scienza e politica

Note sul linguaggio disabilitato nella Striscia di Gaza
– in ricordo di Paolo Virno
terza parte

La prima parte di questo testo è stata pubblicata il 3 settembre, la seconda il 10 settembre. La quarta e ultima parte sarà pubblicata il 18 settembre.
Intifada *
È empiricamente assodato che, per una popolazione data, la composizione della forza-lavoro relativamente stabile e senza divisioni significative facilita lo sviluppo di comportamenti individuali e collettivi non collaborativi o addirittura insorgenti. È quello che si è verificato puntualmente con la popolazione dei territori occupati nella prima Intifada nel 1987, vent’anni dopo la guerra del 1967. La rivolta riunisce tutti gli strati proletari – i lavoratori manuali residenti e frontalieri con Israele, il proletariato giovanile e l’intellettualità di massa – e, insieme con loro, tutta la popolazione palestinese (Heacock & Nassar, op. cit.).
L’etnostato coloniale sionista si trova di fronte a un problema di difficile soluzione. Mette in opera come strumento di contrasto immediato la repressione diretta – fino all’uso di munizioni reali contro i giovani che lanciano pietre ai blindati israeliani – ordinata direttamente dal ministro della difesa «di sinistra» Yitzhak Rabin, responsabile dell’amministrazione militare dei territori occupati. Ma è chiaro che la sconfitta strategica dell’insorgenza dei territori occupati può essere ottenuta solo attraverso lo smembramento della composizione della forza-lavoro che fornisce il substrato del comportamento insubordinato.
La prima Intifada inizia l’8 dicembre 1987 nella Striscia di Gaza e si sviluppa come una rivolta prolungata in tutta la Palestina, nel territorio di Israele e nei territori occupati. La rivolta è caratterizzata da manifestazioni di massa, scioperi locali e generali, boicottaggi economici, atti di disobbedienza civile e azioni armate. Si tratta di una rivolta di base, guidata prevalentemente da comitati di quartiere e di villaggio, che vede la partecipazione a livello locale di militanti di tutte le organizzazioni affiliate a l’Olp e delle formazioni islamiche (Hamas e Jihad Islamica). Emerge rapidamente una direzione nazionale unificata della rivolta che acquisisce rapidamente un ruolo effettivo di coordinamento. Inoltre, i comitati di base locali mettono in piedi l’assistenza medica, gli aiuti alimentari e la continuità dell’istruzione attraverso scuole clandestine – quelle regolari essendo state chiuse dai militari per rappresaglia.
A parte qualche sporadico episodio di lotta armata, la prima Intifada è essenzialmente una rivolta non violenta – l’Olp decreta la sospensione della lotta armata durante la rivolta – i cui obiettivi immediati sono l’abolizione del coprifuoco e dei posti di blocco, il ritiro dell’esercito coloniale sionista dai territori occupati e l’autogoverno di tali territori (Filiu, op. cit.). Generalmente, i testi prodotti dai comitati locali – comunicati, volantini – esortano i palestinesi a partecipare alle diverse forme di lotta – manifestazioni, scioperi, disobbedienza e boicottaggio – e li invitano nel contempo a non ricorrere alle armi, con l’argomento che l’uso delle stesse provocherebbe una rappresaglia devastante da parte dell’esercito colonialista. Abbiamo visto che la risposta dell’etnostato coloniale sionista, che schiera 80.000 soldati, è estremamente violenta, con un uso frequente di armi da fuoco contro manifestazioni pacifiche. Nel corso della rivolta, i soldati e i coloni israeliani assassinano circa 1500 palestinesi, tra cui circa 300 bambini, mentre altre migliaia riportano ferite gravi e decine di migliaia sono imprigionati senza alcuna accusa né processo.
Parallelamente alla repressione militare della rivolta, Israele introduce anche una serie di nuove procedure amministrative e tecniche volte a controllare gli spostamenti dei palestinesi in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza: applicazione generalizzata del coprifuoco, posti di controllo, posti di blocco, restrizioni di libertà di movimento attraverso l’uso di permessi e lasciapassare. Nel febbraio 1988, gli spostamenti tra Cisgiordania e la Striscia di Gaza diventano praticamente impossibili, e, il 15 e il 17 marzo 1988, il divieto viene formalizzato in due direttive militari. Queste innovazioni amministrative gettano le basi per il sistema di permessi che si è sviluppato negli anni 1990 e 2000, e che controlla completamente non solo il passaggio tra la Cisgiordania e la Striscia di Gaza, ma anche la possibilità per i palestinesi di spostarsi all’interno di questi territori. Alle politiche del «pugno di ferro» militare e del rafforzamento del controllo amministrativo, Yitzhak Rabin aggiunge almeno cinquanta operazioni di espulsione da terre e villaggi e l’aumento conseguente degli insediamenti coloniali dei nazionali israeliani. La popolazione di coloni israeliani nella sola Cisgiordania quasi raddoppia dal 1984 al 1988, passando da 35.000 a 64.000, per raggiungere i 130.000 a metà degli anni Novanta (Morris, op. cit.).
La prima Intifada si protrae fino agli accordi di Oslo del settembre 1993, in cui l’Olp ottiene, in cambio della fine della lotta armata e del riconoscimento dello Stato di Israele, uno stravagante e acrobatico «autogoverno senza sovranità» (l’Autorità Palestinese – Ap), il cui reale compito è il mantenimento dell’ordine coloniale nei territori occupati. Il 7 settembre 1993, Rabin si esprime con brutale franchezza su «Yediot Aharonot» (il quotidiano israeliano più diffuso): «Preferisco che siano i palestinesi a occuparsi del problema del mantenimento dell’ordine a Gaza. Saranno più efficaci di noi, perché non consentiranno ricorsi dinanzi alla Corte Suprema; impediranno all’Associazione israeliana per i diritti civili di accedere alla zona e, quindi, di criticarli. Governeranno con i propri metodi e, cosa più importante, solleveranno così i militari israeliani da questo compito» (Filiu, op. cit.). Nei periodi di forte agitazione politica in Cisgiordania (ad esempio, dall’ottobre 2023), le «forze di sicurezza» dell’Ap hanno agito direttamente per arrestare e assassinare gli attivisti palestinesi e hanno collaborato per facilitare l’ingresso dei soldati israeliani nelle città, nei villaggi e nei campi dei rifugiati palestinesi. Durante le trattative e dopo la firma degli accordi, la colonizzazione dei territori occupati continua a ritmo sostenuto, grazie anche ai generosi incentivi distribuiti dall’etnostato coloniale sionista.
Dopo la rivolta – gli scioperi, le altre manifestazioni di lotta e l’organizzazione dal basso dei lavoratori palestinesi durante la prima Intifada – e l’inasprirsi delle restrizioni alla mobilità nell’ambito degli accordi di Oslo, il paradigma tecnico-economico del capitalismo israeliano cambia (Hanieh et al., op. cit). Dopo il «boom palestinese» degli anni ’70, e al seguito della grave recessione a metà degli anni ’80, il capitale israeliano si disimpegna dai settori tradizionali come l’edilizia e si orienta verso l’alta tecnologia, l’industria militare e la finanza, settori che impiegano quasi esclusivamente forza-lavoro dei nazionali israeliani. Per altro, le aziende israeliane dei settori come l’edilizia e l’agricoltura cominciano a ricorrere a lavoratori provenienti da paesi come la Thailandia, le Filippine o la Romania, in sostituzione dei palestinesi dei territori occupati[1]. La scelta è chiaramente politica, dato che il costo del lavoro degli immigrati è superiore a quello dei palestinesi.
Tra il 1992 e il 1996, l’impiego in Israele di forza-lavoro proveniente dai territori occupati scende da 116.000 lavoratori (il 33 % della forza-lavoro palestinese) a 28.100 (il 6 % della forza-lavoro palestinese). La parte relativa ai redditi derivanti dal lavoro in Israele del Pil palestinese crollano dal 25% nel 1992 al 6% nel 1996. Tra il 1997 e il 1999, grazie alla ripresa dell’economia israeliana, il numero dei lavoratori palestinesi in Israele ritorna a livelli simili a quelli precedenti al 1993, ma la percentuale della forza-lavoro palestinese impiegata in Israele si è quasi dimezzata rispetto al decennio precedente. Nei territori occupati aumenta la dipendenza dei redditi dall’impiego nel settore pubblico e dai modesti sussidi versati alle famiglie sotto la soglia di povertà e alle famiglie dei prigionieri politici e delle vittime dell’esercito israeliano (Hanieh et al., op. cit.). Nel 2000, l’occupazione nel settore pubblico rappresenta quasi un quarto dell’occupazione totale in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, un livello che è quasi raddoppiato dalla metà degli anni ’90. Più della metà della spesa della Ap è destinata agli stipendi dei dipendenti pubblici, tra cui le forze di sicurezza costituiscono una porzione congrua.
L’accelerazione della colonizzazione dei territori occupati conduce a una nuova rivolta scoppiata in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza nel settembre 2000, questa volta più violenta e armata della precedente, con l’utilizzazione ripetuta dell’attentato suicida. Tra il 2000 e il 2005, gli attentati suicidi causano la morte di 657 (di cui 148 attentatori) e il ferimento di 3682 persone. Per sedare questa seconda Intifada, l’etnostato coloniale sionista mette in atto strategie simili a quelle utilizzate durante la rivolta precedente, ma con un livello di violenza superiore: coprifuoco e punizioni collettive, omicidi, uccisioni di massa e distruzione di case, coltivazioni e infrastrutture. Un elemento chiave della repressione è l’ampio sistema di detenzione politica, che porta, in base alla legge marziale, all’arresto, alla tortura e alla reclusione di decine di migliaia di palestinesi, quasi sempre senza alcuna accusa né processo.
Nel 2005 Israele smantella le infrastrutture militari e evacua unilateralmente tutti i coloni israeliani (circa 8000, in maggioranza imprenditori e addetti di aziende agricole e le loro famiglie, i cui insediamenti vengono distrutti da Tsahal) della Striscia di Gaza, nel tentativo di trasformarla da territorio di popolamento dei nazionali israeliani a Bantustan – sul modello dell’Africa del Sud – e cioè in un territorio riservato agli autoctoni, che mette in opera la segregazione etnica come separazione spaziale. Il cosiddetto «disimpegno», che viene presentato dalla propaganda israeliana come la «fine» della presenza israeliana nel territorio, permette allo Stato coloniale sionista di azzerare i costi legati alla protezione degli insediamenti coloniali, di rafforzare nel contempo il proprio dominio attraverso il controllo totale delle frontiere terrestri, dello spazio aereo e delle acque costiere, e di accrescere la dipendenza da Israele per beni di prima necessità quali elettricità, carburante e generi alimentari.
Rispetto alle politiche implementate in Cisgiordania, si tratta di una vera e propria rivoluzione del controllo: si passa dalla frammentazione territoriale molecolare, l’uso degli insediamenti e avamposti coloniali e dei «punti di controllo» (check-points), allo stato d’assedio e ai «punti di strozzatura» (choke-points): un vero e proprio blocco permanente di un territorio separato abitato da una popolazione considerata aliena e ostile. Data l’esiguità del territorio rispetto alla massa demografica – due milioni e trecentomila palestinesi – la Striscia di Gaza diventa una prigione a cielo aperto sovrappopolata, e, al tempo stesso, il banco di prova di nuove strategie di controllo e di dominio. Il regime di chiusura si inasprisce e le zone cuscinetto lungo i confini sono militarizzate, limitando la libertà di movimento dei palestinesi e l’accesso ai terreni agricoli. La sorveglianza e i raid aerei sostituiscono i coloni e le pattuglie di terra. L’assenza di nazionali israeliani nel territorio permette all’esercito sionista di scatenare bombardamenti aerei devastanti.
Le piene implicazioni dello stato di assedio emergono chiaramente nel 2007, dopo che la Cisgiordania e la Striscia di Gaza costituiscono formalmente due territori amministrati separatamente e governati rispettivamente dall’Autorità Palestinese e da Hamas. Alla vigilia del 7 ottobre 2023: a) il tasso di disoccupazione nella Striscia di Gaza è del 47%, uno dei più alti al mondo, con la disoccupazione giovanile che raggiunge il 64%: b) la distruzione delle infrastrutture ha già provocato una carenza cronica di risorse vitali come l’acqua e l’elettricità; c) l’80% della popolazione di Gaza è completamente dipendente dagli aiuti internazionali per la propria sopravvivenza. Hamas, al potere nelle strutture di «governo senza sovranità», tenta di sviluppare le proprie reti economiche e politiche, ricorrendo anche agli aiuti stranieri di paesi come il Qatar e cerca di eludere il blocco facendo entrare merci attraverso tunnel sotterranei di collegamento con l’Egitto. Ciononostante, l’isolamento quasi totale di Gaza dovuto allo stato di assedio mantiene la popolazione in uno stato di morte differita, descritto spietatamente dai burocrati sionisti come un modo per mettere la popolazione del territorio «a dieta». La situazione in cui versa la popolazione di Gaza oggi non è solamente la conseguenza della violenza parossistica dell’attacco israeliano dopo l’ottobre 2026, di due ordini di grandezza superiore a quella delle guerre precedenti, ma anche dello stato d’assedio permanente, che si prolunga dal 2007.
Forza-lavoro e necropolitica
Il processo di accumulazione originaria messo in opera dall’etnostato coloniale sionista nei territori occupati dopo la guerra de 1967 ha prodotto una composizione della forza-lavoro all’origine del «boom palestinese» e dell’insorgenza crescente che culmina nella rivolta di massa del 1987. Tale rivolta viene fronteggiata tatticamente da Israele con la repressione la più feroce. Ma è chiaro che la sconfitta strategica di tale rivolta può essere ottenuta solo smantellando la composizione della forza-lavoro che ne fornisce il substrato.
Classicamente, lo Stato capitalistico attua un piano su tre livelli di iniziativa per disgregare la composizione della forza-lavoro alla base dell’insorgenza di classe. Si noti che il concetto di «piano del capitale» è stato introdotto sin dall’inizio nella letteratura operaista, identificato come uno strumento strategico della guerra del capitale contro la classe operaia[2] [3] [4]. In primo luogo, il capitale individua popolazioni fonti potenziali di capacità che possono essere mercificate in forza-lavoro. In seguito, mette in opera due processi concorrenti e convergenti: da un lato un processo di accumulazione originaria per fare emergere la «nuova» forza-lavoro[5], e, dall’altro, un processo di trasformazione del paradigma tecnico-economico – per «accogliere» la nuova forza-lavoro in un rinnovato ciclo di riproduzione capitalistica. L’effetto congiunto di questi due processi produce un cambiamento del ciclo del capitale – dei circuiti del capitale monetario, del capitale merce e del capitale produttivo[6].
L’accumulazione originaria accoppiata al cambiamento del paradigma tecnico-economico ha un duplice effetto: la generazione di una «nuova» composizione della forza-lavoro, adatta a rilanciare il ciclo del capitale e lo smantellamento della «vecchia» composizione, colpevole di insubordinazione. La biopolitica può dispiegarsi: «fare vivere» la «nuova» composizione della forza-lavoro e «lasciar morire» la «vecchia». È quello che è successo alla composizione della forza-lavoro mondiale a partire dagli anni ’70 con la globalizzazione, e cioè con la «nascita» programmata di una «nuova» forza-lavoro a basso costo nel sud est asiatico, e, in occidente, con la «morte» altrettanto programmata dell’operaio massa (addetto al lavoro manuale parcellizzato e ripetitivo), la «nascita» della intellettualità di massa (potenzialmente addetta al lavoro linguistico), e l’arrivo della forza-lavoro immigrata da assegnare ai lavori manuali residuali. La nuova composizione della forza-lavoro mondiale ha permesso il trasferimento del lavoro manuale nel sud est asiatico, moltiplicato lo sviluppo di attività di concezione, coordinamento, comunicazione e produzione immateriale in occidente effettuate dal lavoro linguistico, e la crescita esponenziale di infrastrutture di supporto alle «catene di valore» postfordiste su scala globale, come l’informatica e le telecomunicazioni, la logistica e il trasporto multimodale, e la finanza.
Il colonialismo di sfruttamento dei territori occupati, che ha permesso la costruzione del moderno Israele, è durato vent’anni, dal 1967 alla prima Intifada del 1987. Il tentativo tardivo di rinnovarne le prospettive secondo il metodo sudafricano, e cioè creando un Bantustan nella Striscia di Gaza nel 2005, nasce morente, e, in ogni caso, muore definitivamente con la guerra di Gaza del 2008. Per altro, Israele entra nella globalizzazione come il de facto cinquantunesimo Stato degli Stati Uniti d'America: esce dalla produzione industriale tradizionale, sviluppa un'agricoltura di alta produttività e si orienta verso l'alta tecnologia e l'industria degli armamenti, dove capitalizza su un'esperienza di guerra permanente da quasi ottant'anni e sui massicci finanziamenti a fondo perduto degli Stati Uniti da almeno quarant’anni. L’agricoltura e i settori tradizionali impiegano manodopera immigrata dalla Thailandia, le Filippine, e altri paesi del Sud (Amir, op. cit.), e nei settori dell’high tech, dell’industria militare, e delle attività finanziarie, l’impiego è riservato esclusivamente ai nazionali israeliani – come nella grande epoca della «conquista del lavoro» degli anni ’20-’30. La conclusione è che la forza-lavoro dei palestinesi, che siano cittadini israeliani o abitanti dei territori occupati, non è più impiegabile per motivi economici e politici, e la sua inoperosità costituisce una minaccia permanente come substrato della rivolta – di cui il 7 ottobre 2026 è l’ultima prova eclatante. Occorre sbarazzarsene: il ritorno al colonialismo di insediamento e alla politica di eliminazione degli autoctoni è inevitabile.
Il biopotere, orientato all’amministrazione e all’ottimizzazione della vita, si trova di fronte a una contraddizione interna: il diritto sovrano di uccidere – ereditato dalla sovranità classica – sembra incompatibile con un potere il cui scopo fondamentale è quello di promuovere la vita. Come può un potere, dedito a far vivere, esercitare anche il diritto di far morire, non solo i nemici in guerra, ma intere popolazioni, nelle guerre e nella violenza coloniale? Foucault invoca il razzismo come meccanismo che risolve l’antinomia interna al biopotere (Foucault, op. cit.). Il razzismo effettua due operazioni. Innanzi tutto inventa il concetto di «razza»: frammenta il continuum biologico della specie umana in «razze» gerarchicamente ordinate, distinguendo le popolazioni la cui vita deve essere favorita da quelle la cui morte è accettabile o addirittura necessaria. In secondo luogo, introduce una logica secondo la quale lo sterminio della «razza» inferiore è ciò che permette alla «razza» superiore di vivere più pienamente: eliminare ciò che è biologicamente pericoloso, degenerato, anormale rafforza la salute del corpo sociale. Questo permette allo Stato capitalistico di uccidere – in guerra, nella violenza coloniale, nell’eliminazione interna degli «inutili» – non contro il suo carattere biopolitico, ma proprio grazie a esso: l’uccisione viene ridefinita come un intervento biologico-chirurgico a beneficio della salute della popolazione, non come l’esercizio di un potere sovrano arbitrario.
Virno potrebbe precisare: la necessità di ottimizzazione della forza-lavoro sociale, che comprende l’uso della «razza» come meccanismo di differenziazione e discriminazione della popolazione, e dunque della forza-lavoro, da utilizzare come arma contro l’unità di classe, determina la biopolitica di frammentazione del continuum biologico della specie umana in razze gerarchicamente ordinate nel corpo sociale. Quest’ultimo è l’oggetto della biopolitica esclusivamente in quanto substrato della forza-lavoro sociale da segmentare, e non viceversa. Wolfe, a proposito del colonialismo di insediamento, parte da un punto di vista diverso per raggiungere conclusioni analoghe: «Qualunque cosa possano dire i coloni – e in genere hanno molto da dire – il motivo principale dell’eliminazione [degli autoctoni] non è la razza (o la religione, l’etnia, il grado di civiltà, ecc.), ma l’accesso al territorio. La territorialità è l’elemento specifico e irriducibile del colonialismo di insediamento» (Wolfe, 2006 op. cit.).
Alcuni considerano che la razza sembra diventare importante per Foucault solo quando entra a far parte della gestione da parte degli Stati europei delle popolazioni nel territorio della «madrepatria», non attraverso le dinamiche del colonialismo di questi stessi Stati; sostengono quindi che il quadro concettuale della biopolitica è fondamentalmente inadeguato, poiché, la separazione dell’occupazione coloniale da un (tardivo) razzismo di Stato relega la razza a uno status derivato[7]. Virno direbbe che occorre prendere il problema esattamente al contrario. Abbiamo visto che non ha senso dire che la biopolitica comprende in sé, come sua articolazione particolare, la gestione della forza-lavoro, ma che «le cose stanno all’incontrario»: la biopolitica è solo «un effetto, un riverbero, o appunto un’articolazione» di quel fatto primario che è la gestione della forza-lavoro in quanto «mera facoltà… che però ha guadagnato la consistenza di una merce».
Allo stesso modo, non ha senso dire che le misure di differenziazione e discriminazione della forza-lavoro sociale – per esempio tra «nativi» e immigrati nella «madrepatria» o tra colonizzati e colonizzatori – sono una conseguenza dell’assunzione da parte della biopolitica del razzismo come categoria astratta. Al contrario, l’intervento biopolitico sul corpo sociale in termini di frammentazione del continuum biologico della specie umana in razze gerarchicamente ordinate – distinguendo le popolazioni la cui vita deve essere favorita da quelle la cui morte è accettabile o addirittura necessaria – e di «far morire» o «lasciar morire» la razza inferiore – come intervento biologico-chirurgico per rafforzare la salute del corpo sociale – non è che «un effetto, un riverbero, o appunto un’articolazione» di quel fatto primario che è l’intervento in termini di la differenziazione e divisione della forza-lavoro sociale, nelle colonie come nella «madrepatria».
Ma occorre porsi la seguente questione: cosa succede quando, di fronte alla rivolta, si vuole attaccare la composizione della forza-lavoro che sostiene la rivolta stessa ma, per un insieme di motivi che vanno dall’inadeguatezza socio-tecnica alla resistenza politica, non vengono individuate sorgenti di nuova forza-lavoro «fresca» da «liberare» con un processo di accumulazione originaria nel seno della popolazione stessa, per far evolvere la composizione della forza-lavoro verso una più grande docilità? Ciò che accade è l'«aborto provocato» del processo di accumulazione originaria, che non si conclude con la generazione di una «nuova» forza-lavoro. Resta quindi una popolazione che è sia riottosa al processo di mercificazione delle sue capacità, sia ritenuta non impiegabile nel processo capitalistico, sia considerata ribelle e insorgente e quindi temibile. La persistenza di tale popolazione costituisce un pericolo in sé, soprattutto se possiede capacità «eccedenti», in particolare capacità linguistiche, che possono essere impiegate nella resistenza e nell’insubordinazione. Occorre quindi eliminarla. Ricadiamo in pieno nella strategia di eliminazione propria del processo di colonizzazione di insediamento (Wolfe, 2012, op. cit.).
È su questo punto di svolta che interviene il contributo di Achille Mbembe[8]. La biopolitica di Foucault – «far vivere e lasciar morire» (Foucault, 2025, op. cit.) – lascia il posto alla necropolitica di Mbembe – «far morire e lasciar vivere»: dal «lasciar morire» strati della popolazione le cui capacità sono divenute inutili e che diventano residuali, al «far morire» nella sua interezza una popolazione non impiegabile e insubordinata.
Mbembe riconosce la validità del quadro teorico di Foucault, ma sostiene che esso è insufficiente per comprendere le forme di potere coloniali e postcoloniali perché pone, in definitiva, al centro la vita anche nella sua analisi della morte: si chiede come un potere orientato alla vita produca morte. Mbembe sostiene che, in molti contesti coloniali e postcoloniali, e, in particolare, nella strategia di eliminazione dei nativi del colonialismo di insediamento, la principale tecnologia politica non è l’amministrazione della vita, ma l’amministrazione della morte: un potere esercitato principalmente attraverso la creazione, la gestione e la distribuzione della morte – lenta e/o rapida – e del morire. Mbembe propone quindi la necropolitica – la politica della morte: «far morire e lasciar vivere» – come concetto in grado di cogliere ciò che la biopolitica non riesce a cogliere: l’esercizio del potere principalmente attraverso la sottomissione della vita al potere della morte.
| fare | lasciare |
vivere | far vivere biopolitica | lasciar vivere necropolitica |
morire | far morire necropolitica | lasciar morire biopolitica |
Fig. 1. Quadranti della biopolitica/necropolitica.
La genealogia del quadro concettuale di Mbembe parte da Schmitt e Agamben, rispettivamente dalla teoria della sovranità[9] e dalla «nuda vita»[10]. Mbembe attinge largamente a tutti e due i quadri teorici, ma li supera, sostenendo che i loro schemi concettuali – sviluppati all’interno della teoria politica europea – non riescono a cogliere adeguatamente le forme coloniali e postcoloniali di potere[11]. Mbembe parte dalla famosa definizione di sovranità di Schmitt: «è sovrano chi decide sull’eccezione». La sovranità non è un accordo giuridico o istituzionale, ma una capacità politica: la capacità di sospendere il «normale» ordine giuridico quando si ritiene che la comunità politica si trovi di fronte a una minaccia esistenziale. Lo stato di eccezione non è il crollo della sovranità, ma la sua massima espressione – il momento in cui il potere sovrano si rivela pienamente uscendo dai limiti della legge per preservare l’ordine politico. La sovranità riguarda fondamentalmente la capacità di ricorrere alla violenza, non la legittimità giuridica o la procedura istituzionale.
Per Mbembe, il quadro concettuale di Schmitt presenta un limite cruciale: è sviluppato interamente all’interno della logica dello Stato-nazione europeo. L’eccezione in Schmitt è una sospensione temporanea dell’ordine «normale» per preservare lo Stato. Nell’ambito coloniale, l’«eccezione» – se possiamo chiamarla così – è permanente e viene esercitata non per preservare una comunità politica – che includerebbe la popolazione colonizzata – ma per gestire la popolazione colonizzata come costituitutivamente aliena e ostile alla comunità politica.
Agamben (Agamben, 1998, op. cit.)[12] amplia l’analisi di Schmitt sostenendo che lo stato di eccezione è diventato il paradigma «normale» del governo dello stato contemporaneo. Prendendo come caso paradigmatico il campo di concentramento nazista, Agamben sostiene che la sovranità moderna opera producendo la «nuda vita», una vita che può essere soppressa senza che la soppressione costituisca un omicidio in senso giuridico o politico. Il campo nazista, per Agamben, è la disposizione spaziale che rivela la verità del potere sovrano moderno: uno spazio in cui l’eccezione diventa la regola, dove la nuda vita viene prodotta e gestita, dove gli esseri umani sono ridotti a pura esistenza biologica spogliata di identità sociale e di diritti politici.
Mbembe ritiene che il quadro concettuale di Agamben sia insufficientemente storicizzato e non specifico dal punto di vista geografico: la descrizione della «nuda vita» rimane troppo astratta e non presta sufficiente attenzione alle specifiche spazialità e temporalità del potere coloniale. In particolare, Mbembe identifica due limiti del suo quadro teorico. Da un lato, la descrizione del campo come spazio moderno paradigmatico pone al centro dell’analisi teorica l’esperienza nazista. In realtà, il punto cruciale è che sono gli spazi coloniali (la piantagione, la riserva, il territorio colonizzato) che hanno preceduto e prefigurato il campo di concentramento e di sterminio nazista: erano i laboratori originari della produzione della «nuda vita», non derivazioni successive (Mbembe, op. cit.)[13].
Partendo da Mbembe, Wolfe e Lindqvist, occorre rovesciare la prospettiva. La proiezione nazista verso l’Ostland è mossa da un progetto squisitamente colonialista – progetto fondatore del movimento nazionalsocialista – e la seconda guerra mondiale sul fronte orientale è essenzialmente una guerra coloniale (Lindqvist, 2021, op. cit.)[14]. Il progetto coloniale nazista è una sapiente miscela di colonizzazione di insediamento (l’appropriazione delle «terre nere» con insediamento degli onesti proletari tedeschi promossi imprenditori agricoli), di sfruttamento (la riduzione dei popoli slavi a manodopera a basso costo e alta disponibilità), e di estrazione (il petrolio di Baku). Tale progetto implica, in termini di razionalità strumentale, l’eliminazione, che si traduce in sterminio per motivi essenzialmente pratici, di popolazioni «inutili» o ostili come gli slavi resistenti e ribelli, gli ebrei «parassiti» della «zona di residenza» loro assegnatale dall’impero zarista (che si sovrappone al territorio da occupare), e, per logica estensione, gli ebrei dei territori dell’Ovest – l’ebreo è «cosmopolita» e non si è mai troppo prudenti –, nonché i Rom e i disabili. Gli Einsatzgruppen, i campi di concentramento e le camere a gas non sono i rampolli né della degenerazione della civiltà dei Lumi (la «distruzione della ragione»), né di un supposto antisemitismo millenario, ma dell’esperienza coloniale e schiavista del razionale e «progressivo» capitalismo di entrambe le parti dell’Atlantico, e cioè del capitalismo tout court. Dice Benjamin:
VIII. La tradizione degli oppressi ci insegna che la «situazione di emergenza» in cui viviamo è la regola. Dobbiamo giungere a una concezione della storia che corrisponda a ciò. Allora diventerà chiaro che il compito che ci attende è l’introduzione di un vero stato di emergenza; e la nostra posizione nella lotta contro il fascismo ne risulterà rafforzata. Uno dei motivi principali per cui quest’ultimo ha una possibilità è che i suoi oppositori, in nome del progresso, lo accolgono come una norma storica. – Lo stupore per il fatto che le cose che stiamo vivendo nel XX secolo siano «ancora» possibili non è affatto di natura filosofica. Non è l’inizio della conoscenza, a meno che non si tratti della consapevolezza che la concezione della storia su cui si fonda è insostenibile.[15]
D’altra parte, il concetto di «nuda vita» di Agamben è troppo omogeneo: descrive infatti un’unica condizione di spoliazione politica. Il potere coloniale e postcoloniale non produce un’unica condizione di nuda vita, bensì distribuzioni differenziali della morte: le popolazioni non vengono semplicemente ridotte o meno a nuda vita, ma sono soggette a vari gradi e forme di amministrazione della morte che richiedono un’analisi più specifica dal punto di vista spaziale e temporale. Per altro si può aggiungere, con Hannah Arendt, che i soggetti coloniali e postcoloniali non solo sono privi di diritti specifici, ma sono anche al di fuori del quadro dell’esistenza politica in cui tali diritti acquistano significato[16]. I gazawi sotto stato d’assedio non sono cittadini i cui diritti vengono violati, ma esseri la cui stessa esistenza materiale e politica è negata[17].
Mbembe sviluppa la propria interpretazione dello stato d’assedio come una specifica forma di necropotere, distinta sia dallo stato di eccezione di Schmitt che dal campo nazista di Agamben. Lo stato di eccezione è un evento giuridico-politico: l’ordine giuridico normale viene sospeso e il potere sovrano opera temporaneamente al di fuori della legalità. Il territorio coloniale è una struttura (Wolfe, op.cit.), uno spazio in cui i colonizzati vivono in uno stato di eccezione permanente che non si riconosce come tale – nello stato d’assedio non c’è «eccezione» rispetto ad uno stato «normale» – governati attraverso tecnologie di morte che vengono normalizzate come gestione di una popolazione aliena e ostile: exterminate all the brutes ![18] (Lindqvist, op. cit.).
Lo stato d’assedio non implica la sospensione di un diritto che non è mai entrato in vigore, bensì la militarizzazione della vita quotidiana, ovvero la riorganizzazione dell’intero ambiente sociale e spaziale secondo logiche militari di controllo, sicurezza e gestione della minaccia. Nello stato d’assedio, il diritto non viene sospeso, bensì trasformato: gli strumenti giuridici diventano armi di controllo amministrativo, la vita civile viene riorganizzata in base alle esigenze militari e la distinzione tra guerra e pace, tra militari e civili, tra combattenti e non combattenti, viene sistematicamente negata. Il vicecapo di stato maggiore israeliano, il generale di divisione Tamir Yadai, ha recentissimamente dichiarato, a proposito della rioccupazione militare in corso della Striscia di Gaza: «Non so come descrivere questa situazione, se non come una vittoria, quando si controlla il 65% del territorio e si sono uccisi oltre 70.000 terroristi»[19]. L’esercito israeliano ha riconosciuto che il database dei caduti della guerra di Gaza compilato dalle autorità sanitarie palestinesi è sostanzialmente accurato[20]. Contiene più di 73.000 persone elencate per nome, con il loro numero di identificazione rilasciato da Israele. Oltre 21.000 erano bambini – tra cui oltre 1000 neonati che non hanno mai compiuto un anno di età – che i suoi dati sembrano etichettare come «terroristi». Alla domanda se i dati di Yadai classificassero bambini, donne e anziani come «terroristi», l’esercito israeliano ha rifiutato di rispondere.
Un aneddoto interessante può servire a chiarire la discrasia tra eccezione come evento e come struttura. Per reprimere la grande rivolta del 1936-39 dei palestinesi[21] (Hughes, 2009, op. cit. ) – una delle più grandi rivolte coloniali di tutti i tempi: lo sciopero generale con cui era iniziata è stato il più lungo della storia moderna (sei mesi) – i britannici avevano attinto all’esperienza maturata nelle guerre coloniali (Aden, Mesopotamia, Somalia…), in particolare sull’impiego della forza aerea[22] (ibidem). I bombardamenti a tappeto delle popolazioni civili, sperimentati su larga scala per la prima volta dal tristemente famoso Arthur «Bomber» Harris in Iraq nel 1929 (ibidem), celebrati come il mezzo più efficace ed economico di punizione collettiva senza mettere piede a terra, erano impraticabili in Palestina, data la contiguità tra gli insediamenti sionisti e l’habitat autoctono. Per inciso, lo sono anche oggi in Cisgiordania, mentre il provvidenziale «disimpegno» dalla Striscia di Gaza del 2005 ha permesso a Tsahal la distruzione del 80% del territorio per mezzo di bombardamenti, che, comunque, si pretende siano «mirati a obiettivi militari legittimi» e con «danni collaterali proporzionati».
Occorreva quindi trovare metodi più selettivi per contenere e annientare le formazioni guerrigliere palestinesi che si fondevano nella popolazione, distruggere i loro spazi vitali e mezzi di sussistenza, risparmiando nel contempo gli insediamenti sionisti e proteggendo i flussi economici coloniali nelle altre parti del territorio. I britannici misero a punto sistemi complessi che combinavano e coordinavano vari tipi di operatori, oggetti e tecniche: velivoli, sistemi d’armi, truppe a terra, informazione, sorveglianza e propaganda (il sorvolo continuo di aerei su centri abitati come segnale potente di una minaccia costante). Per inciso, i principi fondamentali di tali metodi sono ripresi (e ovviamente attualizzati) quasi cent’anni dopo dall’attuale etnostato coloniale sionista[23].
Una di queste tecnologie, la «air-pin blockade», concepita direttamente da «Bomber» Harris (Rose & Çelik, op. cit.) (Longoria, op. cit.), era basata sulla sincronizzazione delle forze aeree e terrestri per confinare e assediare interi centri abitati palestinesi il blocco del villaggio attraverso la minaccia aerea, non l’accerchiamento terrestre come misura preparatoria all’invasione da parte di forze terrestri con l’obiettivo di identificare, arrestare e, meglio, assassinare i membri dei gruppi di guerriglia «fusi» nella popolazione. In Gran Bretagna, qualche campione della democrazia, venuto a conoscenza dell’esistenza di tali tecnologie, e preoccupato per la forte conflittualità operaia in casa, avanzò proposte per impiegarle al fine di confinare e assediare i quartieri operai delle zone industriali e in seguito invaderli per identificare e catturare le avanguardie dell’insubordinazione operaia. Hugh Trenchard – comandante in capo della Raf e artefice della dottrina militare aerea britannica – rifiutò, affermando che il blocco aereo era riservato ai sudditi delle colonie, e non applicabile ai cittadini britannici, poiché eludeva le «tutele legali di libertà fondamentali».
Quindi, per applicare la tecnologia del blocco aereo contro l’insubordinazione operaia in Gran Bretagna, sarebbe necessario proclamare lo stato di eccezione e sospendere esplicitamente le «tutele legali di libertà fondamentali», procedura assolutamente non necessaria nelle colonie. Per Mbembe, e per Lindquist, l’«eccezione» coloniale non è un’eccezione, una deviazione dalla modernità europea, ma lo spazio in cui la violenza della modernità è stata elaborata e da cui ha tratto risorse, sia materiali che concettuali per poi applicarle in modo generalizzato anche nel suo seno, nei campi di sterminio, nei bombardmenti a tappeto, nell’uso del napalm, nell’uso dell’atomica (Mbembe, op. cit.)[24] (Lindqvist, 2012, Lindqvist, 2021, op. cit.).
In particolare, il blocco, inteso come specifica tecnologia spaziale dello stato d’assedio, ha una lunga storia: attinge nelle tecniche accumulate, sviluppate e perfezionate nel corso di oltre un secolo di guerre coloniali[25]. Israele ha sempre sostenuto che il blocco di Gaza è legale, regolato dal diritto militare, da procedure amministrative e da norme di sicurezza. Per altro, dopo il 2005, l’etnostato coloniale sionista non considera più la Striscia di Gaza come un territorio occupato, né come un territorio da colonizzare, ma come un territorio nemico da cui proviene una minaccia – sempre e comunque «esistenziale» – da controllare, contenere ed eliminare. La lacuna giuridica, la mancanza di distinzione tra guerra e pace e tra militare e civile, non è contingente, ma necessaria alla guerra coloniale e allo stato d’assedio come forma specifica di tale guerra.
Lo stato d’assedio riorganizza l’intero ambiente spaziale secondo un unico principio: la separazione e la «strozzatura» della popolazione nemica. Ogni disposizione spaziale – il blocco terrestre, aereo, navale, il muro di cinta, la zona cuscinetto – costituisce la popolazione della Striscia di Gaza come una popolazione la cui organizzazione sociale e i cui comportamenti devono essere perennemente controllati e contenuti. Nello stato d’assedio, la morte viene strumentata: non è semplicemente una possibile conseguenza delle operazioni militari, ma della restrizione d’accesso alle cure mediche, della distruzione delle capacità agricole, dello strangolamento economico, del degrado dell’habitat e delle infrastrutture. Laddove il biopotere di Foucault amministra la vita e lascia morire come effetto residuo, nello stato d’assedio, il necropotere di Mbembe amministra la morte come strumento primario di controllo: i tassi di mortalità vengono calibrati, la sopravvivenza è subordinata alla sottomissione, e la soglia tra vita e morte viene gestita come una tecnica di potere.
Il concetto di «mondo della morte» di Mbembe – spazi in cui le popolazioni sono sottoposte a condizioni di vita che le rendono dei morti viventi – è applicabile in modo particolarmente incisivo alla Striscia di Gaza:
1. Restrizione calorica – il calcolo documentato da parte di burocrati israeliani della minimizzazione dell’apporto calorico, utilizzato per calibrare le restrizioni alle importazioni alimentari imposte dal blocco: l’amministrazione della vita al suo minimo indispensabile, la gestione di una popolazione sull’orlo della morte. In The Least of All Possible Evils, Eyal Weizman descrive dettagliatamente la policy israeliana di calcolare il numero minimo di calorie necessarie ai palestinesi che vivono a Gaza per rimanere appena al di sopra della soglia di fame definita dalle Nazioni Unite, al fine di determinare l’esatta quantità di cibo consentita all’interno di Gaza. I burocrati dell’etnostato coloniale sionista hanno calcolato 2100 calorie al giorno per gli uomini, 1700 per le donne e quantità variabili per i bambini[26]. Tuttavia, nell’attuale fase del blocco della Striscia, questi numeri minimi sono lontani dall’essere raggiunti.
2. Distruzione delle infrastrutture – gli attacchi mirati contro impianti di trattamento delle acque, sistemi fognari, centrali elettriche, strutture sanitarie, strutture scolastiche, attraverso operazioni militari ripetute e successive creano condizioni in cui la sopravvivenza biologica diventa precaria se non impossibile[27].
3. Governo umanitario – la costituzione, per un’intera popolazione, di una dipendenza totale dagli aiuti umanitari per la sopravvivenza di base, diventa una forma di amministrazione necropolitica. L’aiuto internazionale umanitario a Gaza funziona oggi non come rete di sicurezza, ma come impalcatura di controllo politico[28].
4.
Virno dice che la biopolitica, e cioè la presa in cura e il governo della vita di una popolazione data, è unicamente motivata dal fatto che il corpo vivente funge da substrato delle potenzialità dell’animale umano, mercificate come forza-lavoro in quanto potenza. Se la biopolitica è solo un effetto, un riverbero, o appunto un’articolazione, di quel fatto primario consistente nella compravendita della potenzialità in quanto potenzialità – la forza-lavoro – come condizione essenziale dell’emergenza del rapporto di capitale (Virno, 2001, op. cit.), possiamo dire, parafrasando Virno, che la necropolitica, e cioè la «presa in cura» e il governo della morte di una popolazione data, è unicamente motivata dal fatto che le capacità fisiche, linguistiche e intellettuali – la potenzialità in quanto potenzialità – di cui il corpo vivente funge da substrato, non possono e/o non devono essere mercificate come forza-lavoro. Per due ragioni possibili: a) «tecnico-economica» – le capacità mercificabili in forza-lavoro della popolazione non trovano impiego nel paradigma tecnico-economico corrente e in divenire – la potenzialità non può diventare attualità; b) «politica» – la resistenza e l’insubordinazione della popolazione potenziale fornitrice di forza-lavoro sono ritenute ingestibili – la potenzialità è riottosa e/o potenzialmente pericolosa, non deve diventare attualità.
Si può dire con Virno che la necropolitica è «solo un effetto, un riverbero, o appunto un’articolazione» di quel fatto primario che consiste nell’aborto della mercificazione della potenzialità in quanto potenzialità – le capacità fisiche, intellettuali, linguistiche di una popolazione. Tale popolazione risulta quindi eccedente. Se la ragione è esclusivamente tecnico-economica, la biopolitica potrebbe bastare: si potrebbe tranquillamente e passivamente «lasciar morire» la popolazione substrato di una potenzialità non impiegabile. Se la ragione è politica, «lasciar morire» non basta. Le potenzialità in quanto potenzialità sono perfettamente mercificabili: se non lo sono volontariamente per ragioni politiche, si corre il rischio mortale che la loro inoperosità si traduca in un contributo formidabile alla resistenza e all’insorgenza. Occorre quindi «far morire» l’intera popolazione.
È ciò che accade nella Striscia di Gaza: la forza-lavoro palestinese, con l’emergenza nel suo seno di una solida intellettualità di massa, è perfettamente adeguata al cambiamento del paradigma tecnico-economico del capitalismo regionale e mondiale: non è impiegabile per ragioni politiche e occorre evitare che si «impieghi» nella resistenza e nella rivolta. Da cui la necropolitica dell’etnostato coloniale sionista e, in particolare l’attacco, attraverso la mutilazione e lo «scolasticidio», alle capacità linguistiche, fer-de-lance dell’intellettualità di massa.
La questione è: nella «struttura» della colonizzazione di insediamento, di fronte al necropotere coloniale, il cui unico obiettivo è l’eliminazione della popolazione autoctona, sono possibili la resistenza e l’insorgenza? Possiamo constatare empiricamente che il corpo sociale palestinese è certo il luogo di soggezione necropolitica, ma è anche il luogo di affermazione resistente e insorgente. La forma estrema di tale resistenza è quella dell’attentatore suicida: un corpo che rivendica la sovranità sulla propria morte nell’unico modo possibile per un soggetto a cui sono state negate tutte le altre forme di sovranità (Mbembe, op. cit.). Se si ha tempo da perdere, l’attentato suicida può far l’oggetto di giudizi etico-morali, o di considerazioni di opportunità politica – ovviamente legittime da parte dei colonizzati, ma oscene da parte dei solidali con i colonizzatori.
A parte la lotta armata, in cui includiamo la forma estrema dell’attentato suicida, emergono anche forme meno estreme di resistenza corporea. Una forma a cui si assiste quotidianamente è la Sumud (fermezza), il concetto palestinese di rimanere sulla propria terra, rifiutare lo sradicamento, mantenere la presenza come forma di resistenza corporea alla logica eliminazionista dell’assedio. Il corpo che rimane è di per sé un atto politico in condizioni progettate per rendere impossibile la permanenza. Un altro esempio di resistenza corporea è La Grande Marcia del Ritorno (2018-2019), in cui migliaia di palestinesi di Gaza hanno marciato verso la barriera di separazione, offrendo i propri corpi al confine del mondo della morte come forma di affermazione politica. Si tratta anche qui di usare il corpo come strumento politico quando tutti gli altri strumenti politici sono stati negati. Per altro, gli operatori sanitari e i giornalisti che continuano a lavorare in condizioni di estremo pericolo nella Striscia di Gaza[29] mettono in atto il rifiuto della logica dell’assedio, basata sulla mera esistenza umana: affermando che la vita sotto assedio conserva dimensioni sociali e politiche che l’assedio non può estinguere completamente.
Più recentemente, a partire dell’ottobre 2023, abbiamo assistito alla nascita di nuove forme di resistenza e affermazione politica (Us Sabah, op. cit.):
1. Takatof: Cucine della Resistenza – Il collettivo di mutuo soccorso Takatof è nato pochi giorni dopo la dichiarazione dell’assedio totale nell’ottobre 2023. Operando in case, scuole e moschee, le cucine di Takatof sfamano migliaia di persone ogni giorno senza dipendere da UNRWA, WFP o ONG donatrici. Gli ingredienti provengono da orti di quartiere, da scambi di merci o da magazzini comunitari.
2. Cliniche Sanadi: Medicina sotterranea – Con la maggior parte degli ospedali di Gaza danneggiati o distrutti, Sanadi, una rete in continua espansione di cliniche sotterranee e mobili, è emersa per fornire assistenza traumatologica, pediatrica e interventi chirurgici d’urgenza. Queste cliniche operano in case, tunnel e scantinati, spesso illuminate da torce a batteria e gestite da paramedici volontari e studenti.
3. Banche dei semi e autonomia ecologica – In risposta al collasso del sistema alimentare, gli agricoltori e gli attivisti ecologici di Gaza hanno riscoperto le pratiche indigene di conservazione dei semi. I membri della comunità hanno creato banche dei semi sotterranee per varietà locali di grano, zaatar, ceci e piantine di olivo: alcune nascoste sotto le case bombardate, altre fatte circolare di mano in mano tra le famiglie.
4. La conoscenza come resistenza: biblioteche e archivi – Mentre le bombe israeliane prendono di mira scuole e università, i giovani di Gaza hanno creato biblioteche mobili, archivi criptati e circoli di storia orale.
In sintesi, per Virno e Mbembe, la violenza dell’accumulazione originaria e la necropolitica rivelano il lato oscuro della biopolitica: quando le capacità umane non sono mercificabili, la vita biologica perde ogni valore per il capitale, trasformando il biopotere del «far vivere» nel necropotere del «far morire». Quando una popolazione viene considerata «eccedente», non integrabile, resistente, ribelle, la biopolitica si rovescia in necropolitica. La disabilitazione del linguaggio nella Striscia di Gaza è l’arma necropolitica per eccellenza: prima di distruggere fisicamente i corpi (uccidendoli attivamente o lasciandoli morire), il potere necropolitico li rende «morti viventi»: disattiva la loro capacità di nominare il trauma, testimoniare, connettersi, deliberare, organizzarsi politicamente. La distruzione della vita biologica è preceduta e accompagnata dalla distruzione della dynamis linguistica.
* per le referenze citate in precedenza (op. cit.), riferirsi alle puntate corrispondenti
Note
[1] S. Amir, Overseas Foreign Workers in Israel: Policy Aims and Labor Market Outcomes, "The International Migration Review", 36(1), 41-57, 2012.
[2] R. Panzieri, Surplus value and planning: Notes on the reading of Capital. In The Labour Process & Class Strategies, Conference of Socialist Economists - Stage 1, 1976.
[3] M. Tronti, Social Capital. Telos, Fall , 98-121, 1973.
[4] A. Negri, A. Crisis of the Planner·state: Communism and Revolutionary Organisation. In Revolution Retrieved. Red Notes, 1988.
[5] W.C. Roberts, What was primitive accumulation? Reconstructing the origin of a critical concept, "European Journal of Political Theory", 19(4), 532-552, 2020.
[6] K. Marx, Capital—A Critique of Political Economy - Volume 1 (E. Mandel, Ed.; B. Fowkes, Trans.). Penguin Books, 1990.
[7] J.K. Puar, The Right to Maim: Debility, Capacity, Disability (Kindle Edition). Duke University Press, 2017.
[8] A. Mbembe, Necropolitics (Kindle edition). Duke University Press, 2019.
[9] C. Schmitt, Political Theology: Four Chapters on the Concept of Sovereignty (G. Schwab, Trans.; Kindle edition). University of Chicago Press, 2006.
[10] G. Agamben, Homo Sacer—Sovereign Power and Bare Life (D. Heller-Roazen, Trans.; Kindle edition). Stanford University Press, 1998
[11] D. Lloyd, Settler Colonialism and the State of Exception: The Example of Palestine/Israel "Settler Colonial Studies", 2(1), 59-80, 2012.
[12] G. Agamben, State of exception (K. Attell, Trans.; Kindle edition). University of Chicago Press, 2008.
[13] S. Lindqvist, Exterminate All The Brutes (Kindle edition). Granta Books, 2021.
[14] J. Zimmerer, The birth of the Ostland out of the spirit of colonialism: A postcolonial perspective on the Nazi policy of conquest and extermination, "Patterns of Prejudice", 39(2), 197-219, 2005.
[15] W. Benjamin, On the Concept of History (D. Redmond, Trans.), 2005.
[16] H. Arendt, The Origins of Totalitarianism. Mariner Books Classics, 2024.
[17] K. Al-Kassimi, The Necropolitics of a Secular International Order: Western Modernity, Arab-Muselmann, and the Arab-Israeli Conflict, "Cogent Social Sciences", 11(1), 2524006, 2025.
[18] J. Conrad, Heart of Darkness (Kindle edition), 2018. (Original work published 1902)
[19] E. Graham-Harrison, Israeli ministers announce plans for new illegal settlements in Gaza and West Bank, "The Guardian', 18/07/2026
[20] E. Graham-Harrison, Israel accepts health authorities' Gaza death toll is broadly accurate, saying 70,000 have died, The Guardian, 30/01/2026.
[21] G. Kanafani, The 1936-39 Revolt in Palestine. Tricontinental Society, 1980 (Original work published 1972, Committee for a Democratic Palestine)
[22] M.A. Longoria, A Historical View of Air Policing Doctrine: Lessons from the British Experience Between the Wars, 1919-1939 (pp. 28-36). Air University Press, 1992.
[23] S.J. Rose, B. Çelik, Palestine as a laboratory: Aerial technologies, colonial violence and an origin of information-weaponry systems. Communication, Culture & Critique, 2025.
[24] S. Lindqvist, A History of Bombing, Granta Books, 2012.
[25] L. Khalili, Time in the Shadows: Confinement in Counterinsurgencies (Kindle edition). Stanford University Press, 2012
[26] E. Weizman, E. The Least of All Possible Evils: A Short History of Humanitarian Violence (Kindle edition). Verso, 2012.
[27] A. Kittana, Gaza Uninhabitable: Challenging Colonial Frames of Erasure, "Al-Shabaka", 27/08/2025.
[28] S. Us Sabah, The Necropolitics of Relief Humanitarianism as Siege Infrastructure in Gaza, 2025 Available at SSRN 5350671.
[29] L. Hanbali, E.J.L. Kwong, A. Neilson, J. Smith, S. Hafez, R. Khoury, Israeli necropolitics and the pursuit of health justice in Palestine, "BMJ Global Health", 9(2), e014942-e014942, 2024.
Isabella Annesi-Maesano, MD, PhD, DSc, è epidemiologa e specialista in sanità pubblica, con una vasta esperienza nello studio delle cause delle malattie croniche e nella promozione della salute della popolazione, maturata in Francia, presso l’Institut National de la Santé et de la Recherche Médicale, e all’estero, come direttore di ricerca. È attivamente coinvolta nel coordinamento e nella consulenza scientifica per numerose società mediche e organizzazioni di settore, a livello sia nazionale che internazionale, contribuendo allo sviluppo di raccomandazioni e linee guida strategiche, alla sorveglianza epidemiologica delle malattie e all’implementazione di politiche di sanità pubblica. Le più recenti riguardano l’impatto ambientale e sanitario della guerra a Gaza e in Iran. Ha partecipato alle lotte politiche e sociali in Italia a partire degli anni ’70.
Libero Maesano ha partecipato alla stagione di lotte sociali in Italia negli anni ’60-70. È stato tra i fondatori di Potere operaio. Matematico di formazione, ha sostenuto una tesi sulla formalizzazione degli schemi di riproduzione di Marx. Vive in Francia dove ha condotto una carriera di software engineer e di computer scientist, in particolare nel campo dell’intelligenza artificiale, ricoprendo ruoli tecnico-scientifici, manageriali e imprenditoriali.

