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- 13 ago
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La comune urbana

Il testo che segue fu pubblicato nel 1974 all’interno del volume: Vivere insieme! (il libro delle comuni), di AA.VV., Arcana Editrice. La sua importanza consiste nella descrizione chiara di ciò che nel pre ’68, nell’ambito della cosiddetta «rivolta esistenziale», distingueva l’esperienza della beat generation da quella successiva hippy. La prima, impregnata da un «individualismo esasperato, impedì che questo primo momento si evolvesse in una unione comunitaria più formalizzata. La beat generation si estinse, e la sua vita come movimento per quanto breve non restò senza influssi, anzi parecchie immagini del dissenso da essa proposte divennero parte della successiva cultura hippy. […] Il punto di vista dell’opposizione della beat generation al sistema è ancora esistenziale, il senso della disperazione è sublimato nel vivere da eroi, questa generazione non conosce il momento della mediazione sociale, del supporto comunitario. Il mondo della controcultura fa sue, invece, le aspirazioni societarie, esso vuole essere anche una risposta al dramma della solitudine quotidiana. Questo primo scendere nelle strade, questo primo riconoscersi negli abiti e nei gesti, realizzava il desiderio di identificazione sociale. La solitudine, invece, è accettata sia pure inconsciamente dai beat come una maniera di verificare il proprio io, momento distruttivo che vuol essere alla base di una nuova rinascita».
Il processo di formazione del movimento comunitario presenta una certa tipicità, tanto che il fenomeno assume in America, in Europa, come in Italia delle affinità ben precise: esso è scivolato dalla città alla campagna, cioè da un primo momento dinamico, urbano, a un secondo momento, statico, rurale. In quanto, come parte del movimento più ampio di rifiuto della civiltà capitalistica, si espresse dapprima in un tentativo di creare all’interno della città stessa una realtà a essa alternativa, nella forma della free city articolata nei suoi centri comunitari di assistenza e di mutuo appoggio: free clinic, free shop, ecc., e poi nell’abbandono del territorio urbano per una appropriazione della diversa dimensione esistenziale dell’ambiente rurale tramite il ritorno alla terra: back to nature. Comunque, il fenomeno comunitario, inizialmente crebbe addirittura nelle strade. A livello sovrastrutturale la strada è il luogo dove il capitale si rappresenta e si impone e la sua fruizione alienata annulla ogni possibile rapporto tra l’ambiente e l’uomo, tuttavia è possibile modificare un habitat, anche profondamente, intervenendo sulle sue strutture fisiche, agendo sull’uso fittizio che esso impone, e questo è quanto fecero gli hippies e successivamente i «politici» sulla base delle parole d’ordine: «prendiamoci la città».
La riscoperta di un approccio diretto con la realtà urbana, con quella realtà che era espressione della cultura dominante e quindi della classe dominante fu quanto mai corifeo di energie nuove. Vivere agli angoli delle strade, nelle piazze, assunse un significato rivoluzionario: era la banalizzazione del territorio nemico, la città, per usarlo in modo nuovo, umano; quel che di mitico rimanda alla mente il nome di certe zone urbane: Brera, Campo de’ fiori, Village, il Dam, Piccadilly, è legato al ricordo di ciò, al fatto che esse furono le prime comunità alternative, le prime «zone liberate». La cultura hippies fu una cultura orale, visiva si può dire addirittura, e le comunità urbane sorte nelle strade furono il mezzo ideale per propagandarla. Così, i capelli lunghi, testimonianza di un discorso di rigetto degli standard tradizionali del costume; così, i vestiti stracciati, maniera di esternare il rifiuto del concetto tutto esteriore e borghese del decoro, che rivelava altresì una povertà voluta rispetto al livello della classe di appartenenza, solitamente alto.
L’abito volutamente stracciato è una cosa ben diversa dell’abito povero, mentre quest’ultimo obbedisce soltanto alle leggi economiche, il primo, che è poi l’abito hippy, è la testimonianza di una presunta ricchezza culturale. Il mocassino navaijo, la camicia dell’altra India sono non solo mezzi relativamente economici di vestire ma anche affermazione pubblica della propria diversità. L’aspetto esteriore diventava mezzo di comunicazione che permetteva subito di distinguere l’amico dal nemico e con ciò il riconoscimento dei membri nelle prime comunità temporanee alternative: le strade, le piazze, i parchi d’Europa e d’America. Anche la diversità ha le sue regole (sono quelle che permettono di riconoscere un poliziotto anche quando è camuffato da hippy). Se tu sei sporco e stracciato difficilmente frequenterai una casa borghese, se hai i capelli talmente arruffati da non poterli pettinare difficilmente lavorerai nell’establishment. Comunità completamente libere sorsero così verso la metà degli anni Sessanta; l’assoluta mancanza di regole, diventata a sua volta regola, incoraggiava la partecipazione interessando la gioventù più sensibilizzata, che avvertiva le pesanti contraddizioni del vivere borghese e guardava a un cambiamento. Il fenomeno non era nuovo.
Negli States si erano avute delle manifestazioni di questo tipo libero di comunità urbana nel periodo di fioritura della beat-generation. Pensiamo all’atmosfera del Village descritta da Miller, all’On the road di Kerouac. Si può dire in questo senso che il mondo beat ha anticipato alcuni temi della cultura underground. Naturalmente quello beat fu un movimento tutto considerato di natura più letteraria che sociale. Droga, jazz freddo, sesso interrazziale e buddismo zen erano un modo di manifestare il rifiuto della dominante cultura americana. «Pour epater les bourgeoises» diventò lo slogan dello stile di vita beat, la conformità, venne rigettata richiamandosi alla integrità artistica, accettando la povertà e lo scollamento sociale. I beat vissero come sbandati nei quartieri poveri di New York, delle grandi città americane, insieme nella strada, nei locali dove impazziva il «Beep-Boop», dando luogo a un momento comunitario che cresciuto nella strada era fatto di vibrazioni raccolte nella strada. Ma quanto di romantico vi era nella personalità degli autori e dei personaggi della beat generation, quel loro senso di individualismo esasperato, impedì che questo primo momento si evolvesse in una unione comunitaria più formalizzata. La beat generation si estinse, e la sua vita come movimento per quanto breve non restò senza influssi, anzi parecchie immagini del dissenso da essa proposte divennero parte della successiva cultura hippy.
I momenti di rigetto del mondo industriale, che si manifesta propriamente nella cultura urbana (dice Marx: «Entro l’uso complessivo dello spazio fisico, la città appare fin dall’inizio come concentrazione, agglomerazione dei mezzi di produzione e di forza-lavoro e nient’altro che questo»), passarono da un primo momento, il più generoso, in cui i giovani tentarono di liberare lo spazio urbano, di ristrutturarlo a dimensione umana attraverso una sua riappropriazione creativa, a un secondo momento di estraneazione (antitesi) in cui tramite il rifarsi a culture diverse cercarono un supporto nell’opposizione critica alla società: ecco il senso del «viaggio in India» nell’Eden, fuga dalla paranoia urbana e allo stesso tempo ricerca di un’alternativa.
Il compromesso e la sintesi tra i due limiti massimi: realtà urbana, società preindustriale, fu ritrovato da entrambi i movimenti nella realtà rurale del proprio paese; la differenza sta nel fatto che gli hippies andarono alla campagna per formare delle comunità, mentre l’individualità esasperata dei partecipanti della beat generation fece sì che la ricerca della pace dopo la turbinosa rincorsa di un senso del vivere attraverso le più svariate esperienze fosse ancora un’avventura personale1.
Il punto di vista dell’opposizione della beat-generation al sistema è ancora esistenziale, il senso della disperazione è sublimato nel vivere da eroi, questa generazione non conosce il momento della mediazione sociale, del supporto comunitario. Il mondo della controcultura fa sue, invece, le aspirazioni societarie, esso vuole essere anche una risposta al dramma della solitudine quotidiana. Questo primo scendere nelle strade, questo primo riconoscersi negli abiti e nei gesti, realizzava il desiderio di identificazione sociale. La solitudine, invece, è accettata sia pure inconsciamente dai beat come una maniera di verificare il proprio io, momento distruttivo che vuol essere alla base di una nuova rinascita. Il senso di straniamento, di disperazione, che noi troviamo in Neal Cassady così come è descritto da Dean Moriatry, protagonista dell’On the road di Kerouac è tipico di questa generazione e verrà rifiutato dalla cultura hippy che si nutrirà del senso comunitario.
Così pure estraneo a essa è l’uso dell'alcool che presuppone un atteggiamento distruttivo e al tempo stesso puritano. Chi beve vuole frapporre una barriera tra sé e il mondo esterno e al tempo stesso dispera di poter trovare il modo di esprimere la rabbia che gli urge dentro, dispera nel dialogo con l’altro. La cultura hippy diffida dell’alcool, essa invece accetta le droghe non oppiacee come quelle derivate dalla Cannabis Indica e le droghe allucinogene, naturali (peyote) e chimiche (LSD), che servono ad espandere la coscienza.
Sempre a ogni modo le droghe, siano esse alcool o marjuana, sono un modo di avviare un rapporto di socializzazione: esse diventano i sacramenti del rapporto sociale. L’amicizia, la dimostrazione della propria disponibilità cominciano davanti ad un bicchiere di whisky o a un joint di marjuana.
La cultura hippy tuttavia è più fiduciosa nei riguardi del prossimo e del futuro, il suo impeto non fu solamente sovversivo, essa credette realmente che gli si fosse aperta davanti la via a una nuova società. Anche nel tono degli scritti è gioiosa, priva della macerazione interiore che si riscontra nella beat generation, essa mostra per intero il suo carattere giovanile, l’ottimismo, la speranza, la gioia di vivere una presunta nuova vita. Le libere comunità urbane che si formarono nelle città erano ricche di fermenti, l’opposizione al mondo borghese si serviva di tecniche nuove come quella del gioco. Tutto veniva sdrammatizzato. Si formarono i primi nuclei di azione che si configuravano come comunità di gestione dei servizi alternativi più che come collettivi.
Il programma per cui essi lottavano non conosceva limiti, lo slogan «cambiamo la vita prima che questa cambi noi» era di natura tale da coinvolgere tutta la vita, anche quella privata dei partecipanti. Nelle comunità alternative non si voleva che si venisse a creare quella frattura tipica a tanti gruppi della sinistra, che pure sono mossi da una opposizione critica alla società, tra lotta contro il sistema a livello pubblico di associazione ed esistenza borghese dei partecipanti a livello privato. A ogni modo coloro che si lanciarono nell’avventura underground appartenevano per la maggior parte alla media borghesia, per cui il loro ottimismo nasceva dal non aver fatto ancora i conti fino in fondo con il sistema, di cui erano i figli vezzeggiati. Ad Amsterdam i Provos, a San Francisco i Diggers, a Milano Onda Verde, ovunque le tecniche di lotta hippies erano allegre, eversive e questo faceva emergere spontaneo non solo il desiderio di ritrovarsi, ma anche di vivere assieme. Significativo appare, a questo proposito, il processo di sviluppo che avvenne a San Francisco, che grazie a quel parallelismo di avvenimenti che abbiamo rilevato tipicizza in parte anche Amsterdam, Londra o Milano.
Note
1 «In un manoscritto inedito del 1946, intitolato Questa è la mia risposta, Miller scriveva: «Pace e solitudine! Riesco a gustarla, perfino in America. Qui a Parkington Ridge vado sulla porta della mia casa all’alba, guardo lo svolgersi delle colline vellutate e mi sento ricolmo di una tale soddisfazione, una tale gratitudine che istintivamente la mia mano si alza nel gesto della benedizione e benedico gli alberi, gli uccelli… Laggiù può darsi che la gente si maledica e si torturi, si abbandoni a tutti gli istinti umani facendo un macello della creazione (come se fosse possibile!); ma qui è impossibile, qui c’è pace e serenità, pochissimi uomini e molti animali selvaggi, alberi nobili, arbusti e sterpi, lillà selvaggio e stupendi papaveri gialli, bozzagri, aquile, bellissimi uccelli di passaggio e il mare e il cielo e le colline e le montagne sconfinate». Fernanda Pivano, Beat Hippie Yippie, Roma, Arcana, 1972, p. 29.

