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  • Immagine del redattore: Franco Oriolo
    Franco Oriolo
  • 2 gen
  • Tempo di lettura: 5 min

RISONANZE SONORE # 2. Dove il linguaggio non arriva: il territorio condiviso di Hello Halo

Ruby Colley Hello Halo
Ruby Colley Hello Halo

Il 14 novembre è uscito Hello Halo, l’ultimo lavoro di Ruby Colley: un’uscita che porta con sé non solo un nuovo capitolo musicale, ma anche una serie di domande sul modo in cui la musica può farsi relazione, memoria e sguardo critico sulla comunicazione umana.



Hello Halo è un progetto che nasce da un’intuizione forte ma anche rischiosa: trasformare la comunicazione non verbale di Paul, fratello di Ruby Colley, in materia sonora. È un gesto che si muove su un terreno sensibile, perché intreccia dimensione familiare, rappresentazione dell’alterità e scelta artistica. Colley decide di non adattare Paul a un codice comprensibile, ma di accogliere i suoi suoni nella loro natura irregolare, costruendo una partitura che li mantiene vivi, non levigati.

Il lavoro assume la forma di un archivio dinamico: raccoglie vocalizzi, gesti, tracce quotidiane, e li reinserisce in un tessuto musicale che alterna prossimità e distanza. Ma il nodo più interessante non è la raccolta dei materiali, bensì ciò che Colley fa con essi. La compositrice insiste sul fatto che questo sia il suo lavoro più autentico, e questa affermazione apre interrogativi su come i suoi progetti precedenti si collocassero rispetto al rapporto fra vita vissuta e costruzione artistica.

L’opera oscilla continuamente tra documento e narrazione. Da un lato, è presentata come uno scatto d’archivio della vita di Paul; dall’altro, è una composizione che richiede scelte precise, punti di vista, una regia sonora che non è mai neutrale. Quando Colley parla di metanarrazione, tocca un punto centrale: non stiamo semplicemente ascoltando Paul – stiamo ascoltando le sue decisioni su come Paul diventa udibile. È qui che l’idea stessa di autenticità va messa in discussione e non semplicemente celebrata.

Il centro critico dell’album riguarda la comunicazione stessa. Colley dichiara di voler mettere in discussione l’idea che il linguaggio articolato sia la base dell’umanità. La relazione con Paul - costruita attraverso movimenti, suoni frammentati, gesti - diventa un campo di prova concreto. Tuttavia, questa scelta apre un’altra questione: fino a che punto un’opera può restituire l’umanità di qualcuno senza filtrarla attraverso la sensibilità, le intenzioni e i limiti dell’autrice? Hello Halo non elude questa complessità: la espone, la fa sentire, e proprio per questo invita a una lettura più stratificata.

In conclusione, Hello Halo non è un semplice omaggio né un diario sonoro. È un esperimento che mette in discussione categorie come voce, presenza, autenticità, e soprattutto il ruolo dell’artista quando lavora con ciò che è fragile, reale, condiviso. Non offre risposte nette - e forse è qui che risiede la sua forza: costringe a restare nella zona intermedia delle relazioni, dove comunicare non significa necessariamente parlare, ma esserci, e accettare che la complessità non si possa ridurre a un’unica forma.




Buon ascolto



Where Language Cannot Reach: The Shared Territory of Hello Halo

by Franco Oriolo


Artwork by: Paul Colley


On November 14, Hello Halo was released, the latest work by Ruby Colley: a release that brings with it not only a new musical chapter, but also a series of questions about the ways music can become relationship, memory, and a critical lens on human communication.


Hello Halo is a project born from an idea that is both powerful and risky: transforming the non-verbal communication of Paul, Ruby Colley’s brother, into sonic material. It is a gesture that moves across sensitive terrain, intertwining family bonds, the representation of otherness, and artistic choice. Colley decides not to adapt Paul to a more comprehensible code, but instead to welcome his sounds in all their irregularity, building a score that keeps them alive and unpolished.

The work takes the form of a dynamic archive: it gathers vocalisations, gestures, everyday traces, and reinserts them into a musical fabric that shifts between closeness and distance. But the most interesting point is not the collection of these materials - it is what Colley does with them. The composer emphasizes that this is her most authentic work, and this statement raises questions about how her previous projects positioned themselves in relation to lived experience and artistic construction.

The piece moves constantly between document and narrative. On the one hand, it is presented as an archival snapshot of Paul’s life; on the other, it is a composition that requires precise choices, points of view, a sonic direction that is never neutral. When Colley speaks of metanarrative, she touches on a central point: we are not simply listening to Paul - we are listening to her decisions about how Paul becomes audible. Here, the very idea of authenticity must be questioned rather than simply celebrated.

The critical core of the album concerns communication itself. Colley states that she wants to challenge the idea that articulated language is the foundation of humanity. Her relationship with Paul - built through movement, fragmented sounds, gestures - becomes a concrete testing ground. Yet this choice raises another question: to what extent can a work convey someone’s humanity without filtering it through the artist’s sensitivity, intentions, and limits? Hello Halo does not avoid this complexity: it exposes it, makes it felt, and precisely for this reason invites a more layered interpretation.

In conclusion, Hello Halo is neither a simple homage nor a sonic diary. It is an experiment that challenges categories such as voice, presence, authenticity, and above all the role of the artist when working with what is fragile, real, and shared. It does not offer clear answers - and this may be where its strength lies: it compels us to remain in the in-between of relationships, where communicating does not necessarily mean speaking, but being present, and accepting that complexity cannot be reduced to a single form.



Enjoy listening!




Francesco Oriolo nasce e cresce a Taranto, dove negli anni Sessanta e Settanta scopre nella musica una forma di resistenza culturale capace di opporsi al conformismo del tempo. Attivo in un collettivo musicale cittadino, collabora anche con una rivista quindicinale e con alcune radio private, vivendo da vicino il fermento artistico di quegli anni. Collezionista di vinili e appassionato sperimentatore, partecipa alla realizzazione di video di concerti e al recupero di rari reperti audio legati alla scena rock progressiva tarantina. L’esplorazione del suono lo conduce dalla psichedelia al free jazz e alla musica d’avanguardia, che per lui diventano strumenti di consapevolezza e libertà. Negli anni riflette criticamente sull’impatto del mercato musicale, riconoscendo nell’autoproduzione e nelle scene indipendenti nuove forme di resistenza creativa. Oggi continua a considerare il suono come un gesto critico e comunitario, dando vita a uno spazio dedicato a chi cerca nella musica una pratica di libertà.



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