selfie da zemrude
- Giorgio Griziotti

- 13 ore fa
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Il racconto del Boomernauta
Epilogo

Il racconto del Boomernauta torna sul progetto di abbandono della Terra da parte delle élite. Tempi che si accorciano. L’entrata in funzione dell’ascensore aveva permesso di cominciare la costruzione della prima colonia spaziale. Nel contempo, nonostante il peggioramento di Gaia causato da tutte queste attività, la Gov decide di mantenere in qualche modo una sua presenza sulla Terra. L’affluenza attorno al grande incavo che accoglie la stazione dell’ascensore aumenta…
Lasciando per un momento da parte le disillusioni di quanti puntavano su un’alleanza coi nonumani per superare la madre di tutte le crisi, vorrei ora tornare alla realtà della Grande Fuga. Nei decenni di sviluppo e diffusione delle TAM e dei Games T la setticemia di Gaia, a parte certi parziali rallentamenti locali, non si era fermata. Anzi.
E poi era arrivata la gran mazzata del fallimento del tentativo dei Gamartivist e del loro movimento autonomo, di bloccare il morbo nekomemetico, che continuava imperterrito la sua corsa. Si era entrati in una spirale in cui i collassi, in termini di clima, abitabilità e stabilità sociale, si alimentavano a vicenda creando l’impressione di una fase completamente fuori controllo. Questo scenario era stato previsto anche dagli algoritmi della Gov Q, che addirittura avevano tentato di determinare con una certa precisione le date della perdita di controllo di alcune regioni importanti.
Le sfere di comando della Gov Q si rendevano conto che la Grande Fuga era diventata una questione di vitale importanza a breve termine. Non c’era più il lusso di avere decenni per mettere in atto il piano di salvataggio delle élite e dei suoi vassalli. Era evidente che la Gov Q doveva concentrarsi su un grande sforzo produttivo per raggiungere l’obiettivo di costruire e mettere in funzione la prima colonia spaziale in L5, il punto stazionario lagrangiano di cui abbiamo già discusso in precedenza.Mi astengo dal raccontare i dettagli delle operazioni militari speciali condotte dalla WorldForce per mantenere o riprendere il controllo di territori con risorse vitali per la Grande Fuga. Queste azioni venivano svolte nel tentativo di ottenere le risorse necessarie in modo discreto, evitando di attirare troppa attenzione. Nel mentre, erano in corso intense campagne mediatiche volte a far credere che la Grande Fuga fosse un’azione benefica per l’umanità, finalizzata a stabilizzare una nuova situazione. Eravamo rimasti alle sperimentazioni dei climber e, intanto, nonostante le condizioni sempre più avverse, i manager erano riusciti a raggiungere la fase cruciale della messa in opera del loro progetto. L’ascensore spaziale era diventato operativo dopo un periodo di rodaggio e funzionava a pieno regime. Questo mezzo di trasporto rivestiva un ruolo fondamentale nel trasferimento di materiali e componenti verso la Colonia L5. C’era inoltre un intenso flusso di tecnici e squadre addette alla costruzione e al montaggio dell’infrastruttura necessaria.
Una parte significativa dei metalli e delle materie prime necessarie venivano estratte direttamente dall’asteroide di destinazione dell’ascensore spaziale, dove erano presenti officine robotizzate in grado di fabbricare i componenti richiesti. L’asteroide era ricco di minerali e terre rare fondamentali per numerose produzioni. Da lì partivano cargo spaziali di grandi dimensioni, che, grazie alla bassa gravità, richiedevano quantità di energie relativamente basse per decollare. I cargo trasportavano componenti prefabbricati e manufatti di varie dimensioni verso la Colonia L5. Qui era stato inizialmente assemblato un modulo di servizio in cui erano alloggiati gli operatori di turno. Era una situazione lavorativa simile a quella delle vecchie piattaforme offshore di estrazione di combustibili fossili, dove squadre di tecnici specializzati si avvicendavano ogni tre o quatto settimane. A ritmi estremamente accelerati con turni 24/24 7X7 e spingendo al massimo l’automazione (i robot facevano una buona parte del lavoro), il montaggio della prima grande struttura a doppio cilindro lunga una sessantina di chilometri e con un diametro di sette venne terminata in un tempo record ed era in attesa dei primi coloni spaziali.
Sulla Terra c’era uno stato di crisi e complessità estreme per la Gov Q. Da una parte, la necessità di gestire i pochi candidati ufficiali per la Grande Fuga e assicurare il loro trasferimento sicuro verso la colonia spaziale rappresentava una sfida senza precedenti. Dall’altra, era essenziale mantenere un certo controllo sulla popolazione rimanente per garantire il funzionamento continuo del sistema di evacuazione delle élite. Nonostante le difficoltà, la Gov Q si trovò di fronte a una decisione cruciale: stabilire una presenza significativa e un management operativo delle tre sfere principali (politica, finanziaria/economica e di sicurezza) sulla Terra anche dopo la partenza delle élite. Questa scelta era guidata dalle indicazioni degli algoritmi quantistici, che sottolineavano l’importanza di mantenere un presidio strategico per affrontare gli scenari sempre più oscuri e incerti.
Tuttavia, l’operazione si rivelava estremamente complessa e impegnativa, poiché la situazione globale si degradava.
La situazione attorno alla grande conca dell’astroporto e dell’ascensore spaziale era caratterizzata da una tensione palpabile. Nonostante la militarizzazione completa della zona e il controllo esercitato dalla WorldForce, la regione dell’Africa equatoriale che ospitava l’infrastruttura sembrava avere un’attrazione magnetica su umani e non provenienti da diverse parti, sia vicine che lontane. La Gov Q aveva lanciato progetti di costruzione d’un secondo e un terzo cavo spaziale lungo la linea equatoriale in Sudamerica e in Asia e anche lì le regioni circostanti stavano diventando poli di grande attrazione.
Se ricordi quanto dicevo all’inizio del mio racconto sulle scene di fuga già molto complesse e che riguardavano semplicemente la caduta di regimi fantoccio in paesi periferici come il Vietnam e l’Afghanistan, ti puoi ben immaginare cosa ci si poteva aspettare da un segnale di abbandono dell’intero pianeta, che veniva proprio dalla classe che aveva detenuto il potere negli ultimi secoli. Questo sembrava essere un ulteriore problema che la Gov Q doveva affrontare.
Nel Far Far West si spara
L’accelerazione dei preparativi per la Grande Fuga porta alla rapida operatività e popolazione di L5, la prima colonia umana nello spazio. La composizione sociale di L5, sviluppata da Q.Oracle, includeva anche una presenza significativa di rappresentati dell’ex-aristocrazia operaia per gestire la robotistica e l’automazione necessarie per l’autosufficienza produttiva. Tuttavia, dopo l’entusiasmo iniziale, la situazione si deteriora. I peggioramenti sulla Terra generano su L5 timori riguardo alla possibile interruzione dei legami con il pianeta madre. L’idea dell’isolamento spaziale mina il clima sociale e politico all’interno della colonia…
Non sto ora a raccontarti nel dettaglio come, oltre alla costruzione di ascensori e alla progettazione di colonie spaziali, la Gov Q avesse pianificato la costruzione di una base logistica sulla Luna che sarebbe stata essenziale per proiettarsi verso Marte. Diverse missioni avevano già visitato il pianeta rosso per raccogliere tutte le informazioni necessarie a un progetto di terraformazione. La Gov e le élite avevano come obiettivo finale quello di possedere un intero pianeta da utilizzare, riducendo al minimo la loro presenza rimanente sulla Terra. Successivamente avrebbero lasciato che la setticemia di Gaia facesse il suo lavoro purificatore come sostenuto da vari movimenti ur-fascisti e Deep Green, ciascuno con le proprie motivazioni. Questo processo, naturalmente, si sarebbe esteso su una scala temporale lunga, spaziando attraverso diverse generazioni umane. Una volta completata la presunta purificazione e con una popolazione ridotta a uno stato in cui non sarebbe più stata una minaccia per Gaia, avrebbero potuto risbarcare sulla Terra secondo le loro convenienze, forse con il supporto dei discendenti dei loro avamposti.
Secondo le proiezioni di Q.Oracle1, una serie di catastrofi imminenti, principalmente di natura climatica, ma con conseguenze sociali difficili da calcolare anche per le IA quantistiche, avrebbe reso gran parte dei territori inabitabili per molte specie viventi. Sembrava l’annuncio d’una apocalisse, ma in fondo era una forma di reazione di Gaia per far retrocedere la setticemia.
Nel frattempo, la migrazione verso L5, la prima colonia spaziale, era ormai quasi completata, suscitando grandi festeggiamenti per il successo di questa impresa. I nuovi abitanti, in gran parte membri dell’élite, manifestarono un senso di sollievo e sicurezza dopo aver vissuto a lungo in una situazione di pericolo e paura, trovandosi finalmente in un luogo protetto.Dopo un periodo iniziale di adattamento, il funzionamento della colonia iniziò a entrare in una fase di routine, o quanto meno di stabilità. Fu proprio allora che cominciarono a manifestarsi i primi scricchiolii sociali, nonostante le nuove modalità di gestione politica prevista per le colonie umane nello spazio. Non c’era dubbio che quelle comunità avrebbero dovuto essere amministrate in modo completamente diverso da quello terrestre. Tuttavia né Q.Oracle né alcun centro di studi e ricerca avrebbe mai immaginato di trovarsi di fronte a situazioni tanto paradossali. Gli algoritmi e i dirigenti presumevano che in una comunità sospesa nello spazio la coesione sarebbe sorta naturalmente. Tuttavia, il mondo delle disuguaglianze sociali e delle discriminazioni, che si erano intensificate durante i secoli di dominazione capitalistica sulla Terra, non poteva essere cancellato istantaneamente dalla mente delle élite coinvolte nella Grande Fuga. La capacità di mantenere privilegi e proprietà era ormai appesa a un filo: il cavo dell’ascensore spaziale. L’isolamento della colonia e l’omogeneità politica dei suoi abitanti non favorivano divisioni o conflitti di classe. Per garantire il futuro funzionamento di L5, su indicazione di Q.Oracle, furono reclutati gli elementi più meritevoli e affidabili dell’aristocrazia tecno-operaia globale. La selezione si basò sulla competenza professionale e sull’adesione politica, valutando l’attaccamento alla tradizione e il servilismo verso il potere che caratterizzava storicamente tale classe. Attraverso procedure informatiche mirate, si cercò di formare e omogeneizzare una collettività in grado di servire le élite fuggite verso il loro paradiso astrale surrogato. Forse i manager della Gov Q non si resero conto che questa operazione, prevista per la colonizzazione di un pianeta come Marte, non avrebbe avuto la stessa efficacia in un ambito così ristretto come L5. Ma è anche verosimile che, se la colonizzazione di Marte fosse stata effettivamente realizzata come previsto da visionari autori di fantascienza quasi due secoli prima2, la Gov Q avrebbe dovuto affrontare anche in questo caso sgradevoli sorprese e difficoltà addirittura maggiori.
Gli equilibri all’interno della colonia si rivelarono subito difficili. I tecno-servitori, per quanto salvati dal caos, trattati meglio che sulla Terra e assistiti nel loro quotidiano da una panoplia di robot e servo-meccanismi funzionali semi-autonomi, non sembravano soddisfatti del loro ruolo. Aspiravano a uscire dal ghetto dorato in cui si sentivano confinati per arrivare a co-dirigere la sfera Ecofin. L’aumento delle minacce al cavo spaziale da parte del caos in crescita sulla Terra alimentava la loro inquietudine e agitazione. In fin dei conti il potere delle sfere della Gov Q in L5 si manteneva solo nella prospettiva di riuscire a gestire la colonia come stato transitorio, prima di stabilirsi su Marte e poi magari un giorno tornare sulla Terra. Quando sulla Terra tutto si aggravava, su L5 i periodi di fibrillazione cominciarono a infittirsi. Iniziò a diffondersi fra i coloni spaziali il timore che la loro permanenza non sarebbe stata più transitoria, ma definitiva. Questo era quanto mai destabilizzante. La Gov Q aveva riprodotto su L5 le stesse strutture di comando terrestri, ma senza prospettive future questo non sarebbe bastato ad assicurare l’ordine locale. Se anche L5 avesse potuto sopravvivere autonomamente nel caso in cui i collegamenti con la Terra si fossero definitivamente interrotti, né la WorldForce né alcun SecurServ mercenario sarebbero potuti intervenire dall’esterno, e i principi stessi di accumulazione e proprietà sarebbero diventati caduchi. Si entrò da quel momento in un nuovo contesto dove le gerarchie precedentemente stabilite sulla Terra non avevano più ragione d’essere. Cominciarono periodi di turbolenze che si placavano solo quando si intuiva che la struttura stessa della colonia era messa in pericolo, ma poi riprendevano. Gli shuttle che collegavano la colonia con la stazione d’arrivo del cavo spaziale situata sull’asteroide in posizione geostazionaria si erano ridotti e la loro perennità non sembrava più assicurata. Fra l’altro, i nuovi arrivati portavano notizie sempre più inquietanti sullo stato della Terra e delle difficoltà della Gov Q nel proseguire il programma spaziale e completare la costruzione delle colonie gemelle a L5 e della base lunare destinata al progetto della colonizzazione marziana.
Tuttavia il pericolo di sopravvivenza di L5 non sembrava immediato, le auto-produzioni industriali e alimentari che erano state previste nell’anello agricolo esterno della colonia erano quasi completamente automatizzate e i tecno-operatori dovevano solo supervisionare e intervenire in caso di manutenzione eccezionale. Si confermava che il funzionamento generale era più o meno conforme a quanto progettato inizialmente. Sembrava quindi che i coloni di L5 potessero disporre di cibo più che sufficiente e di beni durevoli. Grazie agli shuttle continuavano anche a ricevere materie prime dall’asteroide dell’astroporto di arrivo dell’ascensore spaziale. Avevano inoltre una capacità di poter catturare altri piccoli asteroidi da cui poter estrarre metalli e altri materie prime in caso di bisogno. I sistemi di produzione di energia solare e quelli di riciclaggio erano stati previsti per assicurare per diverse generazioni la sopravvivenza dei coloni, l’apparato industriale avrebbe inoltre permesso una capacità di manutenzione e assicurato il miglioramento e un certo sviluppo delle strutture. Ma nonostante ciò, l’ansia si diffondeva man mano che l’esistenza stessa del cavo dell’ascensore spaziale era minacciata dal peggioramento della setticemia di Gaia. Quale sarebbe stata la durata di vita reale di L5? Che prospettive si sarebbero potuti dare per continuare la specie altrove se le interazioni con la Terra si fossero interrotte? Che senso avrebbe avuto la vita e la riproduzione in queste condizioni che parevano senza prospettive a medio termine? Le voci che si diffondevano nella colonia spaziale, portate dai nuovi arrivati, riguardo ai nonumani, che stavano evolvendo sulla Terra e acquisendo un potere alieno, generavano timore e incertezza per il loro destino. Se queste voci fossero state vere, ci si chiedeva quale sarebbe stata la sorte dei futuri abitanti della colonia spaziale, abbandonati a un potere sconosciuto e imprevedibile. L’esistenza di altri esseri viventi capaci di competere sul piano della metatecnica era una prospettiva inquietante, che gettava ulteriori ombre sul futuro della colonia spaziale e suscitava preoccupazioni sulla sopravvivenza e l’autonomia delle generazioni successive.
Note
1. Q.Oracle: cfr. glossario.
2. Qui immagino che il nostro facesse soprattutto riferimento a opere come la Trilogia di Marte di K.S. Robinson (Fanucci editore), dove i marziani – e cioè gli umani nati su Marte – a un certo punto si ribellano alla dominanza terrestre.
Wormhole
Il Boomernauta racconta di quando cadde in un tunnel spazio-temporale e fu catapultato in una terra e in un’epoca sconosciuta. Si trova quindi in un futuro imprecisato in cui incontra un clan di umani tornati quasi a una vita primitiva. Questi individui gli spiegano che forze misteriose e immateriali, da cui cercano di sfuggire, governano parte del territorio. Secondo il Boomernauta queste forze erano generate da nonumani terrestri, attraverso tecnologie con cui controllavano gli umani restanti, in modo da impedire di (ri)diventare una minaccia per Gaia. In questa prospettiva, solo un numero limitato di umani veniva lasciato in una sorta di libertà, mentre la maggioranza era concentrata in zone di estrazione e sfruttamento totale.
Nel sortilegio che mi costrinse a viaggiare nel tempo mi capitò un giorno la s/ventura di cadere in un tunnel spaziale, uno di quei wormhole che collegano due diverse regioni dello spaziotempo. La caduta, oltre a sottoporti alla sgradevole sensazione del precipitare nel vuoto tipica di certi incubi, ti lascia alla fine nella perfetta incoscienza dell’epoca e del luogo in cui sei stato trasportato.
Dopo l’indescrivibile turbamento provocato dal passaggio nel tunnel mi trovai improvvisamente in una radura rischiarata da una luce mattutina dove si respirava un’aria pura. L’unico segno di un’eventuale presenza umana era un filo di fumo non molto distante. Poco dopo emerse una figura femminile dai tratti asiatici sommariamente vestita.
Sembrava che Chan, questo era il suono che pareva corrispondere al suo nome come mi sembrò di capire in seguito, avesse l’aria di chi si è appena svegliata. Con cautela, si mise alla ricerca di legna, probabilmente per ravvivare un fuoco che stava spegnendosi. Tuttavia, appena notò la mia presenza, fu presa da una paura che la spinse a fuggire immediatamente.
La scena mi lasciò perplesso perché, osservando attentamente l’ambiente circostante, non riuscivo a capire in quale epoca mi trovassi. Se avessi basato la mia interpretazione solo sulla vista, avrei potuto credere di essere finito in un’era preistorica del cosiddetto Homo sapiens. Tuttavia, con sforzo, riuscii ad avvicinarmi agli altri individui accampati vicino al fuoco e, in qualche modo, intuii che erano nostri lontani discendenti che vivevano in una condizione simile a quella dei nostri antenati più remoti. Lo dedussi notando degli oggetti e utensili che non potevano appartenere all’epoca preistorica. Erano fatti di materiali e presentavano lavorazioni che non esistevano all’epoca dei nostri antichi progenitori. Intravidi gadget che somigliavano a torce LED con pannelli solari, evidenziando tecnologie che erano state sviluppate solo successivamente al XX secolo. Altri oggetti, quasi irriconoscibili, venivano utilizzati come amuleti, mentre alcuni utensili meccanici sembravano mantenere ancora la loro funzione originale. Osservando l’abbigliamento delle persone, notai che indossavano un misto di abiti rudimentali e di altri fatti con tessuti industriali e forse sintetici.
Mi resi conto che Chan e gli altri membri del clan mostravano una marcata incertezza riguardo ai confini del territorio sicuro intorno al loro accampamento. Pareva che questi limiti fossero aleatori rendendo difficile determinare fino a dove si potessero spingere per procacciarsi un sostentamento con modalità che ricordavano quelli dei cacciatori-raccoglitori.
Per qualche ragione misteriosa, che proprio non saprei spiegarti, il periodo a mia disposizione in questo spaziotempo fu abbastanza limitato. Non saprei più dire se fossero passate ore o giorni quando senza apparente motivo o spiegazione, fui risucchiato indietro verso il punto da cui ero venuto. Grazie all’UBT1 ebbi lunghi scambi con questi discendenti, tornati a una condizione quasi primitiva e riuscii ad avere una percezione approssimativa, ma abbastanza completa della loro storia ed esistenza che mi lasciò stupefatto.
Avevano gli atteggiamenti tipici di chi vive un’angoscia permanente per la propria sopravvivenza immediata. Tuttavia non era né l’antica paura degli Hominini verso animali feroci o situazioni pericolose, né lo stress che la fine dell’era capitalista e la setticemia di Gaia avevano indotto nelle moltitudini dei dominati. Da quello che riuscii a capire si trattava piuttosto del timore di incappare in zone-trappola in cui ogni individuo perdeva la propria identità e la propria essenza. Queste zone erano caratterizzate da un’iper-sollecitazione dell’attenzione, con visioni vorticose di dettagli insignificanti che rendevano impossibile concentrarsi. Le persone venivano sopraffatte da emozioni sconosciute, di origine indeterminata, che le confondevano e le destabilizzavano e infine la loro volontà veniva prima indebolita e poi si affievoliva sino a quasi scomparire. Una volta penetrati in queste zone-trappola perdevano ogni controllo ed erano in balìa di forze indescrivibili, di invisibili entità a cui erano incapaci di resistere. I membri del clan di Chan mi fecero confusamente capire che erano sottomessi all’azione di flussi immateriali, animali e organici: olfattivi, feromonici, visivi, uditivi, tattili, vibratori, coreografici, ipnotici ed elettromagnetici. Smarrivano la loro autonomia e non erano più padroni di loro stessi e della loro vita individuale e collettiva. In questo stato diventavano inclini a subire sfruttamenti, coercizioni, cancellazioni parziali o totali di memoria o trattamenti talvolta letali, di cui non conoscevano le logiche.
Mi resi conto che le condizioni di vita erano profondamente diverse rispetto al passato. La popolazione umana era drasticamente ridotta, e i sopravvissuti si trovavano ad affrontare una realtà completamente trasformata Sembrava che solo una piccola percentuale di individui prigionieri delle zone-trappola, che erano sfere d’influenza pervase dalle tecnologie nonumane, fosse poi rilasciata previo cancellazione parziale della memoria per reintegrare Gaia e vivere in un’apparenza di libertà. Sono certo che dietro questa libertà controllata esistessero forme nascoste di regolazione e di controllo destinate a prevenire qualsiasi riapparizione del morbo nekomemetico.
Chi non veniva rilasciato nella natura pare fosse trasferito in zone speciali che potrebbero essere definite città estrattive. Erano agglomerati in cui venivano concentrati per l’estrazione fluidi organici, lavoro, energia e quant’altro si potesse ottenere dai loro corpi e dalle loro menti utilizzando forme di cooperazione forzata. Anche se io non riuscii a vedere tutto ciò, i miei interlocutori sostenevano che probabilmente le tecnologie nonumane avevano bisogno di tali contributi e di tali energie per far funzionare i misteriosi dispositivi delle zone-trappola. Alla ricerca di una decifrazione razionale cercai di farmi spiegare come tutto ciò potesse accadere. Chiesi chi potessero essere i soggetti responsabili di queste zone d’inibizione di volontà e sentimenti quali fossero tutte le loro finalità. Tuttavia non furono in grado di fornire una risposta chiara e sembravano non avere piena coscienza della loro condizione: erano come in balìa di elementi di cui sapevano poco o nulla. In ogni caso i miei neo-primitivi interlocutori erano probabilmente un caso anomalo. Non erano stati rilasciati dopo aver subito i trattamenti che avvenivano nelle zone-trappola perché in questo caso non sarebbero stati consapevoli del controllo dei nonumani.
Sembra proprio che fossero fuggiti e scampati da un campo estrattivo e che temessero di esserne reintegrati. Anche se nessuno sembrava dar loro la caccia direttamente, i miei interlocutori intuivano che l’ingresso in una zona-trappola avrebbe significato una condanna a essere nuovamente sottomessi a questo ciclo opprimente di coercizione estrattiva, da cui molti non uscivano vivi.
Dalla tua espressione intuisco che mi vorresti chiedere quale fosse la differenza fra questa condizione delle zone-trappola e delle città estrattive e quella del sistema capitalista, specie quello della fase neoliberista, nel quale tu vivi tuttora?
Non so se si tratti di una domanda ironica, (il Boomernauta ride) effettivamente da un certo punto di vista il paragone tiene… Ciononostante, in quel mondo il condizionamento e lo sfruttamento aveva origini diverse da quelle umane. Poiché non riuscivo a spiegarmi chiaramente cosa stesse accadendo, ho formulato un’ipotesi per cercare di comprendere la situazione. Secondo la mia teoria, quei nonumani terrestri che erano ormai dotati di capacità metatecniche le utilizzavano per il controllo e il contenimento precauzionale degli umani. Dall’insieme di informazioni raccolte mi sembrava, infatti, che avessero concepito e implementato una macchina ciclica il cui fine fosse di controllare e organizzare gli umani in un limbo privo di morbo nekomemetico. Questa macchina si autoalimentava con le energie, i fluidi e i flussi estratti dagli umani stessi ed era molto diversa da quella di produzione-distruzione del capitalismo. Era piuttosto un modo di utilizzare gli umani per contenere il loro potere e la loro demografia e per evitare che diventassero di nuovo contagiati e pericolosi per Gaia.
Questa logica era profondamente diversa dalla razionalità capitalista, che spesso aveva dimostrato una mancanza di scrupoli nel far scomparire sia le specie “utili” che quelle considerate inutili nel perseguimento del profitto. Mentre il capitalismo si concentrava sull’accumulazione e sullo sfruttamento illimitati delle risorse, sembrava che i nonumani adottassero una prospettiva più olistica, mettendo al centro la guarigione di Gaia.
Il wormhole in cui ero stato risucchiato mi aveva spinto in un lontano futuro, impedendomi di seguire con continuità quanto successo nello spaziotempo, ma nonostante questo non mi sembrava proprio che sulla Terra fossero arrivati invasori spaziali. L’ipotesi più verosimile restava quella che i nonumani avessero (ri)preso il controllo della biocenosi2, il comune della vita nella biosfera, grazie al raggiungimento di metatecniche incomprensibili e invisibili per i pochi umani rimasti.
Sembrava che, una volta allentatosi il giogo umano a causa della setticemia di Gaia e del caos susseguente, i nonumani, fossero entrati in una fase d’evoluzione, accelerata dall’ingegneria genetica che avevano subito e dalla full immersion nella bio-rete di TAM e Games T. Mi era sembrato che avessero trovato, nell’utilizzo delle tecnologie ereditate dagli umani, modalità che permettevano loro di continuare a evolversi senza sconvolgere nessun equilibrio dentro Gaia, neanche quelli chimici e fisici della materia inorganica e inanimata. In altre parole, pareva fossero riusciti a evitare il contagio nekomemetico.
Note:
1. Secondo quello che poi mi ha spiegato si trattava dell’implant Universal Bionic Translator che gli era stato fatto in uno dei suoi viaggi temporali e che agiva direttamente permettendogli di capire qualsiasi linguaggio umano e di parlare direttamente in quella lingua.
2. Il termine usato dal Boomernauta era derivato dal greco antico βίος (bíos = vita) e κοινός (koinós = comune).

