selfie da zemrude
- Lavinia Marchetti

- 3 ore fa
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L’animalità come misura standard per la disumanizzazione del nemico
La fabbrica psicologica della disumanizzazione dei palestinesi nella società israeliana

Tel Aviv, 9 ottobre 2023. Due giorni dopo l’attacco di Hamas, il ministro della Difesa Yoav Gallant si presenta in conferenza stampa e annuncia l’assedio totale alla Striscia. La formula con cui motiva l’ordine resterà negli atti di guerra e nei fascicoli giudiziari dell’Aia: «Ho ordinato un assedio completo della Striscia di Gaza. Niente elettricità, niente cibo, niente carburante, tutto è chiuso. Stiamo combattendo animali in forma umana e agiremo di conseguenza» (Cfr. Roberto Iannuzzi, Il 7 ottobre tra verità e propaganda, Eurilink University Press, Roma 2024, p. 56). Quattro parole, animali in forma umana, bastano per riassumere ciò che a Gaza accadrà nei mesi successivi: la formula colloca due milioni e trecentomila persone fuori dal cerchio della specie. Nelle stesse ore l’ex ambasciatore di Israele alle Nazioni Unite Dan Gillerman descrive i palestinesi come: «animali orribili e disumani» (Ivi). Il presidente dello Stato, Isaac Herzog, dichiara qualche giorno più tardi che «è un’intera nazione che è responsabile; questa retorica sui civili non consapevoli, non coinvolti, non è assolutamente vera», prima di firmare a pennarello i proiettili d’artiglieria diretti su Gaza (Ivi). Il premier Benjamin Netanyahu ricorre al passo biblico di Amalek, che ordina lo sterminio che include bambini e lattanti (Ivi). La Corte internazionale di giustizia, nell’ordinanza cautelare del 26 gennaio 2024, citerà proprio le parole di Herzog e Gallant fra gli indizi seri di incitamento al genocidio (Cfr. Gideon Levy, citato in R. Iannuzzi, op. cit., p. 59).
Nulla di tutto ciò è un’esplosione improvvisa di rancore. La possibilità che un ministro pronunci pubblicamente la formula animali in forma umana senza essere espulso dalla vita pubblica appartiene a un percorso lungo, depositato negli anni nei manuali scolastici come nei sermoni rabbinici, nei talk show come nei regolamenti militari. Lo storico Raz Segal, su Jewish Currents del 13 ottobre 2023, parla per Gaza di «un caso da manuale di genocidio» (Cfr. R. Segal, A Textbook Case of Genocide, in Jewish Currents, 13 ottobre 2023, cit. in R. Iannuzzi, op. cit., p. 58); pochi giorni dopo lo storico israelo-americano Omer Bartov, sul New York Times, parla di intento genocida riconoscibile (Ibid.). Quel che interessa qui è il piano psicologico del consenso. Come ha potuto, una società democratica e altamente scolarizzata (ma ideologicamente indirizzata), accogliere senza scandalo la negazione dell’umanità di un intero popolo?
Otto modi di disimpegnare la coscienza
Lo psicologo sociale Albert Bandura, in Disimpegno morale. Come facciamo del male continuando a vivere bene (Erickson, Trento 2017), ha elaborato il quadro più preciso per rispondere a questa domanda. Bandura parte da un’osservazione che apre il primo capitolo: «Una comprensione esauriente della moralità deve spiegare non solo come le persone riescano a comportarsi moralmente, ma anche come possano comportarsi in modo inumano e tuttavia continuare a nutrire rispetto per se stesse e sentirsi a posto» (Albert Bandura, Disimpegno morale, Erickson, Trento 2017, p. 13). Lo psicologo di Stanford individua otto meccanismi attraverso i quali le autosanzioni morali vengono selettivamente disattivate dall’autore di una condotta lesiva, raggruppati in quattro punti del processo di autoregolazione.
Sul versante del comportamento agisce un primo grappolo di operazioni psichiche. La giustificazione morale legittima un mezzo lesivo investendolo di un fine sacro, come l’autodifesa o la sopravvivenza del popolo; il confronto vantaggioso, sua parente stretta, fa apparire l’azione un male minore rispetto a un male temuto: «la convinzione che le proprie azioni lesive impediranno una sofferenza umana maggiore di quella che causano fa apparire altruistico il proprio comportamento» (Ibid., p. 15). Il linguaggio eufemistico completa l’opera: «Le formule eufemistiche, nelle loro forme addolcite e contorte, dissimulano un comportamento nocivo con un linguaggio innocuo riuscendo così a spogliarlo di qualunque umanità» (Ivi). Quando l’esercito israeliano parla di intelligence-based strikes o di zone umanitarie sta facendo precisamente questo lavoro: rivestire di lessico tecnico un macello quotidiano. Vale ricordare che il 10 ottobre 2023 il portavoce delle IDF dichiarava, riguardo alle operazioni in atto, che «l’enfasi è sui danni, non sulla precisione», mentre Gallant scandiva: «Ho ridotto tutte le restrizioni: uccideremo tutti coloro contro cui combattiamo; useremo ogni mezzo» (R. Iannuzzi, op. cit., p. 57). Il linguaggio si addolcisce verso l’esterno, mentre verso l’interno la formula si fa ferina.
Sul piano dell’agency operano lo spostamento e la diffusione della responsabilità. Il primo trasferisce la colpa sull’autorità superiore, lungo una catena per cui il soldato eseguiva un ordine ricevuto dall’ufficiale, e l’ufficiale obbediva al gabinetto di guerra collegialmente responsabile. La seconda spalma la responsabilità su un collettivo così ampio da rendere indistinguibili gli autori del danno. Già a metà Novecento Hannah Arendt aveva osservato in La banalità del male (Feltrinelli, Milano 1992) come il regime burocratico nazista avesse perfezionato proprio questa dispersione: il funzionario diventa un anello e l’anello scompare nella catena. La macchina militare israeliana, con i suoi protocolli automatizzati di targeting e con sistemi come Lavender o Where’s Daddy? che algoritmizzano la scelta dei bersagli, porta questa dispersione a un grado nuovo. La colpa si dilata in un’infrastruttura statistica.
Quanto al risultato, compare la minimizzazione del danno, per cui il conteggio dei morti viene contestato o ricondotto al Ministero di Hamas. Sulla figura della vittima agiscono infine l’attribuzione del biasimo e la disumanizzazione vera e propria. L’attribuzione del biasimo afferma che i palestinesi si sono attirati la rappresaglia con il loro voto del 2006 e, in fondo, con la loro mera presenza dentro un perimetro proibito. La disumanizzazione è il cuore di tutto: «I perpetratori escludono coloro che maltrattano dal proprio concetto di umanità, spogliandoli delle qualità umane o attribuendo loro caratteristiche animalesche. Il fatto di rendere subumane le proprie vittime indebolisce gli scrupoli morali legati al fatto di trattarle duramente» (A. Bandura, op. cit., p. 16). Bandura aggiunge altrove un’osservazione decisiva per chi voglia spiegare la normalizzazione della violenza: «La deumanizzazione indebolisce le autocostrizioni morali minando la prosocialità (cooperazione, aiuto verso l’altro senza richiesta di ricompensa), riducendo l’empatia per le sofferenze altrui ed escludendo le persone svalutate dal concetto di umanità» (Ibid., p. 61). La frase di Gallant, dunque, non è la radice del processo: ne è il sigillo pubblico, il momento in cui la macchina psicologica viene legittimata dal vertice politico.
La vittima eterna e il suo doppio
Per quanto coerente, lo schema di Bandura va innestato su una storia specifica. Lo ha mostrato la storica israeliana Idith Zertal in Israel’s Holocaust and the Politics of Nationhood (Cambridge University Press, Cambridge 2005). Zertal descrive come la Shoah sia stata progressivamente trasformata in una risorsa politica permanente, capace di immunizzare lo Stato di Israele rispetto alla critica del mondo: «Attraverso Auschwitz [...] Israele si è reso immune alla critica e impermeabile a un dialogo razionale con il mondo circostante» (Idith Zertal, Israel’s Holocaust and the Politics of Nationhood, Cambridge University Press, Cambridge 2005, p. 4). Auschwitz, scrive Zertal, è stata invocata per: «questioni che la società israeliana ha rifiutato di affrontare, risolvere e pagare, trasformando così Israele in una zona crepuscolare astorica e apolitica, dove Auschwitz cessa di appartenere al passato e diviene un presente minaccioso e una possibilità costante» (Ivi). Il meccanismo psicologico è quello che lo psicoanalista turco-americano Vamik Volkan definisce chosen trauma: il trauma fondatore di un gruppo, trasmesso di generazione in generazione, diviene cifra identitaria e licenza preventiva di violenza (Cfr. Vamik D. Volkan, Transgenerational Transmissions and Chosen Traumas. An Aspect of Large-Group Identity, in Group Analysis, vol. 34, n. 1, 2001).
La conseguenza, sul piano interno, è una siege mentality costantemente coltivata, descritta dallo psicosociologo Daniel Bar-Tal come uno dei capisaldi del socio-psychological repertoire degli israeliani in un conflitto intrattabile (Cfr. Daniel Bar-Tal, Intractable Conflicts. Socio-Psychological Foundations and Dynamics, Cambridge University Press, Cambridge 2013). Bar-Tal ha mostrato come il vittimismo collettivo percepito, anche quando il rapporto reale di forza è sbilanciato a proprio favore, rafforzi il senso morale di sé e abbatta nello stesso movimento l’empatia per l’avversario, legittimando preventivamente le azioni offensive che si compiono (Cfr. Daniel Bar-Tal, Lily Chernyak-Hai et al., A sense of self-perceived collective victimhood in intractable conflicts, in International Review of the Red Cross, vol. 91, n. 874, 2009). Il volume scritto con Yona Teichman, Stereotypes and Prejudice in Conflict. Representations of Arabs in Israeli Jewish Society (Cambridge University Press, Cambridge 2005), documentava già due decenni or sono come l’arabo, e in particolare il palestinese, fosse rappresentato in larga parte del materiale scolastico israeliano come minaccia indistinta, quasi mai dotata di un volto individuale.
La preparazione lunga: scuola, schermi, divise
Sui banchi di scuola, la sociolinguista Nurit Peled-Elhanan ha analizzato un campione di manuali in uso nel sistema pubblico israeliano in Palestine in Israeli School Books. Ideology and Propaganda in Education (I.B. Tauris, London 2012), rilevando come il palestinese vi compaia quasi esclusivamente come rifugiato indistinto o come terrorista latente, raramente come soggetto storico. Lo storico Ilan Pappé, in Dieci miti su Israele (Fazi, Roma 2017), ha ricostruito come quel quadro educativo sia il prodotto di una costruzione mitologica del 1948 che ha rimosso la pulizia etnica e fissato la storia secondo l’asse terra senza popolo, popolo senza terra: «la disinformazione storica [...] ha permesso l’oppressione di un popolo e legittimato un regime coloniale e di occupazione» (Ilan Pappé, Dieci miti su Israele, Fazi, Roma 2017, p. 9).
Sui media, gli studi del politologo Neve Gordon raccolti in A Villa in the Jungle. The Arab Awakening through the Lens of the Israeli Media (Bloomsbury, London 2024) hanno mostrato come la stampa e la televisione israeliane lavorino su una metafora che lo stesso Ehud Barak rese celebre nel 1996: Israele come villa nella giungla. La metafora produce due effetti simultanei. Riconferma la propria appartenenza al mondo civile e relega il fuori, gli arabi, in una zona selvaggia e indistinta. La metafora coloniale incontra la psicoanalisi: in I dannati della terra (Einaudi, Torino 2000) Frantz Fanon aveva descritto questa operazione come la prima necessità del colono, zoologizzare il nativo per giustificare la propria violenza pacificatrice. Il meccanismo si è semplicemente trasferito sui canali digitali. Una ricerca pubblicata da Sivan Givon-Benjio su Political Psychology nel 2026 mostra che, dal 7 ottobre, la suscettibilità degli adulti israeliani alle informazioni propagandistiche è risultata significativamente più elevata fra chi era esposto a media nazionali rispetto a chi consultava fonti internazionali, e che il livello di disumanizzazione esplicita dei palestinesi si correlava in modo robusto con l’esposizione a hasbara digitale (Cfr. Sivan Givon-Benjio et al., Susceptibility to misinformation and propaganda during wartime. Evidence from the Israeli–Palestinian conflict, in Political Psychology, 2026).
Nell’esercito, infine, la macchina educativa del tohar ha-neshek, la purezza delle armi, funziona da fronte interno: garantisce al soldato lo specchio di una soggettività morale anche mentre compie azioni che la negano. È la tesi di James Eastwood in Ethics as a Weapon of War. Militarism and Morality in Israel (Cambridge University Press, Cambridge 2017), il quale osserva che: «anziché fornire uno strumento per limitare la violenza militare, l’etica è diventata parte di un assetto che rende più facile per l’esercito commettere violenza» (James Eastwood, op. cit., p. 3). L’esercito più morale del mondo è una formula che opera producendo il consenso al proprio operato mentre lo certifica.
Dall’analogia nazi al diniego del genocidio
Sul piano del lessico pubblico, dal 7 ottobre 2023 si è imposta in Israele un’altra mossa decisiva. Hamas è stato denominato, in modo ricorrente e in sede istituzionale, nazista. La giurista Smadar Ben-Natan, su Journal of Palestine Studies, ha mostrato come questa analogia faccia un lavoro doppio. La prima funzione è rievocare l’unica esecuzione capitale legalmente compiuta dallo Stato di Israele, quella di Adolf Eichmann nel 1962, riaprendo oggi la strada a una pena di morte specifica per palestinesi. La seconda, e qui sta il punto, è teorica: «fondere terrorismo e nazismo proietta Hamas come nemico assoluto per legittimare la pena di morte e, nello stesso tempo, funziona come mezzo di negazione del genocidio» (Smadar Ben-Natan, The New Nazis. The Changing Discourse on the Death Penalty in Israel Since October 7, in Journal of Palestine Studies, vol. 55, n. 1, 2026, p. 6). Chiamare nazista il proprio nemico permette di proseguire un genocidio chiamandolo legittima difesa. La proiezione, in senso psicoanalitico, è completa: si attribuisce all’altro l’identità del proprio passato persecutore e si guadagna così la licenza dell’azione totale.
L’effetto su Israele come collettività si misura nei sondaggi. Un’indagine dell’Israel Democracy Institute del marzo 2024 rilevava che il 68 per cento degli ebrei israeliani considerava troppo limitato il quantitativo di forza usato a Gaza, mentre il 36 per cento dichiarava di accettare l’idea di un’arma nucleare contro la Striscia. La giornalista Cecilia Sala, in I figli dell’odio (Mondadori, Milano 2024), riporta una conversazione con due coloni di Hebron rappresentativa del clima: «tutti vogliono la distruzione di Hamas e sempre più israeliani vogliono anche la distruzione dei palestinesi. Mi dicono: gli abitanti della Striscia di Gaza hanno votato per Hamas e quindi sarebbero corresponsabili dei crimini di Hamas» (Cecilia Sala, I figli dell’odio, Mondadori, Milano 2024, p. 14). Bandura riconoscerebbe qui, sovrapposti, l’attribuzione del biasimo alla vittima e la diffusione della responsabilità collettiva. Il bambino di Gaza che ha votato Hamas nel 2006, quando aveva tre anni o non era ancora nato, ne è oggetto.
La spaccatura interna e la guarigione mancata
Una società simile non è monolitica. Esiste un Israele che resiste alla disumanizzazione. Lo testimoniano le confessioni dei soldati raccolte da Breaking the Silence, le mobilitazioni dei riservisti contro la riforma giudiziaria del 2023, l’attivismo intellettuale di Ilan Pappé e Gideon Levy, le inchieste di organizzazioni come B’Tselem. Chi sceglie quella via paga però un prezzo in termini di rottura politica e di esilio interno. Lo stesso Pappé scrive che siamo di fronte al: «inizio della fine del progetto sionista come lo conosciamo» (Ilan Pappé, La fine di Israele, Fazi, Roma 2024, p. 11). La voce critica resta minoritaria e oggi viene marchiata dentro Israele come tradimento. La radicalizzazione descritta da Cecilia Sala, con il kahanismo armato di Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich entrato nel governo, è la versione attiva del processo psicologico descritto da Bandura: «il disimpegno morale, quando è promosso dal vertice, smette di essere un meccanismo individuale e diventa programma di Stato».
Lo psicoanalista Erich Fromm, in Anatomia della distruttività umana (Mondadori, Milano 1975), aveva chiamato necrofilia sociale l’incanto collettivo verso l’annientamento dell’altro come via di guarigione del proprio dolore. Quel che si verifica a Gaza dal 7 ottobre 2023 è la versione contemporanea di quella diagnosi. Il trauma reale del massacro di Hamas viene curato attraverso l’inflizione di un danno smisuratamente più grande sul popolo palestinese, e la cura prende forma pubblica nei discorsi dei ministri come nei talk show notturni, nei manuali scolastici come nei cori delle curve da calcio descritti in Israeli football clubs and the post-October 7 2023 national emotional ecology (Sport in Society, 2025).
Una chiusura perturbante
Animali in forma umana. La formula del 9 ottobre 2023 ha avuto la fortuna di tutte le definizioni autorizzate dal potere: ha autorizzato ciò che si voleva fare già prima di pronunciarla. Bandura osserva che il disimpegno morale: «non modifica i criteri morali. Fornisce piuttosto, a coloro che si disimpegnano moralmente, i mezzi per eludere i criteri morali, sottraendo alla moralità i comportamenti lesivi e alleggerendo la propria responsabilità» (A. Bandura, op. cit., p. 17). Il cittadino israeliano medio, dopo il 7 ottobre, non ha cessato di amare i propri figli o di considerarsi parte di una democrazia. Ha solo escluso, dal proprio concetto di umanità, due milioni e trecentomila palestinesi. La sospensione selettiva è il vero meccanismo del genocidio in atto. Riconoscere quella sospensione e restituire i nomi a chi è stato sottratto al genere umano è il primo gesto critico possibile. Da qui occorre ricominciare a contare i morti uno per uno, con i loro nomi e i loro luoghi. Da lì, e da nessun’altra parte, ricomincia la possibilità di pensare la pace.
Animality as a Standard Measure for the Dehumanization of the Enemy
The Psychological Factory of the Dehumanization of Palestinians in Israeli Society
By Lavinia Marchetti
Tel Aviv, 9 October 2023. Two days after Hamas’s attack, Defense Minister Yoav Gallant appeared at a press conference and announced a total siege of the Gaza Strip. The formula he used to justify the order will remain in war records and International Court of Justice files: «I have ordered a complete siege of the Gaza Strip. No electricity, no food, no fuel—everything is closed. We are fighting animals in human form and will act accordingly» (Roberto Iannuzzi, Il 7 ottobre tra verità e propaganda, Eurilink University Press, Rome 2024, p. 56). Four words—animals in human form—summarise what will happen in Gaza in the following months: the expression places two million three hundred thousand people outside the circle of the species. In the same hours former Israeli UN ambassador Dan Gillerman described Palestinians as «horrible and inhuman animals» (Ibid.). President Isaac Herzog declared a few days later that «an entire nation is responsible; this rhetoric about unaware, uninvolved civilians is absolutely false» before signing artillery shells aimed at Gaza (Ibid.). Prime Minister Benjamin Netanyahu invoked the biblical passage on Amalek, ordering extermination that includes «children and infants» (Ibid.). The International Court of Justice, in its provisional measures order of 26 January 2024, will cite Herzog’s and Gallant’s words among the serious indications of incitement to genocide (Gideon Levy, cited in R. Iannuzzi, op. cit., p. 59).
Nothing of this is a sudden explosion of rancor. The possibility that a minister could publicly utter the phrase animals in human form without being expelled from public life belongs to a long‑term trajectory, deposited over years in school textbooks, rabbinic sermons, talk‑show discourse, and military regulations. Historian Raz Segal, in Jewish Currents of 13 October 2023, called the Gaza case «a textbook case of genocide» (R. Segal, A Textbook Case of Genocide, Jewish Currents, 13 Oct 2023, cited in R. Iannuzzi, op. cit., p. 58); days later Israel‑American historian Omer Bartov wrote in the «New York Times» about recognizable genocidal intent (ibid.). What matters here is the psychological plan of consensus: how could a democratic, highly educated (yet ideologically directed) society accept, without scandal, the denial of humanity to an entire people?
Eight Mechanisms for Moral Disengagement
Social psychologist Albert Bandura, in Moral Disengagement: How We Do Harm While Living Well (Erickson, Trento 2017), offers the most precise framework for this question. He opens the first chapter with an observation that frames the whole analysis: «A comprehensive understanding of morality must explain not only how people behave morally, but also how they can act inhumanely while still maintaining self‑respect and feeling okay about themselves» (Bandura, p. 13). Bandura identifies eight mechanisms through which moral self‑sanctions are selectively switched off by perpetrators of harm, grouped into four stages of self‑regulation.
On the behavioural side, a first cluster of psychic operations works. Moral justification invests a harmful means with a sacred end—self‑defence or the survival of the people; advantageous comparison makes the action appear a lesser evil compared with a feared greater evil: «the belief that one’s harmful actions will prevent a larger human suffering makes the behaviour appear altruistic» (Bandura, p. 15). Euphemistic language completes the work: «euphemistic formulas, in their softened and twisted forms, conceal a harmful behaviour with innocuous language, thereby divesting it of any humanity» (ibid.). When the Israeli army talks of intelligence‑based strikes or humanitarian zones it performs precisely this job: technical jargon dresses up daily slaughter. It is worth recalling that on 10 October 2023 the IDF spokesperson, regarding ongoing operations, said «the emphasis is on damage, not on precision» while Gallant declared: «I have lifted all restrictions: we will kill everyone we fight; we will use every means» (R. Iannuzzi, op. cit., p. 57). The language sweetens outwardly, while internally the formula becomes feral.
On the agency level, displacement and diffusion of responsibility operate. The former transfers blame to a higher authority along a chain—soldier follows officer’s order, officer obeys the collegially responsible war cabinet. The latter spreads responsibility over a collective so vast that the perpetrators become indistinguishable. Already in the mid‑20th century Hannah Arendt observed in The Banality of Evil (Feltrinelli 1992) how the Nazi bureaucratic regime perfected this dispersion: the official becomes a link, and the link disappears in the chain. The Israeli military, with its automated targeting protocols and systems such as Lavender or Where’s Daddy? that algorithmically select targets, takes this dispersion to a new degree. Guilt dilates into a statistical infrastructure.
Regarding outcomes, minimisation of harm appears, with casualty counts contested or attributed to Hamas. On the victim’s figure act attribution of blame and outright dehumanisation. Attribution of blame states that Palestinians attracted the retaliation with their 2006 vote and, ultimately, with their mere presence in a prohibited perimeter. Dehumanisation is the core: «perpetrators exclude those they mistreat from their concept of humanity, stripping them of human qualities or attributing animal traits. Making victims sub‑human weakens moral scruples about treating them harshly» (Bandura, p. 16). Bandura adds elsewhere a decisive observation for those who wish to explain the normalisation of violence: «Dehumanisation weakens self‑imposed moral constraints by undermining prosociality (cooperation, help without expectation of reward), reducing empathy for others’ suffering and excluding the devalued from the concept of humanity» (p. 61). Gallant’s phrase, therefore, is not the root of the process; it is the public seal, the moment when the psychological machine is legitimised by the political apex.
The Eternal Victim and Its Double
For the scheme to function, it must be embedded in a specific historical story. Israeli historian Idith Zertal, in Israel’s Holocaust and the Politics of Nationhood (Cambridge UP 2005), shows how the Shoah has been progressively transformed into a permanent political resource that immunises the State of Israel against external criticism: «By means of Auschwitz … Israel rendered itself immune to criticism, and impervious to rational dialogue with the world around her» (Zertal, p. 4). Auschwitz, Zertal writes, is invoked for «issues which Israeli society has refused to confront, resolve, and pay the price for, thus transmuting Israel into an ahistorical and apolitical twilight zone, where Auschwitz is not a past event but a threatening present and a constant option» (Ibid.). The psychological mechanism is what Turkish‑American psychoanalyst Vamik Volkan calls chosen trauma: the founding trauma of a group, transmitted generation after generation, becomes an identity marker and a preventive licence for violence (Volkan 2001).
The internal consequence is a constant siege mentality, described by sociopsychologist Daniel Bar‑Tal as one of the pillars of the «socio‑psychological repertoire» of Israelis in an intractable conflict (Bar‑Tal 2013). Bar‑Tal has shown how perceived collective victimhood, even when the real balance of force is skewed in one’s favour, strengthens a moral self‑image and simultaneously erodes empathy for the opponent, pre‑legitimising offensive actions (Bar‑Tal et al. 2009). The volume co‑authored with Yona Teichman, Stereotypes and Prejudice in Conflict (Cambridge UP 2005), already documented how, two decades ago, the Arab—especially the Palestinian—was represented in most Israeli school material as an indistinct threat, rarely given an individual face.
The Long‑Term Preparation: Schools, Screens, Uniforms
On school desks, sociolinguist Nurit Peled‑Elhanan analysed a sample of textbooks used in the Israeli public system in Palestine in Israeli School Books. Ideology and Propaganda in Education (I.B. Tauris 2012), finding that Palestinians appear almost exclusively as indistinct refugees or latent terrorists, rarely as historical subjects. Historian Ilan Pappé, in Dieci miti su Israele (Fazi 2017), reconstructed how this educational picture is the product of a mythological 1948 construction that erased ethnic cleansing and fixed history on the axis land without a people, people without a land: «historical misinformation … has allowed the oppression of a people and legitimised a colonial and occupying regime» (Pappé, p. 9).
In the media, the studies of political scientist Neve Gordon collected in A Villa in the Jungle. The Arab Awakening through the Lens of the Israeli Media (Bloomsbury 2024) have shown how Israeli press and television work on a metaphor that Ehud Barak popularised in 1996: Israel as a villa in the jungle. The metaphor produces two simultaneous effects. It reconfirms Israel’s belonging to the civilised world and relegates the outside, the Arabs, to an indistinct wilderness. The colonial metaphor meets psychoanalysis: in I dannati della terra (Einaudi 2000) Frantz Fanon described this operation as the first necessity of the coloniser—to zoologise the native in order to justify his peaceful violence. The mechanism has simply transferred to digital channels. A research article by Sivan Givon‑Benjio in Political Psychology (2026) shows that, from 7 October onward, Israeli adults’ susceptibility to propagandistic information was significantly higher among those exposed to national media than among those consulting international sources, and that explicit dehumanisation of Palestinians correlated robustly with exposure to digital hasbara (Givon‑Benjio et al., 2026).
In the army, finally, the educational machine of tohar ha‑neshek (purity of weapons) functions as an internal front: it guarantees the soldier a mirror of moral subjectivity even while he performs actions that deny it. This is the thesis of James Eastwood in Ethics as a Weapon of War. Militarism and Morality in Israel (Cambridge UP 2017), which observes that «rather than providing a means for
easier for the military to commit» (p. 3). The claim of possessing the world’s most moral army is therefore a formula that operates by producing consent for its own deeds while certifying them.
From Nazi Analogy to Genocide Denial
On the level of public lexicon, since 7 October 2023 Israel has repeatedly called Hamas Nazi. Jurist Smadar Ben‑Natan, in Journal of Palestine Studies, has shown how this analogy performs a double work. The first function is to revive Israel’s only legally executed capital punishment case—the 1962 execution of Adolf Eichmann—re‑opening today the road to a death penalty specifically for Palestinians. The second, and here lies the point, is theoretical: «conflating terrorism with Nazism casts Hamas as an absolute enemy to legitimize the death penalty while serving as a means of genocide denial» (Ben‑Natan, p. 6). Labeling the enemy as Nazi allows the continuation of genocide under the banner of legitimate self‑defence. The psycho‑analytic projection is complete: the other is assigned the identity of the group’s historic persecutor, thereby gaining a licence for total action.
The effect on Israel as a collective is measurable in polls. A March 2024 survey by the Israel Democracy Institute recorded that 68 % of Israeli Jews considered the amount of force used in Gaza far too limited, while 36 % said they accepted the idea of a nuclear weapon against the Strip. Journalist Cecilia Sala, in I figli dell’odio (Mondadori 2024, p. 14), reports a conversation with two Hebron settlers that captures the climate: «Everyone wants the destruction of Hamas and increasingly also the destruction of the Palestinians. They tell me: the residents of the Gaza Strip voted for Hamas and therefore would be co‑responsible for Hamas’s crimes». Bandura would recognise here the overlapping attribution of blame to the victim and the diffusion of collective responsibility. The Gaza child who voted for Hamas in 2006, when he was three years old or not yet born, becomes the object of that attribution.
The Internal Split and the Unhealed Wound
A society of this kind is not monolithic. There is an Israel that resists dehumanisation. It is testified by the soldiers’ testimonies collected by Breaking the Silence, the reservists’ mobilisations against the 2023 judicial‑reform bill, the intellectual activism of Ilan Pappé and Gideon Levy, and the investigations of organisations such as B’Tselem. Those who choose this path, however, pay a price in political rupture and internal exile. Pappé himself writes that we are facing the «beginning of the end of the Zionist project as we know it» (Ilan Pappé, The End of Israel, Fazi, Rome 2024, p. 11). The critical voice remains a minority and today is labelled within Israel as treason. The radicalisation described by Cecilia Sala—armed Kahanism represented by Itamar Ben‑Gvir and Bezalel Smotrich entering the government—is the active version of the psychological process outlined by Bandura: when moral disengagement is promoted from the top, it ceases to be an individual mechanism and becomes a state programme.
The psychoanalyst Erich Fromm, in Anatomy of Human Destructiveness (Mondadori, Milan 1975), called social necrophilia the collective enchantment with the annihilation of the other as a way of healing one’s own pain. What is happening in Gaza from 7 October 2023 is the contemporary manifestation of that diagnosis. The real trauma of Hamas’s massacre is “cured” through the infliction of a vastly larger damage on the Palestinian people, and the cure takes public form in ministers’ speeches, late‑night talk shows, school textbooks and even in the chants of football‑club crowds described in Israeli Football Clubs and the Post‑October 7 2023 National Emotional Ecology («Sport in Society», 2025).
A Disturbing Closure
Animals in human form. The 9 October 2023 formula benefitted from every definition authorised by power: it authorised what had already been intended before it was uttered. Bandura notes that moral disengagement «does not alter moral criteria. Rather, it provides those who disengage morally with the means to evade moral standards, stripping harmful behaviour of moral weight and lightening one’s own responsibility» (A. Bandura, op. cit., p. 17). The average Israeli citizen, after 7 October, did not cease loving his children or seeing himself as part of a democracy. He simply excluded, from his concept of humanity, two million three hundred thousand Palestinians. Selective suspension is the real mechanism of the genocide in progress. Recognising that suspension and restoring the names of those stripped of the human genus is the first possible critical act. From that moment, the dead must be counted one by one, with their names and locations. Only then, and nowhere else, does the possibility of imagining peace begin again.

