scienza e politica

Note sul linguaggio disabilitato nella Striscia di Gaza
– in ricordo di Paolo Virno
seconda parte

La prima parte di questo testo è stata pubblicata lo scorso 3 settembre. La terza e quarta parte finale saranno pubblicate i prossimi 17 e 18 settembre.
Colonialismo di insediamento
È ormai generalmente accettata l’idea che la colonizzazione della Palestina da parte –successivamente – dell’imperialismo britannico, sovietico, francese e statunitense, operanti come potenze imperialiste tutelari del progetto coloniale sionista, sia una manifestazione, per molti versi archetipica, di colonialismo di insediamento [1] [2] [3] [4] [5] [6] [7] [8] [9] [10] [11] [12]. Il colonialismo di insediamento (o di popolamento) è caratterizzato dal fatto che l’obiettivo principale dei colonizzatori è l’appropriazione del territorio da colonizzare per popolarlo di coloni – «importati» direttamente dalla «madrepatria» (la potenza imperialista tutelare) o fatti venire da altri lidi.
L’appropriazione del territorio è accompagnata e seguita dall’eliminazione degli autoctoni che abitano il territorio da colonizzare, che viene effettuata con strumenti diversi, ma che implicano tutti l’uso della violenza a vari livelli: a) lo sterminio, b) l’espulsione, e, c) l’assimilazione. Quest’ultima va intesa come integrazione degli autoctoni, necessariamente in posizione di inferiorità demografica, in uno statuto discriminato e, spesso, segregato, accompagnato e seguito da cancellazione di identità. Come osserva Wolfe, una caratteristica specifica della colonizzazione della Palestina è che: «il sionismo ha rigorosamente rifiutato, e continua a rifiutare, qualsiasi ipotesi di assimilazione dei nativi». Pertanto, aggiunge, «il sionismo costituisce un’applicazione più esclusiva della logica coloniale dell’eliminazione rispetto a quanto riscontriamo negli esempi australiani e statunitensi»[13] [14]. La scelta tra le tecniche di eliminazione è un puro problema di razionalità strumentale, e cioè di costi e di fattibilità. Tale razionalità è, ovviamente, limitata[15] – dalla disponibilità di informazioni, dai limiti cognitivi dei decisori e dalla finitezza del tempo a disposizione per prendere la decisione. Le tecniche di eliminazione possono combinarsi tra di loro in un processo concreto di colonizzazione – la colonizzazione non è un evento, è una struttura che permane nel tempo, ricorda Wolfe (Wolfe, 2006 op. cit.).
Altre forme di colonialismo possono avere come obiettivo: (a) lo sfruttamento estremamente vantaggioso della forza-lavoro della popolazione autoctona, ridotta e mantenuta in condizione di discriminazione e, eventualmente, di segregazione (colonialismo di sfruttamento – gli autoctoni ridotti a lavoratori salariati con diritti limitati); (b) la creazione nella colonia di un mercato coattivo di merci prodotte dalla potenza colonizzatrice (colonialismo di mercato – gli autoctoni come consumatori coatti); (c) l’espropriazione e lo sfruttamento delle risorse naturali del territorio colonizzato (colonialismo di estrazione – il territorio come fonte di risorse). Le differenti forme di colonialismo possono ovviamente combinarsi tra di loro.
Nel colonialismo di insediamento, il primato è alla logica di eliminazione:
«Il primato della logica dell’eliminazione è una questione politica e prospettica oltre che analitica. Essa attribuisce priorità alle conseguenze per i popoli indigeni colonizzati. Ciò comporta almeno due conseguenze. In primo luogo, ci permette di distinguere tra diversi rapporti di dominio. Esiste una differenza fondamentale tra l’essere eliminati e l’essere sfruttati per il proprio lavoro, una differenza che categorie monolitiche come il colonialismo o l’imperialismo tendono a eludere, nonostante la loro utilità per comprendere le attività di coordinamento delle egemonie metropolitane. In secondo luogo, la logica dell’eliminazione è prioritaria rispetto alle caratteristiche che distinguono le società coloniali tra loro, come il fatto che siano monarchiche o repubblicane, cristiane o ebraiche, nere o bianche, comuniste o democratiche, asiatiche o europee. Dal punto di vista dei popoli indigeni, le distinzioni categoriali all’interno di una tipologia di invasori difficilmente possono reggere il confronto, in termini di significato, con la totalità della spoliazione»[16]. [traduzione degli autori]
Una delle caratteristiche fondamentali del colonialismo, in particolare di insediamento, è la presenza di uno stato imperialista che dà l’impulso iniziale del processo di colonizzazione e gioca il ruolo di potenza tutelare nei confronti dei colonizzatori. Da un lato, tale stato fornisce il supporto militare, politico, diplomatico, economico, e amministrativo all’impresa coloniale. Tale supporto può includere anche, ma non necessariamente, la «fornitura» di masse dei coloni dalla «madrepatria», o da altri lidi – come nel caso della colonizzazione della Palestina. D’altro lato, la potenza tutelare mantiene il controllo sull’evoluzione del processo e delle sue conseguenze sul piano geostrategico.
I coloni possono fondare uno Stato che rivendica la sovranità sul territorio della colonia, e si rende indipendente dalla potenza imperialista tutelare – il caso archetipico è quello dell’indipendenza degli Stati Uniti dall’impero britannico, ottenuta comunque con l’aiuto decisivo sul piano militare di una potenza imperialista rivale come la Francia. In ogni caso, la fondazione di uno Stato che rivendica la sovranità sul territorio colonizzato non esclude di per sé la presenza di una potenza imperialista tutelare, che, come nel caso della Palestina, può cambiare nel tempo al seguito di trasformazioni geopolitiche. Maxime Rodinson sostiene che il sionismo, come movimento internazionale, ha sempre cercato di evitare di circoscriversi a una singola metropoli, privilegiando invece una struttura transnazionale di sostegno che chiama «madrepatria collettiva»[17]. Ci sembra una visione idealizzata: quello che è certo è che i sionisti hanno sempre cercato di ottenere la tutela della potenza imperiale egemone. Non riuscendoci sempre, a volte si sono dovuti accontentare della potenza rivale (l’Urss) o di una seconda scelta (la Francia)[18]. Ben Gurion ha cercato disperatamente di ottenere la tutela degli Stati Uniti sin dalla fine della seconda guerra mondiale, ma è riuscito ad ottenerla solo dopo la guerra del 1967 (quando si era già ritirato a vita privata).
Le correnti maggioritarie del movimento sionista, sia i «socialisti nazionali» – come denomina accortamente Zeev Sternhell[19] quelli che sono altrimenti chiamati «laburisti» – dagli anni ’30 agli anni ’70, sia i «revisionisti», oggi al governo in Israele, hanno condiviso e seguito con molta costanza, sin dall’inizio dell’impresa colonizzatrice, l’obiettivo della costruzione di uno Stato coloniale con sovranità sul territorio colonizzato sotto tutela imperiale. La loro strategia comune – le differenze tra di loro sono sempre e solo state di ordine tattico – può essere riassunta in quattro punti:
1. Dal Giordano al Mediterraneo – il territorio su cui lo Stato coloniale rivendica la sovranità si estende su tutta la Palestina («Eretz Yisrael»).
2. Il muro di ferro («Iron wall»)[20] [21] – Israele deve acquisire, mantenere e mostrare in modo perenne una superiorità militare estrema e inattaccabile nei confronti degli autoctoni e dei paesi limitrofi, come unica garanzia di sopravvivenza e di riuscita del progetto e dello Stato sionista.
3. Niente Stato palestinese – occorre impedire con tutti i mezzi la creazione di uno Stato palestinese con sovranità anche molto limitata su una parte anche minima del territorio della Palestina.
4. Non ritorno dei palestinesi – occorre impedire con qualsiasi mezzo il ritorno degli autoctoni espulsi, espatriati e dei loro discendenti in Palestina – non solo nel territorio di Israele, ma anche in tutti gli altri territori della Palestina, sia occupati militarmente (Cisgiordania e Gerusalemme Est), sia sotto stato d’assedio (Striscia di Gaza – dopo il cessate il fuoco dell’ottobre 2025, rioccupata al 60%).
È evidente che la strategia di cui sopra non è e non sarà mai implementabile da parte dei sionisti senza l’impulso iniziale, il patrocinio, il sostegno e, se necessario, l’intervento in prima persona di una potenza imperialista tutelare. Per quel che riguarda la Palestina, come potenza imperialista tutelare si sono succedute:
1. La Gran Bretagna – potenza mandataria che, dall’occupazione militare durante la prima guerra mondiale ha dato l’impulso iniziale, sostenuto il processo di colonizzazione, promosso il parastato sionista, contenuto l’isorgenza palestinese e represso la rivolta del 1936-39 nel sangue – fino agli anni ’40.
2. L’ Urss – vera «levatrice» dell’etnostato coloniale sionista – che ha sostenuto la grottesca partizione della Palestina nel 1947, favorito la migrazione nel secondo dopoguerra di 150.000 ebrei sfollati d’Europa centrale in Palestina, riconosciuto immediatamente de jure – primo paese al mondo – lo Stato di Israele, e soprattutto, fornito, per Cecoslovacchia interposta, le armi che hanno conferito al neonato Stato coloniale sionista la superiorità militare che gli ha permesso di vincere la guerra del 1948[22], mentre gli Stati Uniti mantenevano l’embargo delle armi fino al 4 agosto 1949[23]. La tutela sovietica è durata fino all’inizio degli anni ’50.
3. La Francia – che ha dotato Israele dell’aviazione militare moderna e dell’arma nucleare[24] , contrastando la politica di non-proliferazione di J. F. Kennedy[25]. La tutela della Francia è durata fino all’inizio degli anni ’60.
4. Gli Stati Uniti d’America – dal 1967 fino ai giorni nostri.
Dopo la guerra del 1967, l’intera Palestina è diventata un territorio colonizzato da una etnocrazia, organizzata nello Stato coloniale sionista, sotto la tutela degli Stati Uniti d’America. Gli abitanti del territorio di Israele sono più di 10 milioni, tra cui più di 7 milioni di nazionali israeliani e più di 2 milioni di palestinesi. I palestinesi abitanti in Cisgiordania e Gerusalemme Est sono circa 3,3 milioni. In Cisgiordania risiedono circa 700.000 coloni nazionali israeliani. Alla vigilia del 7 ottobre 2026, gli abitanti della Striscia di Gaza sono circa 2,3 milioni. 7,8 milioni di palestinesi – gli espulsi, gli espatriati e i loro discendenti – risiedono fuori del territorio della Palestina (fonte: Palestinian Central Bureau of Statistics).
Nel territorio della Palestina convivono tre strati di popolazione strutturati gerarchicamente dal punto di vista dei diritti. Gli autoctoni abitanti dei territori occupati militarmente dal 1967 costituiscono lo strato inferiore. Il regime a cui sono sottoposti varia, tra la Striscia di Gaza e la Cisgiordania e Gerusalemme Est. Dal 1967 la legge marziale israeliana controlla ogni aspetto della vita dei palestinesi residenti in Cisgiordania e Gerusalemme Est, il cui territorio è estremamente frazionato dalla presenza crescente di insediamenti e avamposti militarizzati popolati da coloni israeliani, situati in zone strategiche tra città e villaggi palestinesi[26]. Dall’ottobre 2023 la colonizzazione continua a ritmo accelerato e i coloni, i militari e i poliziotti israeliani hanno ucciso più di 1000 palestinesi.
La Striscia di Gaza è la più grande prigione a cielo aperto del mondo. Si situa su un territorio molto esiguo – di soli 365 km2 – in cui sono reclusi, alla vigilia del 7 ottobre 2023, più di due milioni e trecentomila palestinesi. Dopo il ritiro dalla Striscia di Gaza del 2005 di Tsahal e dei coloni israeliani, i gazawi sono passati dalla legge marziale israeliana a una stravagante «indipendenza senza sovranità»: i carcerieri sionisti hanno instaurato lo stato d’assedio, controllano tutti i flussi terrestri, navali e aerei di persone, beni e servizi in entrata e in uscita, e lasciano ai reclusi il governo della debilitazione dei corpi e delle infrastrutture. Lo stato d’assedio, alla vigilia del 7 ottobre 2023, dura da più di quindici anni, scandito da cinque guerre coloniali (2008, 2012, 2014, 2018, 2021) che hanno già causato direttamente più di 2500 morti e 19.000 feriti «contati»[27].
Lo strato intermedio della popolazione in Palestina comprende i palestinesi abitanti del territorio di Israele, a cui è stata concessa la cittadinanza israeliana – in Israele, nazionalità e cittadinanza corrispondono a due statuti distinti: la nazionalità implica la cittadinanza, ma non l’inverso. Sono coloro che sono sfuggiti al trasferimento forzato – la tristemente nota Nakba, e cioè l’espulsione di 750.000 palestinesi – e sono rimasti all’interno della cosiddetta «linea verde», la frontiera degli armistizi del 1948. Costoro – che non possiamo chiamare colonizzati «assimilati» – costituiscono una minoranza discriminata e segregata (nei loro confronti è stata applicata la legge marziale fino al 1966), la cui esistenza ha come unico scopo di contrastare le accuse di stato etnico nei confronti di Israele.
Lo strato superiore è costituito dai nazionali israeliani. Il regime etnocratico e suprematista, vigente nella costituzione materiale dalla fondazione dello Stato d’Israele, è entrato nella «costituzione formale» – che non ha il coraggio di chiamarsi tale – nel 2018 con la «Legge fondamentale: Israele come Stato-nazione del popolo ebraico», legge che riconferma la natura dello stato d’Israele come stato in cui «la realizzazione del diritto all’autodeterminazione nazionale […] è prerogativa esclusiva del popolo ebraico».
La legge del 2018 priva l’arabo dello status di lingua ufficiale, trasformandola in una lingua a «statuto speciale». Non si tratta solo di un declassamento burocratico, ma di un atto di esproprio simbolico: togliere a una lingua il suo statuto giuridico significa espellerla dallo spazio della cittadinanza attiva. Si tratta di due alfabeti, due sistemi di scrittura e due universi culturali che si scontrano in una relazione di potere asimmetrica. L’ebraico è oggi la lingua dell’ordine: dei tribunali, dei permessi di costruzione, delle ordinanze di demolizione e dei checkpoint. Il meccanismo dell’egemonia linguistica opera su diversi livelli. Il primo è la toponomastica: dopo il 1948, i nomi arabi dei villaggi, delle colline, dei fiumi sono stati sistematicamente sostituiti da nomi ebraici[28]. Walid Khalidi[29] ha mostrato come la cancellazione dei nomi arabi dei villaggi distrutti dopo il 1948 non sia solo cartografia, ma chirurgia della memoria. Obbligare un palestinese a usare nomi ebraici per indicare la terra dei propri avi significa costringerlo a convalidare la propria invisibilità – un esempio canonico di eliminazione d’identità degli autoctoni.
Il secondo livello è quello giuridico-burocratico. Nei territori occupati, l’intero apparato dell’occupazione parla ebraico e intende solo l’ebraico. Chi non padroneggia la lingua del dominante non è solo «straniero», è strutturalmente indifeso, escluso dalla possibilità stessa di rivendicare un diritto. Il terzo livello è quello della memoria storica: la cosiddetta «legge Nakba» del 2011[30] è il tentativo estremo di cancellare una parola, e con essa, la memoria. La legge autorizza il ministero delle finanze israeliano a negare il trasferimento di fondi – per altro dovuti, per esempio provenienti da donazioni estere – a organizzazioni e eventi che non si conformano alla vulgata ufficiale israeliana, per esempio criticando la natura democratica di Israele, oppure riferendosi al giorno della fondazione del Stato di Israele come a un giorno di lutto. Se una parola non può essere pronunciata nella sfera pubblica, l’esperienza storica che essa sottende cessa di esistere politicamente.
L’egemonia linguistica dell’ebraico fa eco all’esperienza e alla teorizzazione di Antonio Gramsci[31], il quale aveva vissuto sulla propria pelle il trauma della transizione linguistica. Nato in Sardegna, dovette conquistare per necessità l’italiano standard, la lingua della cultura borghese, del diritto e dello Stato. Gramsci, glottologo di formazione, insegna che la lingua è il vettore principale dell’egemonia, ovvero la capacità di far apparire «naturale» una gerarchia. Gramsci avrebbe trovato particolarmente significativa la condizione del palestinese che padroneggia l’ebraico per necessità. È la «doppia coscienza» di cui parlava Edward Said: abitare la lingua del potere per accedere agli spazi del lavoro e del diritto, subendo però un processo di auto-traduzione forzata[32]. Interiorizzare la lingua del dominante è un atto di intelligenza tattica, ma porta con sé una perdita profonda: il dover tradurre se stessi in categorie che sono state create per escluderti.
Occorre comunque precisare che, dopo il 2005, con la riduzione degli abitanti della Striscia di Gaza da residenti in un territorio occupato militarmente a popolazione aliena e nemica sottoposta allo stato di assedio, in cui la sola interazione tra israeliani e palestinesi è attraverso l’uso della forza, il problema, ben al di là dell’egemonia linguistica, si pone soprattutto in termini di disabilità del linguaggio, ottenuta attraverso la mutilazione corporea (perdita dell’udito) e delle infrastrutture («scolasticidio») seguita dalla debilitazione, il deterioramento delle condizioni dell’habitat.
Recentissimamente, si profila un ritorno all’occupazione militare – che, dopo il cessate il fuoco dell’ottobre 2025, è montata al 60% del territorio della Striscia – e della colonizzazione reticolare sul modello della Cisgiordania, con tre insediamenti di nazionali israeliani annunciati nel nord della Striscia[33], il che potrebbe allontanare soluzioni più radicali come l’espulsione in massa degli abitanti e la «ricostruzione» della Striscia attraverso i progetti immobiliari di Trump, Blair & Company. Se la tendenza si confermasse, si porrebbe di nuovo la questione dell’egemonia linguistica dell’ebraico – con, per esempio, la sostituzione, finora risparmiata alla Striscia di Gaza, di nomi ebraici ai nomi arabi delle località.
Colonialismo di sfruttamento
A partire dalla fine della guerra del 1967, con l’occupazione della Striscia di Gaza, della Cisgiordania, delle alture del Golan e del Sinai da parte dell’esercito coloniale sionista, si assiste a una mutazione della struttura della colonizzazione. Il «puro» colonialismo di insediamento che ha preceduto la guerra dei sei giorni[34] si trasforma, dopo il 1967, in una struttura in cui coesistono altre forme di colonialismo, e in particolare il colonialismo di sfruttamento (Hanieh et al., op.cit.). Il processo è particolarmente rapido nella Striscia di Gaza: la frontiera costituita dalla linea di armistizio viene immediatamente dischiusa dal ministro della guerra Moshe Dayan, che prevede che la politica di «porte aperte» avrebbe portato, con l’apertura del mercato del lavoro israeliano ai gazawi, a una pacificazione rapida. Il primo ministro di Israele Eshkol si spinge addirittura oltre, paragonando la Striscia di Gaza a Gerusalemme Est, annessa in nome della «riunificazione» della città decretata da Israele. La Striscia di Gaza è quindi immediatamente considerata diversa dagli altri territori occupati, come la Cisgiordania, le alture del Golan siriane o il Sinai egiziano. Ma è proprio a Gaza l’indomita che Israele incontra le maggiori difficoltà nell’instaurare il suo nuovo ordine e si confronta con una vivace resistenza che dura fino al 1971 (la «guerra dei quattro anni»)[35].
Subito dopo la fine della guerra dei Sei Giorni, nei territori occupati sotto amministrazione militare, Israele inizia a confiscare terreni e a costruire insediamenti per i nazionali israeliani nelle zone da cui i palestinesi erano stati espulsi durante la guerra – in Cisgiordania, le espulsioni avevano coinvolto circa il 20% della popolazione. Questo processo è inquadrato dal cosiddetto piano Allon – dal nome di Yigal Allon, ex-comandante di squadroni della morte («Special Night Squads») operanti in Galilea come ausiliari dell’esercito britannico per reprimere la grande rivolta palestinese del 1936-39[36] [37], generale e vice primo ministro dopo il 1967. Il piano intende collocare gli insediamenti dei nazionali israeliani tra i principali centri abitati palestinesi, sulle falde acquifere e i terreni agricoli fertili (Filiu, op.cit.).
Nei territori occupati, l’appropriazione delle terre fertili (colonialismo di insediamento) e delle risorse idriche (colonialismo di estrazione) espelle violentemente masse di contadini palestinesi dall’agricoltura, facendone una popolazione «liberata» da ogni capacità di procurarsi da vivere, e quindi costretta a mercificare le proprie capacità lavorative (colonialismo di sfruttamento). Nel contempo, l’etnostato coloniale sionista apre nei territori occupati un mercato coattivo (nel senso che chiude la possibilità di importare tali beni da altri paesi) di merci prodotte in Israele – essenzialmente mezzi di sussistenza (colonialismo di mercato). Gran parte della popolazione palestinese, è ormai obbligata a vendere la propria forza-lavoro in cambio di un salario monetario – in shekel – che permette di acquistare le merci israeliane necessarie alla sua sopravvivenza.
Il numero dei residenti della Striscia di Gaza che lavorano in Israele, sceso a meno di 6000 nel 1971, al termine della «guerra dei quattro anni», è risalito a 25.000 già nel 1973, per poi passare a 42.000 nel 1974 e a 53.000 nel 1977. Ciò costituisce più della maggioranza della popolazione occupata della Striscia, dove la disoccupazione continua a essere elevata. Anche se il salario medio dei lavoratori di Gaza rappresenta solo la metà di quello dei loro omologhi israeliani, la relativa prosperità indotta da questo massiccio trasferimento di manodopera in Israele cambia le mentalità e gli stili di vita. Al modello di Gaza come «zona franca» destinata al mercato egiziano, che prevaleva prima del 1967, le autorità di occupazione sostituiscono quello di mercato coattivo – dal 1968 al 1978, la percentuale delle importazioni della Striscia di Gaza provenienti da Israele è passata dal 72% al 91% – e di bacino di manodopera non qualificata, il tutto a vantaggio della crescita economica del territorio di Israele. Gli abitanti di Gaza impiegati in Israele si suddividono in tre categorie. Un terzo è impiegato direttamente da imprese israeliane in uno stato di relativa legalità, con contributi sociali versati sui salari dichiarati. Un altro terzo è assunto tramite le agenzie di reclutamento israeliane ufficialmente insediate nella Striscia. Il terzo restante è impiegato – illegalmente, ma alla luce del sole – via il caporalato gestito da intermediari palestinesi collaboratori dell’autorità militare israeliana: giornalieri pagati in contanti e reclutati nei «mercati» all’aperto delle metropoli israeliane (Filiu, op.cit., Hanieh et al. op.cit.)
Possiamo abbozzare qualche tratto della trasformazione della composizione della forza-lavoro in Palestina – presa nella sua globalità: considerando i territori occupati e il territorio di Israele – che si dispiega nei vent’anni che vanno dalla fine della guerra (1967) allo scoppio della prima Intifada (1987). Abbiamo visto che nei territori occupati emerge un nuovo proletariato, composto da abitanti espulsi dalle colonie in territorio rurale e metropolitano, e da giovani che entrano per la prima volta nel mercato della forza-lavoro – e ottengono una fonte di reddito indipendente dalla struttura familiare. La «nuova» forza-lavoro viene impiegata sia localmente in attività tessili e di lavorazione del cuoio, subappaltate da aziende israeliane e esercitate in piccolissimi laboratori con meno di cinque dipendenti, sia nel territorio di Israele, con le modalità delineate nel paragrafo precedente. I territori occupati forniscono alle aziende installate nel territorio di Israele forza-lavoro impiegata al 50% nell’edilizia e per il resto nell’agricoltura e nell’industria (Hanieh op.cit.).
Per quel che riguarda la composizione della forza-lavoro nel territorio di Israele, la politica della «conquista del lavoro» dei socialisti nazionali durante il mandato aveva creato un’economia ebrea chiusa e etnicamente pura: capitali ebrei (in massima parte della diaspora) che impiegavano unicamente – eventualmente in perdita – lavoratori ebrei[38] [39]. L’economia ebraica e l’economia palestinese si affiancavano praticamente senza scambi, né di merci, né di forza-lavoro. L’obiettivo proclamato era la trasformazione degli immigrati europei (sia i volontari della prima e seconda Aliyah, sia i rifugiati «economici» dalla diaspora dopo la crisi del ’29, sia i rifugiati politici dopo l’ascesa al potere del nazismo nel 1933) in imprenditori – soprattutto i tedeschi, grazie agli accordi Haavara tra potere nazista e parastato sionista[40] – e lavoratori salariati. L’ideologia socialista nazionale considerava che l’affermazione del lavoro salariato come strumento principale di mediazione sociale[41] fosse indispensabile per la costruzione dell’«ebreo nuovo». Gershon Shafir sostiene, con argomenti solidi, che, in realtà, fu l’incontro con i mercati della forza-lavoro e della terra nella Palestina tardo-ottomana, piuttosto che una posizione ideologica astratta, a spingere il sionismo socialista nazionale – arrivato nel 1904 con la seconda Aliyah – ad adottare negli anni del mandato britannico una strategia basata sull’esclusione della manodopera araba autoctona e sul separatismo economico (Lockman, op. cit.) (Shafir, op. cit.).
A partire dalla fine della seconda guerra mondiale, l’afflusso di capitali dalla diaspora induce una domanda crescente di forza-lavoro, che viene coperta in primis dagli sfollati europei sopravvissuti all’Olocausto, necessari ma disprezzati dai socialisti nazionali al potere per il loro reputato atteggiamento passivo nei confronti delle persecuzioni[42]. Dopo la guerra del 1948-49 si verifica un grande afflusso di mizrahim e di sephardim, e cioè di popolazioni di etnia e lingua araba e di religione ebraica provenienti dai paesi arabi limitrofi e dal Maghreb. Dopo la guerra del’48-’49, gli arabi di religione ebraica di questi paesi cominciarono a essere guardati con sospetto dai poteri e dalle popolazioni locali come potenziali quinte colonne dello stato d’Israele e sono spinti a emigrare anche da attentati contro le loro sinagoghe che si sono rivelati in seguito provocazioni del Mossad (Shlaim, op. cit.).
I mizrahim/sephardim sono accettati come nazionali israeliani, ma comunque guardati con disdegno dai socialisti nazionali ashkenazi al potere – appena arrivati in Israele, vengono rinchiusi in «campi di transito» e cosparsi di DDT. Sono discriminati perché non sono europei, vengono dall’Oriente «arretrato e barbaro», sono dei rifugiati e non dei volontari della Aliyah, sono fondamentalmente estranei al sionismo, non hanno vissuto l’Olocausto, sono arabi per cultura e abitudini sociali, parlano l’arabo come lingua materna, non conoscono l’ebraico moderno (praticano l’ebraico rituale solo nelle cerimonie religiose), e hanno convissuto per secoli – in pratica fino alla dominazione britannica e all’affermazione del sionismo – senza problemi particolari con i mussulmani e i cristiani nei loro paesi d’origine – negli anni ’30 più di un terzo degli abitanti di Baghdad erano arabi di religione ebraica (Shlaim, op. cit.).
Negli anni ’50, i rifugiati mizrahim/sephardim si ritrovano in maggioranza nella condizione sociale di lavoratori salariati, come i palestinesi rimasti in Israele al momento della Nakba e divenuti cittadini israeliani. Nasce allora, per la prima e unica volta, e perdura per qualche tempo, un vero movimento politico-sociale unitario interreligioso, facilitato dalla comunanza etno-linguistica –arabi parlando arabo – il quale promuove lotte sociali importanti e dà vita a iniziative che spaziano da riviste comuni a proteste di piazza congiunte[43]. La nuova forza-lavoro immigrata mizrahi/sephardi occupa, come i cittadini palestinesi, i livelli bassi del mercato del lavoro e permette l’ascensione sociale e l’esodo dal lavoro manuale dei nazionali israeliani di origine europea (ashkenazi) – sia i sionisti storici, sia i rifugiati a partire dall’ascesa al potere del nazismo (1933), sia gli sfollati del secondo dopoguerra[44].
Il partito Herut (che diventa in seguito Likud) diretto da Menahem Begin – erede del sionismo revisionista – sfrutta a suo vantaggio le discriminazioni verso i mizrahim/sephardim da parte dei socialisti nazionali al potere. Dagli anni ’50 agli anni ’70, grazie anche all’intermediazione di rabbini opportunisti, accresce la sua influenza sui mizrahim/sephardim promettendo loro la fine del trattamento discriminatorio e l’ascesa sociale – in pratica, di entrare nella etnocrazia israeliana come membri a pieno titolo – e ottiene progressivamente i loro voti fino a vincere le elezioni nel 1977[45]. Nello spazio di un ventennio, in cerca di assimilazione, i mizrahim/sephardim si reinventano come membri di una immaginaria «nazione ebraica»[46], sposano il nazionalismo esacerbato dei sionisti, diventano in gran parte ultra-religiosi, e adottano una postura apertamente suprematista e razzista nei confronti dei palestinesi[47]. La differenza etnica immaginaria tra mizrahim/sephardim e palestinesi venne utilizzata dall’etnostato coloniale sionista per introdurre desolidarizzazione di classe e divisione politica. Al giorno d’oggi, i mizrahim/sephardim e i loro discendenti costituiscono la maggioranza demografica dei nazionali israeliani, la base elettorale dei governi eredi del sionismo revisionista, e il grosso delle truppe dei coloni in Cisgiordania e Gerusalemme.
L’emergenza di una nuova forza-lavoro nei territori occupati dopo il 1967 e la sua integrazione nell’economia israeliana hanno un profondo impatto sulla composizione della forza-lavoro e sul capitalismo sia in Israele che nei territori occupati (Hanieh et al., op.cit). I territori occupati forniscono all’economia dell’etnostato coloniale sionista una sorgente di forza-lavoro a basso costo, a priori totalmente controllabile e altamente sfruttabile, e permettono un ampliamento delle dimensioni del mercato «interno» israeliano, con l’istituzione di un mercato coattivo nei territori occupati. Recandosi quotidianamente in Israele per lavorare in settori quali l’edilizia, l’agricoltura e l’industria, i palestinesi occupano i livelli più bassi del mercato del lavoro, favorendo l’esodo dei nazionali israeliani – non solo gli ashkenazim, ma ora anche i mizrahim/sephardim – dal lavoro manuale e permettendo la loro promozione corporativa verso compiti di controllo e di lavoro amministrativo, in posti meno faticosi e meglio remunerati.
Il fenomeno si verifica anche nei famigerati kibbutzim (dal peso marginale dal punto di vista statistico, ma elevato da quello simbolico), luoghi inizialmente dedicati alla creazione dell’«ebreo nuovo» attraverso il duro lavoro nei campi gestito collettivamente. I kibbutzim funzionano in realtà come avamposti militarizzati del processo di colonizzazione – collettivismo da caserma su terre rubate venduto come «socialismo». Appena privati della funzione militare diretta, che viene delegata a Tsahal, i kibbutzim si trasformano in aziende agricole capitalistiche, dirette da nazionali israeliani che impiegano i palestinesi come braccianti: bye bye (national) socialism!
Il meccanismo di differenziazione della forza-lavoro su basi etniche distrugge efficacemente tutti i tentativi di costruire movimenti e organizzazioni di classe multietnici e unitari. Il contributo dello sfruttamento dei lavoratori palestinesi dei territori occupati all’espansione dell’economia coloniale sionista a partire dagli anni ’70 è talmente determinante che detta espansione è chiamata comunemente il «boom palestinese». Verso la metà degli anni ’80, i palestinesi provenienti dai territori occupati rappresentano circa il 7% della forza-lavoro israeliana, a cui contribuiscono anche i palestinesi cittadini israeliani. Nel 1985 circa un terzo della forza-lavoro della Cisgiordania lavora in Israele, di cui circa la metà nel settore edile. Alla vigilia della prima Intifada (1987), oltre il 40% della forza-lavoro dei territori occupati lavora quotidianamente in Israele (Hanieh et al., op.cit).
Nei territori occupati, al nuovo proletariato derivante dall’espulsione dalle colonie e dalla crescita demografica, si affianca una nuova «intellettualità di massa» di origine sociale modesta, proveniente dai campi profughi, dai villaggi e dalle piccole città, che trae profitto dall’espansione del sistema universitario palestinese. Questa nuova popolazione studentesca è sensibile agli echi dell’insorgenza mondiale del 1968 ed è caratterizzata da un attivismo sostenuto e da un atteggiamento altamente conflittuale nei confronti della dominazione israeliana.
Paolo Virno sintetizza nella Tesi 8 di Grammatica della Moltitudine (Virno, 2001, op. cit.), il concetto di «intellettualità di massa»: identifica l’intellettualità di massa con «l’insieme della forza-lavoro post-fordista», risultato di un processo di trasformazione della composizione della forza-lavoro iniziato negli anni’60-’70. Virno si riferisce a un fenomeno che è uno dei grandi risultati delle lotte operaie degli anni ’60 e ’70 in occidente, e cioè l’esodo dal lavoro manuale parcellizzato e ripetitivo da parte della prole dell’«operaio massa». Grazie all’istruzione massificata – conquista della lotta operaia – si assiste all’arrivo di una nuova generazione con accresciute capacità linguistiche. Virno precisa che il termine «intellettualità di massa» non si riferisce in alcun modo a una fantomatica erudizione, ma alle:
«… più generiche attitudini della mente: facoltà di linguaggio, disposizione all’apprendimento, memoria, capacità di astrarre e correlare, inclinazione all’autoriflessione. L’intellettualità di massa non ha a che fare con le opere del pensiero (libri, formule algebriche ecc.), ma con la semplice facoltà di pensare e di parlare» (Virno, 2001, op. cit.).
A partire dalla rivoluzione del ’68, questa recentissimamente formata intellettualità di massa produce precocemente rifiuto del lavoro e insubordinazione, che in Italia conosce un secondo apogeo in quello che viene chiamato il «movimento del ’77». Quanto al contributo delle accresciute capacità linguistiche all’insubordinazione, basta ricordare l’uso dell’ironia e dell’iperbole da parte di quella sezione del movimento italiano autonominatosi gli «Indiani metropolitani».
Alla vigilia del 7 ottobre 2023, è appropriato qualificare una parte importante della popolazione della Striscia di Gaza come intellettualità di massa. Il risultato dell’inoperosità forzata e della disponibilità di istruzione a basso costo, produce da anni un alto livello di scolarizzazione. Ciò non ha solamente contribuito alla vivacità della vita intellettuale e culturale della Striscia, ma anche alla grande ingegnosità e creatività delle brigate Ezzedin al-Qassam e delle altre formazioni combattenti. L’intellettualità di massa gazawi è dietro l’utilizzazione strategica, creativa, efficace di nuove tecnologie a basso costo utilizzate nell’attacco del 7 ottobre. Esempi particolarmente significativi della guerra asimmetrica tra l’esercito israeliano (Tsahal) – l’«esercito più potente del mondo», che lo è semplicemente perché totalmente e enormemente sostenuto e foraggiato dalla potenza imperialista tutelare statunitense – e le organizzazioni armate clandestine e sotterranee – in senso letterale – di reclusi in quella prigione di massa a cielo aperto che è la Striscia di Gaza, sono: a) l’uso di droni da poche migliaia di dollari acquistati su Amazon e dotati di una mini carica esplosiva che hanno messo rapidamente fuori uso i dispositivi di sorveglianza e le torri di comunicazione situate sulla cinta della Striscia[48] [49]; b) il lancio simultaneo – all’inizio dell’attacco del 7 ottobre – di più 2000 razzi Qassam – rudimentali, imprecisi, prodotti localmente a basso costo – che hanno saturato le capacità di rilevamento e di neutralizzazione dell’«Iron dome» dell’esercito israeliano[50].
A tali cambiamenti socio-economici si aggiunge la crescita del movimento nazionale palestinese all’estero, in particolare dei movimenti di resistenza palestinesi che avevano scosso la monarchia hascemita giordana negli anni ’70 e che, in seguito, avevano combattuto l’occupazione israeliana e i suoi collaboratori interni in Libano. Le fazioni politiche palestinesi trasmettono un clima fortemente politicizzato ai territori occupati, in particolare alla generazione che frequenta l’università per la prima volta. Nell’ambito della rinascita del movimento anti-colonialista, i principali movimenti palestinesi che costituiscono l’OLP, tra cui Fatah, il FPLP, e il FDLP, estendono le loro reti politiche nelle università, nelle scuole e nei sindacati in tutta la Cisgiordania e nella Striscia di Gaza[51].
Forza-lavoro, accumulazione originaria e biopolitica
Il processo di mercificazione delle capacità umane che genera la merce forza-lavoro non è un processo naturale trans-storico:
«… la natura non produce da un lato proprietari di denaro o merci, e dall'altro uomini che non possiedono altro che la propria forza-lavoro. Questa relazione non ha fondamento nella storia naturale, né ha una base sociale comune a tutti i periodi della storia umana»[52] [traduzione degli autori].
La forza-lavoro, diversamente dalla facoltà di linguaggio, non è una proprietà o disposizione umana «naturale», biologica o innata. La trasformazione dalle capacità del corpo vivente in merce forza-lavoro, che il capitale (la parte detta «variabile») può acquisire nel suo ciclo di riproduzione, non è né naturale né spontanea. La merce forza-lavoro è generata attraverso un processo estremamente violento che Marx chiama «cosiddetta accumulazione primitiva» (detta anche accumulazione originaria) e a cui ha dedicato gli ultimi cinque capitoli del primo libro del Capitale. Il risultato del processo, la merce forza-lavoro, è la disponibilità, da parte del detentore delle capacità del corpo vivente, a permettere l’acquisto del loro uso per un tempo determinato da parte del capitalista. Per acquistarle, il capitalista mobilizza una parte del capitale – il capitale variabile – che cede ai detentori della forza-lavoro sotto forma di salario monetario (Marx, op. cit.).
La mercificazione delle capacità fisiche, intellettuali e linguistiche dei membri di una popolazione è possibile sempre e solo attraverso un insieme di cambiamenti radicali dei rapporti socio-economici, che sono sempre ottenuti per mezzo della violenza, dispiegata o minacciata. Innanzi tutto, tali membri devono essere liberati da tutti i vincoli – per esempio, il servaggio – che impediscono loro di mettere in vendita le capacità del loro corpo vivente. In secondo luogo, la popolazione in questione deve essere privata totalmente (per esempio attraverso recinzioni di terre comuni o in comodato – le enclosures) d’ogni accesso non mercantile ai mezzi necessari per la sua riproduzione – giornaliera e, eventualmente, generazionale. Inoltre, dato che i mezzi di sussistenza non sono più acquisibili liberamente e gratuitamente «in natura» e si presentano come merci, deve essere creato un mercato di tali mezzi, e tale mercato deve essere approvvigionato sufficientemente – attenzione alla carestia sempre in agguato nelle fasi di transizione – per permettere l’acquisto, per mezzo del salario monetario, dei beni necessari per la riproduzione della vita dei detentori della forza-lavoro e delle loro famiglie.
Si può dire quindi che l’accumulazione originaria mette in opera un doppio processo di mercificazione: delle capacità dell’animale umano e dei mezzi di sussistenza. I mezzi di sussistenza possono essere ottenuti solamente sotto forma di merci acquistabili sul mercato, e il denaro necessario per acquistarli può essere ottenuto solamente come salario monetario risultato della vendita delle capacità del corpo vivente mercificate come forza-lavoro. Infine, se il ricatto dell’inedia non fosse sufficiente per spingere i detentori delle capacità da mercificare a diventare fornitori di forza-lavoro, occorre imporre misure coercitive – per esempio, le leggi anti-vagabondaggio – accompagnate dalla forza necessaria per applicarle, che li obblighino a farlo, sempre «liberamente». È certo che, per una nuova, «fresca» forza-lavoro, senza esperienza di lavoro e di lotta, il salario può garantire solo la mera sussistenza e la giornata lavorativa è la più lunga sopportabile. Nel seguito di questo scritto, per semplicità di esposizione, e quando il contesto permette di sciogliere l’ambiguità, utilizzeremo il termine forza-lavoro per denominare sia le capacità mercificate di singoli individui (labour power) sia l’insieme dei portatori di tali capacità mercificate appartenenti a una popolazione data (workforce).
Se tutti i cambiamenti sopra-elencati si realizzano, ed emerge un mercato della forza-lavoro – e un mercato delle merci salario – la sottomissione formale al rapporto di capitale della popolazione in questione è realizzata (Marx, op. cit.) La possibilità di disporre di «nuova» forza-lavoro è una pre-condizione primaria del rapporto di capitale: lo è stata per la sua emergenza storica, e lo è per ogni «rivoluzione» del ciclo capitalistico[53]. È ormai comunemente accettata l’idea che l’accumulazione originaria non solamente soddisfa le condizioni del passaggio storico che produce l’emergenza del rapporto di capitale, ma è un processo che il capitale e il suo stato riproducono ogni volta che la posta in gioco è un cambiamento importante della composizione della forza-lavoro e del paradigma tecnico-economico[54] [55]. A scanso equivoci, la ripetuta accumulazione originaria non è né il frutto di una presunta svolta «estrattiva» del rapporto di capitale[56] [57], né un ripetuto attacco ai comuni[58], attacco che non è un fine ma piuttosto un mezzo per «liberare» la «nuova» forza-lavoro. L’accumulazione originaria e il cambiamento del paradigma tecnico-economico sono il risultato della dialettica tra insorgenza della forza-lavoro e risposta del capitale e del suo Stato, ogni qualvolta quest’ultima opera per smembrare la composizione della forza-lavoro substrato dell’insorgenza.
Virno mette in relazione il concetto di biopolitica[59] con quello di forza-lavoro:
«Per Foucault, è in quell’epoca [fine XVIII, inizio XIX secolo] che la vita, la vita come tale, la vita come mero processo biologico, comincia a essere governata, amministrata politicamente. Negli ultimi anni, il concetto di «biopolitica» è diventato di moda: vi si ricorre spesso e volentieri a ogni proposito. Bisognerebbe evitare questo impiego automatico e irriflesso. Chiediamoci dunque come e perché la vita irrompe al centro della scena pubblica, come e perché lo Stato la regola e la governa. A mio parere, per comprendere il nocciolo razionale del termine «biopolitica», occorre partire da un concetto diverso, assai più complicato sotto il profilo filosofico: quello di forza-lavoro» (Virno, 2001 op. cit.).
In Il faut défendre la société Foucault afferma: «La biopolitica trarrà la sua conoscenza e definirà il campo d’azione del suo potere in base al tasso di natalità, al tasso di mortalità, alle varie disabilità biologiche e agli effetti dell’ambiente» (Foucault, op. cit.). Secondo Foucault, la sovranità classica – per intenderci, proto-capitalistica – operava attraverso il diritto di «togliere la vita o lasciar vivere»: il potere del sovrano era essenzialmente il potere di uccidere, esercitato in modo selettivo come punizione o guerra. Il biopotere moderno ribalta questa prospettiva: lo Stato esercita sempre più il proprio potere attraverso la gestione della vita (bios), il diritto di «far vivere e di lasciar morire». Foucault precisa che la sovranità protocapitalistica non è stata sostituita, ma è stata piuttosto completata da questo nuovo diritto.
Virno mette in rilievo il carattere di «potenza» della forza-lavoro. Il capitalista acquista potenzialità – manuali, intellettuali, linguistiche – esistenti nella corporeità che si presentano come merci. Dopo che la compravendita è avvenuta, egli tenta di impiegare la merce di cui è virtualmente entrato in possesso nel processo di lavoro concreto. È così che ciò che è potenzialità (capacità del corpo vivente) diventa attualità (lavoro vivo concreto): il lavoro concreto è il valore d’uso della merce forza-lavoro (Marx, op. cit.).
Ancora Virno:
«La forza-lavoro incarna (letteralmente) una categoria fondamentale del pensiero filosofico: per l’appunto la potenza, la dynamis. E «potenza», come ho appena detto, significa ciò che non è attuale, ciò che non è presente. Ebbene, qualcosa che non è presente (o reale) diventa, nel capitalismo, una merce di eccezionale importanza. La potenza, la dynamis, la non-presenza, anziché restare un concetto astratto, prende sembianze pragmatiche, empiriche, socioeconomiche. La facoltà come tale, ancora disapplicata, sta al centro dello scambio tra il capitalista e l’operaio. Oggetto della compravendita non è un’entità reale (prestazioni lavorative effettivamente eseguite), ma qualcosa che, di per sé, non ha un’autonoma esistenza spazio-temporale (la generica capacità di lavorare). Le caratteristiche paradossali della forza-lavoro (qualcosa di irreale, che però è venduto e comprato come una merce qualsiasi) sono la premessa della biopolitica» (Virno, 2001 op. cit.).
In che senso le caratteristiche paradossali della forza-lavoro sono la premessa della biopolitica? Se il capitalista compra qualcosa che:
«… non è separabile dalla persona vivente del venditore. Il corpo vivo dell’operaio è il substrato di quella forza-lavoro che, di per sé, non ha un’esistenza indipendente. La «vita», il puro e semplice bios, acquista una specifica importanza in quanto tabernacolo della dynamis, della mera potenza. Al capitalista interessa la vita dell’operaio, il suo corpo, solo per un motivo indiretto: questo corpo, questa vita sono ciò che contiene la facoltà, la potenza, la dynamis. Il corpo vivente diventa oggetto da governare non per il suo intrinseco valore, ma perché è il substrato della sola cosa che veramente importi: la forza-lavoro come somma delle più diverse facoltà umane … La vita si colloca al centro della politica allorché la posta in palio è l’immateriale (e di per sé non presente) forza-lavoro. Per questo, solo per questo, è lecito parlare di «biopolitica»» (Virno, 2001 op. cit.).
Per inciso, ci si può chiedere, a proposito della capacità linguistica, qual è il suo posto nel concerto delle capacità umane e qual è la sua implicazione nel processo di mercificazione delle dette capacità che genera la forza-lavoro. Virno mette in evidenza che solo oggi, in epoca post-fordista, «la realtà di forza-lavoro è pienamente all’altezza del suo concetto» (Virno, 2001 op. cit.) perché include esplicitamente, oltre alle capacità manuali (motilità, forza, …) e intellettuali (che non hanno atteso la post-modernità per essere convocate), le capacità specificamente linguistiche. Nella fabbrica fordista non erano richieste particolari abilità linguistiche della forza-lavoro, al di là della capacità di comprensione di semplici ordini orali e scritti, e, nei reparti di produzione, veniva imposto il silenzio e interdetta la comunicazione orizzontale – o, almeno, si tentava di farlo. L’uso del linguaggio da parte dell’operaio massa era «riservato» alla discussione, alla deliberazione e all’organizzazione dell’insubordinazione. In sintesi, direbbe Virno, la capacità linguistica non era richiesta dalla poiesis, dall’attività produttiva, ma sosteneva la praxis, l’attività politica, grazie anche all’unità di tempo e di luogo del processo di produzione sincrono proprio del fordismo.
Nella «catena di valore» postfordista, la forza-lavoro linguistica, risultato della mercificazione delle capacità linguistiche dell’intellettualità di massa, la cui attività produttiva concreta è costituita esclusivamente dall’emissione/ricezione di atti linguistici con il supporto di sistemi di informazione e comunicazione, è situata in tutti gli snodi della catena, nei compiti di concezione, coordinamento, comunicazione e produzione immateriale.
In sintesi, tornando alla biopolitica, per Virno:
«L’origine non mitologica di quel dispositivo di saperi e poteri che Foucault chiama biopolitica va rintracciata senza esitazioni nel modo di essere della forza-lavoro… Ciò detto, resta l’interrogativo cruciale: perché la vita come tale è presa in cura e governata? La risposta è univoca: perché essa funge da substrato di una mera facoltà, la forza-lavoro, che però ha guadagnato la consistenza di una merce. Non è in questione, qui, la produttività del lavoro in atto, ma la scambiabilità della potenza di lavorare. Per il solo fatto di venire comprata e venduta, questa potenza chiama in causa anche il ricettacolo da cui essa è indisgiungibile, ossia il corpo vivente; di più, lo mette in vista quale oggetto a tutto tondo di innumerevoli e differenziate strategie governative. Non bisogna credere, dunque, che la biopolitica comprenda in sé, come sua articolazione particolare, la gestione della forza-lavoro. Le cose stanno all’incontrario: la biopolitica è solo un effetto, un riverbero, o appunto un’articolazione, di quel fatto primario – storico e filosofico insieme – consistente nella compravendita della potenza in quanto potenza» (Virno, 2001 op. cit.).
Il punto chiave è che la biopolitica gestisce direttamente la vita («far vivere») – e, indirettamente, la morte («lasciar morire») – non in quanto tale, ma in quanto substrato della forza-lavoro. Per altro, lo iato tra la vita di per sé e la vita in quanto substrato della forza-lavoro apre un enorme spazio di ricerca che possiamo solamente sfiorare in queste note. Il biopotere dello stato moderno «fa vivere e lascia morire»: coltiva attivamente la vita di coloro che forniscono forza-lavoro compatibile con le esigenze della riproduzione del ciclo capitalistico – mentre abbandona alla morte coloro le cui capacità non sono mercificabili come forza-lavoro, quale che ne sia il motivo.
La questione che ci poniamo a questo punto è la seguente: l’etnostato coloniale sionista, che ha innescato il processo di accumulazione originaria nei territori occupati, generando la forza-lavoro che ha prodotto il «boom palestinese», ha messo in opera una qualche biopolitica? Possiamo abbozzare una risposta analizzando rapidamente un settore chiave come la sanità.
Israele, prendendo possesso della Cisgiordania e della Striscia di Gaza nel giugno del 1967, ha occupato due territori con storie economico-sociali e strutture istituzionali molto diverse. In particolare, la Striscia di Gaza era sotto amministrazione militare egiziana dal 1948, che la gestiva come un enorme campo profughi: la guerra del 1948 aveva prodotto un massiccio afflusso di rifugiati, residenti in campi gestiti dalla UNRWA[60]. Nel 1967 i rifugiati contavano per il 65-70% della popolazione totale. L’Egitto non aveva investito nello sviluppo sociale di Gaza: come risultato, al momento dell’occupazione coloniale sionista, Gaza è uno dei territori più densamente popolati, impoveriti e arretrati – dal punto di vista della sanità e dell’istruzione – della regione[61].
La situazione sanitaria nei territori occupati nel 1967 è caratterizzata da tassi di mortalità infantile elevati: le stime per Gaza nel 1967 indicano tassi compresi tra 80 e 100 per mille nati vivi. Alti tassi di malattie infettive – tubercolosi, parassiti intestinali, tracoma e altre malattie associate alla povertà – sono prevalenti, a testimonianza delle condizioni ambientali dei campi profughi e delle comunità rurali. Prima dell’occupazione israeliana, Gaza disponeva di servizi sanitari del governo egiziano integrati dalle strutture sanitarie dell’UNRWA (Schiff, op. cit.). L’assistenza sanitaria di base era molto limitata, curativa piuttosto che preventiva, basata sugli ospedali piuttosto che sulla comunità, e accessibile principalmente alle popolazioni urbane. Dal punto di vista delle infrastrutture, ospedali privati e di beneficenza, comprese importanti istituzioni missionarie cristiane, integravano l’assistenza sanitaria governativa[62] [63].
A metà degli anni ’80, gli indicatori sanitari misurabili migliorano significativamente rispetto al livello di riferimento del 1967. La mortalità infantile diminuisce, passando da circa 80-100 per mille nel 1967 a circa 40-60 per mille a metà degli anni ’80. L’aspettativa di vita aumenta, passando da circa 50-55 anni nel 1967 a circa 60 anni a metà degli anni ’80. I tassi di malattie infettive, in particolare la tubercolosi e diverse malattie infantili, diminuiscono sensibilmente grazie ai progressi in termini di igiene, nutrizione e copertura vaccinale (Giacaman op. cit.).
Diversi fattori interconnessi contribuiscono a tali miglioramenti. L’aumento del reddito familiare derivante dal lavoro in Israele e dalle rimesse provenienti dagli espatriati nei Paesi del Golfo, che migliora l’alimentazione, le condizioni abitative e la possibilità di accedere alle cure mediche, è probabilmente il fattore più importante. I servizi sanitari dell’UNRWA nei campi profughi, che forniscono assistenza sanitaria di base, vaccinazioni e servizi di salute materno-infantile, hanno un impatto misurabile, in particolare a Gaza (Schiff, op. cit.). Tra i fattori limitanti lo sviluppo dell’assistenza sanitaria occorre ricordare la permanente difficoltà di importazione dei farmaci e delle attrezzature mediche, considerate «a duplice uso» dall’amministrazione militare, e la mancanza di formazione medica nei territori che genera una carenza persistente di personale medico specializzato.
L’evoluzione più importante nel settore sanitario palestinese nel periodo 1967-1987, è la nascita di un movimento comunitario per la salute: una rete di organizzazioni di volontariato che costruisce infrastrutture di assistenza sanitaria di base al di fuori del perimetro dell’amministrazione militare israeliana. L’Unione dei Comitati Palestinesi di Soccorso Medico (UPMRC), fondata nel 1979 da medici palestinesi rientrati dalla formazione all’estero con competenze mediche e un forte impegno politico, è la più significativa di queste organizzazioni. L’UPMRC gestisce squadre mediche mobili che portano l’assistenza sanitaria di base nei villaggi e nelle comunità prive di accesso a strutture sanitarie formali, effettua delle campagne di vaccinazione, insegna nozioni sanitarie di base e pratiche preventive a operatori sanitari, insegnanti e famiglie dei villaggi, e documenta sistematicamente lo stato della salute pubblica. Il modello dell’UPMRC è esplicitamente politico oltre che medico: intende l’assistenza sanitaria come una dimensione della resistenza, e costruisce e si propone consapevolmente come una istituzione del comune al di fuori del controllo dell’amministrazione militare israeliana. (Giacaman, op. cit).
Dal canto suo, l’amministrazione militare israeliana effettua investimenti – limitati – per ampliare alcuni servizi e infrastrutture sanitarie con l’obiettivo primario di contrastare la diffusione di malattie infettive nella popolazione israeliana da parte dei lavoratori provenienti dai territori occupati. Si tratta di una azione biopolitica «perfetta»: la questione da risolvere è la disponibilità della forza-lavoro dai territori occupati, e se i portatori di forza-lavoro sono anche portatori di malattie infettive, la loro impiegabilità crea problemi, sia in termini di possibilità di sfruttamento che in termini di contaminazione del territorio israeliano. La questione che si pone non è il bios della popolazione dei territori occupati in quanto tale, ma in quanto substrato della forza-lavoro sociale. La biopolitica impiega anch’essa la razionalità strumentale, anche se tale razionalità è, ovviamente, limitata (Simon, op. cit.).
Una questione complementare, di particolare interesse in queste note, riguarda lo stato del sistema scolastico nel 1967 e il suo eventuale sviluppo nel ventennio successivo. L’amministrazione militare egiziana aveva mantenuto un sistema scolastico pubblico, ma la particolare situazione demografica di Gaza – la presenza massiccia di rifugiati palestinesi – faceva sì che le scuole dell’UNRWA fossero l’istituzione didattica dominante. L’UNRWA gestiva scuole a Gaza dal 1950, fornendo istruzione a partire dalla scuola elementare ai bambini rifugiati. Il sistema dell’UNRWA era per molti aspetti meglio attrezzato e organizzato rispetto al sistema governativo egiziano che accoglieva la popolazione non rifugiata (Schiff, op. cit.). Il quadro generale dell’istruzione nel 1967 è quindi caratterizzato da uno sviluppo parziale e disomogeneo: l’istruzione primaria è relativamente accessibile, ma di qualità variabile; l’istruzione secondaria è limitata; l’istruzione superiore è assente; l’alfabetizzazione e la frequenza scolastica femminile sono significativamente inferiori a quelle maschili; e la popolazione di rifugiati è servita da una struttura istituzionale parallela che rimane amministrativamente separata dal potere militare israeliano.
Dal 1967 l’amministrazione militare israeliana prende il controllo completo del sistema scolastico nei territori occupati. Il governatore militare detiene l’autorità sui corsi di studio, i libri di testo, l’amministrazione scolastica, le nomine degli insegnanti e l’apertura e la chiusura degli istituti. Tale autorità viene esercitata attraverso un complesso apparato burocratico che coinvolge i servizi di sicurezza militari e, a partire del 1981, l’amministrazione civile. Gli israeliani esercitano un controllo politico sul sistema scolastico attraverso vari strumenti, come per esempio la censura dei corsi di studio e dei libri di testo – da cui i passaggi relativi all’identità nazionale palestinese, alla guerra del 1948, e alla resistenza vengono rimossi. Gli insegnanti palestinesi sono tenuti a ottenere autorizzazioni di sicurezza e possono essere licenziati, deportati o imprigionati per motivi di sicurezza. Il sindacato degli insegnanti palestinesi viene posto sotto la supervisione israeliana e la sua dirigenza è soggetta a sorveglianza e ad arresti periodici. L’amministrazione militare esercita il potere di chiudere scuole e università come misura di sicurezza. Le chiusure – numerose – sono imposte in risposta a manifestazioni politiche, commemorazioni e altre forme di resistenza.
Nonostante questi vincoli, il periodo 1967-1987 vede una significativa espansione quantitativa dell’istruzione a tutti i livelli. I tassi di iscrizione alla scuola primaria aumentano considerevolmente. A metà degli anni ’80, l’iscrizione alla scuola primaria è quasi universale sia per i bambini che per le bambine – un cambiamento significativo rispetto ai livelli del 1967, in particolare per le bambine e per la popolazione rurale. L’espansione dell’istruzione femminile negli anni ’70 e ’80 rappresenta un’autentica trasformazione sociale, guidata da una combinazione di fattori: l’aumento dei redditi familiari derivanti dal lavoro in Israele e dalle rimesse degli espatriati, l’influenza dei programmi educativi dell’UNRWA, che avevano sempre incluso entrambi i sessi (Schiff, op. cit.), e la promozione attiva dell’istruzione femminile da parte delle organizzazioni politiche della resistenza palestinese. Le conseguenze politiche dell’aumento dell’alfabetizzazione e dell’istruzione femminile si manifesteranno chiaramente nell’Intifada, in cui le organizzazioni femminili giocheranno un ruolo centrale[64].
L’UNRWA gestisce un sistema didattico separato dedicato alla popolazione rifugiata (Schiff, op. cit.). Si tratta di un sistema di dimensioni rilevanti: all’inizio degli anni ’80, l’UNRWA gestisce oltre 150 scuole a Gaza, che ospitano centinaia di migliaia di studenti. La qualità dell’istruzione dell’UNRWA è generalmente superiore a quella delle scuole pubbliche nello stesso periodo: insegnanti meglio formati, amministrazione più organizzata, supervisione internazionale. Lo status di agenzia delle Nazioni Unite conferisce all’UNRWA una certa protezione, imperfetta e oggetto di controversie, nella gestione delle attività educative, protezione da cui il sistema pubblico palestinese, gestito direttamente dall’amministrazione militare israeliana, è totalmente escluso. Le autorità israeliane tentano periodicamente di estendere la giurisdizione militare sulle scuole dell’UNRWA, in particolare sui corsi di studio.
A parte l’alfabetizzazione generalizzata, lo sviluppo educativo più significativo e rilevante del periodo 1967-1987 è costituito dalla nascita delle università palestinesi (Sullivan, op. cit.). L’Università Islamica di Gaza, fondata nel 1978, è l’istituzione di istruzione superiore dominante a Gaza ed è associata alla corrente islamista nella politica palestinese che si sarebbe poi concretizzata nel movimento Hamas nel 1987. La sua fondazione riflette la crescente influenza dei Fratelli Musulmani nei settori educativo e sociale di Gaza durante gli anni ’80. L’amministrazione militare israeliana inizialmente accoglie con relativa tolleranza tale influenza (se non, addirittura, la incoraggia) vedendo nelle organizzazioni sociali islamiste un fattore di differenziazione e di divisione potenziale rispetto all’approccio laico dell’OLP.
Nei fatti, il sistema universitario palestinese non è stato costruito dall’amministrazione militare israeliana, bensì contro la sua resistenza, grazie a una combinazione di investimenti della comunità palestinese, finanziamenti della diaspora, sostegno istituzionale internazionale e sforzi organizzativi delle istituzioni del movimento di resistenza palestinese. L’amministrazione militare israeliana ha in permanenza ostacolato lo sviluppo del sistema scolastico, con chiusure degli istituti e vessazioni e persecuzioni degli insegnanti più impegnati politicamente. L’emergere di un sistema universitario palestinese ha avuto conseguenze che vanno ben oltre la semplice offerta di istruzione superiore. Ha permesso di trattenere nei territori, anziché disperdere all’estero, l’intellettualità di massa emergente, creando una massa critica impegnata nello sviluppo in loco di istituzioni del comune. Ha formato il nucleo dirigente dell’Intifada: una parte consistente degli organizzatori della prima Intifada era composta da laureati o studenti universitari nel periodo 1967-1987.
La risposta palestinese sull’istruzione alla politica dell’amministrazione militare israeliana – il volontariato, le organizzazioni sanitarie di comunità, le associazioni femminili, i sindacati degli insegnanti e i movimenti studenteschi – non è semplicemente una reazione alle limitazioni imposte da Israele, ma un attivo contro-progetto di costruzione di istituzioni del comune (Giacaman, op. cit.). Nel 1987, tali istituzioni sono sufficientemente sviluppate per sostenere una rivolta popolare prolungata come la prima Intifada[65] .
In sintesi, l’approccio dell’etnostato coloniale sionista nei confronti della popolazione della Striscia di Gaza appare caratterizzato da una contraddizione fondamentale. Da un lato, ragioni pratiche spingono a un certo grado di sviluppo della sanità e dell’istruzione: una popolazione con standard minimi di salute e istruzione è più produttiva economicamente e, se docile, più facile da amministrare. D’altro canto, lo sviluppo sociale palestinese crea sistematicamente le condizioni per la resistenza: una popolazione istruita, con un livello di salute soddisfacente, le cui aspirazioni vengono sistematicamente negate dall’occupazione militare israeliana, è capace di discutere, deliberare, organizzarsi e lottare, e spinta a farlo. La politica israeliana in materia di sanità e di istruzione non è orientata allo sviluppo sociale in Palestina, bensì alla gestione biopolitica della forza-lavoro palestinese – uno sviluppo sufficiente a mantenere una forza-lavoro vitale, ma sistematicamente limitato per tentare di impedire l’emergenza della capacità politica. In più, l’analisi dettagliata dell’istruzione e della sanità nel periodo 1967-1987 rivela che lo sviluppo sociale non è un processo neutrale, bensì un terreno di scontro politico in cui il controllo dell’aministrazione militare di Israele e la resistenza palestinese incarnata in istituzioni del comune sono in continuo conflitto.
Note
*Per le referenze citate in precedenza (op. cit) riferirsi alle parti corrispondenti.
[1] F.A. Sayegh, Zionist Colonialism in Palestine, "Research Center - Palestine Liberation Organization".
[2] M. Rodinson, Israel: A Colonial-settler State? "Monad Press", 1973.
[3] W. Khalidi, All that remains: The Palestinian Villages Occupied and Depopulated by Israel in 1948, "Institute for Palestine Studies", 1992.
[4] B. Morris, Righteous Victims: A History of the Zionist-Arab Conflict, 1881-2001, "Vintage", 2001.
[5] B. Morris, The birth of the Palestinian refugee problem revisited (Vol. 18). Cambridge University Press, 2004.
[6] I. Pappe, A History of Modern Palestine: One Land, Two Peoples. Cambridge University Press, 2006.
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Isabella Annesi-Maesano, MD, PhD, DSc, è epidemiologa e specialista in sanità pubblica, con una vasta esperienza nello studio delle cause delle malattie croniche e nella promozione della salute della popolazione, maturata in Francia, presso l’Institut National de la Santé et de la Recherche Médicale, e all’estero, come direttore di ricerca. È attivamente coinvolta nel coordinamento e nella consulenza scientifica per numerose società mediche e organizzazioni di settore, a livello sia nazionale che internazionale, contribuendo allo sviluppo di raccomandazioni e linee guida strategiche, alla sorveglianza epidemiologica delle malattie e all’implementazione di politiche di sanità pubblica. Le più recenti riguardano l’impatto ambientale e sanitario della guerra a Gaza e in Iran. Ha partecipato alle lotte politiche e sociali in Italia a partire degli anni ’70.
Libero Maesano ha partecipato alla stagione di lotte sociali in Italia negli anni ’60-70. È stato tra i fondatori di Potere operaio. Matematico di formazione, ha sostenuto una tesi sulla formalizzazione degli schemi di riproduzione di Marx. Vive in Francia dove ha condotto una carriera di software engineer e di computer scientist, in particolare nel campo dell’intelligenza artificiale, ricoprendo ruoli tecnico-scientifici, manageriali e imprenditoriali.

