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scienza e politica

Immagine del redattore: Rete Ambulatori Popolari
Rete Ambulatori Popolari
23 minuti fa
Tempo di lettura: 6 min

Ambulatori Popolari e spazi di salute autogestita contro l’attacco all’autonomia e all’indipendenza clinica


Cinzia Farina
Cinzia Farina

La medicina è una scienza sociale e la politica non è altro che medicina su larga scala.

 

Rudolf Virchow

 

 

Questo comunicato è il frutto dell’incontro e dell’elaborazione di numerose realtà di salute autogestita che, vivendo davvero i luoghi di esclusione e marginalità, sanno di cosa parlano. Da qualche tempo sono maturate le condizioni per immaginare un terreno di discussione, organizzazione e mobilitazione comune sul terreno della salute: un tempo, si sarebbe detto, che sono sbocciati cento fiori. Questi fiori sono gli ambulatori popolari, spazi mutualistici dove la salute non è un privilegio e dove la salute trova fondamento non soltanto nell’assenza di alterazioni organiche o psichiche, ma anche in tutte le condizioni sociali che le producono. Il tempo del nostro incontro è stato scandito dal naturale tempo della conoscenza reciproca, della ricerca di un linguaggio e un orizzonte comune: cose che richiedono cura e pazienza. L’ultima volta che ci siamo incontrate ci siamo date appuntamento a Napoli il 17, 18 e 19 Ottobre per proseguire il nostro percorso e far maturare un nuovo modo, interno alla riproduzione sociale, di fare analisi e movimento. Ma le circostanze, mutate, ci impongono un salto di livello nell’iniziativa. Di fronte all'attacco che ha investito medici e professionisti sanitari impegnati nella tutela della salute delle persone migranti, sentiamo la necessità di prendere parola insieme, adesso. Non possiamo aspettare di avere un nome, un logo o una struttura formale per riconoscere ciò che, nei fatti, esiste già: una rete di ambulatori e pratiche di salute popolare che considera la libertà e l'autonomia della cura un terreno comune da difendere.

Il 16 Settembre si è scritto un nuovo capitolo nella irregimentazione della società italiana: un

altro blitz, dopo il primo avvenuto il 16 Febbraio, si è consumato nella casa di mediche e medici prelevati in casa, portati in Questura, costretti a farsi “scaricare” le chat private dagli investigatori. Ufficialmente come persone informate sui fatti. Una modalità che ricorda il modus operandi riservato alle grandi organizzazioni criminali, per evitare che gli indagati comunichino tra loro nel consumarsi del blitz. Il reato contestato? L’adesione indefessa a convinzioni scientifiche, prima che umane (“in scienza e coscienza”!) e la consultazione, su questo, con altre colleghe e colleghi.

Facciamo un passo indietro. A febbraio, 8 medici su 11 del reparto di Malattie Infettive dell’Ospedale di Ravenna sono stati informati di un’indagine a loro carico con tanto di perquisizione in casa e nel reparto con l’accusa di aver redatto certificati falsi al fine di non inviare i loro pazienti nei contestati Centri di Permanenza e Rimpatrio. I CPR sono certificati da tempo essere luoghi con un fondamento giuridico contestabile (in quanto si trattengono persone detenute senza che abbiano commesso dei reati) e nella loro materialità sono sovraffollati e degradanti per via delle condizioni igienico-sanitarie che li caratterizzano. Condizioni che si possono facilmente verificare con una ricerca in rete. Molto spesso in questi luoghi si verificano episodi di auto/eterolesionismo e epidemie di malattie infettive. Fatte queste premesse, che non sono viziate da una visione di parte ma sono messe nero su bianco da numerosi rapporti e ispezioni di istituti indipendenti, pare naturale che un medico, un pubblico ufficiale, colui che ha il compito di essere il garante della salute di chi si trova davanti, richiesto di compilare tale atto amministrativo, di fronte a una qualche vulnerabilità del suo paziente dichiari la non idoneità all’ingresso nel CPR. Appare lapalissiano anche che non vi sia nessun tipo di tornaconto personale nella compilazione di un atto che semplicemente attesta la realtà delle cose per come le vede il professionista in quel dato momento.

Mercoledì scorso l’inchiesta giudiziaria ha fatto un salto di livello. Le perquisizioni hanno coinvolto professioniste e professionisti in tutta italia; formalmente come persone informate sui fatti, ma nei fatti trattate come indagate. Addirittura, a Nicola Cocco, che sempre si è speso pubblicamente e senza remore riguardo quello che sono i CPR, essendo parte di una società scientifica che si occupa di migrazioni, viene contestata l’associazione a delinquere. Ora, il reato associativo prevede un qualche tipo di beneficio per gli associati. Risulta incomprensibile riuscire anche solo a percepire quale possa essere stato il tornaconto personale per la redazione di tali certificati, se non l’ossequio alle evidenze scientifiche e al pieno rispetto della dignità umana.

Questo governo, che ha avuto molto tempo per dispiegare la sua visione di società, ha inaugurato una stagione che anche alcuni giuristi hanno chiamato del panpenalismo: ad ogni problema o contraddizione che cresce nella società, la soluzione risiede nell’introduzione di reati, o comunque generalmente nella criminalizzazione, degli elementi non normalizzati, dove per non normali si intendono quei soggetti che potrebbero incrinare una narrazione basata sulla pacifica e serena comunità disturbata da elementi antisociali. Si pensi agli innumerevoli decreti sicurezza, al decreto Caivano, al decreto anti-rave… Naturalmente, questa narrazione per essere alimentata ha bisogno di cercare sempre nuovi capri espiatori e alzare il livello del controllo. Questi blitz sono estremamente pericolosi perché minano un principio fondamentale della deontologia medica: l’indipendenza del giudizio clinico. Come recita l’antico giuramento di Ippocrate: “Sceglierò il regime per il bene dei malati secondo le mie forze e il mio giudizio, e mi asterrò dal recar danno e offesa”. Di certo questo giudizio clinico non potrà essere più espresso con la stessa serenità di prima. Quando il governo Berlusconi tentò di introdurre l’obbligo di denuncia dei migranti irregolari, nel 2009, ci fu una sollevazione generalizzata del mondo sanitario di fronte a questo attacco, in primis dai rappresentanti di categoria. Riteniamo necessario che gli ordini professionali e la società civile siano disposte a mobilitarsi di nuovo perché i principi dell’autonomia e indipendenza del giudizio clinico e del segreto professionale sono sacri per la nostra professione. Senza questo salta totalmente la possibilità di costruire un rapporto di fiducia medico-paziente. Senza di questo ci rimettiamo tutti. Pensate: se un giorno fossimo chiamati a denunciare chi utilizza sostanze stupefacenti? E se conoscendo questo nuovo obbligo, i nostri pazienti omettessero di comunicarci il loro utilizzo? Elidendo così informazioni importanti per scegliere farmaci adeguati. O ancora: se tramite queste sostanze si diffondessero nuove malattie infettive? Naturalmente, ciò rappresenterebbe un danno a tutta la società.

Nei CPR non ci deve andare nessuno. I CPR vanno chiusi. L’attuale sistema È l’unico vero

motore dell’immigrazione clandestina. La clandestinità genera esclusione, l’esclusione genera povertà e segregazione. Punto. Serve accoglienza degna per chi arriva; servono risorse per un tetto e l’insegnamento dell’italiano.

L’atmosfera nel paese si fa cupa; proprio per questo è il momento di esprimersi chiaramente e liberare elementi di speranza. Per questo, per la prima volta, scegliamo di scrivere e firmare collettivamente queste parole con i nomi delle realtà che ad oggi compongono questo percorso. Lo facciamo sapendo che questo elenco è necessariamente incompleto e con l'ambizione che sia sempre più esteso. Di fronte alle politiche del Governo Meloni, alla progressiva estensione degli strumenti repressivi e al tentativo di restringere gli spazi di autonomia di chi cura, accoglie e costruisce solidarietà, non è più sufficiente rispondere città per città, ambulatorio per ambulatorio.

Paradossalmente, sono questi attacchi al diritto alla cura ad aver accelerato il nostro incontro. Ci hanno spinto a mettere in secondo piano differenze, sensibilità e pratiche non sempre coincidenti, per riconoscere ciò che ci unisce e la necessità di costruire una forza comune. Se

l'attacco assume una dimensione nazionale, nazionale deve diventare anche la capacità di organizzare la risposta, costruendo solidarietà concreta tra i territori e intervenendo insieme ogni volta che il diritto alla salute, l'autonomia della cura e chi li difende vengono messi sotto attacco.

Se pensavamo di scegliere un nome a ottobre, i fatti di questi giorni ci hanno ricordato che, prima ancora di chiamarci in qualche modo, abbiamo già qualcosa da difendere insieme: il diritto di curare e il diritto ad essere curati.

Rinnoviamo la complicità e la solidarietà con le mediche e i medici sotto processo giudiziario e mediatico. Troveranno ascolto e condivisione, politica e umana, da parte di chi della salute fa un campo di battaglia per la dignità umana a 360 gradi.

 

Ambulatorio Popolare Roma Est – Roma

Laboratorio Salute Popolare – Bologna

Ambulatorio Medico Popolare – Milano Clinica Azadì – Padova

Caracol Olol Jackson – Vicenza

Officina di Cura Popolare – Reggio Emilia

Oltre Cura – Parma

Punto Salute Zero 81 – Napoli

Ambulatori Popolare Borgo Vecchio e Ambulatorio Sanitario dello Zen – Palermo

Microclinica Fatih – Torino

Ortija Spazio di Cura Autogestita – Cagliari

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