scienza e politica

Note sul linguaggio disabilitato nella Striscia di Gaza
– in ricordo di Paolo Virno
quarta parte

La prima parte di questo testo è stata pubblicata il 3 settembre, la seconda il 10 settembre, la terza il 17 settembre.
Diritto di mutilare *
Il concetto di «diritto di mutilare», teorizzato da Jasbir K. Puar – presentato nell’opera The Right to Maim: Debility, Capacity, Disability (Puar, op. cit.) – arricchisce l’analisi della biopolitica e della necropolitica proprio per spiegare contesti come la Striscia di Gaza. A nostro avviso, il quadro concettuale di Puar precisa i meccanismi della necropolitica, in particolare del quadrante «lasciar vivere»: mantenere una popolazione in uno stato di debilitazione permanente, ferita ma non uccisa, risparmiata dall’attacco militare diretto, a proposito della quale il necropotere si esime da ogni responsabilità del «non far morire», responsabilità che passa all’asettico intervento umanitario. Interpretati in questo quadro concettuale, la sordità indotta, lo «scolasticidio» e la debilitazione dei corpi e delle infrastrutture nella Striscia di Gaza non sono semplici effetti collaterali dei bombardamenti, ma costituiscono un aspetto centrale e mirato della strategia del necropotere coloniale sionista.
Il sistema sensomotorio (SM) per l’esteriorizzazione della facoltà di linguaggio si articola nelle tre interfacce del parlare/intendere, del segnare/vedere e dello scrivere/leggere. Contro un pregiudizio storico (che ha resistito per anni): a) la modalità sonora (parlare/intendere) non è indispensabile per lo sviluppo del linguaggio e, b) la modalità del linguaggio dei segni (segnare/vedere) non è meno rilevante della modalità sonora. Le reti cerebrali addette all’elaborazione del linguaggio sono condivise tra le diverse modalità e sembrano indipendenti dalle esse (Petitto, op. cit.). Quando gli utenti della lingua dei segni presentano danni nell’area di Broca (responsabile della produzione linguistica), incorrono in errori di produzione linguistica proprio come i pazienti che utilizzano una lingua parlata affetti da afasia di Broca (Hickok, 1998, op. cit.) (Hickok, 2001, op. cit.). La condivisione delle reti cerebrali tra la modalità sonora (parlare/intendere) e quella del linguaggio dei segni (segnare/vedere) è confermata da recenti ricerche che utilizzano diversi metodi di neuroimaging..
Occorre quindi distinguere tra perdita dell’udito e disabilità linguistica. La perdita dell’udito, a causa dei bombardamenti nella Striscia di Gaza, è una mutilazione, e la sordità che ne consegue è un handicap, ma non induce di per sé alcuna disabilità linguistica, a condizione che l’individuo abbia accesso a una lingua pienamente strutturata, come la lingua dei segni, che consenta l’ingresso nella dimensione simbolica, relazionale e politica dell’esistenza. Nel contesto della Striscia di Gaza, questa condizione è, dall’ottobre 2023, del tutto negata: la distruzione delle strutture educative, l’assenza di insegnanti e interpreti, e l’impossibilità per molte famiglie di apprendere la lingua dei segni privano i bambini sordi o ipoudenti dell’accesso a una comunità linguistica. A questo bisogna aggiungere la mancanza di insegnamento nei periodi critici dell’infanzia e dell’adolescenza. Non è quindi la sordità di per sé (la mutilazione) a produrre la carenza di capacità linguistiche (la disabilità linguistica), ma la privazione dell’accesso alla pratica sociale e condivisa del linguaggio nei primi anni di vita e a scuola, che impedisce la trasformazione dell’esperienza in pensiero condivisibile e accesso alla cooperazione sociale, generando una forma di isolamento radicale che investe non solo lo sviluppo individuale, ma anche la possibilità stessa di partecipazione alla vita comune.
La facoltà di linguaggio è una potenzialità costitutiva dell’animale umano. Non è un’abilità tecnica, ma una struttura biologica aperta, la capacità illimitata di produrre enunciati. Non può essere distrutta da condizioni storiche, se non con l’eliminazione fisica dei soggetti. Ma la potenzialità può essere inibita e il passaggio all’attualità, e cioè alla padronanza delle lingue storiche e alla partecipazione a pratiche linguistiche. In presenza di una sordità senza accesso alla lingua dei segni e a strumenti tecnici, la facoltà resta come struttura biologica, ma si produce una separazione violenta tra potenza e atto, e cioè la sua realizzazione simbolica rischia di restare allo stato di potenzialità frustrata. In più, lo «scolasticidio» riduce la complessità lessicale disponibile, interrompe la trasmissione delle pratiche linguistiche, limita la produzione di discorso astratto e critico e impoverisce l’uso pubblico della parola. La potenzialità resta, ma le condizioni della sua attualizzazione si restringono drasticamente.
In sintesi, la disabilità linguistica, e cioè l’impedimento delle condizioni di attuazione della facoltà di linguaggio tramite l’acquisizione della lingua storica e la partecipazione a pratiche linguistiche non è una conseguenza diretta e meccanica della perdita (mutilazione) dell’udito, ma della debilitazione imposta ai corpi e alle infrastrutture. Ma c’è di più. Se le condizioni materiali impediscono l’esercizio pubblico della parola, e soprattutto della parola non finalizzata alla produzione – alla praxis, in opposizione alla poiesis – ciò che si produce è una forma di depoliticizzazione forzata. Il linguaggio è la base dell’agire politico: colpire la padronanza della lingua storica e la partecipazione alle pratiche linguistiche significa colpire la capacità collettiva di rendere conto della propria condizione, di dibattere, di deliberare, e di organizzarsi.
In condizioni in cui la capacità linguistica può svilupparsi liberamente, l’inoperosità è la dimensione che rende il linguaggio creativo: posso sempre dire diversamente, posso dire no, posso sospendere un uso e inaugurarne un altro, la facoltà non è mai esaurita dalle sue applicazioni. Ma nel caso di distruzione di scuole, università, alfabetizzazione, canali alternativi per la sordità, a cui si aggiungono le condizioni generali di debilitazione del corpo individuale e sociale e delle infrastrutture la situazione cambia radicalmente: l’inoperosità non è libera e creativa, bensì forzata. La potenzialità resta, ma non può tradursi in attualità per mancanza di condizioni materiali e istituzionali. Virno direbbe probabilmente: la capacità linguistica non è annientata, ma è impedita storicamente. E l’impedimento non è naturale, è politico. E questo, nel quadro teorico di Virno, equivale a una forma di espropriazione del comune. Per Virno la facoltà di linguaggio è una potenza indeterminata e sovrabbondante rispetto a ogni istituzione che la organizza. Se vengono distrutte scuole, università, infrastrutture culturali, canali tecnici, l’impoverimento delle condizioni di esercizio del linguaggio astratto e pubblico è enorme. Ma proprio perché la potenza linguistica non coincide con le sue istituzioni, essa può riemergere in forme informali, riorganizzarsi in pratiche non ufficiali, produrre nuove economie simboliche.
Chomsky racconta che Eric Lenneberg, autore del fondamentale Biological Foundations of Language[1], era interessato allo sviluppo del linguaggio nelle persone con disabilità[2]. Uno dei suoi interessi principali era quindi il linguaggio dei sordi. A quel tempo vigeva una tradizione oralista molto rigida: ai sordi non era permesso di imparare la lingua dei segni, dovevano imparare la lettura labiale. Pertanto, ai genitori di un figlio sordo veniva raccomandato di non gesticolare e le scuole insegnavano esclusivamente la lettura labiale. Lenneberg visitò una delle scuole per sordi più avanzate della zona di Boston e notò qualcosa di molto interessante: l’insegnante stava insegnando ai bambini la lettura labiale, ma non appena si girava verso la lavagna, i bambini iniziavano ad agitare le mani. E si rese conto che avevano inventato un loro linguaggio dei segni. Ma, all’epoca, l’idea era considerata così bizzarra che non la pubblicò mai. Molti anni dopo – a conferma della qualità biologica e innata della facoltà di linguaggio, si scoprì che i bambini sono effettivamente capaci di inventare un proprio linguaggio dei segni, senza alcun input esterno.
Virno insiste molto sulla natura comune del linguaggio. Quindi, in linea teorica, una compressione istituzionale potrebbe anche generare oralità alternative, codici comunitari, ibridazioni simboliche, forme di cooperazione linguistica alternative. La mutilazione è reale, ma la potenza non è mai completamente saturabile. Tuttavia questo non significa romanticizzare la distruzione. Virno non direbbe che la devastazione è creativa di per sé. Direbbe piuttosto che la potenza del linguaggio eccede sempre ogni dispositivo che cerca di limitarla.
Ma la riemersione di forme linguistiche non istituzionali non è automatica: richiede condizioni minime materiali e relazionali. Il linguaggio, prima di essere scuola o grammatica, è interazione tra corpi. La condizione minima è la possibilità di incontro regolare tra persone e il tempo condiviso non totalmente assorbito dalla mera sopravvivenza. Senza co-presenza stabile, la facoltà resta puramente latente. Se ogni energia è assorbita dalla sopravvivenza immediata, la parola tende a ridursi a segnali funzionali: l’emergenza di una capacità linguistica richiede un minimo di continuità temporale, una relativa prevedibilità dell’ambiente e degli spazi non completamente saturati dalla necessità e dalla minaccia. Virno potrebbe dire: la cooperazione linguistica richiede un tempo eccedente l’urgenza del sopravvivere.
Anche senza istituzioni formali, la lingua sopravvive attraverso la narrazione orale, la ritualità, la ripetizione, la trasmissione intergenerazionale. In sintesi, una memoria collettiva attiva. Se un canale viene compromesso (ad esempio l’udito), la potenza linguistica può deviare verso la gestualità spontanea, la scrittura e altri codici situazionali. Non serve un sistema codificato ufficialmente perché emerga una forma linguistica; serve però una comunità che stabilizzi l’uso nel tempo di sistemi alternativi. La facoltà di linguaggio è eccedente rispetto alla mera funzione sia strumentale che comunicativa. Finché esiste gioco, ironia, narrazione non immediatamente utilitaria, formulazione di ipotesi o promesse, allora la potenza non è ridotta a mera segnalazione biologica.
In sintesi, le condizioni minime per l’emergenza di capacità linguistiche sono la co-presenza, il tempo non interamente assorbito dalla sopravvivenza, la memoria condivisa, il riconoscimento reciproco, la stabilizzazione minima di usi simbolici. Se queste soglie esistono, anche in contesti devastati possono emergere forme linguistiche non istituzionali. Se invece la frammentazione sociale radicale, l’isolamento, la ricerca pura della sopravvivenza, la rottura intergenerazionale si producono simultaneamente, allora la potenza resta biologicamente intatta ma socialmente quasi impraticabile. La facoltà di linguaggio è indistruttibile come struttura biologica, ma la vita linguistica è fragile come tessuto sociale. La distruzione delle condizioni di sviluppo delle capacità linguistiche diventa una forma di dominio quando non è un effetto collaterale, ma un dispositivo finalizzato che incide sulla possibilità stessa di parola pubblica.
Puar utilizza il concetto di debilitazione – deteriorazione dei corpi e delle infrastrutture – per decostruire la categoria della disabilità (Puar, op. cit.). Occorre precisare che il suo testo è stato elaborato prima del 7 ottobre 2023, al seguito della terza guerra coloniale contro la Striscia di Gaza denominata «Margine di protezione» (dal 8 luglio al 26 agosto del 2014), nel corso della quale furono sganciate 20.000 tonnellate di esplosivo provocando 2310 morti «contati», di cui 578 bambini, e circa 11.000 feriti.
Puar analizza la pratica della mutilazione deliberata e applica tale analisi allo stato d’assedio della Striscia di Gaza, e cioè al blocco terrestre, navale, aereo in vigore dal 2007 e alle cinque guerre coloniali che hanno scandito la storia di tale stato d’assedio fino al 2014. Puar sostiene che Israele manifesta una rivendicazione del «diritto di mutilare», di debilitare i corpi e le infrastrutture palestinesi come forma di controllo biopolitico (necropolitico diremmo noi con Mbembe). La mutilazione funziona su due livelli. Il primo consiste nel mutilare gli esseri umani all’interno di un contesto totalmente e sistematicamente privo di risorse, un campo infrastrutturale incapace di trasformare chi è menomato in una persona considerata istituzionalmente «disabile». Il secondo livello consiste nel «mutilare» le infrastrutture al fine di limitare o debilitare le persone abili attraverso il controllo di calorie, acqua, elettricità, forniture sanitarie.
Occorre precisare che, per Puar, la mutilazione è una pratica che sfugge a una definizione sia all’interno dei quadri giuridici sia a quelli biopolitici o necropolitici, perché non procede attraverso il dare la vita, il dare la morte, il lasciar vivere o il lasciar morire (Puar, op. cit.). Sostiene che la sua formulazione aggiunge un asse critico ai quattro quadranti della biopolitica/necropolitica, insistendo sul fatto che la mutilazione deliberata non è semplicemente un’altra versione di morte lenta o di morte in vita o di una modulazione nello spettro dalla vita alla morte. Piuttosto, è uno status a sé stante, uno status che triangola le gerarchie del vivere e del morire che vengono comunemente impiegate nelle teorizzazioni della biopolitica (e della necropolitica). Senza pregiudicare l’interesse e la novità dell’approccio di Puar, ci sembra poter dire che, a nostro avviso, il suo quadro concettuale può anche essere usato per precisare e approfondire la strategia del quadrante «lasciar vivere» del potere necropolitico.
La mutilazione è la produzione di lesioni non mortali, che si manifesta, ad esempio, come continuità e intensificazione della pratica di spezzare le braccia dei lanciatori di pietre nella prima Intifada (Yitzhak Rabin docet), e con la pratica di sparare per mutilare («shoot to cripple») della seconda Intifada. L’esercito colonialista israeliano presentò a suo tempo la pratica come «lasciar vivere», come meno violenta (e quindi più discreta) dell’uccisione, come un approccio umanitario della guerra. Un’altra manifestazione di questo umanitarismo è l’esempio del «colpo sul tetto», un assalto preliminare alle strutture per avvertire i residenti di evacuare, che a volte avviene sessanta secondi prima dell’assalto completo, che, per inciso, si è rivelato ovviamente totalmente inoperante per avvertire i disabili (con limitazioni di mobilità oppure sordi). La pratica sedicente umanitaria di avvertire i gazawi degli imminenti attacchi con telefonate, appare piuttosto come un «promemoria della loro impotenza», dato il controllo totale che l’etnostato coloniale sionista esercita sulle reti di telecomunicazione nella Striscia di Gaza.
L’uso tattico della pratica della mutilazione è di mantenere relativamente basso il numero di morti rispetto a quello dei feriti. Per come le statistiche sono presentate, il numero di morti è un indicatore assoluto della gravità della guerra, mentre i feriti sono presentati «positivamente» come non-morti, allorché in realtà, date le condizioni al contorno (il «mondo della morte»), moriranno in massa, e le loro morti, così come le morti per fame, non saranno contabilizzate prima facie come causate dalla guerra, ma come il prodotto di una situazione di debilitazione «neutra» che richiama un intervento umanitario «neutrale».
Dai verbali della riunione del 15 agosto 2025 del Comitato sui diritti delle persone con disabilità delle Nazioni Unite (Percentage of Persons with Disabilities in Gaza Has Increased because of Excessive Use of Force by Israel, State of Palestine Tells Committee on Rights of Persons with Disabilities | OHCHR):
«Le forze di occupazione hanno perpetrato mutilazioni dirette e mirate agli arti inferiori e superiori; dall’inizio della guerra nella Striscia di Gaza sono state documentate 4800 amputazioni, di cui il 76% a carico degli arti superiori e il 24% degli arti inferiori. Ogni giorno dieci bambini perdevano una o entrambe le gambe. Secondo le organizzazioni per i diritti umani, Gaza è diventata la patria del più grande gruppo di bambini amputati della storia moderna». [traduzione degli autori]. Non è superfluo denunciare le drammatiche condizioni in cui avvengono questi interventi (l’assenza di anestesia, la mancanza di antibiotici e il collasso totale delle strutture sanitarie).
E ancora:
«Un oratore ha affermato che le vite e le morti delle persone sorde nei Territori Palestinesi Occupati vengono ignorate. Dall’ottobre 2023, almeno 170 palestinesi sordi sono stati uccisi perché non esistevano avvisi in lingua dei segni o segnalazioni visive degli attacchi. Le scuole per sordi sono state distrutte e i blackout hanno impedito alle persone sorde di ricevere messaggi di allerta precoce sugli attacchi. L’oratore ha chiesto la creazione di avvisi di attacco chiari e accessibili; la ricostruzione delle scuole per sordi; e l’inclusione delle organizzazioni di persone sorde negli sforzi umanitari» [traduzione degli autori].
E ancora:
«Diversi oratori hanno affermato che il governo israeliano persegue una politica sistematica e premeditata volta a creare disabilità nei territori palestinesi occupati. Il tasso di disabilità nei territori palestinesi occupati è aumentato di oltre il 60% dall’inizio della guerra. Alcuni oratori hanno anche affermato che il governo israeliano sta conducendo una campagna deliberata e sistematica di fame. Le persone muoiono non solo perché il sistema sanitario è stato distrutto, ma anche perché non c’è cibo» [traduzione degli autori].
Le relazioni tra mutilazioni (lesioni non mortali), disabilità (e ritardo dello sviluppo per i bambini), e debilitazione possono essere schematizzate nel modo seguente. La lesione non mortale non produce necessariamente una disabilità: abbiamo visto che la sordità provocata dai bombardamenti non produce meccanicamente la perdita o l’indebolimento della capacità linguistica. La debilitazione è invece il prodotto dello «spaziocidio» o della «guerra al supporto vitale» (Puar, op. cit.), che produce quello che Mbembe chiama «mondo della morte» (Mbembe, op. cit.). La debilitazione applicata alla mutilazione produce la disabilità, che viene data in cura dall’umanitario e perde il legame con l’agente attivo della violenza originaria.
Nella Striscia di Gaza la sopravvivenza nello stato d’assedio dipende dal supporto infrastrutturale del colonizzatore assediante, supporto che modula calorie, megawatt, acqua, rete fognaria, reti di telecomunicazione e allocazione di spettro e larghezza di banda. La strategia di debilitazione consiste nel fornire scientemente solo il minimo indispensabile alla sopravvivenza. Al blocco totale, e alla distruzione di tutte le infrastrutture si aggiunge l’ostruzione sistematica – fino all’omicidio sul campo del personale sanitario – dell’assistenza medica e dell’attività scolastica. La debilitazione trasforma sistematicamente la mutilazione in disabilità e, per i bambini, in ritardo dello sviluppo. L’obiettivo è, da un lato, di diminuire scientemente le capacità fisiche, intellettuali e linguistiche della popolazione colonizzata e, dall’altro di costruire la disabilità come un problema umanitario che perde la sua relazione con la guerra coloniale all’origine del problema stesso.
Dato che, come abbiamo visto, le capacità della popolazione non possono e non devono essere mercificate, il colonizzatore opera perché esse non possano essere messe a servizio dell’insubordinazione. Per quel che riguarda le capacità linguistiche, Virno direbbe che, dato che non sono mercificate come forza-lavoro e non sono messe al servizio della poiesis, costituiscono una eccedenza non saturabile al servizio della praxis, dell’agire politico. È esattamente quello che il colonizzatore assediante vuole impedire: la riduzione delle capacità, innanzitutto linguistiche via la debilitazione delle popolazioni e delle infrastrutture tende a impedire l’esercizio pubblico della parola e la capacità collettiva di rendere conto della propria condizione, di dibattere, di deliberare, e di organizzarsi, dato che ogni energia è assorbita dalla sopravvivenza immediata e la parola tende a ridursi a segnali funzionali.
La mutilazione, la debilitazione, la disabilità e il ritardo dello sviluppo sono, a nostro avviso, pratiche che precisano e approfondiscono la strategia del «lasciar vivere» del potere necropolitico, che si declina come «non lasciar morire» tramite la mutilazione come sostituzione «umanitaria» dell’attacco mortale, e «non far morire» attraverso l’intervento umanitario a cui delega la responsabilità.
| fare | Lasciare | |
vivere | far vivere biopolitica | lasciar vivere | |
non far morire | non lasciar morire | ||
umanitarismo | mutilazione | ||
Necropolitica | |||
morire | far morire necropolitica | lasciar morire biopolitica | |
Fig. 1. Quadranti della biopolitica/necropolitica con l’aggiunta del «diritto alla mutilazione» come approfondimento del «lasciar vivere».
Nella definizione di biopolitica, Foucault cita l’analisi e il trattamento delle «varie disabilità biologiche» nella lista dei suoi compiti (Foucault, op. cit.). La disabilità è intesa come una condizione prodotta biologicamente – un’altra manifestazione dei limiti di applicazione del concetto di biopolitica al fenomeno coloniale – laddove il colonizzatore rivendica il diritto di mutilare il colonizzato (si pensi ai milioni di congolesi mutilati dagli sgherri di re Leopoldo del Belgio) come diritto umanitario («non far / non lasciar morire»). Se la morte lenta / immediata viene concettualizzata in necropolitica principalmente attraverso il vettore del «far morire», la mutilazione si maschera da «lasciar vivere» quando in realtà agisce come «non lasciar morire».
La politica di Tsahal di sparare per mutilare e non per uccidere («shoot to cripple»), viene propagandata come una preservazione della vita, la cui responsabilità non è più del necropotere coloniale che ha prodotto la mutilazione come sostituto della morte, ma viene scaricata sul sistema dell’aiuto umanitario («non far morire»). I corpi mutilati-per-non-essere-uccisi dei colonizzati escono dal complesso delle vittime della guerra coloniale per diventare oggetti neutri e apolitici dell’aiuto umanitario. L’umanitarismo, in questo contesto, funziona come quella che Wolfe potrebbe definire una «logica del contenimento»: la sua neutralità si trasforma in violenza. I principali attori internazionali (UNRWA, PAM, CICR) utilizzano ripetutamente un linguaggio che astrae la sofferenza dalla sua causa: i palestinesi muoiono di «malnutrizione», non di fame; i convogli subiscono «ritardi», non vengono ostacolati; gli ospedali «collassano», anziché essere bombardati. In nome della neutralità, organismi come l’OCHA e l’UNRWA evitano di nominare i responsabili: i loro rapporti descrivono «difficoltà di accesso umanitario», «vittime legate agli scontri a fuoco» e «contesti operativi complessi». L’agente attivo della violenza – l’etnostato coloniale sionista – è scomparso dal discorso giuridico e umanitario (Us Sabah, op. cit.).
La mutilazione, quindi, non funziona come una morte incompleta o un’aggressione accidentale alla vita, ma come mezzo di produzione di disabilità permanenti attraverso l’inflizione di lesioni e l’esaurimento dei sistemi di supporto vitale che potrebbero consentire alle popolazioni di guarire da tali lesioni. La mutilazione non è semplicemente un sottoprodotto, un danno collaterale della guerra coloniale, ma viene utilizzata per raggiungere gli obiettivi del colonialismo di insediamento, primo fra tutti l’indebolimento della resistenza e dell’insorgenza dei colonizzati. La disabilitazione del linguaggio è il frutto di una strategia deliberata di annientamento del principale strumento di espressione e di deliberazione politica dei colonizzati, substrato fondamentale delle loro capacità di resistenza e di rivolta, che i colonizzatori utilizzano quando la «soluzione finale» della colonizzazione da insediamento, e cioè l’espulsione e/o lo sterminio della totalità della popolazione autoctona, non sono – ancora – direttamente praticabili.
Conclusione
In queste note abbiamo tentato di confrontare – per quanto è stato possibile, il lettore giudicherà – alcuni dei concetti scaturiti dalla riflessione di Paolo Virno con la realtà della guerra coloniale condotta dall’etnostato sionista contro la popolazione della Palestina, e in particolare con la realtà dell’attacco alle capacità linguistiche della popolazione attraverso la mutilazione (perdita dell’udito) e la distruzione delle infrastrutture scolastiche, causate dai bombardamenti ad alta intensità dell’aviazione israeliana.
Per Virno, la facoltà di linguaggio proposta da Chomsky, specie-specifica, biologica e innata, è la condizione di possibilità del particolare storico della capacità linguistica: la padronanza, sociale e acquisita, di una o più lingue storiche e di pratiche linguistiche specifiche. Virno presenta la facoltà di linguaggio come linguaggio in potenza e potenza del linguaggio, l’apprendimento di una lingua storica come forma di esposizione al mondo attraverso l’immersione in una comunità, e l’eccedenza della facoltà di linguaggio rispetto alla padronanza della lingua storica e delle pratiche linguistiche come substrato dell’utilizzazione del linguaggio in modi imprevisti, della negazione, e dell’apprendimento di altre pratiche linguistiche e di altre lingue. Secondo Virno, la facoltà di linguaggio, nel confronto con la grammatica dei giochi linguistici di Wittgenstein – pratiche linguistiche proprie a «forme di vita» –, è in grado di spiegare come l’animale umano sia capace di modificare le pratiche linguistiche esistenti e di inventarne di nuove. Proprio perché l’animale umano non è bloccato a nessuna opera biologicamente definita, può agire insieme agli altri nella sfera pubblica. Virno fa entrare in gioco l’inoperosità come apertura a usi non predeterminati del linguaggio e condizione di possibilità della praxis.
La capacità linguistica interamente sviluppata contraddistingue la definizione che Virno propone dell’intellettualità di massa, capacità linguistica la cui mercificazione genera la forza-lavoro postfordista. Virno effettua un magistrale approfondimento del concetto marxiano di forza-lavoro, che non è una proprietà o disposizione umana naturale, e quindi trans-storica, ma il risultato di un processo estremamente violento – l’accumulazione originaria – di mercificazione delle capacità dell’animale umano, precondizione non solo dell’emergenza storica del rapporto di capitale, ma anche di ogni «rivoluzione» del ciclo capitalistico. Innanzitutto Virno sostiene che, mentre la forza-lavoro fordista aveva capacità linguistiche limitate, con la forza-lavoro postfordista, risultato della mercificazione delle capacità linguistiche dell’intellettualità di massa, «la realtà di forza-lavoro è pienamente all’altezza del suo concetto». In seguito, esamina il concetto generale di forza-lavoro come capacità, come «potenza», come «qualcosa che non è presente (o reale)», ma che «diventa, nel capitalismo, una merce di eccezionale importanza».
Sono appunto le «caratteristiche paradossali della forza-lavoro (qualcosa di irreale, che però è venduto e comprato come una merce qualsiasi)» che costituiscono «la premessa della biopolitica». Virno recepisce il concetto di biopolitica di Foucault, ma avverte che la biopolitica gestisce il bios non in quanto tale, ma in quanto substrato indisgiungibile di «una mera facoltà, la forza-lavoro, che però ha guadagnato la consistenza di una merce». Il «nocciolo razionale» del concetto di biopolitica è quindi solo «un effetto, un riverbero, o appunto un’articolazione, di quel fatto primario – storico e filosofico insieme – consistente nella compravendita della potenza in quanto potenza».
La biopolitica gestisce esplicitamente la vita e, implicitamente, la morte per ottimizzare il corpo sociale in quanto portatore collettivo della forza-lavoro: fa vivere coloro che forniscono forza-lavoro compatibile con le esigenze della riproduzione del ciclo capitalistico, e lascia morire coloro le cui capacità non sono più mercificabili come forza-lavoro. Ma le capacità del corpo sociale, in particolare le capacità linguistiche, costituiscono una potenza che può attuarsi non solo nella poiesis – quando sono mercificate e impiegate nella riproduzione capitalistica – ma anche nella praxis, nella deliberazione e nell’organizzazione dell’insorgenza. Tali capacità eccedono comunque il loro uso mercificato nel rapporto di produzione.
Quando una popolazione è riottosa, non impiegabile, o ribelle e insorgente, il processo di mercificazione delle sue capacità viene fatto abortire. Ma tale popolazione non può persistere: la sua stessa esistenza costituisce un pericolo. Su questo punto di svolta si situa il passaggio dalla biopolitica di Foucault alla necropolitica di Mbembe: dal «lasciar morire» strati della popolazione le cui capacità sono divenute inutili al «far morire» nella sua interezza una popolazione insubordinata.
Il quadrante «lasciar vivere» della necropolitica può essere approfondito e chiarito con il quadro concettuale di Puar (il diritto di mutilare). La mutilazione (dell’udito) che non implica di per sé la disabilità (la perdita del linguaggio), viene impiegata dal necropotere insieme con la debilitazione dei corpi e delle infrastrutture (in primo luogo le infrastrutture sanitarie e scolastiche) prodotto dello «spaziocidio». L’obiettivo è, da un lato, di diminuire scientemente le capacità fisiche, intellettuali e linguistiche della popolazione e, dall’altro di costruire la disabilità come un problema umanitario che perde la sua relazione con la causa del problema, e cioè la guerra coloniale. La disabilitazione del linguaggio nella Striscia di Gaza è l’arma necropolitica per eccellenza: quando il necropotere non può – ancora – completare l’opera di distruzione dei corpi – lasciandoli morire o uccidendoli attivamente – cerca di disattivare la loro capacità di nominare il trauma, di testimoniare, di connettersi, di deliberare e di organizzare la resistenza e la rivolta. Questo non vuol dire che ci riesca: l’Intifada e la Sumud di fronte alla guerra di alta intensità provano che la resistenza e la rivolta sono possibili.
I concetti riassunti nei paragrafi precedenti tentano di illuminare la fase del processo – ormai centennale – di colonizzazione della Palestina che va dalla guerra del 1967 ai giorni nostri, passando per i punti di svolta fondamentali che sono la prima Intifada del 1987, l’instaurazione dello stato d’assedio della Striscia di Gaza del 2007 e la guerra coloniale ad alta intensità contro i gazawi iniziata nell’ottobre 2023. A partire dal 1967, un processo di accumulazione originaria condotto dall’etnostato coloniale sionista genera una nuova composizione di classe che comprende da un lato gli espulsi dagli insediamenti coloniali rurali e urbani e dall’altro una nuova intellettualità di massa. Il processo di colonizzazione di insediamento della Palestina viene affiancato da un processo di colonizzazione di sfruttamento. La nuova composizione di classe da un lato costruisce il moderno Israele, e dall’altro costituisce il substrato della grande rivolta del 1987, la prima Intifada. A partire da questa data la colonizzazione di insediamento continua a svilupparsi nei territori occupati, mentre la colonizzazione di sfruttamento decade – sempre meno lavoratori palestinesi in Israele – e muore definitivamente nel 2005-07, con l’aborto della trasformazione della Striscia di Gaza in bantustan e l’istaurazione dello stato d’assedio, scandito da sei guerre coloniali.
Studi epidemiologici pubblicati sulla rivista medica «The Lancet»[3] hanno stimato che, al 30 giugno 2024, 64.260 gazawi fossero morti di morte violenta, con una proiezione di 136.000 morti violente entro il 25 aprile 2025. Applicando rapporti storicamente osservati tra morti indirette (per privazioni e collasso sistemi sanitari) e morti dirette (da violenza) variabili da 2:1 (nella guerra in Iraq, 1990–2011) a 16:1 (nella guerra in Afghanistan, 2001–2021), gli epidemiologi hanno adottato una stima prudenziale di 4:1 per Gaza, e cioè quattro morti indirette per ogni morte violenta. Ciò si traduce in circa 544.000 morti indiretti e un totale di circa 680.000 gazawi uccisi entro il 25 aprile 2025. Estendendo la stima al 7 ottobre 2025, con circa 175.000 morti violente, applicando sempre il rapporto prudenziale di 4:1 tra morti da privazioni e violenza, si otterrebbero ulteriori 700.000 morti indirette, per un totale cumulato di circa 875.000 decessi, pari a circa il 38% della popolazione prebellica di 2,3 milioni di abitanti. Anche dopo un cessate il fuoco parziale, si prevede la persistenza di morti indirette legate alle condizioni di vita deteriorate dalle restrizioni sull’accesso al cibo, l’acqua, il sistema fognario, i farmaci, i dispositivi medici ecc.
Come conseguenza, a partire dell’ottobre 2023, i superstiti sono circa 1,5 milioniTsahal[4] su più di 2,3 milioni di abitanti nell’ottobre 2023. Secondo quanto riportato dalla Canadian Broadcasting Corporation, nel 2025 Donald Trump si è lasciato scappare che i sopravvissuti fossero «1,7 o 1,8 milioni»[5] – evidentemente i suoi servizi di intelligence sono più ottimisti di noi.
Dall’ottobre del 2023, la «soluzione finale» del «problema palestinese», e cioè l’eliminazione della totalità della popolazione autoctona, avanza a passi da gigante, anche se l’etnostato coloniale sionista e la potenza tutelare statunitense non riescono ancora a fissare la buona miscela di espulsione e sterminio che permetterà tale eliminazione. Per noi non si tratta più – se mai si è trattato – di denunciare l’apartheid – l’etnostato coloniale sionista non vuole segregare gli autoctoni, vuole eliminarli – o di stabilire in quale fattispecie del diritto internazionale umanitario si situa lo sterminio in atto nella Striscia di Gaza – crimine di guerra? Crimine contro l’umanità? Genocidio? O ancora di richiedere il riconoscimento fittizio di un fantomatico stato di Palestina privo di sovranità, riconoscimento che in pratica gli assegna solo doveri e nessun diritto.
Occorre anche constatare i limiti della pura speculazione teorica[6]. Oggi i punti all’ordine del giorno – ineludibili e urgenti – sono: 1) fermare la guerra coloniale; 2) smontare lo stato di assedio; 3) arrestare il processo di colonizzazione; 4) creare le condizioni perché i palestinesi possano avviare un processo reale di decolonizzazione, e, immediatamente a ridosso di essa, aiutarli a ripristinare le condizioni materiali, infrastrutturali e sanitarie per educare e curare, scardinando così la politica sistematica dello «scolasticidio» e della debilitazione corporea e linguistica. Sembra un programma visionario, ma le forze in campo che potrebbero adottarlo a livello internazionale non sono irrilevanti, in una situazione in cui la Sumud del popolo di Palestina persiste e il processo di disfacimento dell’etnostato coloniale sionista è finalmente cominciato[7] (Pappe, op. cit.).
* per le referenze citate in precedenza (op. cit.), riferirsi alle puntate corrispondenti
Note
[1] E.H. Lenneberg, Biological Foundations of Language. Taylor & Francis, 1967.
[2] N. Chomsky, A. Moro, The secrets of words (Kindle edition). MIT Press, 2022.
[3] M. Spagat, J. Pedersen, K. Shikaki, M. Robbins, E. Bendavid, H. Hegre, D. Guha–Sapir, Violent and non–violent death tolls for the Gaza conflict: New primary evidence from a population–representative field survey, "The Lancet Global Health", 14(4), e552–e559, 2026.
[4] R. Hil, G. Polya, From Warsaw to Gaza "Arena", 05/05/2026.
[5] K. Maimann, “1.7 million” Palestinians in Gaza? Trump’s statement raises questions about death toll "CBC News", 13/02/2025.
[6] T. Davies, N. Clare, F. Peters, Necropolitics, Gaza, and the limits of theory, "Progress in Human Geography", 50(2), 261–263, 2026.
[7] I. Pappe, It is dark before the dawn, but Israeli settler colonialism is at an end, The Long View", 6(1) 01/02/2024.
Isabella Annesi-Maesano, MD, PhD, DSc, è epidemiologa e specialista in sanità pubblica, con una vasta esperienza nello studio delle cause delle malattie croniche e nella promozione della salute della popolazione, maturata in Francia, presso l’Institut National de la Santé et de la Recherche Médicale, e all’estero, come direttore di ricerca. È attivamente coinvolta nel coordinamento e nella consulenza scientifica per numerose società mediche e organizzazioni di settore, a livello sia nazionale che internazionale, contribuendo allo sviluppo di raccomandazioni e linee guida strategiche, alla sorveglianza epidemiologica delle malattie e all’implementazione di politiche di sanità pubblica. Le più recenti riguardano l’impatto ambientale e sanitario della guerra a Gaza e in Iran. Ha partecipato alle lotte politiche e sociali in Italia a partire degli anni ’70.
Libero Maesano ha partecipato alla stagione di lotte sociali in Italia negli anni ’60-70. È stato tra i fondatori di Potere operaio. Matematico di formazione, ha sostenuto una tesi sulla formalizzazione degli schemi di riproduzione di Marx. Vive in Francia dove ha condotto una carriera di software engineer e di computer scientist, in particolare nel campo dell’intelligenza artificiale, ricoprendo ruoli tecnico-scientifici, manageriali e imprenditoriali.

