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- Sergio Bianchi

- 11 ore fa
- Tempo di lettura: 8 min
RISONANZE SONORE # 3 La strada senza uscita

Il lavoro di Francesco Giannico esplora il suono come fenomeno situato, intrecciando ricerca elettroacustica, immaginario visivo e progettazione digitale. Con The Dead End Road (2023–2025) l’ascolto diventa pratica critica: un’esperienza di sospensione e sottrazione in cui field recordings, elettronica e strumenti acustici convivono senza gerarchie. L’album rifiuta lo sviluppo lineare e l’immediatezza, aprendo uno spazio di attenzione prolungata in cui il silenzio e la percezione dell’ascoltatore diventano parte integrante dell’opera.
Musicista elettroacustico, videoartista e web designer, Francesco Giannico costruisce il proprio percorso artistico all’incrocio tra ricerca sonora, immaginario visivo e progettazione digitale. Questa traiettoria non nasce come una semplice sommatoria di linguaggi, ma come un’esplorazione consapevole delle condizioni materiali e percettive attraverso cui il suono prende forma nel presente. Il lavoro di Giannico si fonda sull’idea che il suono non sia mai un’entità isolata, ma un fenomeno situato, modellato da contesti tecnici, culturali e sensoriali.
La formazione in Musicologia e Beni Musicali presso l’Università di Lecce, culminata in una tesi dedicata alla storia della musica per il cinema, orienta fin dall’inizio la sua ricerca verso la dimensione narrativa del suono e il suo rapporto con le immagini. Tuttavia, questa attenzione non si traduce in un uso illustrativo o descrittivo del materiale sonoro. Nel lavoro di Giannico la narrazione non è una sequenza da seguire, ma un problema aperto: uno spazio percettivo da attraversare, in cui l’ascolto non è guidato, ma continuamente rimesso in discussione.
Il suo percorso artistico si colloca così in una zona di frizione costante tra pratiche sonore, immaginario visivo e infrastrutture digitali. In questo spazio di tensione, il suono non viene mai pensato come elemento autonomo o autosufficiente, ma come parte di dispositivi tecnici e percettivi che ne orientano la ricezione. L’interesse per il cinema, in questo senso, non produce colonne sonore senza immagini, ma apre una riflessione più profonda sulle modalità attraverso cui il suono costruisce ambienti di attenzione e condizioni di ascolto.
La composizione diventa allora un atto di organizzazione del tempo e dello spazio percettivo: non un meccanismo volto a soddisfare aspettative narrative, ma un gesto capace di sospenderle, deviarle, rallentarle. Il lavoro di Giannico prende forma proprio in questa tensione irrisolta: tra racconto e stasi, tra immaginazione visiva e materialità acustica, tra progetto digitale e resistenza ai suoi automatismi.
L’incrocio tra ricerca sonora e progettazione digitale non è dunque un dato neutro, ma il terreno su cui si gioca una posizione critica. Il suono, così concepito, non serve a veicolare un contenuto, bensì a mettere in questione le condizioni stesse dell’esperienza: come ascoltiamo, quanto tempo siamo disposti a concedere, quali forme di attenzione siamo ancora in grado di praticare. In questa prospettiva, il percorso di Giannico può essere letto non solo come ricerca estetica, ma come intervento sulle modalità contemporanee di percezione, dove l’ascolto emerge come pratica situata, fragile e tutt’altro che scontata.
Questa postura si riflette anche nelle scelte collettive e progettuali. Nel 2010 Giannico è tra i fondatori di AIPS – Archivio Italiano Paesaggi Sonori, progetto dedicato alla documentazione e allo studio del paesaggio acustico contemporaneo. Nel 2013, insieme ad A. Ballerini, dà vita a Oak, etichetta di art music orientata alla sperimentazione e alle forme ibride tra elettronica, composizione e ricerca ambientale. Entrambe le esperienze contribuiscono a definire un’idea di suono come ambiente e come relazione, più che come oggetto chiuso.
La sua poetica musicale si configura così come un vero e proprio viaggio cinematografico, in cui il suono diventa spazio, atmosfera, durata. Attraverso l’uso dei media digitali, Giannico ne esplora i limiti e le possibilità, intrecciando melodie morbide e texture sottili con strutture aperte e frammentate. All’interno di questo tessuto trovano posto anche strumenti tradizionali come chitarra e pianoforte, che emergono e si dissolvono in lunghi tappeti sonori, contribuendo alla costruzione di paesaggi sospesi e rarefatti.
Con The Dead End Road, realizzato tra il 2023 e il 2025, Giannico prosegue e approfondisce questa esplorazione elettroacustica, mettendo al centro l’ascolto come pratica piuttosto che come semplice fruizione. L’album nasce da un processo lungo e frammentato, fatto di spostamenti, registrazioni sul campo, ripensamenti e ricomposizioni successive, e conserva in modo evidente le tracce di questa stratificazione temporale.
La strada senza uscita evocata dal titolo non va letta come un limite narrativo, ma come una condizione operativa: un luogo di sospensione in cui il suono rinuncia a uno sviluppo lineare per aprire a un’esperienza di stasi, di attesa, di attenzione prolungata. In questo senso, il disco si colloca pienamente nel territorio della musica sperimentale intesa come spazio di sottrazione più che di accumulo.
Le composizioni si muovono tra field recordings, elettronica e strumenti acustici senza gerarchie prestabilite. Nessun elemento assume un ruolo dominante: pianoforte, chitarra e sintetizzatori emergono e si dissolvono all’interno di tessiture instabili, spesso interrotte, che privilegiano l’ambiguità timbrica e la percezione spaziale del suono. I materiali vengono trattati come oggetti mobili, continuamente ridefiniti nel loro rapporto con il silenzio.
Ogni traccia funziona come un frammento autonomo, un micro-paesaggio in cui il confine tra ambiente reale e costruzione immaginaria resta volutamente indistinto. Il silenzio, lungi dall’essere un vuoto, diventa una presenza attiva, capace di modellare la forma e orientare l’ascolto. The Dead End Road è un lavoro che rifiuta l’immediatezza e chiede tempo: non propone soluzioni né percorsi guidati, ma apre uno spazio di ascolto radicale, in cui l’attenzione dell’ascoltatore diventa parte integrante dell’opera stessa.
Buon ascolto
Francesco Oriolo nasce e cresce a Taranto, dove negli anni Sessanta e Settanta scopre nella musica una forma di resistenza culturale capace di opporsi al conformismo del tempo. Attivo in un collettivo musicale cittadino, collabora anche con una rivista quindicinale e con alcune radio private, vivendo da vicino il fermento artistico di quegli anni. Collezionista di vinili e appassionato sperimentatore, partecipa alla realizzazione di video di concerti e al recupero di rari reperti audio legati alla scena rock progressiva tarantina. L’esplorazione del suono lo conduce dalla psichedelia al free jazz e alla musica d’avanguardia, che per lui diventano strumenti di consapevolezza e libertà. Negli anni riflette criticamente sull’impatto del mercato musicale, riconoscendo nell’autoproduzione e nelle scene indipendenti nuove forme di resistenza creativa. Oggi continua a considerare il suono come un gesto critico e comunitario, dando vita a uno spazio dedicato a chi cerca nella musica una pratica di libertà.
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RISONANZE SONORE #3 The End Dead Road by Franco Oriolo
Francesco Giannico’s work explores sound as a situated phenomenon, intertwining electroacoustic research, visual imagination, and digital design. With The Dead End Road (2023–2025), listening becomes a critical practice: an experience of suspension and subtraction in which field recordings, electronics, and acoustic instruments coexist without hierarchies. The album rejects linear development and immediacy, opening a space of prolonged attention in which silence and the listener’s perception become integral parts of the work.
Electroacoustic musician, video artist, and web designer, Francesco Giannico develops his artistic practice at the intersection of sound research, visual imagination, and digital design. This trajectory does not emerge as a simple combination of languages, but as a conscious exploration of the material and perceptual conditions through which sound takes shape in the present. Giannico’s work is grounded in the idea that sound is never an isolated entity, but a situated phenomenon, shaped by technical, cultural, and sensory contexts.
His training in Musicology and Musical Heritage at the University of Lecce, culminating in a thesis on the history of film music, oriented his research from the outset toward the narrative dimension of sound and its relationship with images. This attention, however, does not translate into an illustrative or descriptive use of sonic material. In Giannico’s work, narration is not a sequence to be followed, but an open problem: a perceptual space to be traversed, in which listening is not guided, but constantly called into question.
His artistic path thus unfolds within a zone of continuous friction between sound practices, visual imagination, and digital infrastructures. Within this field of tension, sound is never conceived as an autonomous or self-sufficient element, but as part of technical and perceptual dispositifs that orient its reception. The interest in cinema, in this sense, does not result in soundtracks without images, but opens a deeper reflection on the ways sound constructs environments of attention and conditions of listening.
Composition then becomes an act of organizing time and perceptual space: not a mechanism aimed at fulfilling narrative expectations, but a gesture capable of suspending, diverting, and slowing them down. Giannico’s work takes shape precisely within this unresolved tension: between narrative and stasis, between visual imagination and acoustic materiality, between digital design and resistance to its automatisms.
The intersection of sound research and digital design is therefore not a neutral given, but the ground on which a critical position is articulated. Sound, conceived in this way, does not serve to convey content, but rather to question the very conditions of experience: how we listen, how much time we are willing to give, and what forms of attention we are still capable of practicing. From this perspective, Giannico’s trajectory can be read not only as aesthetic research, but as an intervention into contemporary modes of perception, where listening emerges as a situated, fragile, and far from self-evident practice.
This stance is also reflected in collective and project-based choices. In 2010, Giannico was among the founders of AIPS – Archivio Italiano Paesaggi Sonori, a project dedicated to the documentation and study of the contemporary acoustic landscape. In 2013, together with A. Ballerini, he founded Oak, an art music label oriented toward experimentation and hybrid forms between electronics, composition, and environmental research. Both experiences contribute to defining an idea of sound as environment and as relation, rather than as a closed object.
His musical poetics thus take the form of a cinematic journey, in which sound becomes space, atmosphere, and duration. Through the use of digital media, Giannico explores both their limits and their possibilities, weaving soft melodies and subtle textures into open, fragmented structures. Within this sonic fabric, traditional instruments such as guitar and piano also find a place, emerging and dissolving into long sound layers that contribute to the construction of suspended, rarefied landscapes.
With The Dead End Road, produced between 2023 and 2025, Giannico continues and deepens this electroacoustic exploration, placing listening at the center as a practice rather than a simple act of consumption. The album emerges from a long and fragmented process, made up of movements, field recordings, reconsiderations, and successive recompositions, and it clearly retains the traces of this temporal stratification.
The dead end road evoked by the title should not be read as a narrative limit, but as an operative condition: a space of suspension in which sound renounces linear development in order to open onto an experience of stasis, waiting, and prolonged attention. In this sense, the album fully inhabits the territory of experimental music understood as a space of subtraction rather than accumulation.
The compositions move between field recordings, electronics, and acoustic instruments without predetermined hierarchies. No element assumes a dominant role: piano, guitar, and synthesizers emerge and dissolve within unstable, often interrupted textures that privilege timbral ambiguity and the spatial perception of sound. The materials are treated as mobile objects, continuously redefined in their relationship with silence.
Each track functions as an autonomous fragment, a micro-landscape in which the boundary between real environment and imaginary construction remains deliberately blurred. Silence, far from being a void, becomes an active presence, capable of shaping form and orienting listening. The Dead End Road is a work that rejects immediacy and demands time: it offers no solutions or guided paths, but opens a space of radical listening in which the listener’s attention becomes an integral part of the work itself.
Enjoy listening!
Francesco Oriolo was born and raised in Taranto, where in the 1960s and 1970s he discovered music as a form of cultural resistance capable of opposing the conformism of the time. Active in a local music collective, he also collaborated with a fortnightly magazine and several private radio stations, experiencing firsthand the artistic ferment of those years. A vinyl collector and passionate experimenter, he participated in the production of concert videos and the recovery of rare audio recordings related to the progressive rock scene in Taranto. His exploration of sound led him from psychedelia to free jazz and avant-garde music, which became instruments of awareness and freedom for him. Over the years, he reflected critically on the impact of the music market, recognizing new forms of creative resistance in self-production and independent scenes. Today, he continues to consider sound as a critical and communal gesture, creating a space dedicated to those who seek freedom in music.

