selfie da zemrude
- Franco Oriolo

- 45 minuti fa
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Il Nemico non è chi ha fame ma chi ci affama! (Sull'uccisione di Bakary Sako)

L’uccisione di Bakary Sako non può essere ridotta a un semplice fatto di cronaca né liquidata genericamente dentro la categoria della «guerra tra poveri». Quello che è accaduto porta con sé un elemento che non può essere attenuato o aggirato: il carattere profondamente razzista della violenza subita. Qui non siamo davanti soltanto a un episodio di degrado sociale o a una rabbia indistinta esplosa casualmente. C’è l’intenzionalità di colpire un uomo nero, un migrante, una persona costretta a vivere quotidianamente condizioni di sfruttamento, sacrificio, precarietà e
continue umiliazioni.
Sarebbe ipocrita evitare di nominare ciò che emerge con sempre maggiore evidenza nelle periferie e nei quartieri popolari: un fascismo diffuso, penetrato nel linguaggio quotidiano, nei comportamenti e nella cultura sociale. Un fascismo che non si manifesta soltanto nei simboli o nelle organizzazioni dichiaratamente neofasciste, ma soprattutto nella progressiva disumanizzazione di alcune vite considerate sacrificabili, inferiori o meno degne di rispetto.
Da anni istituzioni e politica alimentano questo clima attraverso propaganda securitaria, criminalizzazione dei migranti e narrazioni costruite sull’emergenza permanente. Il risultato è che il razzismo diventa sempre più accettabile, quasi normale, soprattutto dentro contesti impoveriti e attraversati dalla paura. Quando per anni si costruisce consenso indicando negli ultimi il nemico, si crea inevitabilmente un terreno fertile per la violenza.
E fa impressione — anche se forse non dovrebbe più sorprendere — vedere come concetti sempre più vicini a immaginari xenofobi e apertamente nazionalisti entrino ormai con naturalezza dentro spazi istituzionali e sindacali collegati agli apparati della sicurezza dello Stato. Il convegno organizzato dal SIULP Torino sulla cosiddetta remigrazione, con la partecipazione di Roberto Vannacci e il sostegno di dirigenti sindacali delle forze dell’ordine, rappresenta da questo punto di vista un segnale inquietante. Ancora più significativa è stata la presenza del SAPPE, sindacato della polizia penitenziaria, che ha aderito pubblicamente all’iniziativa.
Non si tratta più di provocazioni marginali o slogan isolati. Linguaggi fondati su esclusione, sicurezza permanente e costruzione del migrante come nemico sociale penetrano sempre più apertamente dentro strutture che dovrebbero garantire diritti e tutela democratica. E tutto questo avviene mentre il Paese attraversa impoverimento, precarietà e tensione sociale crescente. Invece di affrontare le cause materiali delle disuguaglianze, si alimenta la guerra orizzontale tra poveri, consolidando un immaginario aggressivo e disumanizzante.
Quanto accaduto a Taranto con l’uccisione di Bakary Sako mostra in maniera drammatica fin dove possa spingersi questo processo quando razzismo, violenza e disumanizzazione vengono progressivamente normalizzati dentro una società attraversata dalla rabbia e dall’assenza di prospettive collettive. Perché quando concetti come remigrazione diventano discutibili ma accettabili dentro strutture vicine agli apparati repressivi e di sicurezza, emerge un processo culturale molto più profondo: la progressiva legittimazione di una società fondata sull’esclusione, sulla paura e sulla selezione di quali vite meritino tutela e quali invece possano essere lasciate all’abbandono.
Bakary Sako, come migliaia di altri lavoratori migranti, apparteneva a quella parte invisibile della società che regge interi settori economici attraverso lavoro durissimo, sfruttamento e condizioni di vita spesso disumane. Persone costrette a subire ricatti, angherie, precarietà assoluta e assenza di reali tutele. Eppure proprio queste vite continuano a essere raccontate come un problema, come corpi estranei, come presenze tollerate soltanto finché utili economicamente.
Taranto, da questo punto di vista, non rappresenta un’eccezione. È una città attraversata da decenni di devastazione sociale, sfruttamento e abbandono istituzionale. Quartieri interi vengono lasciati vivere in una condizione permanente di precarietà, senza prospettive, senza spazi reali di aggregazione, senza ascolto e senza partecipazione. E dentro questo vuoto cresce inevitabilmente rabbia sociale, sfiducia e disgregazione collettiva.
L’uccisione di Bakary Sako non può essere separata da questo contesto. Non per giustificare ciò che è accaduto, ma perché episodi simili diventano sempre più frequenti dentro una società che ha distrutto progressivamente ogni forma di solidarietà. Il neoliberismo non ha soltanto smantellato lo Stato sociale; ha demolito l’idea stessa di comunità. Le persone non vengono più spinte a riconoscersi in una condizione comune, ma a combattersi reciprocamente: giovani contro anziani, lavoratori contro disoccupati, italiani contro migranti, poveri contro altri poveri.
Ed è dentro questo scenario che cresce una parte sempre più ampia delle nuove generazioni dei quartieri popolari. Ragazzi e adolescenti immersi fin da piccoli in dinamiche di conflitto permanente, precarietà e assenza di futuro. Non per questo vanno giustificati comportamenti violenti o distruttivi. Ma sarebbe ipocrita fingere di non vedere come a molti di loro venga negata qualunque forma reale di riconoscimento sociale, culturale e umano.
E colpisce quanto ormai perfino il linguaggio educativo e istituzionale sembri contribuire a normalizzare una visione sempre più militarizzata delle relazioni sociali. Negli ultimi mesi hanno suscitato forti polemiche alcuni questionari e attività scolastiche rivolti agli studenti sul tema della guerra, della sicurezza e dei conflitti, come nel caso dell’iniziativa promossa dall’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza che chiedeva ai ragazzi persino come si comporterebbero in caso di guerra o se sarebbero disposti ad arruolarsi. Non è soltanto il contenuto delle domande a colpire, ma il clima culturale che queste riflettono: il conflitto viene sempre più interiorizzato come condizione normale delle relazioni umane e sociali.
Dentro questo scenario, episodi drammatici come l’uccisione di Bakary Sako rischiano inoltre di diventare il pretesto per imporre anche a Taranto un modello simile a quello fallimentare sperimentato a Caivano: una gestione del disagio sociale fondata soprattutto su repressione, controllo, militarizzazione del territorio, carcere ed espulsione. Invece di affrontare le cause profonde dell’abbandono sociale, della povertà educativa, della precarietà e della disgregazione collettiva, si risponde trasformando interi quartieri popolari in spazi permanentemente sorvegliati, dove la sicurezza sostituisce i diritti sociali e il conflitto viene gestito quasi esclusivamente attraverso strumenti repressivi.
Il rischio è che la rabbia prodotta da anni di impoverimento e marginalizzazione venga affrontata non come una questione sociale e politica, ma come un problema di ordine pubblico. E così i quartieri popolari finiscono per essere raccontati sempre più come territori da controllare, contenere e disciplinare, anziché come comunità da ascoltare, sostenere e coinvolgere realmente nei processi di trasformazione sociale.
Così anche le nuove generazioni finiscono per crescere dentro una cultura che tende a leggere i rapporti quotidiani attraverso logiche di contrapposizione permanente, competizione e difesa identitaria. In una società attraversata da precarietà, paura e assenza di prospettive collettive, l’altro rischia sempre più di essere percepito non come parte di una condizione comune, ma come rivale, minaccia o nemico da cui difendersi.
È forse qui che andrebbe osservato con maggiore attenzione anche ciò che emerge simbolicamente dentro alcuni comportamenti e linguaggi dei gruppi giovanili della Città Vecchia. Non soltanto la violenza in sé, ma il modo in cui questi ragazzi costruiscono la propria identità. Colpisce, ad esempio, un meme pubblicato da uno dei componenti del branco: «Non sono superiore ma con voi non ho nulla in comune».
Una frase che non rivendica apertamente superiorità morale o sociale, ma una separazione radicale. Non il desiderio di sentirsi migliori, ma la volontà di affermarsi come altro, come gruppo incompatibile con chi viene percepito come esterno. È un’identità che non appare individuale ma collettiva: quelli della Città Vecchia. Una forma di appartenenza territoriale costruita dentro rabbia, chiusura e conflitto.
È un meccanismo che, in scala locale e deformata, ricorda il nazionalismo aggressivo che oggi si sta espandendo in tutta Europa. Comunità impoverite e impaurite vengono spinte a percepirsi come assediate; la crisi sociale viene trasformata in conflitto identitario; il disagio collettivo non trova più sbocchi solidali o politici e si converte in ostilità verso l’altro. Cambiano le dimensioni, ma la logica resta simile: costruire appartenenza attraverso il nemico.
E forse è proprio questo uno degli aspetti più inquietanti e meno esplorati dell’intera vicenda. Perché se non si comprendono fino in fondo le forme contemporanee attraverso cui si costruiscono rabbia, identità e senso di appartenenza dentro territori segnati dall’abbandono sociale, si continuerà a leggere questi episodi soltanto come emergenze di ordine pubblico, senza vedere il processo più profondo di disgregazione culturale e politica che li alimenta.
Per anni politica, istituzioni e gran parte dell’associazionismo hanno continuato a intervenire nei quartieri popolari in modo superficiale, autoreferenziale e spesso distante dalla vita reale degli abitanti. Eventi, progettualità, iniziative culturali e percorsi costruiti troppo spesso senza una relazione concreta con chi vive quotidianamente il territorio. Si arriva nei quartieri già convinti di sapere cosa serva, senza la capacità di ascoltare davvero le contraddizioni, le fragilità e persino le diffidenze che attraversano quelle comunità.
Un tempo si parlava di con-ricerca: una pratica certamente difficile, ma capace di costruire un rapporto reale tra chi operava sul piano culturale o politico e chi viveva quotidianamente il quartiere nelle sue contraddizioni. Non significava intervenire dall’esterno con progetti già definiti, ma condividere esperienze, ascoltare bisogni concreti e costruire percorsi insieme agli abitanti.
Ed è forse proprio questo che oggi manca sempre di più: la capacità di creare relazioni autentiche, continue e radicate nel territorio. Perché un quartiere non si salva attraverso operazioni estetiche, vetrine urbane o processi di riqualificazione pensati soprattutto per attrarre investimenti, turismo o nuove rendite economiche. Quando la trasformazione urbana avviene senza coinvolgimento reale degli abitanti, il rischio è che chi ha sempre vissuto quei territori finisca per sentirsi ulteriormente escluso, estraneo e respinto dentro il proprio stesso quartiere.
La vera urgenza allora non è semplicemente recuperare la Città Vecchia, ma impedire che intere comunità continuino a essere abbandonate e private di qualunque possibilità reale di partecipare alle decisioni che riguardano il proprio territorio. Significa ricostruire legami, spazi di aggregazione, ascolto e protagonismo popolare. Significa smettere di considerare gli abitanti come destinatari passivi di decisioni prese altrove e riconoscerli finalmente come parte centrale di qualunque trasformazione possibile.
Perché senza questo passaggio continueranno a crescere soltanto rabbia, sfiducia e violenza sociale. E una società che smette di costruire solidarietà finisce inevitabilmente per produrre paura, odio e guerra tra poveri.
The Enemy is not those who are hungry, but those who make us hungry!
by Franco Oriolo
The killing of Bakary Sako cannot be reduced to a simple news story nor generically dismissed as part of a “war among the poor.” What happened carries an element that cannot be softened or avoided: the deeply racist nature of the violence inflicted upon him. This is not merely an episode of social decay or an indistinct outburst of anger that exploded by chance. There was a deliberate intention to target a Black man, a migrant, a person forced to live every day under conditions of exploitation, sacrifice, precarity, and constant humiliation.
For this reason, it would be hypocritical not to name what is becoming increasingly evident in peripheral and working-class neighborhoods: a widespread fascism embedded in everyday language, behaviors, and social culture. A fascism that manifests not only through symbols or openly neo-fascist organizations, but above all through the progressive dehumanization of certain lives considered expendable, inferior, or less worthy of respect.
For years, institutions and politics have fueled this climate through security propaganda, the criminalization of migrants, and narratives built around permanent emergency. The result is that racism becomes increasingly acceptable, almost normal, especially within impoverished contexts shaped by fear. When consensus is built for years by pointing to the most vulnerable as the enemy, fertile ground for violence is inevitably created.
And it is striking — even if perhaps it should no longer surprise us — to see how concepts increasingly close to xenophobic and openly nationalist imaginaries now enter naturally into institutional and trade union spaces connected to the State’s security apparatuses. The conference organized by SIULP (Italian United Union of Police Workers)Torino on so-called remigration, featuring Roberto Vannacci (former army special forces officer, now leader of a racist far-right group) and supported by union leaders from law enforcement sectors, represents an alarming signal in this regard. Even more significant was the participation of SAPPE, the prison police union, which publicly endorsed the initiative.
These are no longer marginal provocations or isolated slogans. Languages based on exclusion, permanent security, and the construction of migrants as social enemies are penetrating ever more openly into structures that should instead guarantee rights and democratic protection. And all of this is happening while the country experiences growing impoverishment, precarity, and social tension. Rather than addressing the material causes of inequality, a horizontal war among the poor is being encouraged, consolidating an aggressive and dehumanizing imaginary.
What happened in Taranto with the killing of Bakary Sako dramatically reveals how far this process can go when racism, violence, and dehumanization become progressively normalized within a society marked by anger and the absence of collective perspectives. Because when concepts such as remigration become discussable — though controversial — within structures close to repressive and security apparatuses, what emerges is a much deeper cultural process: the progressive legitimization of a society founded on exclusion, fear, and the selection of which lives deserve protection and which can instead be abandoned.
Bakary Sako, like thousands of other migrant workers, belonged to that invisible part of society that sustains entire economic sectors through exhausting labor, exploitation, and often inhumane living conditions. People forced to endure blackmail, abuse, absolute precarity, and the absence of real protections. Yet these same lives continue to be portrayed as a problem, as foreign bodies, as presences tolerated only insofar as they remain economically useful.
From this point of view, Taranto is not an exception. It is a city shaped by decades of social devastation, exploitation, and institutional abandonment. Entire neighborhoods are left to survive in permanent conditions of precarity, without prospects, without real spaces for gathering, without listening, and without participation. And within this void, social anger, distrust, and collective disintegration inevitably grow.
The killing of Bakary Sako cannot be separated from this context. Not to justify what happened, but because similar episodes become increasingly frequent within a society that has progressively destroyed every form of solidarity. Neoliberalism has not only dismantled the welfare state; it has demolished the very idea of community. People are no longer encouraged to recognize themselves within a shared condition, but rather to fight each other: young against old, workers against the unemployed, Italians against migrants, poor against poor.
And it is within this scenario that an increasingly large part of the younger generations in working-class neighborhoods is growing up. Children and adolescents immersed from an early age in dynamics of permanent conflict, precarity, and absence of future. This does not justify violent or destructive behavior. But it would be hypocritical to pretend not to see how many of them are denied any real form of social, cultural, and human recognition.
It is also striking how even educational and institutional language now seems to contribute to normalizing an increasingly militarized vision of social relations. In recent months, questionnaires and school activities concerning war, security, and conflict have sparked strong controversy, such as the initiative promoted by the Authority for Children and Adolescents which asked students how they would behave in the event of war or whether they would be willing to enlist. What is disturbing is not only the content of the questions, but the cultural climate they reflect: conflict is increasingly internalized as a normal condition of human and social relations.
Within this scenario, dramatic episodes such as the killing of Bakary Sako also risk becoming the pretext for imposing in Taranto a model similar to the failed one experimented in Caivano: a management of social hardship based above all on repression, control, militarization of the territory, imprisonment, and expulsion. Instead of addressing the deep causes of social abandonment, educational poverty, precarity, and collective disintegration, the response consists in transforming entire working-class neighborhoods into permanently surveilled spaces, where security replaces social rights and conflict is managed almost exclusively through repressive instruments.
The risk is that the anger produced by years of impoverishment and marginalization will be treated not as a social and political issue, but as a public order problem. Working-class neighborhoods thus end up being portrayed increasingly as territories to control, contain, and discipline, rather than as communities to listen to, support, and genuinely involve in processes of social transformation.
As a result, younger generations grow up within a culture that increasingly interprets everyday relationships through the logic of permanent opposition, competition, and identity-based defense. In a society marked by precarity, fear, and the absence of collective perspectives, the other is increasingly perceived not as part of a shared condition, but as a rival, a threat, or an enemy from whom one must defend oneself.
Perhaps it is precisely here that one should more carefully observe what symbolically emerges within certain behaviors and languages among youth groups in the Old City. Not only the violence itself, but the way these young people construct their identity. One example is a meme posted by one member of the group: «I am not superior, but I have nothing in common with you».
A phrase that does not openly claim moral or social superiority, but rather a radical separation. Not the desire to feel better than others, but the will to affirm oneself as different, as a group incompatible with those perceived as outsiders. It is an identity that appears not individual but collective: quelli della Città Vecchia (those from the Old City). A form of territorial belonging built through anger, closure, and conflict.
This mechanism, on a local and distorted scale, resembles the aggressive nationalism currently spreading across Europe. Impoverished and frightened communities are pushed to perceive themselves as under siege; social crisis is transformed into identity conflict; collective hardship no longer finds solidarity or political outlets and instead turns into hostility toward the other. The scale changes, but the logic remains similar: constructing belonging through the enemy.
And perhaps this is one of the most disturbing and least explored aspects of the entire affair. Because if we do not fully understand the contemporary forms through which anger, identity, and the sense of belonging are constructed within territories marked by social abandonment, these episodes will continue to be interpreted merely as public order emergencies, without recognizing the deeper process of cultural and political disintegration that fuels them.
For years, politics, institutions, and much of the non-profit sector have continued intervening in working-class neighborhoods in superficial, self-referential ways often detached from the real lives of residents. Events, projects, cultural initiatives, and programs have too often been designed without any concrete relationship with those who actually live the territory every day. People enter these neighborhoods already convinced they know what is needed, without the capacity to truly listen to the contradictions, fragilities, and even distrust that run through these communities.
There was once talk of co-research: certainly a difficult practice, but one capable of building a real relationship between those operating on the cultural or political level and those living daily within the neighborhood’s contradictions. It did not mean intervening from outside with predefined projects, but sharing experiences, listening to concrete needs, and building paths together with residents.
And perhaps this is precisely what is increasingly missing today: the ability to create authentic, continuous, and deeply rooted relationships within the territory. Because a neighborhood cannot be saved through aesthetic operations, urban showcases, or redevelopment processes designed mainly to attract investment, tourism, or new economic profits. When urban transformation occurs without the real involvement of residents, the risk is that those who have always lived in these territories will end up feeling even more excluded, alienated, and pushed aside within their own neighborhood.
The real urgency, then, is not simply to recover the Old City, but to prevent entire communities from continuing to be abandoned and deprived of any real possibility of participating in decisions concerning their own territory. It means rebuilding bonds, spaces for gathering, listening, and popular protagonism. It means stopping the treatment of residents as passive recipients of decisions made elsewhere and finally recognizing them as the central part of any possible transformation.
Because without this step, only anger, distrust, and social violence will continue to grow. And a society that stops building solidarity inevitably ends up producing fear, hatred, and war among the poor.

