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  • Immagine del redattore: Marco Rigamo
    Marco Rigamo
  • 1 giorno fa
  • Tempo di lettura: 9 min

Memoria Sporca: Diaz di Daniele Vicari


Copertina di memoria sporca, immagine di Roberto Gelini
Roberto Gelini

Non ci sono verità codificate. Abbiamo raccontato i fatti».

Daniele Vicari


Le prime immagini scorrono all’indietro, come la memoria di chi ha attraversato quelle quattro giornate di fine luglio 2001. Sono i cocci in vetro di qualcosa che si è appena infranto sul marciapiede. Si ricompongono nella forma di una bottiglia di birra che rotea sopra una volante della polizia e termina tra le mani di un ragazzo. Vuota, innocua. Come vuoto e innocuo era l’estintore impugnato il giorno precedente da Carlo Giuliani, ragazzo in canottiera, prima che una pallottola calibro 9 Parabellum lo centrasse in mezzo alla fronte da breve distanza. Il film è Diaz, tornato in sala a giugno. La memoria è la mia. Di seguito le immagini sono di repertorio, ma subito vengono risucchiate dalla ricostruzione filmica. Attivisti e avvocati risentono della stanchezza di tre giorni di manifestazioni culminate in un omicidio. Nascono affetti e si saldano amicizie. Gli anziani nei carruggi brontolano, espropriati della loro Genova. Parlano in tedesco e in inglese ragazzi stranieri che hanno fatto della città una palestra di guerriglia. In missione arriva da Roma un alto funzionario del ministero degli interni a organizzare un’operazione che ridia credibilità alle forze dell’ordine, riprese dai media di tutto il mondo impegnate a usare violenza mai vista contro manifestanti inermi, quand’anche fossero donne, anziani o padri con il figlio al collo. «C’è da sgombrare un manufatto dove si annidano i violenti, i black block, i terroristi». «Ma c’abbiamo a foto de 'sti teroristi?» «No, abbiamo l’articolo 41 del Tulps, che in flagranza di reato consente operazioni di polizia giudiziaria senza darne notizia al magistrato»: il reato è la bottiglia vuota che non ha nemmeno sfiorato gli agenti. Che consente di entrare a tarda sera in 300, in tenuta antisommossa e perciò irriconoscibili, in una scuola adibita a dormitorio, massacrare scientificamente a colpi di tonfa e anfibio 93 persone inermi, dichiarare che sono stati trovati già feriti, creare falsi indizi di colpevolezza, arrestare 200 tra uomini e donne, trasferirne parte nella caserma di Bolzaneto, sottoporli a quattro giorni di torture assieme ad agenti di polizia penitenziaria e medici. Consente di sputare loro addosso, di farli abbaiare come cani, di denudare e umiliare le ragazze. Questo è quanto è accaduto. Questo vediamo. Anche se Vicari ci risparmia i piercing ai capezzoli strappati con le pinze e altri episodi di sadismo compiaciuto.

Confezionando un film compatto e duro, di passo veloce e ritmo serrato, perimetrato in una manciata di ore. Rapido nell’attraversare i caratteri e le tipologie delle diverse anime che diedero vita a una contestazione supportata da più di 300 mila corpi. Attento ad attrezzare lo spettatore di strumenti per allargare l’orizzonte della comprensione di quale laboratorio di sperimentazione siano state quelle giornate. Prove tecniche di guerra civile con quattro corpi di polizia trasformati in esercito da guerra interna sotto gli occhi dei Servizi di tutto il mondo. Mettendo in evidenza come l’input gestionale sia riferibile direttamente al potere esecutivo e non invece alla devianza di poche mele marce dei piani bassi. Aggirando l’ipotetica necessità di fornire un’informazione più ampia e didascalica sul contesto storico-politico, sulle ragioni e sulle molte identità degli attivisti e dei manifestanti, sulla militarizzazione a zone concentriche della città, sui dettagli della catena del comando e delle responsabilità politiche. Cambia i nomi, anche se non è difficile identificare il responsabile dell’Ucigos La Barbera, il comandante del VII Celere Canterini, il vicequestore Fournier e altri ancora, dal vicepresidente del Consiglio Fini blindato nella centrale operativa, all’agente scelto Nocera che accoltella lui stesso il proprio giubbotto. In un formato di due ore decide per la velocità, rallentando solo nell’irruzione alla Diaz e nelle vessazioni a Bolzaneto. Sceglie di allargare lo sguardo su quei due unici scenari che non sono stati ampiamente documentati in un evento altrimenti connotato da un tasso di mediatizzazione senza precedenti. Porta la sua camera a mano dentro la Diaz come fosse uno delle migliaia di occhi elettronici - di professionisti, mediattivisti, dilettanti - che hanno documentato quei giorni. Mostra nei particolari quello che non abbiamo mai visto ma sempre immaginato. Il sangue sui pavimenti e sulle pareti, il rumore sordo dei manganelli e quello secco delle ossa che si spezzano. Il pianto, il terrore, la supplica inutile.



L’ignoranza, il sadismo, l’incapacità di discernimento


Senza sconti, senza indulgenza, per un tempo infinito che dopo venticinque anni ancora schiaccia sulla poltrona e fa risalire la rabbia e chiude la gola. Sviluppa immagini di grande potenza e forza evocativa da un lato, di finzione narrativa incentivante voglia di sapere dall’altro, in grado tutte di risolversi in un pesante e incontestabile atto d’accusa. La mancanza di linearità, gli scarti temporali, l’occultamento delle identità, contribuiscono a edificare un’atmosfera di trappola e di sospensione del diritto, il lavoro di sottrazione ed elusione apre finestre ad approfondimenti possibili, che possono portare lontano. Magari alla permanente assenza di un codice identificativo sulle divise delle nostre polizie fino alla mancata introduzione nel codice penale di norme coerenti con il reato di tortura, introdotto da una convenzione Onu del 1984. Non rileva il lavoro di indagine fatto vagliando quintali di atti processuali e ascoltando numerosissime testimonianze su tutti i fronti, quanto la capacità di penetrazione direttamente dentro le coscienze che le immagini mettono in campo. Non servono le informazioni sulla impunità dei pochissimi responsabili accertati organizzate nei titoli di coda, né le grottesche spiegazioni sulla cattura dei violenti coperti dai pacifisti nei telegiornali della domenica, quanto la percezione che è direttamente dal centro nevralgico del Potere che il massacro della Diaz è stato concepito e organizzato in nome della ragione di Stato. Lo Stato che ancora consegna alle polizie la delega in bianco alla soluzione del conflitto sociale. Lo Stato che troviamo ancora quando scendiamo in piazza.


Marco Rigamo è nato e vive a Padova. Attivista politico, dagli anni ’70 ha attraversato tutte le stagioni del conflitto sociale e qualche strettoia giudiziaria, partecipando nel nuovo millennio alle carovane internazionali di sostegno ai diritti delle comunità Zapatiste e Palestinesi. Ha pubblicato scritti in tema di attualità politica, giustizia e carcere. Ha curato in collettivo la pubblicazione dei volumi La settima chiave – Le Tute Bianche nella carovana zapatista, Neos Edizioni, 2001 e Processo Sette Aprile – Padova trent’anni dopo, voci della città degna, manifestolibri, 2009. Da sempre appassionato di cinema ha pubblicato le sue recensioni sulle riviste «Duel», «ZeroNetwork», «Global Magazine» e sulle testate online «Global Project» e «DinamoPress».



Guilty Memory: Diaz by Daniele Vicari


There are no absolute truths. We have reported the facts.

Daniele Vicari

 

The first shots run backwards, like the memories of those who have lived through hose four days at the end of July 2001. Glass shards from something that has just shattered on the pavement. Paced back together in the form of a beer bottle spinning above a police car, they end up in a young man’s hands. Empty, harmless. Empty and harmless just like the fire extinguisher held by Carlo Giuliani the previous day, just a guy in a tank top, before a 9mm Parabellum bullet hit him at close range right in the middle of the forehead. The movie is Diaz, back in cinemas in June. The memory is mine. After the opening, repertoire images – but they are immediately drawn into the movie’s narrative. Lawyers and activists are strained after three days of nonstop demonstrations culminating in an homicide. New ties are born, friendships are forged. The elderly in the narrow streets grumble, dispossessed of their Genova. Foreign young people who turned the city’s streets into a guerrilla set speak German and English. A senior official from the Ministry of the Interior arrives from Rome on a mission to organise an operation designed to restore the credibility of the police force, which has been criticised by media outlets around the world for using unprecedented levels of violence against defenceless demonstrators – no matter if they are women, elderly people or fathers carrying their children in slings. «We need to clear a building where violent acitvists, Black Blocs and terrorists» are holed up. «But do we have any photos of these terrorists?» «No, we have Article 41 of the Tulps, which, in cases of offences caught in the act, allows judicial police operations to be carried out without notifying the magistrate»: the offence is the empty bottle that didn’t even come close to the officers. Which allows 300 officers, in riot gear and therefore unidentifiable, to enter late in the evening a school used as a dormitory, systematically beat 93 defenceless people to death with batons and truncheons, claim that they were found already injured, fabricate false evidence of guilt, arrest 200 men and women, transfer some of them to the Bolzaneto barracks, and subject them to four days of torture alongside prison officers and doctors. It allows to spit on them, to force them to bark like dogs, to strip and humiliate the girls. This is what happened. This is what we see. Although Vicari spares us the sight of nipple piercings being torn off with pliers and other acts of complacent sadism.

 

The result is a compact, hard-hitting film, fast-paced and tightly driven, set within the space of a few hours. It swiftly explores the characteristics and types of the various movements that gave rise to a protest involving more than 300,000 people. Careful to equip the viewer with the tools to broaden their understanding of just what a laboratory of experimentation those days were. Civil war drills involving four police forces transformed into a domestic war army, under the watchful eye of intelligence services from around the world. This highlights how management decisions are directly attributable to the executive branch, rather than to the misconduct of a few bad apples at the lower ranks. By sidestepping the hypothetical need to provide more comprehensive and explanatory information on the historical and political context, on the motivations and the many identities of the activists and demonstrators, on the concentric militarisation of the city, and on the details of the chain of command and political responsibilities. Change the names, even though it is not difficult to identify those responsible: La Barbera of Ucigos, Canterini, commander of the VII Celere, Deputy Commissioner Fournier and others, from Deputy Prime Minister Fini, holed up in the operations centre, to Senior Constable Nocera, who stabs his own bulletproof vest. In a two-hour format, it opts for a fast pace, slowing down only during the raid on the Diaz school and the abuses at Bolzaneto. It chooses to focus on those two specific incidents, which have not been widely documented, in an event otherwise characterised by an unprecedented level of media coverage. He carries his camera into the Diaz building as if it were one of the thousands of electronic eyes – belonging to professionals, media activists and amateurs – that documented those days. He shows in detail what we have never seen but have always imagined. The blood on the floors and walls, the dull thud of batons and the sharp crack of bones breaking. The crying, the terror, the futile pleas.



The ignorance, the sadism, the lack of discernment

 

Uncompromising, unforgiving, for an endless time which, even after twenty-five years, still weighs me down in my armchair, stirs up my anger and makes my throat tighten. It conjures up images that are both powerfully evocative on the one hand, and a narrative fiction that stimulates a thirst for knowledge on the other, all of which culminate in a weighty and indisputable indictment. The lack of linearity, the temporal shifts and the concealment of identities all contribute to creating an atmosphere of entrapment and the suspension of the rule of law; the process of subtraction and evasion opens up avenues for further exploration, which may lead far afield. Perhaps from the persistent absence of identification numbers on our police uniforms to the failure to incorporate into the Criminal Code provisions consistent with the offence of torture, as established by a 1984 Un convention. The movie does focus on the investigative work carried out by sifting through hundreds of kilograms of court documents and listening to countless testimonies from all sides, as much as the ability of the images to penetrate directly into people’s consciences. What we really need is not the information on the impunity of the very few identified perpetrators, listed in the closing credits, nor the grotesque explanations on the capture of the violent perpetrators, shielded by the pacifists, featured on Sunday news programmes, but rather the realisation that it was directly from the nerve centre of Power that the Diaz massacre was conceived and organised in the name of the State. The same State that still grants the police a blank cheque to resolve social conflict. The State we still see when we take to the streets.


English version by Matilde Moro


Marco Rigamo was born and lives in Padua. A political activist since the 1970s, he has passed through every era of social clashes and several legal hurdles, partaking in 2000s international caravans supporting Zapatista and Palestinian communities. He published writings on current political affairs, justice, and the prison system, and-as a constituent in a crew-he edited the volumes La settima chiave – Le Tute Bianche nella carovana zapatista (Neos Edizioni, 2001) and Processo Sette Aprile – Padova trent’anni dopo, voci della città degna (Manifestolibri, 2009). A lifelong cinema enthusiast, his reviews have been featured in the journals «Duel», «ZeroNetwork», and «Global Magazine», as well as on the online platforms «Global Project» and «DinamoPress».

 

 

 

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