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Immagine del redattore: Franco Oriolo
Franco Oriolo
4 ore fa
Tempo di lettura: 17 min

Il parassitismo politico e istituzionale: chi produce la ricchezza e chi se ne appropria


Sergio Bianchi
Sergio Bianchi

Viviamo in una società attraversata da forme sempre più profonde di sfruttamento, nella quale il neoliberismo continua a consolidare il proprio dominio anche attraverso una destra che alimenta divisioni sociali, razzismo e ostilità verso i più deboli. Una politica che individua negli immigrati, nei poveri e negli emarginati i presunti responsabili del degrado sociale, distogliendo l'attenzione dai meccanismi attraverso i quali la ricchezza prodotta collettivamente viene concentrata nelle mani di pochi. A questa offensiva si accompagna un progressivo irrigidimento repressivo, evidente nei diversi decreti sicurezza che introducono nuovi reati, aggravano le pene e ampliano gli strumenti di controllo e di impunità delle forze dell'ordine. Provvedimenti presentati come necessari alla tutela della sicurezza pubblica, ma che, quando vengono applicati alle proteste e ai conflitti sociali, contribuiscono a restringere gli spazi di contestazione e a trattare il dissenso come una questione di ordine pubblico. Questa logica punitiva coinvolge persino adolescenti di quindici, sedici o diciassette anni, sottoposti a misure restrittive e a una crescente pressione sanzionatoria. Ragazzi che dovrebbero trovare nelle istituzioni ascolto, tutela e possibilità di partecipazione vengono invece coinvolti in un sistema che privilegia il controllo e la punizione. A tutto questo si aggiungono le denunce di intimidazioni, interventi sproporzionati e violenze da parte delle forze dell'ordine.

Ma questa crescente repressione non può essere considerata separatamente dal sistema economico e sociale nel quale si sviluppa. Il paradigma capitalistico, infatti, non si mantiene soltanto attraverso lo sfruttamento del lavoro e l'appropriazione della ricchezza prodotta collettivamente. Ha anche bisogno di disciplinare i comportamenti, limitare le possibilità di contestazione e rendere socialmente accettabili le condizioni che impone. La repressione rappresenta una delle forme più evidenti di questo controllo, ma ad essa si affiancano meccanismi meno visibili, attraverso i quali le persone vengono progressivamente abituate alla precarietà, ai bassi salari, alla competizione e alla rinuncia ai propri diritti, fino a considerare tutto questo normale, inevitabile e persino giusto.

Allo stesso tempo vengono alimentate divisioni tra occupati e disoccupati, italiani e immigrati, lavoratori stabili e precari. Si mettono gli uni contro gli altri proprio coloro che, attraverso il proprio lavoro, rendono possibile il funzionamento della società. È uno dei meccanismi fondamentali del dominio capitalistico: impedire che chi subisce lo sfruttamento riconosca i propri interessi comuni e sviluppi una capacità collettiva di mettere in discussione i rapporti di potere esistenti.


La repressione interviene quando questo ordine viene contestato, mentre il controllo sociale cerca di prevenire la protesta, diffondendo la convinzione che non esistano alternative



Ma c'è una contraddizione ancora più profonda sulla quale bisognerebbe riflettere: chi lavora, produce beni, garantisce servizi e sostiene materialmente l'intera società dispone di un potere sempre più limitato sulle decisioni che riguardano la propria esistenza. Al contrario, chi amministra la ricchezza prodotta dagli altri esercita spesso un'autorità sproporzionata rispetto al proprio effettivo consenso sociale.

È qui che emerge una delle espressioni più evidenti di quello che considero un vero e proprio parassitismo politico e istituzionale.

Mi riferisco a quella parte della classe politica che occupa le istituzioni, dal Parlamento alle amministrazioni regionali, provinciali e comunali, trasformando la rappresentanza democratica in uno strumento di conservazione del proprio potere. Personaggi che pretendono di governare e decidere sulla vita di milioni di persone anche quando il loro consenso elettorale rappresenta soltanto una frazione della popolazione complessiva. Una volta conquistata una carica, si comportano come se avessero ricevuto un'investitura assoluta, quasi che il voto conferisse loro la proprietà delle istituzioni e delle risorse pubbliche.

La questione diventa ancora più grave quando il consenso elettorale viene costruito attraverso promesse di lavoro, favori personali, distribuzione di incarichi e rapporti clientelari. Nei casi più gravi, documentati anche da inchieste giudiziarie, il voto diventa una merce da comprare e vendere attraverso reti di potere che possono coinvolgere organizzazioni mafiose, ambienti massonici, imprenditori e intermediari politici.

In questi intrecci tra politica, affari e criminalità, i bisogni delle persone vengono trasformati in strumenti di dipendenza. Si promettono favori in cambio di fedeltà elettorale e si utilizzano le risorse pubbliche per consolidare clientele. La rappresentanza politica finisce così per rispondere non alla collettività, ma a coloro che hanno contribuito a garantirle voti, finanziamenti e protezione.

Una volta conquistato il potere, questo meccanismo può riprodursi attraverso appalti, concessioni, finanziamenti, nomine e incarichi, utilizzati per ricompensare fedeltà politiche, costruire dipendenze economiche e favorire interessi privati. Quando il rapporto tra politica e affari assume la forma dello scambio illecito, il clientelismo diventa un vero e proprio sistema di gestione del potere, attraverso il quale le risorse pubbliche vengono utilizzate per consolidare reti di interessi economici, garantire privilegi e riprodurre rapporti di subordinazione e dipendenza. La rappresentanza politica viene così svuotata della sua funzione collettiva e trasformata in uno strumento di conservazione degli interessi dominanti.

Il parassitismo, dunque, non consiste semplicemente nel percepire uno stipendio pubblico o nel ricoprire una carica istituzionale. Consiste nel trasformare una funzione che dovrebbe essere esercitata nell'interesse generale in uno strumento di rendita, privilegio e subordinazione agli interessi dominanti.


Ma da dove proviene la ricchezza che permette a questo apparato di esistere?



Non nasce certamente nei palazzi della politica. Non viene prodotta dalle dichiarazioni dei ministri o dalle riunioni dei consigli regionali. Nasce dal lavoro quotidiano di milioni di persone: dagli operai nelle fabbriche, dai lavoratori dei servizi, da chi coltiva la terra, trasporta merci, garantisce il funzionamento delle infrastrutture, della sanità, della scuola e dell'intera organizzazione sociale.Eppure, proprio a queste persone viene continuamente chiesto di accettare salari insufficienti, precarietà, sacrifici, tagli ai servizi pubblici e riduzione dei diritti.

Chi lavora deve giustificare ogni rivendicazione, mentre chi esercita il potere sembra spesso considerare i propri privilegi intoccabili.

Si sostiene che manchino le risorse per aumentare i salari, garantire una sanità pubblica accessibile, finanziare la scuola e l'università, assicurare il diritto all'abitare, sostenere la cultura, la ricerca, i trasporti e i servizi sociali. Ma quando si tratta di aumentare la spesa militare, acquistare armamenti, finanziare grandi opere, sostenere imprese private o alimentare il sistema degli appalti e delle consulenze, le risorse vengono trovate.

Questa contraddizione mostra come la scarsità del denaro pubblico venga presentata come una necessità inevitabile quando si tratta di garantire diritti sociali, mentre diventa superabile quando sono in gioco interessi economici, finanziari e militari considerati prioritari.


Non si tratta quindi soltanto di stabilire quante risorse siano disponibili, ma soprattutto di decidere a chi destinarle e quali interessi privilegiare



È qui che il parassitismo istituzionale rivela il proprio carattere strutturale: la ricchezza viene prodotta socialmente, mentre il potere di decidere come distribuirla rimane concentrato nelle mani di una minoranza politica ed economica.

Il problema non riguarda soltanto la corruzione, gli sprechi o i privilegi personali. Riguarda il ruolo che le istituzioni possono assumere nella riproduzione dello sfruttamento. Quando le decisioni politiche favoriscono sistematicamente la rendita finanziaria, la speculazione, i grandi patrimoni e gli interessi delle imprese più potenti, scaricandone i costi sui lavoratori e sulle fasce sociali più deboli, la rappresentanza democratica rischia di ridursi all'amministrazione degli interessi dominanti.


Le conseguenze di queste scelte sono già visibili nello smantellamento dei diritti sociali e dei servizi pubblici



La sanità pubblica non riesce a garantire visite specialistiche ed esami in tempi adeguati, costringendo chi può permetterselo a rivolgersi ai privati e chi non dispone del denaro necessario a rinunciare alle cure. Nel 2024, secondo l'Istat, 5,8 milioni di persone hanno rinunciato ad almeno una prestazione sanitaria per difficoltà economiche, liste d'attesa o problemi di accesso.Nella scuola e nell'università, la carenza di personale e le difficoltà di finanziamento si traducono in edifici che necessitano di manutenzione, classi sovraffollate in diversi territori e costi crescenti per le famiglie. La ricerca continua a confrontarsi con la precarietà dei contratti e con la necessità di reperire finanziamenti.

Il diritto all'abitare viene progressivamente subordinato alla rendita immobiliare e alla speculazione. Gli affitti assorbono quote sempre più pesanti dei redditi, le case popolari non rispondono alla domanda e molte famiglie sono costrette a scegliere tra pagare l'abitazione e sostenere altre spese essenziali. La povertà assoluta, che nel 2025 ha coinvolto oltre 5,4 milioni di persone, mostra la profondità delle difficoltà materiali che attraversano la società.

Anche la cultura viene sempre più ridotta a merce e subordinata agli interessi del potere politico. Il problema non riguarda soltanto la scarsità delle risorse, ma il clientelismo attraverso il quale finanziamenti pubblici, incarichi, direzioni artistiche e concessioni di spazi possono diventare strumenti per ricompensare fedeltà e costruire consenso elettorale. Si favoriscono gli ambienti vicini al potere, mentre vengono marginalizzate le esperienze indipendenti che non accettano queste logiche.

Nei trasporti pubblici, l'insufficienza dei collegamenti penalizza soprattutto chi vive nelle periferie e nei territori meno serviti.

Nei servizi sociali, la carenza di personale e strutture rende più difficile assistere anziani, persone con disabilità e famiglie in difficoltà.

Il risultato è che diritti che dovrebbero essere garantiti a tutti diventano sempre più spesso servizi da acquistare. Chi dispone di denaro può curarsi, studiare, abitare dignitosamente e accedere alla cultura; chi non ne ha deve aspettare, indebitarsi, rinunciare o affidarsi alla solidarietà familiare.I bisogni fondamentali vengono così trasformati in occasioni di profitto privato, mentre le condizioni di vita dipendono sempre più dalla disponibilità economica individuale.


Quando queste contraddizioni producono scioperi, mobilitazioni e conflitti sociali, emerge nuovamente il ruolo degli apparati repressivi



Uno Stato democratico dovrebbe garantire il diritto al dissenso e alla protesta. Ma quando le rivendicazioni vengono affrontate prevalentemente come problemi di ordine pubblico, quando chi sciopera viene rappresentato come un ostacolo all'economia e chi manifesta come una minaccia alla sicurezza, gli strumenti coercitivi dello Stato finiscono per contribuire alla conservazione dei rapporti di potere esistenti.A questa repressione si affianca una forma di disciplinamento meno visibile, ma altrettanto efficace: la paura di perdere il lavoro, il reddito o la propria posizione sociale. Una condizione che può scoraggiare la partecipazione, alimentare la rassegnazione e spingere le persone ad accettare decisioni che peggiorano le loro condizioni di vita.Si crea così una situazione nella quale milioni di persone continuano a lavorare, produrre ricchezza, pagare imposte e sopportare sacrifici, senza esercitare un controllo effettivo sulle decisioni che riguardano la destinazione delle risorse collettive.

È questa contraddizione a rendere il conflitto sociale una questione centrale, non una semplice protesta contro singole decisioni politiche.

La democrazia non può ridursi alla possibilità di scegliere periodicamente chi amministrerà la ricchezza prodotta dal lavoro sociale. Il voto non può diventare una delega incondizionata, né tantomeno un diritto di proprietà sulle istituzioni e sulle risorse pubbliche.

Il problema, dunque, non è semplicemente sostituire un governante con un altro o eliminare qualche privilegio. Occorre mettere in discussione il meccanismo attraverso il quale la ricchezza prodotta collettivamente viene sottratta al controllo effettivo di chi contribuisce a crearla, mentre una parte della classe politica continua a riprodurre la propria posizione attraverso incarichi, relazioni di potere e rapporti con i grandi interessi economici.

Le istituzioni non sono organismi estranei ai rapporti sociali ed economici. Attraverso le leggi, la gestione delle risorse pubbliche e gli apparati di controllo contribuiscono a conservare un ordine nel quale chi produce la ricchezza rimane subordinato a chi dispone del potere economico e politico.Per questo non basta denunciare i comportamenti di singoli amministratori o gli episodi di corruzione. Bisogna interrogarsi sul funzionamento complessivo di un sistema che consente a una minoranza di decidere sulla destinazione delle risorse prodotte dalla maggioranza.

E soprattutto bisogna rifiutare l'idea che tutto questo sia naturale, inevitabile o immodificabile.


Non è naturale che chi lavora debba vivere nell'incertezza mentre chi trae vantaggio dalla sua subordinazione continua ad accumulare privilegi. Non è inevitabile che le risorse collettive vengano amministrate senza un controllo effettivo della popolazione. Non è accettabile che il dissenso venga delegittimato proprio da chi dovrebbe garantirne l'esercizio.


La questione fondamentale resta una: come restituire a chi produce la ricchezza la possibilità concreta di decidere sulla sua destinazione?



È su questo terreno che acquistano significato gli scioperi, le assemblee, le organizzazioni sociali e le manifestazioni pubbliche. Non come semplice espressione di indignazione, né come strumenti per ottenere qualche concessione da chi governa, ma come possibilità di costruire una forza collettiva organizzata, capace di mettere in discussione le fondamenta stesse di un sistema fondato sullo sfruttamento, sulla subordinazione sociale e sulla concentrazione del potere politico ed economico.

Perché una società nella quale la maggioranza produce la ricchezza e una minoranza ne controlla la distribuzione pone un problema che non può essere risolto attraverso la sola alternanza elettorale.Finché questa contraddizione non verrà affrontata, il parassitismo politico e istituzionale continuerà a riprodursi, anche cambiando volti, partiti e maggioranze.


La possibilità di superarlo dipenderà dalla capacità di trasformare la rassegnazione in consapevolezza, l'indignazione in partecipazione e la protesta in una forza collettiva organizzata, capace di rivendicare una democrazia nella quale chi rende possibile, attraverso il proprio lavoro, l'esistenza della società possa finalmente esercitare un potere reale sulle decisioni che la riguardano.



Francesco Oriolo nasce e cresce a Taranto, dove negli anni Sessanta e Settanta scopre nella musica una forma di resistenza culturale capace di opporsi al conformismo del tempo. Attivo in un collettivo musicale cittadino, collabora anche con una rivista quindicinale e con alcune radio private, vivendo da vicino il fermento artistico di quegli anni. Collezionista di vinili e appassionato sperimentatore, partecipa alla realizzazione di video di concerti e al recupero di rari reperti audio legati alla scena rock progressiva tarantina. L’esplorazione del suono lo conduce dalla psichedelia al free jazz e alla musica d’avanguardia, che per lui diventano strumenti di consapevolezza e libertà. Negli anni riflette criticamente sull’impatto del mercato musicale, riconoscendo nell’autoproduzione e nelle scene indipendenti nuove forme di resistenza creativa. Oggi continua a considerare il suono come un gesto critico e comunitario, dando vita a uno spazio dedicato a chi cerca nella musica una pratica di libertà.



Political and Institutional Parasitism:Who Produces Wealth and Who Appropriates It


by Franco Oriolo



We live in a society marked by increasingly profound forms of exploitation, in which neoliberalism continues to consolidate its dominance, not least through a political right that fuels social divisions, racism and hostility towards the most vulnerable. This is a politics that portrays immigrants, the poor and the marginalised as supposedly responsible for social decline, diverting attention from the mechanisms through which collectively produced wealth becomes concentrated in the hands of a few.

This offensive is accompanied by an increasingly repressive approach, evident in the various security decrees that introduce new criminal offences, increase penalties and expand the powers of law enforcement while strengthening protections against accountability. These measures are presented as necessary to safeguard public security, yet when applied to protests and social struggles, they contribute to narrowing the space for dissent and treating political opposition as a matter of public order.

This punitive approach extends even to fifteen-, sixteen- and seventeen-year-olds, who face restrictive measures and growing pressure from punitive sanctions. Young people who should find understanding, protection and opportunities for participation within public institutions are instead drawn into a system that prioritises control and punishment. Added to this are reports of intimidation, disproportionate interventions and violence by law enforcement officers.But this growing repression cannot be understood separately from the economic and social system in which it develops. The capitalist paradigm does not sustain itself solely through the exploitation of labour and the appropriation of collectively produced wealth. It also needs to discipline behaviour, restrict opportunities for resistance and make the conditions it imposes socially acceptable. Repression is one of the most visible forms of this control, but it operates alongside less visible mechanisms through which people gradually become accustomed to insecurity, low wages, competition and the surrender of their rights, until they come to regard these conditions as normal, inevitable and even fair.

At the same time, divisions are encouraged between the employed and unemployed, Italians and immigrants, workers with secure contracts and those in precarious employment. The very people whose labour makes society function are set against one another. This is one of the fundamental mechanisms of capitalist domination: preventing those subjected to exploitation from recognising their shared interests and developing the collective capacity to challenge existing power relations.


Repression intervenes when this order is challenged, while social control seeks to prevent resistance by spreading the belief that no alternatives exist



Yet there is an even deeper contradiction that deserves attention: those who work, produce goods, provide services and materially sustain society as a whole have increasingly limited power over the decisions affecting their own lives. Conversely, those who administer the wealth produced by others often exercise authority disproportionate to the actual level of social support they command.

It is here that one of the clearest expressions of what I consider genuine political and institutional parasitism emerges.

I am referring to that section of the political class which occupies institutions, from Parliament to regional, provincial and municipal administrations, turning democratic representation into an instrument for preserving its own power. These are figures who claim the authority to govern and make decisions affecting millions of people even when their electoral support represents only a fraction of the population as a whole. Once they obtain office, they behave as though they have received an absolute mandate, almost as if winning an election granted them ownership of public institutions and resources.

The issue becomes even more serious when electoral support is built through promises of employment, personal favours, the distribution of positions and clientelist relationships. In the most serious cases, also documented by judicial investigations, votes become commodities to be bought and sold through networks of power that may involve mafia organisations, Masonic circles, business interests and political intermediaries.

Within these entanglements of politics, business and organised crime, people's needs are turned into instruments of dependency. Favours are promised in exchange for electoral loyalty, and public resources are used to consolidate networks of patronage. Political representation thus ends up serving not the community, but those who have helped secure votes, funding and protection.

Once power has been secured, this mechanism can reproduce itself through public contracts, concessions, funding, appointments and official positions, used to reward political loyalty, create economic dependencies and favour private interests. When relationships between politics and business take the form of unlawful exchanges, clientelism becomes a fully developed system of power management, through which public resources are used to consolidate networks of economic interests, guarantee privileges and reproduce relations of subordination and dependency. Political representation is thereby emptied of its collective purpose and transformed into an instrument for preserving dominant interests.

Parasitism, therefore, does not simply consist in receiving a public salary or holding institutional office. It consists in transforming a function that should be exercised in the general interest into an instrument of rent extraction, privilege and subordination to dominant interests.


But where does the wealth that sustains this apparatus come from?


It certainly does not originate in the corridors of political power. It is not produced by ministerial statements or meetings of regional councils. It comes from the daily labour of millions of people: factory workers, service workers, those who cultivate the land, transport goods and keep infrastructure, healthcare, education and the entire social organisation functioning.

And yet these are precisely the people who are constantly asked to accept inadequate wages, insecure employment, sacrifices, cuts to public services and the erosion of their rights.Those who work must justify every demand they make, while those who exercise power often appear to regard their own privileges as untouchable.

We are told that there are insufficient resources to increase wages, guarantee accessible public healthcare, fund schools and universities, secure the right to housing, or support culture, research, transport and social services. Yet when it comes to increasing military expenditure, purchasing weapons, financing major infrastructure projects, supporting private companies or sustaining the system of public contracts and consultancy arrangements, the resources are somehow found.

This contradiction reveals how the scarcity of public money is presented as an unavoidable necessity when social rights are at stake, yet becomes surmountable when economic, financial and military interests considered to be priorities are involved.


The question, therefore, is not simply how many resources are available, but above all who receives them and which interests are prioritised



It is here that institutional parasitism reveals its structural character: wealth is produced socially, while the power to decide how it is distributed remains concentrated in the hands of a political and economic minority.

The problem is not limited to corruption, waste or personal privilege. It concerns the role institutions can play in reproducing exploitation. When political decisions systematically favour financial rent extraction, speculation, large concentrations of wealth and the interests of the most powerful corporations, while shifting the costs onto workers and the most vulnerable sections of society, democratic representation risks being reduced to the administration of dominant interests.


The consequences of these choices are already visible in the dismantling of social rights and public services



Public healthcare is unable to guarantee specialist consultations and diagnostic tests within reasonable timeframes, forcing those who can afford it to turn to private providers and those without sufficient money to forgo treatment. According to Italy's National Institute of Statistics (Istat), 5.8 million people went without at least one healthcare service in 2024 because of financial difficulties, waiting lists or problems accessing care.

In schools and universities, staff shortages and funding difficulties result in buildings requiring maintenance, overcrowded classrooms in various parts of the country and rising costs for families. Research continues to face precarious employment contracts and the constant need to secure funding.

The right to housing is increasingly subordinated to property income and speculation. Rents consume an ever greater share of household incomes, social housing fails to meet demand, and many families are forced to choose between paying for accommodation and meeting other essential expenses. Absolute poverty, which affected more than 5.4 million people in 2025, demonstrates the depth of the material hardship running through society.

Culture, too, is increasingly reduced to a commodity and subordinated to the interests of political power. The problem is not simply a shortage of resources, but the clientelism through which public funding, appointments, artistic directorships and access to cultural spaces can become instruments for rewarding loyalty and building electoral support. Groups close to those in power are favoured, while independent cultural initiatives that refuse to accept these arrangements are marginalised.

In public transport, inadequate connections particularly disadvantage those living on the outskirts of cities and in underserved areas.

In social services, shortages of staff and facilities make it increasingly difficult to support older people, people with disabilities and families facing hardship.

The result is that rights which should be guaranteed to everyone increasingly become services that must be purchased. Those with money can obtain healthcare, education, decent housing and access to culture; those without it must wait, go into debt, go without or depend on family solidarity.

Fundamental human needs are thus transformed into opportunities for private profit, while living conditions become increasingly dependent on individual financial resources.


When these contradictions give rise to strikes, mobilisations and social struggles, the role of the repressive apparatus once again becomes apparent



A democratic state should guarantee the right to dissent and protest. Yet when social demands are treated primarily as public-order problems, when striking workers are portrayed as obstacles to the economy and demonstrators as threats to security, the state's coercive instruments end up contributing to the preservation of existing power relations.

Alongside this repression operates a less visible but equally effective form of social discipline: the fear of losing one's job, income or social position. This condition can discourage participation, foster resignation and push people into accepting decisions that worsen their living conditions.

A situation is thus created in which millions of people continue to work, produce wealth, pay taxes and endure sacrifices without exercising any effective control over decisions concerning the allocation of collective resources.

It is this contradiction that makes social struggle a central political question, rather than simply a protest against individual government decisions.

Democracy cannot be reduced to the opportunity to choose periodically who will administer the wealth produced by collective labour. Voting cannot become an unconditional delegation of power, still less a property right over public institutions and resources.

The problem, therefore, is not simply to replace one government leader with another or eliminate a handful of privileges. What must be challenged is the mechanism through which collectively produced wealth is removed from the effective control of those who contribute to creating it, while part of the political class continues to reproduce its position through appointments, power relationships and ties with major economic interests.

Institutions do not exist outside social and economic relations. Through legislation, the management of public resources and mechanisms of control, they contribute to preserving an order in which those who produce wealth remain subordinate to those who hold economic and political power.

For this reason, denouncing the behaviour of individual public officials or particular cases of corruption is not enough. We must question the overall functioning of a system that allows a minority to decide how resources produced by the majority are allocated.

Above all, we must reject the idea that any of this is natural, inevitable or impossible to change.There is nothing natural about those who work having to live in uncertainty while those who benefit from their subordination continue to accumulate privileges. There is nothing inevitable about collective resources being administered without effective democratic control. It is unacceptable for dissent to be delegitimised by the very people whose responsibility it is to protect the right to express it.


The fundamental question remains: how can those who produce wealth regain the genuine power to decide how it is used?


It is on this terrain that strikes, assemblies, social organisations and public demonstrations acquire their significance. Not merely as expressions of indignation, nor simply as instruments for obtaining concessions from those in government, but as opportunities to build an organised collective force capable of challenging the very foundations of a system based on exploitation, social subordination and the concentration of political and economic power.

For a society in which the majority produces wealth while a minority controls its distribution raises a problem that cannot be resolved through electoral alternation alone.

Until this contradiction is confronted, political and institutional parasitism will continue to reproduce itself, even as faces, parties and governing majorities change.

The possibility of overcoming it will depend on our ability to transform resignation into awareness, indignation into participation, and protest into an organised collective force capable of demanding a democracy in which those whose labour makes society possible can finally exercise real power over the decisions that shape it.


Francesco Oriolo was born and raised in Taranto, where, in the span 1960s – 1970s, he found in music a cultural tool to act against the conformism of the time. Active in a local music collective, he also contributed to a fortnightly magazine and several private radio stations, experiencing firsthand the artistic ferment of those years. A vinyl collector and passionate experimenter, he also produces concert videos and has been recovering rare tapes related to Taranto’s progressive rock scene. His exploration of sound has driven him from psychedelia to free jazz and avant-garde music, enhancing awareness and freedom. Over the years, he has reflected critically on the impact of the music industry, recognizing self-production and independent scenes as bastions of creative struggle. Today, he still recounts the sound-sphere as a critical and communal land to those who pursue freedom through music.


 

 

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