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Ritratti botanici
Storia femminile, piante e identità nelle Alchimiste di Anselm Kiefer

Quaranta donne di gesso reggono il perimetro della Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale (MI) da due secoli e mezzo. Realizzate da Gaetano Callani, seguono la tradizione vitruviana: le donne di Caria, prigioniere greche condannate a sostenere in eterno il peso dell'architettura. Le forme visibili oggi sono però conseguenza del bombardamento del 1943: il crollo del soffitto le ha mutilate e le intemperie hanno sciolto il gesso prima della ricostruzione del tetto. Corpi anonimi, nati come decorazione e diventati simbolo – quindi doppiamente astratti – del tempo che li ha attraversati.
È gennaio 2024 quando l’artista Anselm Kiefer attraversa questa sala per capire se possa accogliere una nuova impresa, commissionata nel pieno della macchina delle Olimpiadi invernali milanesi. Sono i gessi disciolti, per contrappasso, a suggerirgli di dedicare la mostra a trentotto alchimiste – nobildonne, scienziate, erboriste, filosofe – che hanno attraversato in silenzio la storia della conoscenza occidentale dall'antichità al XX secolo, spesso sotto pseudonimo maschile, a prezzo della libertà e talvolta della vita.
Le Alchimiste, aperta dal 7 febbraio al 27 settembre 2026, nasce dunque come riflesso e insieme capovolgimento, inserendosi nella serie di cicli – le Frauen der Revolution, le Reines de France, le Trümmerfrauen – che Kiefer ha dedicato a donne travolte dalla Storia. Se le cariatidi sono corpi anonimi inghiottiti senza nome, le alchimiste vengono invece celebrate da quarantadue grandi teleri in metallo, materiali organici e foglia d’oro, i loro nomi restituiti come entità individuali da conoscere e ricordare.
Se questo è vero (la mostra è ormai un fenomeno culturale capace di risvegliare l’attenzione verso queste figure), è anche vero però che le alchimiste non sono poi così lontane dalle cariatidi in cui si specchiano. L’idea quasi messianica di restituire un volto alle donne non riconosciute dalla storia vacilla quando si osserva che i corpi nudi sono difficilmente distinguibili l’uno dall’altro, e che la narrazione procede per schemi: donna dimenticata/mani alzate e volto nell’ombra, donna pericolosa/sguardo indemoniato, donna illuminata dalla scienza/mani aperte verso l’alto. Se non fosse per il nome tracciato a lettere dorate su ciascun telero, sarebbe complesso rintracciare le singolarità di corpi che hanno dedicato loro stessi alla conoscenza, imparando a nascondersi, a prezzo della loro stessa vita.
Al contrario, la natura botanica che accompagna questi ritratti è specifica. Le piante – materiale organico e riproduzioni in metallo e ceramica – figurano su più di metà delle installazioni, come un codice che non illustra ma nomina. Non è un dettaglio casuale: è proprio la pista vegetale ad aprire una chiave di lettura sul peso storico delle donne nell’alchimia. Negli scritti ermetici la figura femminile è centrale ma solo come simbolo o, al massimo, aiutante: dalla metafora della mater alchimia alla soror mystica che assiste nelle preparazioni di base che, normalmente, non prevedevano i preziosi ingredienti della pietra filosofale, ma, appunto, erbe e piante. È quindi nell’orizzonte botanico che lo schema si incrina: come nota Natacha Fabbri nel saggio del catalogo, è nei ricettari, negli orti dei semplici, nella trasmissione orale di saperi su erbe e preparati che le alchimiste costruiscono una competenza empirica reale, tra medicina, cosmetica e farmacopea.
Allora ecco che rami di vischio – che vive sospeso tra cielo e terra senza radici nel suolo, unione degli opposti – compaiono in mano a Caterina Sforza, autrice degli Experimenti, oltre quattrocentocinquanta ricette dalla cosmesi all’alchimia operativa. Riproduzioni in ceramica della digitale purpurea, capace secondo la dose di curare o avvelenare, sovrastano Marie Meurdrac, autrice del primo manuale di chimica per un pubblico femminile. E insieme a loro tarassaco, girasole, aconito a formare un vero e proprio erbario.
Tra tutti, un solo fiore compare come elemento costitutivo della pittura stessa: la rosa, mescolata al pigmento in più di un telero, fino a diventare pioggia di fiori nel ritratto di Perenelle Flamel. In più di un’occasione, l’artista ha affermato che i petali essiccati non sono decorazione ma materia in trasformazione, e portano la vicinanza tra la massima bellezza e la putrefazione: la nigredo, il nero della dissoluzione. Viene poi l’albedo, il bianco della purificazione. E infine la rubedo, il rosso della trasformazione raggiunta: l’oro, la pietra filosofale.
In questo modo, la mostra intera diventerebbe un modo per mostrare senza mai dire: ritrarre non attraverso i corpi, ma attraverso gli strumenti primari che questi corpi hanno utilizzato, le piante. Non illustrare il processo alchemico, ma incarnarlo.L’individuazione di una narrazione sepolta: nigredo.
Un imponente lavoro per riportarla alla luce: albedo.Davanti però ai quarantadue teleri, alle figure di queste donne comunque nude, comunque indistinguibili, create in serie dalla mano di uno dei grandi artisti uomini dell’Occidente, rimane aperta la domanda se il messaggio sia fertile: rubedo?

Sophie-Elisabeth-von-Clermont

Isabella d'Aragona

Lady-Margaret-Clifford-of-Cumberland

Caterina-Sforza

