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scienza e politica

  • Immagine del redattore: Michele Lucivero
    Michele Lucivero
  • 6 ore fa
  • Tempo di lettura: 10 min
dossier guerra e capitale

La militarizzazione delle scuole,

delle università e della società civile



La militarizzazione del territorio italiano attraverso l’imponente cessione del suolo pubblico a servitù orientate a scopi militari ha una potente ricaduta nell’ambito della formazione e dell’istruzione. Sia per legittimare la perdurante presenza militare, anche straniera, che si concretizza in numerose esercitazioni dalla Sardegna alla Puglia fino al Friuli-Venezia-Giulia, sia per normalizzare la guerra in funzione del sostegno concreto e ideologico allo sforzo bellico attuale del nostro Paese in conflitti armati, come quello in Ucraina e quello in Palestina, da qualche anno assistiamo in tutta Italia ad una martellante retorica di guerra che parte dalle scuole, dall’infanzia fino alle superiori, e si diffonde inesorabilmente nelle università e in tutta la società civile. Per contrastare questa deriva militaristica è nato nel 2023 come rete informale di associazioni (dal sindacato di base dei Cobas Scuola a Pax Christi), e poi costituitosi in Comitato di Scopo nel maggio 2024, l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università. Questo mondo eterogeneo, che variamente si richiama a valori quali il pacifismo, l’antifascismo, l’antimilitarismo, la nonviolenza, l’antirazzismo, l’antisessismo, la democrazia, l’ecologismo e il pluralismo, ha già avviato in circa tre anni di attività numerose campagne, ha destato l’attenzione di media e giornali nazionali e ha prodotto una serie di documenti importanti per contrastare il fenomeno della militarizzazione delle scuole.


Ciò che l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ha cominciato a registrare e denunciare da diversi anni è una indebita invasione di campo all’interno delle scuole da parte di rappresentanti delle forze armate addirittura in qualità di «docenti», impegnati nel tenere lezioni su vari argomenti (dall’inglese affidato a personale Nato fino a tematiche inerenti alla legalità e alla Costituzione). Tale ingerenza da parte dei militari è stata possibile, in realtà, perché a partire dal 2015 il Ministero dell’Istruzione (diventato poi Ministero dell’Istruzione e del merito) ha sottoscritto dei protocolli con il Ministero della Difesa per svolgere percorsi di Formazione scuola-lavoro (ex PCTO) direttamente nelle basi militari o nelle caserme, esautorando i/le docenti dalla democratica partecipazione alle iniziative didattiche di carattere pedagogico delle proprie scuole.

Lo sfondo su cui s’innesta il processo di militarizzazione è costituito da un contesto, quello degli ultimi vent’anni circa, in cui la scuola è stata assediata da logiche lontanissime dai principi di emancipazione, di formazione di cittadine e cittadini consapevoli con spirito critico, di crescita intellettuale, morale e spirituale, mentre si è fatta sempre più strada una tendenza a generare soggetti flessibili, corpi docili ben addestrati, tramite il ricorso alle «competenze», da inserire nel mondo del lavoro in qualità di capitale umano.

 

È così che l’insegnamento, derubricato ad «apprendimento»[1], è entrato all’interno di una riflessione apparentemente ammantata di ragioni pedagogiche, ma in realtà completamente asservita a logiche neoliberistiche che tendono a valorizzare la misurazione e la standardizzazione dei prodotti finali. Questa omologazione ideologica degli alunni e delle alunne è il risultato della messa a punto di un sottile «dispositivo di controllo»[2] dell’educazione, di cui i/le docenti, nell’ubriacatura della novità didattica, pedagogica e tecnologica, si sono rese/i complici, diventando mere/i esecutori/trici materiali, valutatori/trici di un processo di apprendimento scritto altrove e da altri soggetti.

Su questo sfondo pseudopedagogico, caratterizzato da un regime di «psicoistruzione[3], si staglia, peraltro, una situazione geopolitica che, proprio in virtù del ricorso allo stato d’eccezione generato dalle crisi cicliche e ricorrenti, necessita di destabilizzare zone del mondo apparentemente deboli sul piano militare al fine di compensare il debito mediante l’apertura di nuovi mercati, che vengono di volta in volta sottratti ad altre superpotenze in un risiko devastante per le popolazioni e gli esseri umani, ma utile alla gestione degli equilibri finanziari nel contesto multipolare.

Se non si presta la dovuta attenzione al quadro geopolitico, sociologico e antropologico internazionale, non si può comprendere fino in fondo il fenomeno della militarizzazione delle scuole, che agisce su due diversi piani, ma entrambi supinamente o inconsapevolmente accettati da tutto il personale scolastico.

 

E, tuttavia, la militarizzazione della scuola non passa solo attraverso la Formazione scuola-lavoro (ex PCTO), giacché, sempre negli ultimi anni, all’interno dei luoghi della formazione si è data la stura a una serie di progetti, anche questi in virtù di «Protocolli interministeriali», in collaborazione con le Forze Armate e con le Forze dell’Ordine, funzionali a esternalizzare l’insegnamento su specifiche questioni largamente riconducibili all’«educazione civica», all’«educazione stradale», all’«educazione alla legalità». Ci si è ritrovati, così, sempre più spesso con i militari all’interno delle scuole per attività scolastiche o parascolastiche contro il bullismo o il cyberbullismo, per la legalità, per celebrare la «Giornata di gratitudine alle Forze dell’Ordine per il contrasto alle mafie», ma anche, in maniera piuttosto ideologica, per la celebrazione di fantomatiche battaglie della «Grande Guerra», come, ad esempio, le «Ricorrenze della Celeste Patrona dell’Arma dei Carabinieri» e «dell’83° Anniversario della Battaglia di Culqualber», una battaglia combattuta nel 1941, quando i Carabinieri, al fianco delle Camicie Nere, si scontrarono contro i Britannici (Avviso n. 120 del Liceo Ariosto di Ferrara).

 

Ancora, nel febbraio 2026, in occasione del «Giorno del ricordo» istituito con la legge del 30 marzo 2004, gli studenti e le studentesse del Liceo Scientifico Arcangelo Scacchi di Bari, in accordo a un canovaccio già rodato che vede la celebrazione da parte dei militari nelle scuole di giornate dalla forte retorica nazionalistica, hanno partecipato a una commemorazione delle vittime delle foibe presso la vicina Caserma Picca. In questo caso, oltre alla ricostruzione storica piuttosto discutibile dell’evento da parte del relatore Prof. Neri, il quale in un precedente convegno a Trinitapoli nel 2024 aveva parlato di 20.000 vittime a fronte dei dati scientifici di 3.000-5.000, ciò che si rigetta categoricamente è lo svolgimento di attività didattiche in contesti d’arma. Lo spostamento delle lezioni dalle aule scolastiche agli spazi militari promuove una «pedagogia nera», incentrata sull’obbedienza gerarchica e sulla costruzione di immaginari di guerra possibile, sottraendo alla scuola il suo ruolo naturale di dibattito critico, nonviolento e democratico.

 

Questi sono solo alcuni esempi – tutti segnalati da docenti, studenti, studentesse e pubblicati sul sito www.osservatorionomilscuola.com – di un fenomeno martellante e dilagante, agevolato da una retorica ministeriale, e governativa tout court, che va ben oltre i Protocolli d’intesa nazionali, dal momento che spesso a essi si sovrappongono anche accordi specifici tra scuole e caserme. Ciò è accaduto a Molfetta (BA), dove nel febbraio del 2025 l’Osservatorio ha denunciato la firma di un Protocollo d’intesa tra la locale Associazione Eredi della Storia benemerita e il Liceo Scientifico OSA R. Levi Montalcini finalizzato a far entrare i militari all’interno della scuola con l’obiettivo specifico di fare reclutamento di quei 40.000 soldati mancanti, come ha chiaramente affermato il Generale Carmine Masiello e come, in fondo, anticipato dallo schema di legge diffuso nel giugno 2026 dal ministro Guido Crosetto che prevede l’istituzione di una riserva militare volontaria.

Si tratta di iniziative che trovano fondamento nel sottobosco della subcultura che insiste ideologicamente sulla necessità di inculcare sin dalla tenera età la «cultura della sicurezza» e la «cultura della difesa», davanti alle minacce degli altri Paesi che vogliono invaderci e conquistarci. Nel solco di questa ideologia militaristica, la stessa che ha condotto follemente agli albori del Novecento alla Prima guerra mondiale, bisogna collocare, ad esempio, anche l’iniziativa con la quale ragazzi e ragazze di una scuola media di Brindisi sono state/i condotte/i all’interno della caserma Carlotto della Brigata Marina San Marco di Brindisi per una «Lezione di combattimento corpo a corpo» e per addestrarsi in «percorsi a ostacoli», giustificando tutto ciò con la necessità dell’insegnamento della «disciplina» e della «difesa personale», il tutto per «sentirsi più forti e sicuri di sé», come si legge dall’articolo che riporta entusiasticamente il fatto (Brindisireport.it del 3/12/2024).

 

La militarizzazione delle scuole, epifenomeno di una più generale fascistizzazione del nostro Paese, risponde a un piano ben architettato dal Ministero della Difesa per aggredire i luoghi in cui sono presenti i/le giovani e fare arruolamento, come si può leggere nel Programma della Comunicazione del Ministero della Difesa del 2019 e in quello più aggiornato del 2025.

A leggere questi documenti non si va molto lontano da quanto scriveva nel 1938 il prof. Eugenio Grillo in La cultura militare nelle scuole medie, un testo giuridico in cui si commentava il R.D.L. 15 luglio 1938-XVI, n. 1249, recante Norme per l’insegnamento della Cultura Militare nelle scuole medie: «L’insegnamento della Cultura Militare nelle scuole ha scopo integrativo. È inteso, cioè, a concorrere alla preparazione del cittadino-soldato. Il compito affidato alla scuola civile in questo settore, la cui importanza diventa sempre più evidente, non è tanto quello di darci dei tecnici nel senso letterale della parola e neppure di creare dei professionisti, quanto quello eminentemente educativo di alimentare, rafforzare e rendere consapevole nei giovani lo spirito militare, che è oggi una delle loro caratteristiche migliori»[4].

Tuttavia, se questa nefasta commistione militaristica è abbastanza evidente e riconoscibile, sebbene non sempre contrastabile da parte di docenti che, in virtù della istituzionalità delle Forze Armate oppure del sicuro sbocco lavorativo che il mestiere del soldato offre, non avvertono il pericolo della militarizzazione ideologica della scuola, meno evidente e piuttosto strisciante, invece, è l’ingresso nei canali dell’istruzione dell’industria bellica.

 

Sin dal 1999 (Riforma Berlinguer) ciò che si è profilato sotto i nostri occhi è stato, purtroppo, un devastante processo economico di marca neoliberistica teso a depauperare la società civile per spostare le risorse verso il privato, comprese quelle relative ai sistemi di difesa, anch’essa a protezione dell’interesse privato. Mentre i soldi pubblici vengono negati a settori come Istruzione, Sanità e Trasporti e mentre le scuole cadono a pezzi e gli investimenti vengono dirottati verso una tecnologizzazione piuttosto spinta a vantaggio dell’ideologia STEM, lo Stato fa affari con l’impianto industrial-militare e con il commercio di armi.

Lo sdoganamento di investimenti privati verso le scuole pubbliche ha dato la stura, ad esempio, alla nascita di Licei digitali, finanziati dalla Fondazione Leonardo. La civiltà delle macchine, collegata a Leonardo SpA, una delle maggiori industrie produttrici di armamenti al mondo, azienda compartecipata dallo Stato italiano. In tali Licei i progetti sono concepiti da Leonardo SpA (es. Robotica e Droni in classe); i tutor di Leonardo SpA, manager e ingegneri, formano i docenti; studenti e studentesse, sempre molto affascinate/i dalle prodezze tecnologiche, diventano il bacino che Leonardo SpA terrà costantemente in considerazione per rinnovare il suo personale per la costante espansione del settore. Tutto ciò accade nel generale intorpidimento del senso critico e del depauperamento politico, mentre i venti di guerra si fanno sempre più fitti e vicini con una deflagrazione mondiale alle porte e con l’innalzamento del Pil nazionale per la spesa militare al 5%. E l’aspetto più drammatico è che l’industria bellica viene dipinta e vissuta come un settore all’avanguardia, non come produttore di strumenti di morte.

 

Messi tutti in fila, oggi come un secolo fa, appaiono evidenti i segni di una chiara fascistizzazione della società civile, a partire dalla scuola per finire all’università e alla società civile. Non vederli è il sintomo di una diffusa e colpevole indifferenza, di cui, però, come educatori ed educatrici, dovremmo mettere a parte gli studenti e le studentesse, giacché gli anticorpi della Resistenza e il ricordo delle lotte degli anni ’60 e ’70 vanno lentamente esaurendosi e si rischia di finire come le rane bollite, che a forza di adattarsi gradualmente a situazioni negative o minacciose, non hanno più la forza di reagire e finiscono per soccombere quando diventa troppo tardi.

L’urgenza di mettere in agenda tutti questi temi per elaborare risposte adeguate a un progetto politico che si presenta repressivo e securitario sin dalla scuola primaria ci ha spinti e spinte a chiamare a raccolta docenti, studenti, studentesse e tutta la società civile per articolare attraverso il sito web e la presenza nei territori e nelle scuole, attività di disseminazione, di informazione e di coscientizzazione costante.

 

In questi anni l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, oltre alla pubblicazione di ben quattro volumi, che raccolgono gli atti dei convegni nazionali e locali a partire dal 2022[5], ha prodotto due dossier, scaricabili dal sito, che riassumono l’attività di monitoraggio e denuncia sul territorio nazionale, ma soprattutto un fondamentale strumento operativo e di contrasto alla militarizzazione delle scuole: il Vademecum contro la militarizzazione delle scuole. Si tratta di una raccolta di documenti editabili con i quali l’Osservatorio intende fornire a tutte le componenti che operano nella scuola degli strumenti formali e pratici per contrastare la crescente presenza militare nei luoghi della formazione. Non solo, a seguito delle numerose ispezioni ministeriali che hanno interessato alcune scuole, «colpevoli» di aver invitato Francesca Albanese e di aver parlato di Palestina, l’Osservatorio insieme a Docenti per Gaza ha elaborato un libretto, chiamato in maniera evocativa Appunti Resistenti per la libertà d’insegnamento, con lo scopo di ricordare ai colleghi e alle colleghe i diritti che possiamo rivendicare davanti ai tentativi di censura, repressione e intimidazione nel caso di iniziative che non piacciono al Governo, come quelle legate alla questione palestinese.

 

Anche a seguito dell’attività costante dell’Osservatorio nei territori, abbiamo potuto constatare che la mobilitazione della società civile si dimostra un ottimo segnale, perché si comincia a prendere coscienza che la narrazione militarista, foriera di morte, si può invertire. Le politiche securitarie e la «cultura della difesa», che sempre più stanno pervadendo non solo le scuole, ma anche le università e i luoghi in cui si riproducono processi di formazione, sono l’anticamera della guerra: ogni volta che nel corso della storia gli Stati hanno sentito l’esigenza di difendersi, con una conseguente militarizzazione dei luoghi pubblici, tali iniziative hanno insospettito gli Stati viciniori, che a loro volta si sono armati, e condotto a guerre. Occorre prendere coraggio e avviare una riflessione condivisa sul progetto di pace che intendiamo costruire nella società civile, ma a partire, innanzitutto, dai luoghi della formazione, dalla scuola e dall’università.

 

Un punto fermo per l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università è la centralità degli organi collegiali e democratici della scuola (Collegio dei docenti, Consiglio d’Istituto, Consigli di classe) e il loro corretto funzionamento. Attraverso essi devono passare per intero il lavoro didattico, le attività, le iniziative e i progetti della programmazione scolastica e della cosiddetta offerta formativa. Sono questi gli spazi e i momenti in cui è fondamentale intervenire per opporsi alla militarizzazione delle scuole, per decidere se vogliamo i militari a scuola oppure no, se vogliamo favorire una pedagogia della guerra oppure della pace, se vogliamo formare all’acquiescenza nei confronti dell’esistente oppure a un reale pensiero critico. Del resto, lo strumento di contrasto più efficace che la classe docente ha nelle sue mani per opporsi alla militarizzazione delle società consiste proprio nella didattica quotidiana, nella costruzione giorno dopo giorno di una valida alternativa di pace e ciò è possibile grazie a numerosi progetti che si possono avviare nelle scuole nelle ore di educazione civica con le associazioni della società civile, ma anche mediante percorsi di autoformazione per docenti all’interno di reti di scuole impegnate in progetti di educazione nonviolenta, di mediazione e di risoluzione pacifica degli inevitabili conflitti.

 


Note

[1] Cfr. G.J.J. Biesta, Riscoprire l’insegnamento, Raffaello Cortina, Milano 2022.

2 M. Foucault, Sorvegliare e punire. Nascita della prigione, Einaudi, Torino 1993.

3 Cfr. M. Lucivero, A. Petracca, L’altro volto della Psicoistruzione: la comunicazione istituzionale e l’alienazione alla base dell’azione pedagogica, disponibile all’indirizzo: https://www.roars.it/laltro-volto-della-psicoistruzione-la-comunicazione-istituzionale-e-lalienazione-alla-base-dellazione-pedagogica/.

4 E. Grillo, La cultura militare nelle scuole medie, Napoli, 1938.

5 AA.VV., La scuola laboratorio di pace, 2 voll., Aracne, Roma 2023; AA.VV., Comprendere i conflitti. Educare alla pace, Aracne, Roma 2024; AA.VV., Scuole e università di pace. Fermiamo la follia della guerra, Aracne, Roma 2025.


Michele Lucivero è Dottore di ricerca in Etica e antropologia. Storia e fondazione presso l’Università del Salento e insegna Filosofia e Storia nei Licei in provincia di Bari. Ha tenuto corsi di Studi interculturali presso l’Accademia popolare Aretè di Schio, è docente formatore per il Cesp (Centro Studi per la Scuola Pubblica) ed è condirettore delle collane Paideia presso l’editore Aracne. Ha pubblicato diversi volumi con Aracne e ha curato la traduzione e l’introduzione a P.L. Berger, Riflessioni sulla religione, Armando, Roma 2020. Giornalista pubblicista, cura il blog «Agorà. La filosofia in Piazza» ed è promotore dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università.  

 

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