top of page
ahida_background.png

scienza e politica

  • Immagine del redattore: a cura di Gianfranco Pancino
    a cura di Gianfranco Pancino
  • 25 set
  • Tempo di lettura: 10 min

Aggiornamento: 28 set

# 1. Gli Ambulatori popolari gratuiti: una rete alternativa di cura e lotta per la salute

Miekal And
Miekal And

Di fronte alla situazione critica del Sistema Sanitario Nazionale italiano (impoverimento del settore pubblico, aumento del settore privato, crisi della medicina territoriale, insopportabilità delle lunghe liste d’attesa, esclusione di fasce cospicue della popolazione dall’accesso alle cure) si è formata in Italia una rete, che si va infittendo, d’iniziative e di strutture che propongono servizi sanitari, cure di prima necessità e un sostegno alle persone per accedere ai servizi del SS. Sono create e gestite in maggioranza da associazioni caritative, confessionali come la Caritas, o ONG indipendenti, come Emergency, e sono a volte integrate in strutture ufficiali, come le ULSS. Questi ambulatori del volontariato hanno una funzione di sostegno del SS, in sostituzione di strutture mancanti e di servizi carenti. 


Gli Ambulatori Popolari Gratuiti (APG), di cui il veterano è l’Ambulatorio Medico Popolare di Milano, aperto trent’anni fa, occupano un posto a parte. Queste strutture, che stanno nascendo a ritmo accelerato in questi ultimi anni e sono ormai presenti in molte città, si muovono all’interno di progetti politici che vanno al di là dell’assistenza sanitaria. Vengono create in quartieri svantaggiati e non si limitano alla funzione primaria degli ambulatori di dispensare cure e aiutare le persone a usufruire del Servizio Sanitario, ma tentano di radicarsi nei quartieri, a collegarsi alle iniziative di lotta per la casa, i servizi sociali, il reddito, gli spazi verdi e le condizioni ambientali. Pongono correttamente la salute in un quadro più generale di benessere dell’individuo. I termini che li caratterizzano sono autogestione, autonomia, partecipazione, decisionalità collettiva, condivisione orizzontale dei saperi, democrazia dal basso, tutti termini e valori in totale opposizione a quelli del sistema in cui viviamo. 


Con il loro operare, che coinvolge attivamente le comunità e offre dei modelli di strutture sociali anti-autoritarie, partecipative, eque, gli APG costituiscono dei presidi sociali che indicano modi alternativi di generare e gestire la salute in modo indipendente dalle logiche di mercato. Laddove, il povero, il marginale, il migrante o semplicemente l’ammalato sono fragili nella loro individualità e non hanno peso nel dibattito e nelle scelte sociali e politiche, la loro aggregazione intorno agli APG, partendo dal tema della difesa della salute, fa potenzialmente di loro un soggetto capace di lottare e di esercitare pressione politica.  


Gli ambulatori popolari non esistono solo in Italia. Esperienze analoghe sono sorte in vari paesi d’Europa e hanno dato vita a un coordinamento, The International Network of Social Clinics (InoSC), a cui fanno riferimento alcuni degli ambulatori italiani sottocitati.  Il 26, 27 e 28 settembre 2025 si terrá il quarto meeting internazionale a Bologna. (A questo link é possibile visionare il programma)


Pubblichiamo questo dossier con l’augurio che la sua preparazione sia una tappa decisiva per la costituzione di un coordinamento nazionale degli APG italiani già esistenti e in costruzione.

Questo dossier è stato costruito grazie al contributo dei seguenti APG (lista in ordine casuale): Clinica Popolare Azadî, Padova; Laboratorio di Salute Popolare, Bologna; Ponticelli di cura, Napoli; Villa Medusa, Napoli; Ambulatorio Medico Popolare, Milano; Ambulatorio Popolare Caracol Olol Jackson, Vicenza; Microclinica Fatih, Torino; Ambulatorio popolare Roma Est, Roma; Ambulatorio di Quartiere BorgoVecchio, Palermo e del International Network of Social Clinics (INoSC).


La lotta per il diritto alla salute. Perché un ambulatorio popolare?

Ambulatorio Popolare Roma Est


L’ambulatorio popolare Roma Est è uno spazio di cura nato durante il Covid che ha trovato poi casa a Quarticciolo, uno dei quartieri investiti brutalmente dal decreto Caivano e dalla militarizzazione statale. Qui ha saputo moltiplicarsi e diventare uno sportello medico, pediatrico, psicologico, nutrizionale e di ginnastica dolce.Integrato nel discorso collettivo di Quarticciolo Ribelle prova a mettere al servizio delle lotte di quartiere personale sanitario, convint* che non c’è lotta per un mondo migliore che non passi per il diritto alla salute. 


Non ci dilungheremo molto sulla situazione attuale del nostro Sistema Sanitario Nazionale: la criminale aziendalizzazione, feroci tagli, la strisciante privatizzazione stanno smantellando pezzo dopo pezzo un servizio invidiabile.Se la situazione è così disastrosa perché non si massifica una rivendicazione dal basso che imponga un diritto alla salute per tutti e tutte? Come viene percepito dalla popolazione questo smantellamento? Come dalle operatrici e dagli operatori sanitari? Quali sono gli elementi che impediscono l’accesso ad un sistema di qualità?Prima di costruire il nostro ambulatorio popolare avremmo risposto in una maniera ancor più parziale a queste domande. Perché non avevamo un punto di vista collettivo sui bisogni di salute di un pezzo di periferia romana. Avevamo solo punti di vista parcellizzati all’interno dei nostri posti di lavoro. Per noi l’ambulatorio popolare in primo luogo è uno spazio di inchiesta per rispondere a queste domande camminando e domandando insieme alla borgata che viviamo.

ree

Difficoltà e accesso 


Nel nostro Paese aumentano ogni anno le persone che rinunciano alle cure per motivi economici, ci sono differenze di tassi di mortalità del 25% tra un quartiere povero e uno ricco, per pazienti con diabete o ipertensione questo tasso arriva all’80%, le disuguaglianze in salute aumentano di anno in anno.Sicuramente una parte importante di questo dato risiede nelle difficoltà di accesso a prestazioni di cura. Queste ricalcano le profonde disuguaglianze sociali presenti, rappresentando enormi barriere per molte fasce di popolazione, tra cui le persone straniere senza tessera sanitaria, o le persone che vivono in occupazione, le quali, dopo la legge Renzi-Lupi non hanno più la possibilità di ottenere una residenza e di conseguenza avere un medico di base o un pediatra di libera scelta.  Ci sono poi motivi più subdoli come le liste d’attesa infinite: spesso si è incastrati in un girone kafkiano che va da un medico di base che si limita a ricettare una visita specialistica, difficile da ottenere in tempi congrui se non ci si può permettere di pagare in intramoenia o privato puro, e a cui normalmente seguono richieste di esami per cui si aspetta altrettanto tempo se non si paga per eseguirli. Da qui ricomincia poi la caccia alla visita specialistica di controllo, che non viene direttamente prenotata dal servizio in questione. Il problema, dunque, non si limita alle liste d’attesa, ma sta anche frequentemente nella mancata presa in carico del paziente. Entrambe le cose sono illegali a livello giuridico, per questo abbiamo utilizzato l’ottima pratica strategica di fare pressione tramite PEC reclamando il rimborso per una visita privata se non viene offerta la prestazione nei tempi prevista dall’impegnativa come è definito dal d.lgs. n.124/1998 o reclamando l’appuntamento quando ci viene indebitamente risposto che le agende sono chiuse (tramite legge 23 dicembre 2005, n 266, articolo 1, comma 282).Altra barriera è quella della distanza, che in contesti di provincia o di periferia diventa insormontabile, soprattutto per una popolazione che va invecchiando, in territori con scadenti servizi di trasporto pubblici. L’assenza di servizi pubblici di taxi sanitari fa sì che molte persone debbano rinunciare a prestazioni anche indispensabili.In alcuni campi della salute non si può parlare di difficoltà di accesso quanto più di una vera e propria assenza del servizio. Nella nostra regione accedere a psicoterapie pubbliche è praticamente impossibile, persino per chi ha ricevuto una diagnosi psichiatrica ed è in carico presso il CSM di zona. Ciò rende ancora più impensabile la possibilità d’accesso a persone con esigenze personali e senza una sintomatologia psichica manifesta. Sono quasi del tutto assenti percorsi di supporto socio-economico e abitativo, anche per i pazienti più gravi, e in contesti marginalizzati se ne risente ancora di più. Il servizio di nutrizione è solo appannaggio di grandi centri ospedalieri, per lo più per nutrizioni enterali o parenterali, mentre nel campo della prevenzione o della cura di sindromi metaboliche è praticamente inesistente. Le cure odontoiatriche pubbliche si limitano al trattamento dell’urgenza e di pochi altri problemi cronici. Si potrebbe parlare di molte altre terapie validate scientificamente ma non offerte dal sistema pubblico, ma dovremmo parlare solo di questo.



Normalizzazione della privatizzazione


Di fronte alle difficoltà di accesso, di cui sopra, dilaga il privato, la spesa out of pocket cresce di anno in anno, per la gioia di Angelucci – deputato e milionario imprenditore della sanità privata, gruppo San Raffaele, oltre che editore di vari giornali –, Chiesa Cattolica – proprietaria di centinaia di cliniche e ospedali in Italia – e compagnie assicurative varie.Molti contratti di dipendenti pubblici prevedono come integrazione salariale un’assicurazione sanitaria privata per il dipendente e i suoi figli.L’intervento privato in sanità viene rappresentato dai media conniventi come salvifico. Quando uno di questi soggetti apre un centro in un quartiere di periferia le persone lo salutano con gioia perché prevede prestazioni in offerta, in alcuni casi anche a prezzi accessibili e in poco tempo. Appare efficace a differenza del pubblico. Se si prova a volantinare contro l’apertura di un servizio del genere ci si vedrà osteggiati dal quartiere.D’altronde come potrebbe essere altrimenti se di fronte alla chiusura di centri pubblici, l’unica soluzione è sempre l’intervento del capitale privato (vd esempio del Forlanini a Roma regalato alla fondazione Gemelli).Spesso in ospedali pubblici vi sono cooperative private di personale medico, infermieristico, oss, barellieri, personale di pulizia, gestione della biancheria. Tutto è subappalto. Servizi dell’SSN come la riabilitazione post-acuzie, sono pressoché al 100% appaltati a privati.  A volte negli ospedali pubblici solo le mura sono pubbliche. 



Malfunzionamento cup


La prima interfaccia con il sistema pubblico, oltre i Pronto Soccorso, con l’abbondante quota di disagio che comporta entrarvi, passa per i CUP. Dei servizi telefonici per lo più assegnati alla gestione di «cooperative» o aziende private. Per chiamarlo il paziente deve essere tale, potrebbe essere necessario stare al telefono anche più di un’ora per riuscire a parlare con un operatore.Ovviamente se la priorità è la massimizzazione dei profitti, il numero di operatori e operatrici è ridotto all’osso, con contratti precari, sottopagati, a volte pagati in ritardo: varie, infatti, sono le istanze sindacali mosse da queste lavoratrici nella città di Roma.Gli stessi operatori e operatrici in condizioni di precariato, inoltre, devono lavorare con agende incomplete, molte delle società private pagate dal SSN per erogare prestazioni pubbliche non comunicano le proprie agende al CUP. Quest’ultimo, si ritrova a lavorare con agende ridotte e dunque ad assegnare appuntamenti anche a più di un anno dalla chiamata.



Rinuncia alle cure


Oltre 2 milioni di cittadini tra i 18 e i 74 anni (pari al 5,3% della popolazione) nel 2024 hanno rinviato visite mediche o cure dentistiche perché non potevano permettersele. E la situazione è ancora più grave tra chi soffre di malattie croniche, dove la percentuale sale al 9,2%. È quanto emerge dall’ultimo report dell’INAPP (Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche), basato sui dati dell’Indagine PLUS.Il fenomeno cresce anno dopo anno, la soluzione sono le polizze integrative che aumentano di pari passo, che però non tutti possono permettersi. Possiamo affermare che l’universalità del SSN non esiste più.

ree

Perché quindi creare ambulatori popolari?


Innanzitutto, come dicevamo poc’anzi, per comprendere le sfaccettature del mancato accesso alle cure non bastano i dati, bisogna fare inchiesta, «camminare domandando».Analizzare anche la sfiducia nei quartieri popolari verso il pubblico, così come quella degli operatori e operatrici sanitarie.Le centrali sindacali più rappresentative del personale sanitario richiedono, tutte, la possibilità di più privato, che sia in forma di intramoenia o in forma di privato puro. Su questa richiesta v’è sicuramente una motivazione economica, ma crediamo ci sia anche la volontà di avere la possibilità di un’assistenza più umana, associata a un ascolto e ad un tempo più consono al nostro lavoro. Concentriamoci su questa richiesta, evidenziando la barbarie di lottare per poterlo dare solo a chi se lo può permettere.Ci è capitato di organizzare assemblee con abitanti del quartiere per difendere un centro pubblico in chiusura, i primi commenti da parte loro erano: «Perché dovremmo difendere un posto dove veniamo trattati male?». Durante i nostri circoli di salute sul vissuto di malattie cardiovascolari abbiamo ascoltato come chi subisce un infarto è grato di poter aver avuto uno stent in tempi rapidi, ma rimane scosso dal non ascolto che ottiene nel processo, da un percorso diagnostico terapeutico che non prevede assolutamente una personalizzazione dell’assistenza, ma anzi è completamente spersonalizzato.Questa disumanizzazione allontana il paziente, ma disamora anche il personale. Forse sta qui il nocciolo del problema delle aggressioni al personale sanitario, altro che carenza di forze dell’ordine negli ospedali!Creare un ambulatorio popolare per noi è provare a immaginare un modo altro di creare salute, che passa dall’integrazione tra salute mentale e fisica, dal dare importanza al cibo e a tutti gli aspetti della vita, a partire dalle necessità abitative o lavorative. Per questo nei nostri sportelli si passa dalla dottoressa, alla psicologa, al nutrizionista o allo sportello casa durante la stessa visita. Impagabile per il paziente ma anche per l’operatore sanitario.Fare advocacy su ogni prestazione negata rivendicandola nel pubblico, costruire campagne di prevenzione con il fine di reclamarle dal SSN, evidenziare i bisogni di salute mentale del territorio che non vengono nemmeno presi in considerazione dal CSM, sottolineare come riusciamo a educare sull’alimentazione senza alcun finanziamento mentre dal pubblico questo bisogno è praticamente inascoltato. Studiare il territorio, aprire circoli di parola per capire i problemi, e poi proporre soluzioni da rivendicare al settore pubblico e da costruire dal basso. Organizzare circoli di autocoscienza del corpo, facendo ginnastica posturale, perché la salute è ascoltare il nostro corpo, non solo leggere le analisi. Queste sono alcune delle pratiche che mettiamo in campo.Alcuni dicono che questo possa, soddisfacendo un bisogno, far abortire una conflittualità, ancora latente, che invece potrebbe rivoluzionare l’istituzione pubblica. Per noi questa critica rimane sterile per due ordini di motivi.Per prima cosa se mancano prospettive di lotte tra operatori/operatrici sanitari e pazienti è perché manca un orizzonte di immaginario comune. Difficile convincerci di lottare insieme per questo sistema sanitario, assoggettato alle case farmaceutiche, sordo alle richieste della popolazione, un mero prestazionificio. È più facile, al contrario, convincerci di lottare per una cura diversa che iniziamo a sperimentare qui e ora, da rivendicare poi in forma sistemica. In aggiunta, se non ci sono istanze sindacali di massa non corporative, ci sembra l’unica strada quella di partire da un territorio in una lotta fatta da pazienti e operatori sanitari insieme. Fare advocacy su ogni prestazione negata, mentre costruiamo campagne di prevenzione multidisciplinari, richiedere l’apertura o la non chiusura di centri pubblici mentre si evidenzia come con pochi soldi si riesce ad avere un’assistenza integrata, dimostrando nei fatti che il problema è politico e non economico. Nei quartieri più che una conflittualità latente riscontriamo persone isolate, disorientate, senza alcun riferimento organizzativo. Un ambulatorio radicato in quartiere può evidenziare le necessità di salute, coagulare il malcontento, dirigerlo verso rivendicazioni e azioni vincenti.Senza alcuna convinzione di avere noi la risposta in tasca su come potremmo riprenderci il diritto alla salute, apertissime a metterci in discussione, per ora rimaniamo convint* che il processo debba partire unendo sperimentazione dal basso a mobilitazione e che l’ambulatorio popolare possa essere uno strumento per farlo.


Gianfranco Pancino negli anni Settanta ha militato, a Padova, in Potere operaio, successivamente, a Milano, è stato tra i fondatori e dirigenti dell’Autonomia operaia.

Imputato nel processo 7 aprile, nel 1979 è stato costretto alla latitanza, alla fuga e quindi all’esilio, prima Messico, poi Parigi dove, dopo varie peripezie è riuscito a imboccare l’appassionante strada della ricerca scientifica, acquisendo fama internazionale per i suoi studi sul cancro e sull’HIV, fino a ricoprire la carica di direttore di ricerca all’INSERM e a far parte dell’équipe di Francoise Barré-Sinoussi, premio Nobel per la Medicina, all’Istituto Pasteur di Parigi.

«Ho avuto la fortuna di attraversare tre vite diverse, ognuna vissuta intensamente: la vita politica, la più entusiasmante; la vita del fuggitivo, sdoppiata e avventurosa; e la vita rifondata dello scienziato. In tutte mi sono posto delle sfide: cambiare me stesso e la società, nella prima; vivere e non accontentarmi di sopravvivere, nella seconda; conquistare un posto che mi era teoricamente inaccessibile, nella terza. E in premio ho ricevuto la spinta della curiosità, l’ardore della ricerca, la sensazione di non essere inutile». Ha recentemente pubblicato con Mimesis un prezioso libro autobiografico del quale si raccomanda la lettura: «Ricordi a piede libero. L’autonomia operaia, l’esilio, gli studi sull’HIV»


bottom of page