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  • Immagine del redattore: Giorgio Griziotti
    Giorgio Griziotti
  • 2 ore fa
  • Tempo di lettura: 13 min

Il racconto del Boomernauta. Parte Seconda: Controflusso e Utopia; Massive Spatial Migration ovvero la Grande Fuga.




Controflusso e Utopia


Al Boomernauta il controflusso memetico ipotizzato dai semio-hacker ricorda la battaglia combattuta dai loro predecessori contro i diritti di proprietà del software. Una vittoria di Pirro visto che buona parte del free-software era finito a fare da architrave delle piattaforme dei techno-tycoon. Forse un’utopia sostenuta da una tecnologia adeguata avrebbe potuto fermare la pandemia. Ma questa era ancora possibile quando “il migliore dei mondi” dava segni di un prossimo crollo


Costruire o favorire la nascita e l’espansione di un flusso memetico capace di interporsi e di depotenziare la pandemia era cosa ben diversa dalle passate vaccinazioni di massa, quelle a cui l’umanità si era abituata da quando il buon dottor Jenner aveva scoperto che le mungitrici infettate dal vaiolo di vacca (vaccino) non sviluppavano più la malattia in forma così mortale come nella variante umana. Il primo vaccino era stato una dimostrazione scientifica che se da un lato esistevano le zoonosi, dall’altro i nonumani potevano fornire anche una protezione, ma davanti a un virus immateriale ed egoisticamente umano il buon dottor Jenner nulla avrebbe potuto. Così come non avrebbero funzionato i vaccini e le altre cure provenienti dall’ingegneria genetica e sulle quali le Huge Pharma avevano fatto immensi profitti in tempi più recenti anzi…

L’intuizione di Soundbridge e degli altri hackerspace semiotici era invece considerevole, visto che la posta in gioco avrebbe potuto essere la sopravvivenza dell’umanità (o della civilizzazione?).

Come avrebbe potuto funzionare questo vaccino immateriale oppure questa barriera contro i nekomemi capaci di assumere infinite sembianze, che portavano a infiniti atti devastatori?

Se spesso la nocività dei nekomemi era evidente c’erano anche categorie di memi particolarmente insidiosi nei quali, sotto le spoglie apparentemente innocue d’una frase, d’un verso o di un’immagine, viene surrettiziamente veicolata la superiorità della razza umana o l’afflato verso il divino. Trascendenze in cui l’Uomo per elevarsi deve rompere i vincoli che lo tengono legato alla Terra. Gaia è, o deve diventare un peso morto, di cui ci si libera per ascendere al cielo1.

Nella tassonomia dei nekomemi c’era inoltre l’enorme classe di quelli che inducevano devastazioni intra-umane, poiché anche l’umano faceva oggettivamente parte di Gaia, sebbene da qualche millennio tendesse a negarlo. C’erano grandi categorie di questi nekomemi intra-umani che avevano a che fare per esempio con il razzismo, il sessismo, l’omofobia ecc. Senza dimenticare lo sfruttamento dell’umano sull’umano che era un ulteriore legame evidente fra espansione della pandemia e radicarsi della razionalità capitalista.

Avrebbe potuto esistere un algoritmo in grado di riconoscere i nekomemi e bloccarne la diffusione? Oppure quali tecnologie avrebbero dovuto operare a livello di corpi e menti umane per evitare che si formassero?

I semio-hacker e il movimento dei crypto-commons speravano di poter creare nuove condizioni di proprietà collettiva anonima delle architetture informatiche decentralizzate, ma con l’avvento della computation quantistica la loro potenza di fuoco era quasi nulla di fronte ai techno-tycoon; e poi non si trattava di due eserciti che si fronteggiavano come succedeva una volta. C’era, inutile negarlo, una grande osmosi e una vecchia tradizione in cui i semio-hacker si lasciavano tentare dalle seduzioni dei techno-tycoon ed era anche successo che alcuni di loro si trasformassero in techno-tycoon…

Inoltre nessuno si era scordato della battaglia persa dai loro predecessori quando avevano lottato per il free software contro i proto techno-tycoonche volevano mantenere il software proprietario e non modificabile. Il free software nasceva come produzione di un comune, promuoveva la cooperazione e l’accesso libero e aperto a tecnologie e conoscenze. Sembrava annunciare una svolta non capitalista, tanto più che i risultati spesso erano incomparabilmente superiori ai software proprietari o closed-source. Quando il gran capo del free software, RmS3, aveva ideato il geniale capovolgimento semantico di copyright in copyleft si erano vinte anche importanti battaglie giuridiche. Ma fu proprio il terribile equivoco semantico sui significati di right e left che ne aveva segnato le sorti. Solo i futuri techno-tycoon avevano capito che i due termini andavano intesi tanto in senso giuridico che in quello politico. Non riuscendo a battere frontalmente il copyleft e il movimento del free software né sul piano del diritto né su quello tecnico, come dimostrato dalla superiorità del sistema operativo C. Brownix, i techno-tycoon lo batterono senza difficoltà su quello politico che era, al solito, quello decisivo. Adottarono infatti con successo la classica strategia capitalista: cooptare e mettere al loro servizio questa produzione gratuita e nello stesso tempo assumere gli hacker sviluppatori e designer con salari attrattivi.

Questa vittoria dei techno-tycoon era senz’altro nell’aria dei tempi neolib, ma fu anche concessa quasi senza combattere dallo scontroso e geniale asperger barbuto RmS e da tanti altri attivisti del free software. Essi infatti si limitarono a battersi solo sugli aspetti tecnici e giuridici, rinunciando a qualsiasi pretesa politica, sino al punto di lavarsi le mani dell’accaparramento, da parte dei techno-tycoon, del lavoro gratuito prodotto proprio nell’ambito del movimento da loro creato.

La conseguenza fu che i grandi artefatti (detti anche flagship) del free software divennero altrettanti elementi chiave del sistema da cui avevano preteso allontanarsi e questo fu un colpo duro portato a tutta la Sfera Autonoma e agli illusi che lo avevano definito un’utopia concreta.

Al successo tecnico che aveva sancito la superiorità del free software, come modo di un produrre comune, aveva quindi corrisposto un fallimento politico del tentativo di liberare tale produzione del comune dal giogo capitalista. Ancora una volta si era tornati, aggiornandolo, al vecchio aforisma del Che: «libera volpe techno-tycoon in libero pollaio free-software»4.

Rivista alla luce della pandemia memetica, la cooptazione del free software nella produzione neolib aveva provocato un netto peggioramento generale. I software proprietari nelle mani dei techno-tycoon e dei loro predecessori erano sempre stati per definizione dei veicoli privilegiati dei nekomemi virali e ora il loro potenziale veniva amplificato dall’efficienza e la potenza dei software chiave prodotti dal comune. Questo aveva fatto sorgere la certezza che un flusso memetico capace di combattere la pandemia immateriale non sarebbe stato solo un dispositivo tecnico e non avrebbe potuto funzionare senza un profondo cambiamento di quanti si ribellavano e insorgevano. Solo un’utopia collettiva, astratta e condivisa aveva provocato dei passaggi di civilizzazione nel passato, ma dove trovarla ora dopo tanti fallimenti?

Ci sarebbe stata un’utopia così potente da rovesciare la situazione dopo tante generazioni sottomesse all’imprinting del pragmatismo neolib? Tra l’altro questo imprinting non era stato solo il risultato del classico formattaggio disciplinare imposto con le cattive maniere, ma era stato anche ottenuto con mezzi di persuasione soft e con l’adesione volontaria a forme di assoggettamento.

La vicenda del free software, e del FOSS (cfr. Glossario), era stato un’ulteriore e secondaria conferma che la tecnica da sola non avrebbe mai potuto innescare una rivoluzione, anche se a ogni grande cambiamento di paradigma tecnologico si racconta il contrario e molti si illudono che sia vero.

Il Neolib non aveva esercitato per decenni il suo fascino discreto e (molto) parzialmente mantenuto le sue promesse seducenti soprattutto nelle ricche contrade del Nord? Chi non aveva subito in qualche modo l’attrazione dell’acquisto a portata di clic o di voce? Chi non aveva notato, per un certo periodo, il quasi mondiale allungamento della vita media di quasi tutte le classi? E questo non era avvenuto grazie alla combinazione del welfare, acquisito con le lotte, e dei progressi della tecnoscienza, visto che in cinque secoli la popolazione era aumentata di venti volte e la speranza di vita era più che raddoppiata? O allora, come si sosteneva nelle Gov, sarebbe stato grazie all’efficienza dei servizi privatizzati di fronte a quelli rimasti pubblici resi carenti dal progressivo smantellamento a cui erano stati costretti dalle macchine Stato-capitale? E chi mai avrebbe immaginato che in meno di mezzo secolo l’utopia hacker del Whole Earth Catalogsarebbe stata capovolta nel mood individualista, globalizzata e resa disponibile dalle piattaforme globali del consumismo di cui Amazonas et Aladdin erano i simboli nei due imperialismi ormai in difficoltà? Quale utopia sarebbe stata più forte di tutto questo bendidio portato dal Neolib per le classi che se lo potevano permettere? Non era, se non il migliore dei mondi, perlomeno il più tecnologicamente efficiente dall’inizio della civilizzazione?(anche se bisognava chiudere un occhio sui metodi utilizzati, ma «poco importava se il gatto era bianco o nero, finché catturava i topi»6).

C’erano stati pesanti prezzi da pagare in termini di precarizzazione, di abbandono delle conquiste sociali, di stress e in generale di qualità della vita. E poi c’era stata anche un po’ di frustrazione per le diseguaglianze che aumentavano man mano che ci si spostava verso il Sud, ma poi anche nel nuovo Sud all’interno del Nord.

E c’era anche la frustrazione al Nord per questo modello di vita lunga e agiata riproposto dai Grandi Malati che sprizzavano virus nekomemetico da SUV e jet privati, mentre una parte crescente della popolazione era espulsa da questa zona di comfort neolib.

Si sa che la frustrazione è facilmente manipolabile per indicare capri espiatori verso i quali generare l’odio. Ma da quando la Gov Q era succeduta a quella Neolib era impossibile non vedere, anche chiudendo gli occhi, che uno tsunami globale si stava lentamente avvicinando.

Ed in tali condizioni era ormai impossibile aggrapparsi a una nuova utopia. I segni premonitori erano arrivati quando la fantascienza e in generale la fiction erano diventate incapaci di evadere dalla realtà come nel passato: l’immaginario di scrittori e sceneggiatori non riusciva più a produrle, ma solo a copiare il reale.

Comunque, se non ci fosse stata di mezzo la pandemia nekomemetica e le minacce apocalittiche che implicava, tutti gli aspetti negativi sarebbero stati fatti passare dalla Governance come semplici danni collaterali del sistema. E nello stesso tempo, come Margaret T, la bottegaia di Grantham, la Governance continuava imperterrita a sbraitare compulsivamente che «non c’erano alternative»!


Note:



  1. Qui come altrove il Boomernauta non è particolarmente tenero con i concetti delle grandi religioni monoteiste e con quelli cristiano evangelici in particolare.

  2. Il Boomernauta non aveva dimenticato la famosa Open Letter to Hobbyists scritta da Bill Portoni, il capostipite dei techno-tycoon, agli appassionati di computer per esprimere il suo disappunto verso il libero utilizzo del software. Un’abitudine che si stava largamente diffondendo nella comunità degli hobbisti, con particolare riferimento ai danni causati da essa alla sua società.

  3. Il Boomernauta si era ricordato dell’affermazione: «Richard Stallman is just my mundane name; you can call me RmS». Mi disse poi che aveva incontrato RmS e, pur riconoscendo l’importanza storica del suo operato, il personaggio non gli era stato simpatico.

  4. L’aforisma del Che Guevara pare che fosse: «Il capitalismo: libera volpe in libero pollaio».

  5. Il Boomernauta si riferisce al famoso catalogo della controcultura americana attorno al ‘68 che promuoveva prodotti che riguardavano l’autosufficienza, l’ecologia, l’educazione alternativa, il fai da te (DIY) e l’olismo, il tutto in uno spirito di condivisione dell’esperienza fra le persone.

  6. Frase del malefico bisnonno Deng come lo designava il Boomernauta.



Massive Spatial Migration ovvero la Grande Fuga


Nel suo vagare verso la fine del XXI secolo il Boomernauta si rende conto che, con il peggiorare e il diffondersi della setticemia di Gaia, le condizioni di vita diventano sempre più precarie e difficili. La politica delle repressioni/restrizioni iniziata con la controrivoluzione del periodo Neolib sfocia ormai da tempo in atteggiamenti di diserzione, quando non di semivita, di buona parte delle nuove generazioni. La Gov Q ha però un’assoluta necessità di rendere al più presto operativo il progetto globale della MSM – la Grande Fuga della classe dominante – che necessita di un enorme sforzo collettivo. Per ottenere tale risultato è costretta anche a far ricorso alla tradizione Thatcheriana del “there is no alternative”. Di fronte a una sfida tanto vitale l’AltaSfera Ecofin, nella sua logica soluzionista guidata dai techno-tycoon, si lancia in una nuova avventura neurotecnologica che dovrebbe essere destinata a ottenere questo incredibile risultato…



La Gov Q cominciò a funzionare accentrando gli sforzi nella Massive Spatial Migration delle élite – la Grande Fuga secondo il termine censurato sui Social, ma ormai di uso corrente – proprio perché l’ormai secolare declino ecologico/climatico avanzava con una progressione inquietante, rendendo la biosfera sempre più inospitale. Anche nelle schiere di gestione mediatica della Gov Q, potenziata da giornalisti bot o embedded, nessuno osava più negare questa realtà, ma la tradizione del negazionismo invece si era perpetuata nel respingere l’ipotesi del morbo e della pandemia nekomemetica.

La testa politica della Gov Neolib aveva cercato di distrarre l’attenzione organizzando centinaia di summit, prima contestati e poi ignorati, dove si facevano roboanti dichiarazioni e si fissavano obbiettivi teorici mai tenuti, ma poi anche questo circo mediatico era finito. Per mantenere a tutti i costi e con tutti i mezzi i livelli più alti d’accumulazione avevano insistito sul greenwashing, inventandosi la crescita sostenibile e il capitalismo verde e avevano fatto ricorso massiccio a un soluzionismo tecnologico, che non solo non poteva guarire la setticemia di Gaia, ma rischiava, in certi casi, di peggiorarla1. Non si erano mai trovati di fronte a un problema tanto insolubile e quindi concentravano i loro sforzi sul difficile controllo delle popolazioni, soprattutto quando erano colpite da cataclismi o in preda a disordini. Porzioni anche ragguardevoli di territorio potevano essere lasciate quasi all’abbandono se non erano essenziali per il grande progetto di fuga delle élite. Negli spazi saccheggiati e abbandonati, o negli anfratti di quelli da esso ancora controllati talvolta si istallavano insolite colonie alternative, più o meno appartenenti alla Sfera Autonoma, che davano forma a nuove modalità di cooperazione, cercando di tessere nuove trame di vita. Nella maggior parte dei casi però, in territori sempre più numerosi del grande Sud, la situazione era talmente difficile che la sopravvivenza dipendeva solo dagli aiuti umanitari e dalle ONG.

Tuttavia non bisogna dimenticare che quasi tutto il complesso delle ONG faceva in qualche modo ormai parte del sistema, dove era loro delegato il compito di ultimo ricorso. Un complesso che veniva non solo tollerato anche quando era critico, ma quasi sollecitato a rappresentare se non un’opposizione almeno un pungolo morale.

La Gov Q, nella sua unità una e trina e composta dall’AltaSfera Ecofin, dall’insieme dei PoSt/ati e dalla WorldForce, era venata da un transumanesimo che pretendeva essere una forma di sincretismo tecno-religioso. Essa manteneva una continuità con il suo predecessore Neolib nel creare un clima e una legislazione di restrizioni alla libertà individuale. Questo sgretolamento fine e persistente avveniva soprattutto nelle vestige delle democrazie rappresentative occidentali. Ai tempi della Gov Q nessuno avrebbe potuto credere che all’epoca della nostra gioventù di boomer avevamo avuto non solo i margini per esercitare un contropotere politico collettivo, ma anche la prerogativa di viaggiare per il mondo lavorando saltuariamente. In realtà mi chiedevo se, rispetto a quelle epoche precedenti, le Gov, a due o tre teste poco importa, non fossero riuscite a mettere intere popolazioni in uno stato di semivita, ispirato da una delle distopiche visioni di Philip Dick2. Questo, fra l’altro, facilitava il fatto di stroncare sul nascere (un nascere spesso falso e creato ad arte) qualsiasi tentativo di ribellione o anche solo di dissenso. Per fortuna che diffusamente attività minori, come la raccolta nell’Oregon dei funghi matsutaké da mandare in Giappone3, erano ancora consentite.

Visto a posteriori questo misto di brutalità e anestesia delle soggettività, praticato con persistenza dalle Gov su tante generazioni per spingerle verso la semivita, aveva avuto un certo successo, anche se gli inconvenienti non erano mancati. Da un lato il potere era riuscito a limitare le ribellioni, il che aveva permesso di portare avanti il progetto della Grande Fuga (o MSM), dall’altro c’erano state tutte le difficoltà a mantenere la produttività di fronte a fenomeni come la Great Resignation. Era infatti evidente che, nonostante le martellanti affabulazioni dei media e le lotterie governative con in palio posti nella prima colonia spaziale, si trattasse d’un progetto di fuga di pochissimi privilegiati che avrebbe richiesto quantità immense di estrazioni e di lavoro. Senza questo stato di semivita e di apatia diffuse non lo si sarebbe neanche iniziato…

Il progetto della MSM, che inglobava lo sviluppo degli ascensori spaziali e la costruzione delle infrastrutture destinate a ospitare le colonie umane nello spazio era già enorme e coinvolgeva praticamente tutti i più grandi conglomerati e piattaforme, costituendo una parte non trascurabile della produzione cognitiva e industriale di quell’epoca. La grande difficoltà della Governance era di riuscire a mantenere e sviluppare questa filiera diventata ormai perno centrale della sua politica che impiegava decine di milioni di addetti.

Ho già detto come le condizioni di vita peggiorassero e aggiungo anche che parti intere di questa produzione complessa erano comunque localmente compromesse da proteste, scioperi, dimissioni in massa ecc. La Gov Q aveva ereditato da quella Neolib quel che restava delle capacità di controllo tramite le pratiche neurali di controllo soft, che tanto avevano contato nel consolidarsi del realismo capitalista come mondo senza alternative. Ovviamente questo non escludeva l’uso delle maniere forti contro i recalcitranti, ma in una certa misura bisognava continuare con dosi appropriate di concessioni, di mantenimento a un livello anche basso delle popolazioni e di non disfacimento delle società. Questo era vero soprattutto nel Nord che produceva molto per il grande progetto MSM/Grande Fuga. Ma oltre all’aspetto materiale c’era anche quello psichico che si degradava soprattutto nelle nuove generazioni.

Ora questi equilibri precari erano fortemente a rischio e la Gov avrebbe dovuto trovare un modo supplementare per arginare le frane che avrebbero reso impossibile la Grande Fuga. Ci voleva qualcosa di decisivo che permettesse di riprendere in mano la situazione per evitare che, da un’eccessiva estensione del caos, non nascessero movimenti incontrollabili. Solo così si sarebbe veramente mantenuto in esercizio il progetto spaziale che praticamente dipendeva dalla tenuta della macchina di produzione mondiale. Questa nuova iniziativa di controllo generalizzato non avrebbe potuto essere la copia di quanto fatto all’epoca del neurocapitalismo nel Neolib, le tecniche di assoggettamento e di asservimento di quell’epoca stavano esaurendo la loro efficacia. La lunga era di concentrazioni oligarchiche imponeva ormai un’operazione verticale e centralizzata, ovviamente guidata da un board dei più prestigiosi techno-tycoon del pianeta, la cui preparazione avrebbe dovuto rimanere segreta il più a lungo possibile. L’ampiezza del compito lasciava intravedere che si sarebbe trattato di un ulteriore grande piano.

C’era stato un solo megaprogetto nella storia moderna che aveva avuto caratteristiche di segretezza e ampiezza paragonabili a quanto si metteva in cantiere ora. Si trattava naturalmente del progetto Manhattan, sfociato nella realizzazione della bomba atomica e nel suo inutile e tragico epilogo in Giappone come pretesto per mettere fine alla WWII che, quando vennero decisi i due sconvolgenti bombardamenti nucleari, era già conclusa4.

Ora in una situazione ancor più drammatica sembrava inevitabile per la Governance di lanciarsi in una grande avventura neurotecnologica per tentare di riprendere ben più del controllo delle soggettività che gli stava sfuggendo di mano, visto che si trattava di creare le condizioni per realizzare la Grande Fuga, il grande inganno finale. D’altronde la fisica quantistica, che caratterizzava ora l’essenza stessa della Gov Q, era già stata coinvolta nel progetto Manhattan. Nell’AltaSfera Ecofin si decise quindi di stanziare i fondi per un grande programma che avrebbe dovuto sfociare in un piano denominato Man2Man.

Note:


  1. Penso che il Boomernauta facesse riferimento a grandi migrazioni tecnologiche semi-fallite, come il passaggio alle auto elettriche che aveva aperto una nuova grande filiera estrazionista di litio, metalli rari ecc.


  1. In Ubik, forse il più grande romanzo di Philip Dick secondo il Boomernauta, i morti mantengono un barlume di coscienza e vengono tenuti in una sorta di animazione sospesa (la cosiddetta semi-vita) dalla quale – attraverso particolari apparecchiature – possono essere messi in comunicazione con l’esterno in modo limitato.


  1. Qui il Boomernauta fa riferimento a un’autrice che lui catalogava ironicamente nel novero delle Anime Belle, persone, secondo lui, certo molto sensibili e in buona fede ma che, un po’ come Latour, non avevano (o non volevano) prendere coscienza della natura profonda del capitalismo e delle sue incarnazioni nella Gov Neolib e si inventavano storie fantastiche di evasione quasi onirica da una realtà tremenda e apparentemente senza vie d’uscita.A. Tsing, Il fungo alla fine del mondo. La possibilità di vivere nelle rovine del capitalismo, Keller, Trento 2021.


  1. Un bel libro del mio amico Jean Marc Royer aveva descritto in modo ben documentato come era stata concepita e creata la bomba atomica a marce forzate negli anni ’40 del XX secolo. J.M. Royer, Il mondo come progetto Manhattan, tr. it. P. Vattimo, Mimesis, Milano 2023




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