se non nella misura in cui gli individui ragionevoli che lo popolano sono degni delle ragioni della vita. Lo affermò Kant pensando all’apocalisse. Quando queste ragioni spariscono non c’è motivo che lo spettacolo continui.
Questa idea della fine del mondo riposa su un assunto: che la storia abbia delle finalità umane. Dobbiamo preoccuparci? No. La forma di capitale ha saldato queste finalità alla sua idea di progresso, senza tener conto dei costi umani.
Le apocalissi storiche postulavano un giudizio morale sul carattere corrompibile del mondo e la punizione era meteorologica. Tutto poteva finire o con un diluvio, o con un incendio, o con il buio di un sole che precipitava.
L’apocalisse moderna arriverà nella forma di una modernità invivibile di cui vediamo già i segni alla periferia dell’impero delle merci.
In questa prospettiva cosa sono mai gli assalti giovanili ai bastioni metropolitani del consumo? Se è vero che nei miti noi vediamo la storia delle nostre origini, il bagliore dei fuochi di questi assalti non sono che la rivelazione della fine. Essi non provano la propensione a delinquere di una generazione, ma piuttosto il fatto che la tecnica – dietro cui si nasconde l’idea di progresso – conferisce all’azione dei poteri occulti una capacità di distruzione che va ben oltre il potere di effrazione del chiavistello brechtiano.
Su questo punto occorre essere chiari. Non si tratta di un’escatologia millenarista, ma di quello che già ci mostrano le utopie culturali dello spettacolo. Tutto concorre e converge verso il medesimo orrore. Se non abbiamo ancora guardato in faccia questo orrore è perché non basta eliminare la parte di esistenza umana che non serve più, occorre allo stesso tempo eliminare l’insieme delle condizioni che l’hanno prodotta.
Alla luce di tutto ciò il fatto che i paesi della fascia temperata del pianeta terra consumino decine di volte più energia di quelli che si trovano alla periferia dell’impero delle merci non è più così importante, esattamente come non contò più per i vari clan dell’isola di Pasqua il volume delle loro deforestazioni.
La tecnica fatica ad accettare i limiti del suo potere, anche perché, etero-guidata da poteri o che non controlla o che serve per interesse, non sa quali essi sono, eppure basterebbe un piccolo e prevedibile aumento della temperatura della terra, logica conseguenza delle dissennate politiche nazionali e internazionali sull’ambiente, perché la zona tropicale si allargasse quel tanto per il quale il problema non sarebbe più tanto la siccità che rallegra da tempo i nostri giornali televisivi, ma lo scatenarsi mortifero e incontrollabile d’insetti, parassiti e virus patogeni.
Tutto questo lo sappiamo già, fingiamo solo di non saperlo, i dati dell’OMS, infatti, continuano a ripetere che la mortalità a causa delle malattie infettive e in aumento dappertutto nel mondo. Un dato che andrebbe messo a confronto, se questo è il fronte del nemico esterno, con i dati che sottolineano il diffondersi dei nostri nemici interni. A oggi sono più di cinquecento milioni le persone che soffrono di un disturbo psicologico e quasi il doppio quelli che hanno un disturbo della personalità. L’OMS stima che prima della fine di questo decennio la depressione sarà molto probabilmente la seconda causa di morte, appena dietro le patologie cardio-vascolari.
Nel segreto si sta correndo ai ripari con le cosiddette «nanotecnologie», non risolveranno molto, ma una cosa è certa, costituiranno un nuovo capitolo della dominazione totalitaria della vita corrente attraverso il ricondizionamento genetico della nostra natura.
La fame di merci inutili, la fame di avere tutto non è altro che l’altra faccia dell’angoscia di non essere niente. Le merci sono le isole di chi si trova in balia dei flutti dello spettacolo, di chi avverte l’incompiutezza sociale dell’epoca e i morsi del desiderio di vivere.
Spaccare una vetrina in nome del popolo e di una giustizia proletaria è ancora un miracolo della democrazia borghese, riafferma l’illusione che essa esista al prezzo di un po’ di vetri rotti, confonde il tutto con la parte, l’estasi con l’esaltazione, il momento con l’esperienza.
Meglio il non sapere che genera la coscienza di non avere un futuro. Questa libido sciendi che ci sottrae all’amore per le merci e al gusto della tragedia come un sintomo della decadenza.
L’universo mercantile in cui siamo costretti a vivere è un’illusione di totalità, ma l’illusione tradisce sempre il desiderio da cui deriva. Di spezzare con il desiderio il potere dell’alienazione sociale.
Si brucia una vetrina per ratificare, anche se inconsciamente, l’esclusione dal paradiso terrestre e godere dei frutti del peccato lasciando ai moralisti di decidere della sua utilità politica. Abbiamo chiamato nichilisti coloro che vogliono abolire le gerarchie di valori, come dobbiamo chiamare quelli che ci vogliono imporre le loro?
Ieri il senso della natura dava alla cultura degli uomini e alla vita corrente la loro unità di senso. Oggi tutto questo è sostituito con una grande recita in cui i miti e i valori dei poteri costituiti hanno preso il posto che fu della storia, intervenendo con lo strumento delle comunicazioni di massa a creare degli insiemi spettacolari coerenti.
Questi insiemi all’inizio del diciannovesimo secolo servivano più che altro a conciliare e dissolvere l’eredità dell’Illuminismo nel movimento generale dell’economia che la borghesia nascente esprimeva attraverso la sua filosofia della vita: il capitalismo.
Lo scopo a posteriori appare chiaro a tutti, allora le avanguardie del comunismo che lo denunciarono furono derise: distruggere la solidarietà tra gli uomini che questi avevano ereditato dalla natura. Un atteggiamento che oggi spiega il modo di trattare l’ambiente, proteggerlo, perché il suo destino preoccupa, ma come si fa con gli animali nei giardini zoologici o con le specie arboree nei parchi con la complicità interessata di certe élite. Come l’università delle scienze gastronomiche di Pollenzo, questa San Patrignano del culatello!
Quello che conta è che tutti s’illudano sulla libertà di credere, di pensare e di fare. Che nessuno metta in dubbio il primato del frammento sul tutto, della parte sull’insieme, dunque della menzogna sul vero di cui un tempo era la parte.
Un’illusione costosa che ha coinvolto anche la poesia, la letteratura e l’arte, pagate per scagliarsi contro una tradizione che non esiste più, una morale che non serve più a nessuno, dei tabu che forse farebbero meno danno se restassero.
Che dire? Le parodie culturali di quella che un tempo era la Bella Totalità non fanno più ridere nessuno. Rivendicare l’intolleranza della storia sociale è un modo per dire che è divenuto intollerabile veder precipitare la cultura materiale nella miseria dei ghetti televisivi.
Che non si possono più difendere le merci superflue delle élite spacciate per prodotti di qualità, che è venuto il momento di diffidare di coloro che si sono dati il compito di mutare in piacere della nostalgia la sorda inquietudine delle cose lasciate incompiute.
Il sistema mercantile è una macchina che digerisce tutto, soprattutto quando è oliata con le idee dei suoi avversari quando questi vaneggiano di una contro-cultura del gusto e degli stili di vita. Digerisce tutto, ma non il materialismo che lo infastidisce con le sue diagnosi critiche della vita corrente e con le sue puntualizzazioni sugli esiti catastrofici dei conflitti tra reale e rappresentazione. Conflitti in cui ritroviamo la formazione dei deliri che la cultura non sa più cavalcare.
La cultura materiale
L’espressione di cultura materiale è per i domesticati tanto evidente nel suo significato astratto quando imprecisa e ambigua in quello concreto o per causa.
La si è usata in numerose discipline come se fosse un segnalibro. Sia per classificare gli oggetti anonimi delle civiltà preistoriche che per indicare gli animali studiati da Darwin. Per definire i manufatti materiali di una civiltà, come per indicare il naturalismo di Émile Zola.
Durkheim, usando una definizione marxiana, la intende come una sovrastruttura. Gli archivisti del colonialismo europeo come la sezione dedicata alle collezioni antropologiche. Da qualche anno a questa parte compare spesso anche negli studi di housing per pensionati, serve a convincerli che la socialità si sviluppa anche a partire dalla condivisione materiale di beni e servizi al limite della miseria.
In ogni modo è con la rivoluzione bolscevica che questa espressione divenne popolare e si politicizzò, tanto che in una prospettiva metodologica fu da molti considerata come ciò che definiva gli aspetti materiali del comunismo. Nel 1919 su decreto di Lenin fu inaugurata l’Akademija istorii material’noj kul’tury. Non ebbe il successo che si meritava, in compenso fece il suo ingresso ufficiale nei libri di storia moderna e di antropologia.
Per il gruppo di Annales, già innamorati della cronaca sociale, era la disciplina che avrebbe restituito la voce ai «muti della Storia» coniugandosi con l’antropologia culturale dove già l’aveva parcheggiata, come una voce secondaria, Marcel Mauss. Di contro, André Leroi-Gourhan, la mise al centro dei suoi studi e soprattutto delle sue preoccupazioni cucinarie, «visto che l’arte culinaria sfugge alla caratteristica di tutte le altre arti, cioè alla possibilità figurativa, non affiora al livello di simboli». Evidentemente in tutta la vita non s’imbatté mai in una giovinetta che mangiava un cono di gelato.
In Italia solo di recente è divenuta un capitolo della sociologia della cultura, serve agli antropologi del mondo del lavoro rurale per esaltarne gli strumenti, le strutture sociali e gli apparati simbolici che definiscono l’identità dei localismi.
Oggi l’espressione di cultura materiale esprime la tridimensionalità della cultura e, fuori dai circuiti accademici, è confusa con la cultura popolare, il folklore e l’archeologia minore.
Poi, con i cultural studies, il primato della mano sul pensato, le tecniche del corpo, si è di nuovo imbarbarita a teoria degli oggetti. A utensile che tiene separato in una vantaggiosa dicotomia spirituale l’unità critica di teoria e praxis e più in là, ogni giudizio sul divenire merce degli oggetti manifatturieri dal punto di vista della loro inutilità culturale e nocività morale.
Le attività della vita corrente sono per lo più ignorate dalla storia. L’espressione di «vita privata» ha fatto il suo tempo e le sue cronache sono state soprattutto declinate al femminile. Pochi sono gli studi sul vissuto sociale o su quello materiale, si preferisce una storia di oggetti.
Lo storico della cultura rurale, Jean-Marie Pesez coniò alla fine del secolo scorso una definizione di cultura materiale che ancora non ha perso nulla della sua algida eleganza: L’histoire de la culture matérielle n’à pas d’autre objet que la condition humaine.
Per l’archeologia questa cultura rappresentava il racconto di cinque modelli: natura, uomo, tecnica, oggetti, consumi. Poi, con il tempo, la narrazione si è arricchita con i concetti di quadri, maniere e stili.
Nella cultura materiale sono oggi confluiti, citando alla rinfusa – grazie alla storia sociale – la morte, l’alimentazione, la moda, i rapporti di potere, le forme di giustizia, i charivari, le superstizioni e la cartografia delle pestilenze, fino arrivare alla paleo-parassitologia.
In altri termini è un modo per riconoscere agli oggetti il potere di incarnare il religioso, lo spirituale, il sapienziale e di esprimere il sistema di norme e di valori che sono la sorgente delle pratiche e delle rappresentazioni dei membri di una società.
A nord-est di tutto questo c’è un modo di definire la cultura materiale che brilla nella sua ovvietà radicale nonostante i numerosi tentativi di occultarlo: è considerarla una forma critica di cultura materialista. Una cultura che pone la materia all’origine dei poteri endogeni della coscienza senza negoziare deroghe, là dove le passioni incontrano i deliri e i furori o, più semplicemente, la cultura materiale è quella cultura che considera lo spirito e le sue rappresentazioni mondane, a cominciare dall’anima, un’infezione della materia.
Gli argomentisti e i sociologi contrappongono spesso la cultura materiale a quella non-materiale – o, immateriale – definendo la prima una cultura delle cose, dei manufatti e delle merci e la seconda una cultura dei significati, dei valori, delle cerimonie e dei linguaggi. Questa contrapposizione serve a esaltare i residui antropologici degli antichi folclori banalizzati dall’imperialismo e a celare il fatto che i valori immateriali come le merci hanno un senso solo se hanno un significato noto e riconosciuto. Il senso di un frigorifero è estraneo a chi abita la foresta amazzonica esattamente com’è un ossimoro il concetto di cultura immateriale.
La distinzione serve a inserire nei truismi che infestano la modernità la nozione di obsolescenza intesa come un carattere intrinseco della forma di merce estensibile a tutto ciò che la riguarda, lavoro dell’uomo compreso. In realtà all’origine questa nozione misurava la perdita di valore dell’utilità dovuta all’accumulazione dei saperi e dell’esperienza, non la loro degradazione.
Le forme immateriali della cultura sono divenute un patrimonio dell’umanità da quando la società mercantile-spettacolare le accumula intorno a sé. Facendolo si verifica un effetto paradosso, si svilisce la loro mediazione simbolica, vale a dire la mediazione di quel contenuto espressivo che attraverso il linguaggio si configura come una rappresentazione materiale della realtà. Di più, queste forme immateriali, siano esse rappresentazioni religiose, scientifiche, filosofiche, politiche, artistiche o semplicemente del comportamento, sono assunte dallo spettacolo nella forma di spettacoli tra di loro concorrenti destinati a dare un’illusione di libertà di giudizio.
Le rappresentazioni materiali della realtà sono state per millenni i modi attraverso i quali l’essere senziente è divenuto cosciente di sé, per mezzo delle quali ha mediato il rapporto con l’Altro da sé, l’ambiente e gli avvenimenti. In questo modo i processi di mediazione simbolica si ponevano come il contrario del determinismo biologico che guida la vita animale. Su questo crinale la forma dello spettacolo integrato è la realizzazione con i mezzi mediali di massa di quel determinismo immateriale che ha costretto la mediazione simbolica a mutarsi in mediazione ideologica, infettando la gnosi. In questo senso l’obiettivo della cultura materiale è quello di riannodare una dipendenza causale fondamentale, quella tra vita sociale e coscienza dell’esserci, perché una volta perse le catene l’essere sociale tornerà a determinare la coscienza sociale, altrimenti detto comunismo o comunità dell’essere.
La vulnerabilità è l’aspetto soggettivo più evidente dell’infantilizzazione prodotta dall’idealismo, l’uomo che non cresce perché costretto a regredire è messo nella condizione di essere ferito dalla vita corrente. Lo si vede con chiarezza nell’arte moderna. La sua radice infantile la fa convergere verso espressioni psicopatologiche fondate sul disagio sociale e sulle patologie dell’Io, a cominciare dal narcisismo che invano i manuali diagnostici han cercato di far sparire.
Un tempo il sogno di un mondo alla rovescia era il mito di un’utopia salvifica, il «rovescio» del mondo è il suo inferno.
La cultura era stata descritta dalla psico-analisi come una manifestazione dell’eros, la condensazione sociale di una pulsione libidica, che cosa resta di essa se lo spettacolo la estetizza? Se la pubblicità la trasforma in una merce che condiziona le scelte? Il suo legame con l’eros la fece diventare un processo vitale, una Ananké, quello con le merci la metamorfizza in un disagio della civiltà. Per la forma di spettacolo è vitale il controllo dell’incessante interazione delle relazioni libidinali, infatti un’immaturità dell’eros produce un’immaturità culturale e viceversa, facile da gestire, ancora più facile da sfruttare. Questa immaturità storicizzata, poi, si può trasmettere nello spazio e nel tempo storico.
L’infantilizzazione può essere trattata come se fosse un fattore biologico, al pari di quella che un tempo era la maturazione. Come questa agisce sulle forme culturali e sui loro processi di mediazione sociale. Quando agisce ha i caratteri di una pulsione innata che solo la cultura materiale può smascherare.
L’Ananké è stata fino a ieri condizionata dall’ambiente in cui il soggetto si trovava, oggi ha una forma economica immateriale attraverso la quale s’intreccia con le forme specificatamente culturali, obbliga a introiettare le forme dell’aggressività, e crea una pericolosa equivalenza tra nevrosi e forme di sviluppo della socialità. In altri termini è una mania, cioè, un pilastro dell’irrazionalità.

