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scienza e politica

  • Immagine del redattore: Isabella Annesi-Maesano e Libero Maesano
    Isabella Annesi-Maesano e Libero Maesano
  • 1 ora fa
  • Tempo di lettura: 22 min

Note sul linguaggio disabilitato nella Striscia di Gaza

– In ricordo di Paolo Virno


prima parte

collection animée par Angéline Neveu
collection animée par Angéline Neveu

Tutto questo logorare l'esistenza dei colonizzati tende a rendere la vita qualcosa di simile ad una morte incompiuta.


 Fanon, F. (1959), A dying colonialism, Grove Press [traduzione degli autori]


Introduzione


Il 7 novembre 2025 ci ha lasciato Paolo Virno, nostro compagno dell'«assalto al cielo» degli anni 70. Ci siamo chiesti come ricordarlo senza cadere nelle trappole dell'agiografia e dell'esegesi. Abbiamo alla fine concluso che era interessante – e non ovvio – confrontare alcuni dei concetti su cui ha lavorato e che ha promosso nel dibattito teorico-politico con la guerra coloniale che i cani da guardia d'Israele, proxy della potenza imperialista statunitense, conducono contro la popolazione palestinese – in particolare contro i gazawi. In queste note, abbiamo cercato di utilizzare elementi del quadro concettuale proposto da Virno per approfondire un aspetto specifico ma decisivo di tale guerra coloniale, e cioè l'attacco alle capacità linguistiche della popolazione della Striscia di Gaza.

Dopo la guerra del 1967 e l'occupazione dell'intera Palestina da parte di Israele, si è aperto un periodo in cui la colonizzazione di insediamento originaria è stata affiancata da una dose di colonialismo di sfruttamento. L'occupazione militare sionista, e, in particolare, l'espropriazione dei territori agricoli e urbani e l'espulsione degli autoctoni, ha dato libero corso ad un processo di accumulazione originaria che ha generato una «nuova» forza-lavoro impiegabile nel territorio rivendicato da Israele: centinaia di migliaia di lavoratori, provenienti dai territori occupati, hanno prodotto quello che è poi stato chiamato il «boom palestinese», e cioè hanno costruito il moderno Israele. In parallelo, nei territori occupati, abbiamo assistito alla nascita e allo sviluppo di una intellettualità di massa.

La nuova composizione della forza-lavoro nei territori occupati ha costituito il substrato della prima Intifada. La rivolta ha creato un punto di inflessione nella strategia sionista: le velleità di sfruttamento di una popolazione discriminata e sottomessa vengono messe a dura prova dalla realtà dell'insorgenza. Israele ritorna quindi alle origini della colonizzazione di insediamento: i palestinesi, e, in particolare i gazawi, non sono addomesticabili come forza-lavoro a basso costo ma costituiscono una popolazione eccedente e ribelle che va eliminata per espulsione e sterminio. In particolare, dopo il ritiro delle truppe coloniali sioniste dalla Striscia di Gaza del 2005, i gazawi sono ridotti ad una una popolazione aliena e ostile su un territorio sottoposto ad uno stato d'assedio: un blocco terrestre, navale e aereo sostenuto, scandito da sei guerre coloniali, l'ultima delle quali è quella ad alta intensità condotta a partire dell'ottobre 2023. 

I concetti e le elaborazioni, su cui Virno ha lavorato intensamente e brillantemente, che cerchiamo di applicare al contesto specifico dell'attacco alle capacità linguistiche dei gazawi, afferiscono alla facoltà di linguaggio come elemento essenziale e distintivo delle capacità dell'animale umano, alla relazione tra il concetto marxiano di forza-lavoro - come risultato della mercificazione delle capacità umane – e il concetto foucaultiano di biopolitica, all'emergenza dell'intellettualità di massa dotata di spiccate capacità linguistiche, e all'inoperosità come condizione foriera di creatività, di prassi politica e di rivolta. Tali concetti e riflessioni si confrontano – a nostro avviso in modo fecondo – con altri quadri concettuali, come la cosiddetta accumulazione primitiva (o accumulazione originaria) di Marx, il colonialismo di insediamento di Wolfe, la necropolitica di Mbembe e il diritto di mutilare di Puar.

Avvertiamo il lettore di un partito preso, che è presentato come tale senza giustificazioni – per due motivi: sia per mancanza di spazio, sia per l'infinita sfinitezza che ci prende, dopo più di 70.000 morti «contati» nella Striscia di Gaza dall'ottobre 2026, nel ribadire verità che sono sotto gli occhi di tutti e che non tutti vogliono vedere. Il partito preso può essere riassunto nei seguenti termini: a) la storia della Palestina degli ultimi cento anni è la storia di un processo archetipico – e, tutto sommato, banale, anche se con le sue specificità – di colonizzazione di insediamento, condotto prima dal movimento sionista sotto la tutela del mandato britannico, e poi, senza soluzione di continuità, dall'etnostato coloniale sionista – denominato «stato di Israele» – sotto l'egida successiva delle potenze imperiali sovietica, francese e statunitense; b) il cosiddetto «conflitto arabo-israeliano» è in realtà una guerra coloniale brutale condotta dallo stato di Israele, oggi proxy dell'impero statunitense, contro la popolazione della Palestina.

Il qualificativo «coloniale» della guerra in corso contro i palestinesi non ha un ruolo cosmetico: la guerra coloniale non è la guerra regolamentata dall'odierno diritto internazionale umanitario – che, per altro, rivendica la sua giurisdizione anche su di essa – se non altro perché non è confronto armato tra due stati sovrani, ma scontro in cui la sovranità sul territorio conteso è esattamente ciò che una parte – il colonizzatore – nega alla parte avversa – il colonizzato – ponendo la sopravvivenza di quest'ultimo come posta in gioco. Ma questa è un'altra faccenda che merita un approfondimento per cui non c'è spazio in queste note.

Nelle sezioni «Aumento della sordità» e «Scolasticidio» evochiamo l'aumento della sordità e la completa distruzione delle infrastrutture del sistema scolastico gazawi, dovute ai bombardamenti intensi sulla Striscia dall'ottobre 2023, come attacchi diretti alle capacità linguistiche della popolazione. Capacità linguistiche di cui fissiamo le caratteristiche essenziali nella sezione seguente («Capacità linguistica») utilizzando i concetti fondamentali relativi alla facoltà di linguaggio che Virno riprende da Chomsky e che arricchisce, mettendo in luce il carattere di potenzialità (dynamis) del linguaggio, e formulando il concetto complementare di inoperosità, foriera di creatività e prassi politica.

Nella sezione «Colonialismo d'insediamento» riprendiamo i concetti propri al quadro concettuale proposto da Wolfe e l'istanziazione di tale tipo di colonialismo nel progetto sionista di colonizzazione della Palestina, nonché i punti fermi della strategia coloniale sionista che sono rimasti invariati da più di cento anni. Il colonialismo di insediamento si contraddistingue per il fatto che l'espropriazione della terra – che ritroviamo anche in altri contesti coloniali – è accompagnata e seguita dall'eliminazione – per espulsione o sterminio – dei nativi. L'eliminazione è un processo strutturale, dice Wolfe, ed è nel contesto di questo processo che si situano le strategie di attacco alle capacità linguistiche con l'obiettivo di ottenere il progressivo indebolimento della capacità di resistenza e di rivolta della popolazione autoctona.

In «Colonialismo di sfruttamento» evochiamo il processo, condotto da Israele a partire dalla fine della guerra del 1967 nei territori occupati, che consiste nell'espropriazione di porzioni congrue dei territori occupati e nell'espulsione in massa degli autoctoni questa volta non destinati all'eliminazione, ma alla generazione di un «nuovo» proletariato, una forza-lavoro ricattabile da impiegare vantaggiosamente sia in Israele che nei territori occupati. Ai «nuovi» proletari espulsi dai territori colonizzati si affianca la nuova generazione che comprende una consistente intellettualità di massa.

In «Forza-lavoro, accumulazione originaria e biopolitica», riesaminiamo il concetto marxiano di forza-lavoro non come un elemento naturale e trans-storico, ma come il prodotto del processo, per altro estremamente violento, di accumulazione originaria, messo in opera dallo stato capitalistico. Segue il richiamo delle splendide pagine di Virno sulla relazione necessaria tra forza-lavoro e biopolitica, che spiegano come quest'ultima può essere compresa razionalmente solo come gestione del bios in quanto substrato delle capacità umane mercificabili come forza-lavoro («far vivere» e «lasciar morire»). Una rapida inchiesta sulla biopolitica messa in opera dall'etnostato coloniale sionista dopo il 1967 nei confronti della forza-lavoro palestinese conclude la sezione.

La nuova composizione della forza-lavoro palestinese è il substrato della grande rivolta del 1987, iniziata nella Striscia di Gaza, conosciuta come prima Intifada, che viene trattata nella sezione seguente («Intifada»). Israele reagisce alla rivolta, tatticamente con la repressione la più brutale e, strategicamente, con l'abbandono del colonialismo di sfruttamento e il ritorno al «puro» colonialismo di insediamento, e quindi alla strategia di eliminazione – via sterminio e/o espulsione – degli autoctoni. Il quadro concettuale della necropolitica di Mbembe («far morire» e «lasciar vivere»), a cui applichiamo la critica che Virno ha effettuato nei confronti della biopolitica di Foucault (presentato nella sezione «Necropolitica e forza-lavoro»), ci sembra perfettamente adeguato per rendere conto di questa ultima e contemporanea fase del processo di colonizzazione e della guerra coloniale condotta dall'etnostato coloniale sionista che si concretizza nello stato di assedio della Striscia di Gaza. In questo contesto, in cui né l'espulsione, né lo sterminio, nelle loro forme totali e immediate sono sostenibili, né materialmente né politicamente, la disabilitazione del linguaggio, e cioè dello strumento primordiale di deliberazione e di organizzazione della resistenza e della rivolta, diventa una precisa tecnologia necropolitica. Ma i palestinesi, e in particolare i gazawi, non subiscono passivamente, ma producono istituzioni del comune che attuano forme di resistenza sorprendenti. 

La tecnologia della disabilitazione, in particolare del linguaggio, è approfondita nella sezione «Diritto di mutilare», che introduce il quadro concettuale di Puar. Quadro che permette di riprendere e approfondire la relazione tra capacità – nella fattispecie capacità linguistica –, mutilazione – dei corpi (perdita dell'udito) e delle infrastrutture («scolasticidio», distruzione del sistema sanitario) – e disabilità (perdita della suddetta capacità linguistica), per spiegare la quale Puar introduce il concetto di debilitazione. La perdita della capacità linguistica – come altre forme di disabilità –viene prodotta deliberatamente da un dispositivo necropolitico che logora la facoltà di espressione e di pensiero del popolo palestinese per mantenerlo in uno stato di sopravvivenza precaria, privata della parola e strutturalmente debilitata.

Nella «Conclusione» facciamo il punto sulla «soluzione finale» del «problema palestinese». Soluzione finale caldamente auspicata ma non ancora fissata dall'etnostato coloniale sionista in concertazione con la potenza tutelare statunitense, soluzione finale che continua ad oscillare tra sterminio totale – l'atomica tattica? – e espulsione totale – ma dove ? – del popolo di Palestina.



Aumento della sordità


Secondo un'indagine condotta da Aftaluna, un'associazione per i non udenti, pioniera nel settore nella Striscia di Gaza dal 1992, riportata recentemente da «Le Monde» (1), in data del 7 gennaio 2026, circa 35.000 bambini e adulti nella Striscia hanno subito una perdita parziale o totale dell'udito a causa dei traumi acustici provocati dai bombardamenti iniziati nell'ottobre 2023. Questi disturbi uditivi sono quasi sempre irreversibili. La perdita dell'udito può derivare da lesioni alla testa o al collo che provocano lacerazioni del timpano o traumi al sistema uditivo. Tuttavia, può verificarsi anche semplicemente per esposizione a onde sonore ad alta intensità, come quelle delle bombe più potenti, senza che vi siano danni fisici visibili.

A Gaza, si stima che dall'ottobre 2023 l'esercito israeliano abbia fatto esplodere più di 40.000 tonnellate di ordigni, tra cui bombe molto potenti di tipo MK 84, MK 82 e GBU 39 Small Diameter Bomb. Il livello sonoro prodotto da queste esplosioni, in funzione della massa esplosiva, è riportato nella Tabella 1. Non si tratta dei comuni decibel (dB) – si tenga presente che un bisbiglio raggiunge i 30 dB, una conversazione normale i 60 dB, l'interno di una utilitaria a forte velocità i 90 dB e così via, fino al colpo di cannone o allo scoppio di una bomba, che superano i 200 dB. Si tratta di pressione acustica istantanea (sovrapressione – dB SPL (Sound Pressure Level)), che può raggiungere valori estremamente elevati nelle vicinanze dell'esplosione e che provoca la rottura del timpano e la sordità.





I bambini il cui sistema uditivo è stato danneggiato dai bombardamenti israeliani hanno urgente bisogno di apparecchi acustici o, in alcuni casi, di impianti cocleari, altrimenti rischiano gravi ritardi nello sviluppo. Tuttavia, le loro famiglie non riescono a procurarseli. L'ingresso nella Striscia di Gaza di molte attrezzature mediche e farmaci rimane bloccato a causa delle restrizioni imposte da Israele, in particolare sui beni considerati «a duplice uso», civile e militare – e la lista di questi beni è interminabile, soprattutto nel settore medico e farmaceutico. Gli aiuti attualmente autorizzati all'ingresso consistono principalmente in generi alimentari, sempre in quantità strettamente controllate.

Notare che anche chi possiede un apparecchio uditivo spesso non può utilizzarlo, per mancanza di batterie, anch'esse bloccate alla frontiera da Tsahal perché «a duplice uso», avverte l'associazione Atfaluna, i cui 132 dipendenti non hanno interrotto la loro attività nonostante la distruzione della sede principale dell'organizzazione situata nella Striscia. Queste carenze sono solo una parte del problema. Strumenti diagnostici, laboratori per la produzione di auricolari su misura, sale operatorie, gran parte delle infrastrutture necessarie per la cura dei disturbi uditivi, tutto ciò è stato distrutto dai bombardamenti dell'esercito coloniale sionista. Senza contare che molti medici specializzati hanno lasciato l'enclave nei primi mesi di guerra, quando il terminal di Rafah, all'estremità meridionale della Striscia, era ancora aperto.

La situazione si è aggravata ulteriormente a causa della distruzione delle abitazioni, della carenza di acqua potabile, della distruzione del sistema fognario, della malnutrizione e della mancanza di cure primarie, il tutto causato dal blocco terrestre, navale e aereo. Anche infezioni lievi, come le otiti, possono causare perdite uditive permanenti se non trattate tempestivamente. Infine, gli sfollamenti forzati, i bombardamenti continui, la carestia e la mancanza di medicinali colpiscono le donne incinte e i feti e possono portare alla nascita di bambini con handicap, in particolare uditivi. Senza apparecchi adeguati, e senza una pratica generalizzata del linguaggio dei segni, la nuova generazione di bambini ipoudenti non potrà partecipare alle attività educative né beneficiare di un sostegno psicosociale.

Questa situazione ha conseguenze profonde sullo sviluppo delle capacità linguistiche della popolazione. La perdita uditiva precoce in assenza di assistenza medica – diagnosi, cure, protesizzazione e riabilitazione logopedica – compromette l'acquisizione del linguaggio, l'apprendimento e lo sviluppo cognitivo ed emotivo, con effetti duraturi. L'udito riveste un ruolo cruciale nello sviluppo del linguaggio del bambino perché l'accesso precoce al suono e ai segnali linguistici struttura i circuiti cerebrali deputati alla comunicazione. In assenza di un input linguistico adeguato – orale o visivo, come la lingua dei segni – l'acquisizione del linguaggio risulta impedita, con ripercussioni sull'apprendimento, sulla memoria e sulle funzioni cognitive dette esecutive, che permettono di regolare il comportamento, pensare in modo flessibile e raggiungere obiettivi. Poiché il linguaggio è un mediatore centrale dello sviluppo cognitivo ed emotivo, la sordità non adeguatamente compensata può influenzare la costruzione delle relazioni sociali, la regolazione delle emozioni e l'identità personale. Un accesso precoce a modalità comunicative complete è quindi determinante per garantire uno sviluppo globale armonico. È importante ricordare che, nella Striscia di Gaza, la maggioranza dei genitori non dispongono né dei mezzi né delle condizioni necessarie per apprendere la lingua dei segni. I bambini sordi si trovano così privati di un accesso essenziale alla vita in comune e risultano spesso completamente isolati dal resto del mondo.


 

«Scolasticidio»


La distruzione delle infrastrutture scolastiche della Striscia di Gaza – oltre il 90 % degli edifici scolastici sono stati gravemente colpiti, lasciando migliaia di giovani senza accesso regolare all'istruzione dall'ottobre 2023 a oggi – priva i bambini e i giovani di un ambiente educativo strutturato e stabile, in cui l'esposizione al linguaggio è ricca, continua e adeguata all'età. Ciò si traduce in un freno profondo allo sviluppo del linguaggio, dell'apprendimento e alla crescita cognitiva ed emotiva.

Lo sviluppo di capacità linguistiche si fonda su interazioni regolari con adulti formati, con i pari e con materiali didattici (libri, immagini, strumenti educativi), soprattutto durante le fasi critiche dello sviluppo cerebrale. Quando scuole, centri educativi e dispositivi di supporto vengono distrutti, l'accesso a input linguistici adeguati diventa frammentario o del tutto assente. Mancare lunghi periodi di scuola nei primi anni di vita, riduce la quantità e qualità dell'esposizione a stimoli linguistici strutturati, fondamentali per lo sviluppo cognitivo, la lettura e la scrittura. Ogni anno scolastico perso può tradursi in difficoltà di apprendimento che si accumulano nel tempo. La guerra coloniale e lo stato di assedio hanno anche reso difficile l'accesso a libri, strumenti didattici e personale qualificato, e la maggioranza delle famiglie non è in grado di compensare la perdita della scuola come ambiente di apprendimento. Questa privazione è ulteriormente aggravata da condizioni di stress cronico, insicurezza e trauma, che compromettono attenzione, memoria e capacità di apprendimento. In tali circostanze, il linguaggio – elemento fondamentale per il pensiero simbolico, l'apprendimento e lo sviluppo emotivo – non può svilupparsi in modo armonico, esponendo i bambini a ritardi duraturi con conseguenze cognitive, sociali ed emotive.

La popolazione della Striscia di Gaza è composta da un'elevata percentuale di giovani: il 43,5% è costituito da bambini di età pari o inferiore a 14 anni e il 50% da minori di 18 anni. Prima dell'ottobre 2026, la striscia di Gaza esibiva tassi di alfabetizzazione e di scolarizzazione molto elevati, ceteris paribus tra i più alti al mondo. Dal 1997, il tasso di alfabetizzazione dei palestinesi di età superiore a 15 anni è passato dal 86,1% al 97,8% nel 2017. Per i maschi (di età pari o superiore ai 15 anni) è salito – nel periodo 1997-2021 – dal 92,2% al 98,8%, e tra le femmine per lo stesso periodo dal 79,7% al 96,5%. In particolare, nella Striscia di Gaza il tasso è salito dal 86,3% del 1997 al 98,0% nel 2021 (2). Secondo il Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP), il tasso di scolarizzazione in Palestina è uno dei più alti in Medio Oriente ed il tasso di analfabetismo è uno dei più bassi al mondo.

Prima dell'ottobre 2023, il sistema scolastico di Gaza, che copriva tutti i livelli dall'asilo alle scuole superiori, contava 625.000 studenti e 22.564 insegnanti distribuiti in 813 scuole per un totale di 563 edifici; il 63% delle scuole condivideva le strutture e funzionava con orari a doppi o tripli turni . I tassi di scolarizzazione erano del 95% nella scuola primaria e del 90% nella scuola secondaria. Uno dei motivi principali degli alti tassi è che l'istruzione a Gaza era completamente gratuita. Le scuole gestite dall'autogoverno palestinese e dall'UNRWA (United Nations Relief and Work Agency) erano aperte a tutti i bambini palestinesi (3). I libri di testo venivano distribuiti gratuitamente e il materiale scolastico (zaini, quaderni, penne e uniformi) veniva finanziato, anche se parzialmente.

Anche il livello universitario era relativamente accessibile. L'università gestita dall'autogoverno palestinese richiedeva tasse di iscrizione simboliche. Sette università private richiedevano tasse di iscrizione che variavano da moderate ad elevate (a seconda dell'istituto e del corso di studi) e cinque collegi universitari esigevano tasse di iscrizione moderate. Il tasso di iscrizione all'istruzione superiore era del 45% (4).

Il rapporto della Commissione internazionale indipendente d'inchiesta delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati – pubblicato il 18 giugno 2026 (5) – afferma che l'esercito sionista ha distrutto il sistema scolastico e oltre la metà di tutti i siti religiosi e culturali nella Striscia di Gaza, creando condizioni che hanno reso impossibile l'istruzione di bambini e adolescenti. La Commissione ha accertato che l'esercito sionista ha fatto ricorso a raid aerei, bombardamenti, incendi e demolizioni per danneggiare e distruggere gli edifici scolastici e universitari a Gaza. Tra il 7 ottobre 2023 e l'11 ottobre 2025, 459 dei 564 edifici scolastici presenti a Gaza sono stati colpiti direttamente. Poiché il 61% delle scuole di Gaza funzionava con turni doppi o tripli prima dell'ottobre 2023, la distruzione di ogni singolo edificio scolastico ha un impatto raddoppiato, lasciando senza aule un numero di studenti pari ad almeno il doppio della capienza dell'immobile. I 459 edifici scolastici colpiti direttamente ospitavano, prima del conflitto, circa 497.712 studenti e 18.740 insegnanti (Ibidem).

A novembre 2025, il sistema scolastico di Gaza era ormai al collasso: oltre il 97% delle scuole era danneggiato o distrutto e il 93% necessitava di interventi di ripristino significativi o di una ricostruzione completa per tornare a essere funzionante.  Tutte le università e le scuole superiori di Gaza sono state distrutte. Tra i morti «contati» (6), vi sono almeno 15.000 giovani in età scolare. In molti attacchi contro le scuole, i testimoni hanno riferito che non vi è stato alcun preavviso, oppure che gli avvisi di evacuazione sono stati comunicati poco prima che avvenissero gli attacchi, senza lasciare tempo sufficiente alle persone per fuggire. Notare che le coordinate delle strutture scolastiche dell'UNRWA oggetto di attacchi erano state comunicate regolarmente alle parti in conflitto ed erano chiaramente contrassegnate come sedi delle Nazioni Unite, con il simbolo delle Nazioni Unite visibile sia dall'alto che dalla strada (OHCHR, op. cit.).

La Commissione ha indagato su diversi casi di distruzione di strutture scolastiche ed è giunta alla conclusione che tali atti fossero deliberati e non motivati da alcuna necessità militare. In più, in tali occasioni, i soldati israeliani hanno registrato e diffuso video in cui deridono i palestinesi e il loro sistema scolastico. La Commissione ritiene che tali atti siano indicativi dell'intenzione degli israeliani di distruggere queste strutture per limitare, nel lungo periodo, l'accesso dei palestinesi all'istruzione. L'accusa costante da parte di Tsahal è che tutto ciò che viene bombardato è in realtà una subdola e vile copertura di basi terroristiche. Nel corso dell'indagine, la Commissione ha riscontrato un solo caso di utilizzazione di una scuola per scopi militari da parte delle brigate Ezzedin al-Qassam (ala militare di Hamas).

Nonostante i numerosi tentativi di riaprire parzialmente alcune scuole e di allestire spazi didattici provvisori, migliaia di bambini continuano oggi a essere privati di un'istruzione regolare. Spesso gli istituti che non sono stati completamente distrutti operano con orari ridotti e offrono ai propri studenti solo poche ore di lezione. Inoltre, secondo l'Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA), più di 250 strutture scolastiche provvisorie sono state chiuse temporaneamente o definitivamente, con ripercussioni su circa 180.000 studenti e insegnanti. Per contrastare quello che ormai è stato definito uno «scolasticidio» - ovvero la distruzione sistematica di un sistema scolastico - molti abitanti di Gaza hanno improvvisato delle aule sotto le tende. Basate sul volontariato, queste aule rappresentano solo un palliativo temporaneo e non sono disponibili ovunque.



Capacità linguistica


La tesi che intendiamo discutere in queste note è che lo «scolasticidio» e l'aumento della sordità provocati dai bombardamenti israeliani costituiscono un attacco specifico alla capacità linguistica della popolazione della Striscia di Gaza. Per comprendere la portata storico-sociale di tale capacità – e della sua inibizione e perdita –, facciamo appello al quadro concettuale proposto da Paolo Virno.

Virno, facendo eco a Chomsky, propone un'organizzazione della capacità linguistica dell'animale umano su tre livelli: a) la facoltà di linguaggio, biologica e innata; b) la padronanza, sociale e acquisita, di una o più lingue storiche; c) la partecipazione a pratiche linguistiche particolari, anch'essa sociale e acquisita. La facoltà di linguaggio è una potenzialità specie-specifica, biologico-antropologica. Per Chomsky, la facoltà di linguaggio in senso stretto si riduce essenzialmente ad un'unica operazione: la fusione (merge) (7). La fusione è un'operazione ricorsiva che prende due elementi sintattici e li combina in un nuovo oggetto, che può a sua volta essere reimmesso nell'operazione. Questa ricorsività illimitata è ciò che consente di generare un numero illimitato di oggetti sintattici a partire da un repertorio limitato di elementi lessicali. La fusione costruisce oggetti sintattici strutturati gerarchicamente che sono poi disponibili ai sistemi sensomotori di interfaccia orale (parlare/intendere), scritta (scrivere/leggere) e segnica (segnare/vedere).

Diciamo subito, contro un pregiudizio storico, che la modalità orale dell'interfaccia non è indispensabile per disporre del linguaggio. La modalità segnica è altrettanto rilevante. Le aree del linguaggio cerebrali centrali sembrano condivise tra le diverse modalità linguistiche, che sembrano appoggiarsi su un meccanismo neurale indipendente dalla modalità (8).

 

Virno afferma che l'universale biologico chomskyano – la fusione, innata e specie-specifica – è la condizione di possibilità del particolare storico: la padronanza di una o più lingue storiche e di pratiche linguistiche specifiche. L'esistenza di una facoltà universale, distinta dalla miriade di lingue storiche, «attesta limpidamente l'indole non specializzata dell'animale umano, ovvero la sua innata familiarità con una dynamis, potenza, mai passibile di esauriente realizzazione» (9). Ma Virno va più in là: non solo non c'è contraddizione tra naturalismo e storicismo, ma la creatività propria alla facoltà di linguaggio costituisce una fondazione naturalistica dell'autonomia e della creatività dell'animale umano che permette di rompere il mimetismo del comportamento: proprio perché la ricorsività permette di rappresentare il non-essere e il possibile, l'animale umano è l'unico che può scegliere, negare, immaginare un mondo diverso da quello che è.

La relazione tra la facoltà di linguaggio e le lingue storiche pone una questione fondamentale: la facoltà di linguaggio fa tutt'uno con la realtà ultima delle lingue storiche, o costituisce soltanto la loro condizione di possibilità? Virno, con Chomsky, confuta l'argomento cardinale dello storicismo, per cui la varietà delle lingue storiche testimonia l'indipendenza del linguaggio dalla biologia. Per Virno, la facoltà di linguaggio è allo stesso tempo linguaggio in potenza (la carne che si fa verbo) e potenza del linguaggio (il verbo che si fa carne). Virno sostiene che è fuorviante scambiare la facoltà di linguaggio per una protolingua parlata dall' intera specie. È anche fuorviante, però, ritenere che la facoltà di linguaggio sia un mero antefatto cronologico di ogni lingua storica, incline a scomparire senza lasciar traccia di sé una volta perfezionato l'apprendimento di quest'ultima. Lungi dall'estinguersi, la potenza-facoltà coesiste con la lingua in atto, ma non è mai direttamente accessibile all'esperienza. Non c'è esperienza della fusione indipendente dalla lingua storica (Virno, 2003, op. cit.).

Apprendere una lingua storica è, per l'essere umano, una forma di esposizione al mondo che nessun altro animale sperimenta. L'ape o il corvo hanno sistemi di segnalazione determinati biologicamente – non devono «imparare» a comunicare. L'animale umano invece nasce in uno stato di incompletezza radicale rispetto al linguaggio: ha la facoltà, ma non ha ancora nessuna lingua. Deve acquisirne una – la carne che si fa verbo – attraverso l'immersione in una comunità. Il periodo di acquisizione – l'infanzia linguistica – è il momento in cui si manifesta nel modo più netto la differenza tra i due livelli: il bambino ha la facoltà - altrimenti non potrebbe acquisire nessuna lingua – ma non possiede ancora nessuna lingua. Questa condizione rivela per un momento la «nuda» facoltà (Virno, 2003, op. cit.).

La facoltà di linguaggio è una dotazione biologica del singolo organismo, mentre la lingua storica e le pratiche linguistiche particolari sono invece essenzialmente condivise e sociali – Wittgenstein dice che non esiste una lingua privata, esercitata da un singolo individuo (10) (11). L'acquisizione di una lingua storica implica dunque una individuazione attraverso la comunità: il singolo attua la sua facoltà innata universale immergendosi in pratiche condivise che sono storicamente particolari. Resta sempre una eccedenza tra carne e verbo: tra ciò che la facoltà potrebbe dire e ciò che la lingua storica permette di dire, tra l'universale biologico e il particolare storico-culturale. L'eccedenza della facoltà di linguaggio non scompare con l'acquisizione di una lingua storica: l'adulto pienamente competente in una lingua storica particolare porta con sé una facoltà che la supera, che contiene la possibilità di inventare neologismi, di usare la lingua in modi imprevisti, di negare, e di imparare altre lingue – operazioni che eccedono qualsiasi uso comunicativo determinato. E, per Virno, è precisamente in questo scarto che si apre lo spazio della creatività, della trasformazione linguistica, e della politica intesa come praxis (Virno, 2003, op. cit.).

Il Wittgenstein delle Ricerche Filosofiche tende a dissolvere il linguaggio nell'uso, a fare della regola di una pratica condivisa il fondamento ultimo della significazione (Wittgenstein, op. cit.). Virno riconosce la validità dell'osservazione wittgensteiniana: il linguaggio vive nell'uso, le regole grammaticali profonde non sono entità platoniche ma pratiche condivise («giochi linguistici»), e la capacità linguistica reale include l'attitudine a partecipare a vecchie e nuove pratiche linguistiche integrate in «forme di vita» (Wittgenstein, op. cit.), (Virno, 2003, op. cit.). Virno riconosce che i giochi linguistici sono il luogo in cui la lingua vive e si trasforma, e che non esiste una padronanza della lingua che sia completamente indipendente da qualsiasi pratica. Nessuno impara l'arabo nel vuoto - lo impara in contesti, attraverso interazioni, partecipando a «forme di vita».

Il disaccordo con Wittgenstein non riguarda dunque il ruolo dei giochi linguistici, ma il loro statuto: per Wittgenstein sono fondanti, per Virno sono derivati da qualcosa di più profondo – la padronanza della lingua storica come sfondo, e dietro di essa la facoltà biologica come universale. La padronanza di una lingua storica, attuazione determinata della biologica facoltà di linguaggio, funziona come uno sfondo implicito, una familiarità pre-riflessiva con un mondo articolato linguisticamente, che non è mai completamente oggettivabile in regole esplicite né in pratiche determinate. Questo sfondo è ciò che rende possibile la partecipazione ai giochi linguistici, ma non coincide con nessuno di essi. È la condizione di possibilità dei giochi, non il loro risultato.

Ma c'è di più. Wittgenstein non spiega né l'evoluzione delle pratiche linguistiche (giochi linguistici) consolidate né l'«invenzione» di nuove pratiche. Wittgenstein si interessa quasi esclusivamente alla grammatica «profonda», cioè allo studio quasi-empirico del significato delle parole definito come sovrapposizione delle loro usi nei giochi linguistici in cui sono attualmente implicate (si pensi al termine «batteria»: polli in batteria? Batteria della vettura? Dell'orchestra jazz?). L'obiettivo esplicito di Wittgenstein è l'uso terapeutico della grammatica dei giochi linguistici nei confronti della filosofia, per curare il linguaggio filosofico che ha tendenza a «partire in vacanza», e cioè a impiegare le parole fuori dei contesti delle pratiche (forme di vita) in cui sono coinvolte e ad usare astrazioni come entità che costituiscono l'essenza o la sostanza degli oggetti concreti (Virno, 2003, op- cit) (12). Wittgenstein rifugge da ogni teoria del linguaggio, ed è quindi restio a teorizzare l'evoluzione delle pratiche linguistiche. Virno accetta il significato come uso, ma si pone esplicitamente la questione dell'evoluzione di tale uso, e cioè dell'evoluzione delle pratiche linguistiche esistenti e dell'invenzione di nuove pratiche. La questione è: quali sono i dispositivi che permettono il cambiamento di una pratica linguistica esistente e l'emergenza di una nuova pratica?

La risposta è, per Virno, evidente e immediata: la capacità di cambiamento va ricercata nel primo livello della capacità linguistica, e cioè la facoltà di linguaggio. L'esperienza mostra che il linguaggio è radicalmente creativo e negante (13). E questa creatività si spiega solo risalendo alla ricorsività biologica che permette combinazioni illimitatamente nuove. L'evoluzione dei giochi linguistici è possibile perché c'è una facoltà biologica sottostante. In più, Virno sostiene che la padronanza di una lingua storica non si riduce alla somma dei giochi linguistici praticati. La competenza linguistica del parlante eccede qualsiasi insieme determinato di pratiche linguistiche. L'argomento che Virno usa è di tipo fattuale: un parlante nativo dell'italiano è in grado di comprendere e produrre enunciati che non ha mai incontrato prima, di iniziare a partecipare a giochi linguistici in cui non è mai stato introdotto, di capire – almeno parzialmente – usi metaforici, ironici, iperbolici della lingua che nessuna pratica specifica gli ha insegnato. Questa capacità di estensione illimitata non si spiega se la padronanza della lingua si esaurisce nei giochi praticati.

Per Virno la facoltà di linguaggio è una potenza generica, sempre eccedente rispetto ai suoi usi determinati. Non coincide mai completamente con le sue attuazioni. Qui entra in gioco la nozione di inoperosità, uno dei concetti più originali nel pensiero di Virno, articolato soprattutto in opere come Quando il verbo si fa carne (Virno, 2003, op. cit.) e Esercizi di esodo (14). L'inoperosità non significa inattività o paralisi, ma sospensione dell'opera determinata e apertura della potenzialità ad usi non predeterminati. Virno parte dalla distinzione aristotelica tra ergon (opera, funzione propria) e argìa (inoperosità, mancanza di funzione determinata). Nell'Etica Nicomachea, Aristotele si chiede quale sia l'ergon dell'essere umano e risponde: la vita secondo il logos. Ma Virno rovescia il problema - l'uomo è precisamente l'animale che non ha un'opera biologica predefinita, una nicchia ecologica determinata.

L'inoperosità è l'esperienza della potenzialità in quanto tale - di ciò che può essere fatto senza ancora esserlo. La potenzialità vera include sempre la possibilità di non attuarsi. L'inoperosità è l'esistenza stessa di questa soglia, di questa sospensione. L'inoperosità si identifica con ciò che nelle capacità fisiche, intellettuali e linguistiche del corpo umano eccede qualsiasi uso definito. In particolare, la capacità linguistica – e cioè la facoltà di linguaggio, più la padronanza di lingue storiche, più la partecipazione a pratiche condivise – è una capacità generale che nessun compito determinato, nessun lavoro concreto può saturare completamente. Da cui una conseguenza politica fondamentale: l'inoperosità è la condizione di possibilità della praxis in senso arendtiano (15), della parola pubblica e dell'azione politica. Proprio perché l'animale umano non è bloccato a nessuna opera biologicamente definita, può agire insieme agli altri nella sfera pubblica. L'assenza di un ergon dato è la fonte della creatività e dell'autonomia.



Note

1 M. J. Sader, In Gaza, the war is creating a new generation of deaf children, «Le Monde», 8/01/2026.

2 PCBS: Il tasso di analfabetismo in Palestina è uno dei più bassi al mondo, «Infopal», 16/09/2022

3 B. N. Schiff, Refugees Unto the Third Generation: UN Aid to Palestinians. «Syracuse University Press», 1995.

4 A. Sullivan, Palestinian universities under occupation, «American University in Cairo Press», 1988.

5 OHCHR. “The essence of childhood has been destroyed”: Israel's deliberate targeting of Palestinian children in the Occupied Palestinian Territory since 7 October 2023, Independent International Commission of Inquiry on the Occupied Palestinian Territory, including East Jerusalem, and Israel, 2026.

6  R. Hil, G. Polya, Skewering History: The Odious Politics of Counting Gaza's Dead, Arena, 29/07/2025.

7 N. Chomsky - T.D. Seely - R.C. Berwick - S. Fong - M.A.C. Huybregts - H. Kitahara - A. McInnerney - Y. Sugimoto, Merge and the Strong Minimalist Thesis (Kindle edition), Cambridge University Press 2023.

8 L.A. Petitto, How the Brain Begets Language, in J. McGilvray (Ed.), The Cambridge Companion to Chomsky (pp. 84-101). Cambridge University Press Cambridge, UK 2005.

9 P. Virno, Quando il verbo si fa carne, Bollati Boringhieri, 2003

10 L. Wittgenstein, Philosophical investigations, G. E. M. Ascombe, Trans.; Second edition, Basil Blackwell, 1958.

11 S.A. Kripke, Wittgenstein on rules and private language: An elementary exposition. Harvard University Press, 1982.

12 D. Adam, When Language Goes on Holiday: Philosophy and Anti-philosophy in Marx and Wittgenstein, «Libcom.Org», 17/06/2014.

13 P. Virno, Saggio sulla negazione: Per una antropologia linguistica, Bollati Boringhieri, 2013.

14 P. Virno, Esercizi di esodo: Linguaggio e azione politica, ombre Corte, 2002.

15 H. Arendt, The Human Condition (2nd ed.). The University of Chicago Press, 2019.


 

Isabella Annesi-Maesano, MD, PhD, DSc, è epidemiologa e specialista in sanità pubblica, con una vasta esperienza nello studio delle cause delle malattie croniche e nella promozione della salute della popolazione, maturata in Francia, presso l’Institut National de la Santé et de la Recherche Médicale, e all’estero, come direttore di ricerca. È attivamente coinvolta nel coordinamento e nella consulenza scientifica per numerose società mediche e organizzazioni di settore, a livello sia nazionale che internazionale, contribuendo allo sviluppo di raccomandazioni e linee guida strategiche, alla sorveglianza epidemiologica delle malattie e all’implementazione di politiche di sanità pubblica. Le più recenti riguardano l’impatto ambientale e sanitario della guerra a Gaza e in Iran. Ha partecipato alle lotte politiche e sociali in Italia a partire degli anni ’70.

 

Libero Maesano ha partecipato alla stagione di lotte sociali in Italia negli anni ’60-70. È stato tra i fondatori di Potere operaio. Matematico di formazione, ha sostenuto una tesi sulla formalizzazione degli schemi di riproduzione di Marx. Vive in Francia dove ha condotto una carriera di software engineer e di computer scientist, in particolare nel campo dell’intelligenza artificiale, ricoprendo ruoli tecnico-scientifici, manageriali e imprenditoriali.

 



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