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- Giuliano Spagnul

- 10 ore fa
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L’immaginario e la fantascienza. Breve antologia di scritti in tre step. 3/3 step

Introduzione a Universi paralleli (1)
...l’autobiografia I miracoli della vita, pubblicata in Inghilterra nel 2008. Anche in questo libro Ballard conferma l’opinione già espressa negli anni sessanta, cioè che la fantascienza fosse la forma narrativa più adatta ad esprimere la sensibilità di una società industriale matura: «Io pensavo allora, e lo penso ancora adesso, che da un certo punto di vista la fantascienza sia stata la vera letteratura del XX secolo, e che abbia avuto una grande influenza sul cinema, la televisione, la pubblicità e il design dei prodotti di largo consumo. Oggi la fantascienza è il solo luogo dove sopravvive il futuro, come la fiction televisiva in costume è il solo luogo in cui sopravvive il passato».
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Questo, io credo, fu il significato dello slogan radicale che Un’ambigua utopia lanciò sin dal suo primo numero nel dicembre 1977: Distruggere la fantascienza: utilizzare l’immaginario fantascientifico per nutrire l’immaginario sociale, organizzare la migrazione delle figure, delle situazioni, delle alterità, dalle pagine dei romanzi e dagli schermi dei cinema alla vita reale. Praticare l’utopia. Questo fu il programma con il quale Un’ambigua utopia si presentò negli anni in cui sviluppò la propria esperienza, e questa fu la proposta che io cercai di portare, per tutti gli anni 1980 e i primi 1990, nella mia attività giornalistica come è documentata in queste pagine.
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Una letteratura pensata e declinata al futuro non ha più nulla da dire, e quindi impallidisce e si stempera, nella società del tempo reale. Si potrebbe pensare, allora, che la fantascienza di quegli anni rivesta al massimo un valore documentario, e che rileggerla oggi abbia un interesse limitato, archeologico in senso tradizionale. Essa sarebbe stata contemporanea nel momento in cui venne scritta, e sarebbe oggi irrimediabilmente datata. Certo, è evidente che essa testimonia di una congiuntura culturale, politica e sociale che non è quella di oggi. Ma noi sappiamo che la nozione di contemporaneità non è così semplice e linearmente definita come il termine farebbe supporre, che la relazione di persone, azioni, eventi, col proprio tempo è più complessa e problematica: «Appartiene veramente al suo tempo, è veramente contemporaneo colui che non coincide perfettamente con esso né si adegua alle sue pretese ed è perciò, in questo senso, inattuale; ma, proprio per questo, proprio attraverso questo scarto e questo anacronismo, egli è capace più degli altri di percepire e afferrare il suo tempo. (…) La contemporaneità è, cioè, una singolare relazione col proprio tempo, che aderisce a esso e, insieme, ne prende le distanze; più precisamente, essa è quella relazione col tempo che aderisce a esso attraverso una sfasatura e un anacronismo» (2). Il fatto che in campo letterario la fantascienza sia tramontata, non significa affatto che essa non sia più attuale: tanto è vero che i suoi temi, le sue strategie narrative, le sue modalità discorsive stanno migrando già in questi anni nelle produzioni della nuova industria culturale, nei nuovi generi che si preparano e già vivono nella narrativa, nel cinema, nei videogiochi, dal fantasy al noir.
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Se la fantascienza di Dick, Ballard e Burroughs ebbe la capacità di distanziarsi dal suo tempo per vedere i germi di un futuro che si stava preparando e che presto non sarebbe più stato futuro, ma onnipresente presente, se seppe «ricevere in pieno viso il fascio di tenebra che proveniva dal suo tempo» fu perché essa sapeva vedere nel contingente il suo rovescio, fu perché sapeva rovesciarne il linguaggio. Perché sapeva mentire. Perché sapeva costruire degli obbrobriosi falsi, e in questi falsi sapeva illuminare di luce obliqua e radente la verità che pareva nascosta, e invece era lì, a disposizione di chiunque volesse vederla. Il valore della fantascienza, a ben vedere (soprattutto e con maggiore consapevolezza il valore della fantascienza radicale), stava in due punti fondamentali. In primo luogo, essa minava – e a volte apertamente scardinava – la nozione più ristretta di realtà metteva in dubbio che la realtà potesse identificarsi con l’esistente, reintroduceva a vele spiegate (talvolta con irritante ingenuità, è vero, ma spesso invece con irresistibile acutezza e sagacia) il possibile come irrinunciabile elemento costitutivo del reale. Realizzava insomma, all’interno dell’industria culturale, quella rivalutazione del senso della possibilità sostenuta negli anni 1930 da Robert Musil.
La fs è morta, viva la fs! (3)
Per quelli di noi che negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso leggevano la letteratura di consumo cercandovi qualcosa di più sottile di una trama ben congegnata, di qualche emozionante battaglia a base di cannoni a neutroni o di poteri psi, di qualche ingegnosa descrizione di tecnologie o paesaggi alieni, era la fantascienza in quanto tale a incarnare la letteratura del novum cognitivo, e non solo le sue punte più alte o in qualche modo eccentriche. Prima che Suvin arrivasse a illuminarci (e non lo dico affatto con disprezzo né paradossale ironia) con le sue teorie cesellate fra strutturalismo e post-strutturalismo, eravamo già convinti che la fantascienza fosse una narrativa dotata di un particolare potenziale cognitivo: in altri termini, che leggendo la fantascienza si potesse capire meglio la società, e anche che si potesse agire più efficacemente dentro la società.
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La rivendicazione delle potenzialità cognitive della fantascienza, nell’elaborazione di Un’ambigua utopia, si legava però a una rivendicazione a tutta prima paradossale, chiaramente affermata nell’editoriale del primo numero della rivista: quella della distruzione della fantascienza. Che cosa intendevamo con quella formula? Niente di più e niente di meno che lo sviluppo delle tendenze implicite nella fantascienza stessa all’interno di una pratica sociale che già si andava sviluppando nelle propaggini del cosiddetto movimento del '77, e quindi il tentativo di far vivere le intuizioni e le indicazioni di una certa fantascienza direttamente nelle dinamiche della società.
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L’uso della fantascienza che si proponeva era, insomma, quello di un lavoro sull’immaginario sociale molto simile a quello di altre esperienze coeve dell’underground, e di quello che, di lì a meno di un decennio, sarebbe stato del cyberpunk. Come spesso accade, la distruzione della fantascienza ci fu (e proprio il cyberpunk ne rappresentò il canto del cigno), ma in un senso un po’ diverso da quello che noi propugnavamo nei primi anni Ottanta. Credo che uno dei meriti della lettura radicale della fantascienza proposta negli anni Settanta e Ottanta sia stato proprio quello di cogliere lo snodo di questo genere letterario, che in quegli anni stava vivendo una profonda trasformazione. Alla sua nascita come fenomeno dell’industria culturale nel Novecento, la fantascienza non partiva, come l’utopia, da una idea originaria e ideale di natura, ma dalla natura come era stata trasformata nella fase espansiva del capitalismo. L’immaginario della fantascienza dagli anni Dieci ai Sessanta del Novecento era collegato al sogno di un’espansione illimitata della produzione, costruendo una saga dell’energia che si autoriproduceva, un inno alla tecnologia come prolungamento potenzialmente infinito dell’uomo e delle sue capacità. Dagli anni Settanta in poi, la fantascienza accompagnò la trasformazione dell’economia e della società in senso postfordista, registrando e proiettando la crisi di quel modello titanico e prometeico, cantandone il tramonto e l’avvento di nuove preoccupazioni e di nuovi scenari dell’immaginario: le tematiche dell’equilibrio ecologico del pianeta scosso e minacciato, la contaminazione delle tecnologie coi corpi. Era evidente che la fantascienza non poteva sopravvivere, né nella sua forma ottimista né in quella di testimonianza della crisi, all’avvento della nuova fase del capitalismo iniziata negli anni Ottanta. I generi della letteratura popolare sono, più di altri, fenomeni storici contingenti, che nascono e muoiono in simbiosi con i processi sociali. La fantascienza è morta, quindi, nel momento in cui la società non riusciva più a progettare il proprio futuro: ma i suoi temi, le sue strategie narrative, le sue modalità discorsive stanno migrando già in questi anni nelle nuove produzioni della nuova industria culturale, nei nuovi generi che si preparano e già vivono nella narrativa, nel cinema, nei videogiochi, dalla fantasy al noir.
Nei labirinti della fantascienza (4)
Con l’esaurirsi del futuro, per effetto del suo amalgamarsi completo col presente, la fantascienza perde la sua funzione di sentinella, di monolite ai confini dell’infinito, di termometro della possibilità di futuro. L’idea di futuro è un’idea ormai troppo radicale, in odore di sovversione, per poter essere tollerata nel mondo dell’oggi perpetuo. E se il cyberpunk definisce simbolicamente un termine plausibile del genere fantascienza, un’altra data potrebbe sancire ancor meglio questa ipotetica fine: il 2 marzo 1982, giorno della morte di Philip K. Dick. Che cos’è l’opera di Dick se non il rimasticamento e il rigurgito di tutta la letteratura di fantascienza? Dick, lo scrittore che ambiva ad essere scrittore e che ha dovuto ripiegare suo malgrado (per nostra fortuna) a guadagnarsi il pane con stupidi racconti di fantascienza. In questo modo ha rimanipolato tutto il genere senza restituire ad esso nulla, ma creando un’opera autonoma, capace di un pensiero fecondo generatore di potenzialità ancora tutte aperte, se non addirittura da esplorare. Dick è insomma l’autore che ha saputo fare della fantascienza davvero una cassetta degli attrezzi, che lui stesso ha usato e poi ha lasciato in eredità a tutti noi. Sancire la fine della fantascienza, per noi, ha lo scopo di rendere viva la sua potenzialità vivificante, una sorta di spray-ubik per creare realtà, per fare mondi. È possibile discutere del prodotto filmico Avatar o della pratica dei trapianti d’organo, senza (consapevolmente o meno) essere immersi in quell’enorme ragnatela culturale rappresentata dai romanzi, fumetti, pubblicità, prodotti per la tv, rotocalchi ecc. di fantascienza del secolo scorso? Quanto hanno inciso e quanto incideranno ancora nella nostra capacità di fare mondo, nel bene e nel male? Se «solo un individuo le cui trasformazioni risultassero prevedibili si potrebbe considerare immortale» [Simondon], lo stesso si può dire per un prodotto culturale. La fine apre all’inizio, la morte alla vita. E infine, ancora, quale mondo oltre la collina possiamo oggi desiderare ancora di immaginare se non quello di una valle che lotta contro il TAV? Giovani (comunque), percossi ma non rassegnati.
«I ragazzi continuavano a osservarci. Due prigionieri politici, vecchi ai loro occhi, sporchi e laceri, sconfitti, che consumavano in silenzio il loro pasto. La radio a transistor suonava ancora, a volume più alto. Nel vento, potevo sentirne altre che spuntavano dovunque, in ogni parte del paese. Erano i ragazzi, pensai, che le accendevano. I ragazzi»5.
Grazie Antonio!
Note
Antonio Caronia, Universi quasi paralleli, Cut-up, Roma, 2009
Giorgio Agamben, Che cos'è il contemporaneo? Nottetempo, Roma, 2008, p. 8-9
Pubblicato in Hamelin n.22, 2009
https://www.academia.edu/298069/La_fantascienza_%C3%A8_morta_viva_la_fs_
Introduzione di Antonio Caronia e Giuliano Spagnul, Mimesis, Milano, 2012
http://un-ambigua-utopia.blogspot.it/2015/01/nei-labirinti-della-fantascienza.html
P. K. Dick, Radio Libera Albemuth
Antonio Caronia: The Imaginary and Science Fiction
A brief anthology of writings in three steps, edited by Giuliano Spagnul

