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  • Immagine del redattore: Franco Bocca Gelsi
    Franco Bocca Gelsi
  • 2 lug
  • Tempo di lettura: 13 min

Beef, No Other Choice e la fine della promessa del ceto medio


EMe Muskan Cahiers
EMe Muskan Cahiers

Per gran parte del Novecento la politica occidentale ha ruotato attorno a una promessa semplice e potentissima: l’idea che ogni generazione avrebbe vissuto meglio di quella precedente. Le lotte operaie, il welfare, la crescita economica e l’espansione dei diritti sociali non hanno prodotto soltanto una redistribuzione della ricchezza, hanno costruito un immaginario. L’operaio voleva che il figlio studiasse, il figlio del contadino aspirava a diventare impiegato, il lavoro garantito appariva come una conquista irreversibile e il ceto medio come il punto d’arrivo naturale della modernizzazione.

Per decenni questa promessa ha funzionato come un orizzonte condiviso. Le grandi lotte del lavoro non scomparivano, ma sembravano progressivamente convergere verso una stabilizzazione sociale che rendeva meno visibile il conflitto di classe. La politica stessa smetteva di parlare agli operai e cominciava a inseguire il ceto medio, perché era lì che si concentravano consenso, aspettative e immaginario. La convinzione diffusa era che il benessere avrebbe continuato ad allargarsi e che la mobilità sociale avrebbe progressivamente assorbito le contraddizioni più radicali del capitalismo.

 

Oggi quella promessa si è incrinata

 

Non assistiamo semplicemente al ritorno della povertà. Assistiamo all’erosione di quel ceto medio che per decenni aveva rappresentato il principale prodotto politico, economico e culturale dell’Occidente. Il lavoro stabile si riduce, la precarietà si estende, il lavoro cognitivo perde gran parte delle garanzie che avevano accompagnato il lavoro industriale organizzato e una quota crescente di professionisti, autonomi, partite IVA e lavoratori della conoscenza scopre di essere molto più vicina all’insicurezza che al privilegio.

I ricchi sono meno numerosi ma più ricchi. I poveri sono più numerosi e più poveri. In mezzo, quella vasta area sociale che aveva imparato a considerarsi al riparo dal conflitto torna improvvisamente a percepirne la pressione. È qui che la lotta di classe riappare nell’immaginario contemporaneo, ma in una forma diversa da quella novecentesca. Non come progetto collettivo di emancipazione, ma come paura della perdita, come timore di scivolare verso il basso, di perdere una posizione che sembrava acquisita, di scoprire che il benessere non era una conquista definitiva ma una parentesi storica.

 


Cinema e Società


Da questo punto di vista il cinema e la serialità coreana contemporanea rappresentano uno degli osservatori più interessanti a disposizione. Non perché la Corea del Sud sia un’eccezione, ma perché è uno dei luoghi in cui il capitalismo avanzato ha mostrato con maggiore chiarezza le proprie contraddizioni, trasformando la competizione in una condizione esistenziale permanente. È difficile guardare Parasite, Burning, Beef o l’ultimo film di Park Chan-wook senza riconoscere una comune tensione di fondo, anche quando le storie raccontate sono profondamente diverse tra loro.



Parasite


In Parasite il problema è l’accesso. La famiglia Kim osserva il mondo dei Park come si osserva una geografia proibita, uno spazio che promette sicurezza, riconoscimento e stabilità ma che può continuare a esistere soltanto mantenendo invisibili coloro che ne garantiscono il funzionamento. Il film non parla semplicemente di ricchi e poveri, parla della struttura che organizza la distanza tra loro, di una società in cui tutti cercano di salire ma in cui ogni avanzamento implica inevitabilmente la caduta di qualcun altro. In Burning il movimento si fa ancora più inquieto. Qui il conflitto non riguarda soltanto il denaro o la posizione economica, riguarda la possibilità stessa di essere percepiti come reali. Il protagonista si muove dentro un mondo che sembra aver smesso di accorgersi della sua esistenza, un universo in cui l’esclusione economica si trasforma progressivamente in irrilevanza simbolica.



Beef

 

È però osservando Beef che questa costellazione di temi assume una forma particolarmente contemporanea. Lee Sung Jin ha più volte parlato della pressione crescente esercitata sulla classe media americana, una pressione che non coincide con la povertà ma con la percezione costante della precarietà, con l’idea che ciò che si possiede oggi possa non esistere più domani. La seconda stagione della serie sviluppa questa intuizione spostando il conflitto dal terreno economico a quello antropologico. Il punto non è stabilire chi abbia ragione o chi abbia torto, ma osservare il modo in cui una società seleziona i propri futuri amministratori.

Ciò che colpisce non è tanto il comportamento dei personaggi presi singolarmente, quanto la naturalezza con cui il racconto mostra la riconversione dell’energia antagonista in continuità sistemica. Il sistema riconosce, assorbe, integra. Le pulsioni che sembravano potenzialmente divergenti vengono progressivamente trasformate in competenze, in capitale sociale, in strumenti di riproduzione dell’ordine esistente. È un meccanismo che ricorda da vicino il modo in cui il capitalismo contemporaneo gestisce il dissenso, non eliminandolo ma incorporandolo, trasformandolo in valore, convertendolo in continuità.



No Other Choice

 

L’altro lato di questa stessa pressione emerge in No Other Choice, dove Park Chan-wook abbandona la questione dell’accesso per concentrarsi su quella della conservazione. Qui il problema non è entrare nel sistema ma restarci, non è conquistare una posizione ma impedirne la perdita. Il protagonista non appare mosso da un desiderio di emancipazione, ma dalla paura di precipitare al di sotto della soglia che definisce la sua identità sociale. È una differenza fondamentale perché sposta il centro del racconto dalla speranza alla difesa, dal futuro alla manutenzione del presente, mostrando quanto la classe media contemporanea sia spesso attraversata non dal sogno della mobilità ma dall’incubo della declassazione.

Osservate insieme, queste opere non raccontano la stessa storia e sarebbe inutile tentare di ridurle a una formula unica. Raccontano però differenti modalità della stessa pressione storica. L’esclusione in Parasite, l’invisibilità in Burning, la cooptazione in Beef, la declassazione in No Other Choice, non sono che variazioni di una medesima inquietudine che attraversa il capitalismo avanzato e che riguarda sempre meno la conquista di nuovi spazi e sempre più la gestione di quelli esistenti.

 


E chi produce le immagini?

 

La questione diventa ancora più interessante quando si sposta lo sguardo dai personaggi a coloro che producono le immagini. Negli ultimi mesi il report di EAVE sulla salute mentale dei produttori audiovisivi europei ha restituito il ritratto di un settore attraversato da burnout, precarizzazione, insicurezza e crescente difficoltà nel progettare il futuro. Non si tratta semplicemente di un problema economico o organizzativo. Ciò che emerge è la progressiva erosione di una fascia professionale che per decenni ha occupato una posizione relativamente stabile all’interno dell’ecosistema culturale europeo, una sorta di classe media dell’immaginario che oggi si scopre improvvisamente esposta alle stesse dinamiche che il cinema racconta da anni.

Forse il punto non è nemmeno capire se esista un problema. I dati ormai sono troppo chiari per essere liquidati come episodi isolati. La domanda vera è un’altra: cosa accade a un settore quando trasforma l’esaurimento in normalità? Per anni il mondo dell’audiovisivo ha costruito una parte della propria identità attorno a parole come passione, resilienza, vocazione e sacrificio. Sono parole che descrivono una motivazione reale, ma che a un certo punto rischiano di trasformarsi in meccanismi di compensazione. La passione finisce per occupare lo spazio che dovrebbe essere garantito da strutture più solide, compensando l’instabilità, la discontinuità e la pressione crescente. Una struttura fragile può sopravvivere molto a lungo se qualcuno continua a pagarne il costo personale.



Il cortocircuito

 

Forse è proprio qui che il cortocircuito tra immaginario e realtà diventa evidente. Il cinema racconta personaggi che cercano disperatamente di mantenere una posizione mentre una parte crescente di coloro che producono quelle immagini vive la stessa esperienza sotto forme diverse. Non è una coincidenza narrativa. È un sintomo storico.

Da questo punto di vista la situazione italiana appare persino più interessante. Da mesi il settore discute apertamente della propria crisi, della riduzione delle risorse, delle difficoltà produttive, della concentrazione del mercato e dell’impoverimento progressivo di una parte crescente dei lavoratori culturali. Eppure ogni tentativo di trasformare questo malessere in conflitto organizzato sembra arrestarsi un attimo prima dello strappo. La recente stagione dei David di Donatello ne è stata un esempio significativo. Molti professionisti hanno denunciato apertamente le criticità del sistema, si è parlato di mobilitazione, di protesta, perfino di gesti simbolici di rottura, ma alla fine il meccanismo ha continuato a funzionare.

 


Il problema è più profondo e probabilmente riguarda la natura stessa del capitalismo contemporaneo 


Molti comprendono perfettamente il funzionamento del sistema e contemporaneamente dipendono dalla sua sopravvivenza. Criticano il dispositivo che li sostiene. Contestano la struttura che continua a garantire loro accesso, riconoscimento e possibilità di esistenza professionale. Non si tratta di ipocrisia individuale, ma di una contraddizione strutturale. È la stessa che attraversa i personaggi di Beef e di No Other Choice, anche se in forme differenti. La paura di perdere posizione finisce per diventare più forte del desiderio di trasformazione.

Forse è proprio questa la figura che il nostro tempo continua a produrre con maggiore insistenza, non il rivoluzionario e nemmeno il vincente, ma un soggetto che vive dentro la crisi e finisce per amministrarla, che non governa il cambiamento ma la propria esposizione al rischio, che non immagina più un altro mondo ma negozia continuamente il proprio posto in quello esistente. Se c’è una lotta di classe che il cinema contemporaneo sta tornando a raccontare, probabilmente comincia da qui.


 

References

1. EAVE Report on the Mental Health of European Audiovisual Producers.

2. Interviews with Lee Sung Jin regarding the second season of Beef.

3. Interviews with Park Chan-wook regarding No Other Choice.

4. Parasite, directed by Bong Joon-ho, South Korea, 2019.

5. Burning, directed by Lee Chang-dong, South Korea, 2018.

6. Beef, created by Lee Sung Jin.

7. No Other Choice, directed by Park Chan-wook.


Franco Bocca Gelsi è un produttore cinematografico e di documentari. E’ diplomato E.A.V.E. ed Eurodoc, networks Internazionali di Europa Creativa. Svolge principalmente il ruolo di Creative Producer seguendo gli sviluppi dei progetti, di cui per alcuni è anche co-autore della sceneggiatura.

Tra i film più famosi prodotti ci sono Fame Chimica, L'Estate d'Inverno, Fuga dal Call Center, La Festa, Blind Maze, e in post-produzione Rumore e Gli Assenti.  Tra i documentari, L’importanza di essere scomodo  - Gualtiero Jacopetti, Linea Rossa, La via del Ring, l’Ultimo Pastore, Treno di Parole, La Nuova Scuola Genovese e in preparazione E’ la vita che sogna.

Ha insegnato in diverse scuole di cinema tra cui civica scuola Luchino Visconti di Milano, Centro Sperimentale Lombardo, N.AB.A., IULM, Accademia 09. E’ ideatore, e membro del comitato scientifico, dell’Alta Scuola per la Serialità Ecipa/CNA. Si occupa di Alta Formazione per professionisti del mondo dell’Audiovisivo. E' stato tra i primi italiani soci dell’European Producer Club, membro dell’European Film Academy, e fondatore di CNA Cinema e Audiovisivo, di cui è Presidente della sessione Milano Lombardia.




The Managers of crisis

Beef, No Other Choice and the End of the Middle-Class Promise


For much of the twentieth century, Western politics revolved around a simple yet powerful promise: the idea that each generation would live better than the one before it. Workers’ struggles, welfare systems, economic growth and the expansion of social rights did not merely redistribute wealth; they created an entire social imagination. The factory worker wanted his son to study, the farmer hoped his children would become office employees, secure employment appeared to be an irreversible achievement, and the middle class came to represent the natural destination of modernisation.

For decades, this promise functioned as a shared horizon. Labour struggles did not disappear, but they increasingly seemed to converge toward a form of social stabilisation that made class conflict less visible. Politics itself gradually stopped addressing workers and began chasing the middle class, because that was where consensus, aspirations and collective imagination were concentrated. The prevailing belief was that prosperity would continue to expand and that social mobility would eventually absorb the most radical contradictions of capitalism.

 


Today, that promise has fractured

 

What we are witnessing is not simply the return of poverty. We are witnessing the erosion of the very middle class that for decades represented one of the principal political, economic and cultural achievements of the West. Stable employment is shrinking, precarity is expanding, cognitive and knowledge-based labour is losing many of the protections once associated with organised industrial work, and a growing number of professionals, freelancers, self-employed workers and knowledge workers are discovering that they are far closer to insecurity than to privilege.

The wealthy are fewer, but wealthier. The poor are more numerous, and poorer. Between them lies a broad social territory that had learned to consider itself largely protected from class conflict and that now finds itself exposed to its pressure once again. It is here that class struggle reappears within the contemporary imagination, although in a form very different from that of the twentieth century. Not as a collective project of emancipation, but as the fear of loss, the fear of slipping downward, of losing a position that once appeared secure, of discovering that prosperity was not a permanent achievement but a historical parenthesis.

 


Cinema and Society

From this perspective, contemporary Korean cinema and television provide one of the most revealing observatories available to us. Not because South Korea is an exception, but because it is one of the places where advanced capitalism has displayed its contradictions with particular clarity, transforming competition into a permanent existential condition. It is difficult to watch Parasite, Burning, Beef or Park Chan-wook’s latest film without recognising a common underlying tension, even when the stories themselves are profoundly different.

 


Parasite

 

In Parasite, the central issue is access. The Kim family looks at the world of the Parks as one might look at a forbidden geography, a social space that promises security, recognition and stability while remaining dependent upon the invisibility of those who sustain it. The film is not simply about rich and poor. It is about the structure that organises the distance between them, a society in which everyone attempts to climb upward, yet every ascent necessarily implies someone else’s fall. In Burning, the movement becomes even more unsettling. Here the conflict is not only economic. It concerns the possibility of being recognised as real. The protagonist inhabits a world that seems to have stopped noticing his existence, a universe in which economic exclusion gradually turns into symbolic irrelevance.

 


Beef


It is in Beef, however, that this constellation of themes takes on a particularly contemporary form. Lee Sung Jin has repeatedly spoken about the growing pressure placed upon the American middle class, a pressure that does not necessarily coincide with poverty but with the constant perception of precarity, with the sense that what exists today may disappear tomorrow. The second season develops this intuition by shifting the conflict from the economic sphere to the anthropological one. The point is not to determine who is right and who is wrong, but to observe the way a society selects its future administrators.

What is striking is not so much the behaviour of individual characters as the naturalness with which the narrative depicts the conversion of potentially antagonistic energy into systemic continuity. The system recognises, absorbs and integrates. Impulses that initially appear divergent are gradually transformed into competencies, social capital and instruments for reproducing the existing order. It is a mechanism that closely resembles the way contemporary capitalism manages dissent, not by eliminating it but by incorporating it, converting it into value and transforming it into continuity.

 


No Other Choice

 

The other side of this same pressure emerges in No Other Choice, where Park Chan-wook shifts the focus from access to preservation. Here the problem is not entering the system but remaining within it, not conquering a position but preventing its loss. The protagonist is not driven by the desire for emancipation but by the fear of falling below the threshold that defines his social identity. This is a crucial distinction because it shifts the centre of the narrative from hope to defence, from the future to the maintenance of the present, revealing how contemporary middle-class life is increasingly shaped not by the dream of mobility but by the nightmare of downward mobility.

Taken together, these works do not tell the same story, and it would be pointless to reduce them to a single formula. They do, however, describe different manifestations of the same historical pressure. Exclusion in Parasite, invisibility in Burning, co-optation in Beef and declassification in No Other Choice are all variations of a common anxiety that runs through advanced capitalism and that concerns less and less the conquest of new spaces and more and more the management of existing ones.

 


And who produces the images?

 

The discussion becomes even more interesting when attention shifts from the characters to those who produce the images themselves. In recent months, EAVE’s report on the mental health of European audiovisual producers has portrayed a sector marked by burnout, precarity, insecurity and an increasing inability to plan for the future. This is not merely an economic or organisational issue. What emerges is the gradual erosion of a professional group that for decades occupied a relatively stable position within the European cultural ecosystem, a sort of middle class of the imagination that now finds itself exposed to many of the same dynamics that cinema has been depicting for years.

Perhaps the point is no longer whether a problem exists. The evidence is now too clear to be dismissed as a collection of isolated episodes. The real question is different: what happens to an industry when exhaustion becomes normalised? For years, the audiovisual world has built part of its identity around concepts such as passion, resilience, vocation and sacrifice. These words describe something real, but at a certain point they risk becoming mechanisms of compensation. Passion begins to occupy the space that should be guaranteed by stronger structures, compensating for instability, discontinuity and increasing pressure. A fragile structure can survive for a very long time if someone continues to pay its costs personally.

 

The short circuit


This is perhaps where the short circuit between imagination and reality becomes most visible. Cinema tells stories about characters desperately trying to maintain a position, while a growing number of those who produce those images experience the same condition in different forms. This is not a narrative coincidence. It is a historical symptom.

From this perspective, the Italian situation becomes particularly revealing. For months the sector has openly discussed its crisis, the reduction of resources, production difficulties, market concentration and the progressive impoverishment of a growing number of cultural workers. Yet every attempt to transform this discomfort into organised conflict seems to stop just before rupture. The recent season surrounding the David di Donatello awards offered a significant example. Many professionals openly criticised the system’s shortcomings, there was talk of mobilisation, protest and symbolic acts of rupture, yet the machinery ultimately continued to function.

 


The problem is deeper and probably concerns the very nature of contemporary capitalism

 

Many people understand perfectly how the system works while simultaneously depending on its survival. They criticise the very structures that provide them with access, recognition and the possibility of professional existence. This is not individual hypocrisy but a structural contradiction. It is the same contradiction that runs through the characters of Beef and No Other Choice, albeit in different forms. The fear of losing one’s position ultimately becomes stronger than the desire for transformation.

Perhaps this is the figure that our time continues to produce with increasing insistence, neither the revolutionary nor the winner, but a subject who lives within crisis and ends up administering it, who does not govern change but manages exposure to risk, who no longer imagines another world but continuously negotiates a place within the existing one. If there is a form of class struggle that contemporary cinema is beginning to narrate once again, it probably starts here.

 

References

1. EAVE Report on the Mental Health of European Audiovisual Producers.

2. Interviews with Lee Sung Jin regarding the second season of Beef.

3. Interviews with Park Chan-wook regarding No Other Choice.

4. Parasite, directed by Bong Joon-ho, South Korea, 2019.

5. Burning, directed by Lee Chang-dong, South Korea, 2018.

6. Beef, created by Lee Sung Jin.

7. No Other Choice, directed by Park Chan-wook.



Franco Bocca Gelsi is a film and documentary producer. He is a graduate of E.A.V.E. and Eurodoc, international networks under Creative Europe. He primarily serves as a creative producer, overseeing the development of projects, some of which he also co-writes the screenplay for. Among his most famous productions are Fame Chimica, L'Estate d'Inverno, Fuga dal Call Center, La Festa, Blind Maze, and, currently in post-production, Rumore and Gli Assenti. His documentaries include L’importanza di essere scomodo – Gualtiero Jacopetti, Linea Rossa, La via del Ring, L’Ultimo Pastore, Treno di Parole, La Nuova Scuola Genovese, and E’ la vita che sogna, currently in production.He has taught at various film schools, including the Luchino Visconti Civic School in Milan, the Lombardy Experimental Center, N.AB.A., IULM, and Accademia 09. He is the founder and a member of the scientific committee of the Ecipa/CNA Advanced School for Series Production. He is involved in advanced training for professionals in the audiovisual industry. He was one of the first Italian members of the European Producer Club, a member of the European Film Academy, and a founder of CNA Cinema e Audiovisivo, where he serves as President of the Milan-Lombardy chapter.

 

 


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