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  • Immagine del redattore: Graziella Durante
    Graziella Durante
  • 3 ott
  • Tempo di lettura: 5 min

In ricordo di Giovanna Ferrara

La paura dura a lungo e la rivoluzione è di tutti

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Giovanna Ferrara (1978–2023) è stata una giornalista e intellettuale acuta, attenta alle lotte sociali e alla crisi della politica. La sua scrittura, intima e politica al tempo stesso, ha rappresentato per lei una forma di amore, resistenza e indagine collettiva. Ne L’innocenza dei dinosauri, la parola diventa atto politico e gesto affettivo, capace di raccontare il mondo e le sue ferite. La malattia e la pandemia hanno acuito il suo sguardo sul dolore e sulle disuguaglianze, trasformando la scrittura in un ponte tra sé e un “noi” fragile ma possibile. Ispirata da autrici come Annie Ernaux, Ferrara ha cercato un’espressività radicale e inclusiva, dove la memoria diventa presente e la vita si fa linguaggio.

Giovanna Ferrara (nata a Cava de’ Tirreni nel 1978 e morta a Padova nel 2023) è stata una giornalista attenta a insorgenze e disobbedienze, allegra scopritrice di libri e visioni, testimone caustica della decadenza della politica di palazzo. Ha collaborato a «il manifesto», alle riviste «operaviva» e «Outlet», alla Radiotelevisione svizzera, al Breve dizionario dell’ideologia italiana (manifestolibri, 2016). Ha dedicato gli ultimi anni allo studio delle figure di Eugenio Colorni e Ursula Hirschmann, alle radici di quell’europeismo rivoluzionario di Ventotene il cui spirito ha cercato di infondere nell’Europa malata di oggi. 


Non dirò, qui, di cosa parla L’innocenza dei dinosauri di Giovanna Ferrara (Fuorilinea, 2024), ma di come parla. C’è una storia d’amore, carsica e travolgente, che sorregge ogni sillaba di questo libro: quella tra l’autrice e la scrittura. Una storia affollata perché intima, politica perché privata. Come ogni relazione, anche questa aveva rituali e giorni di festa; seguiva le mutevoli ispirazioni delle stagioni e degli umori. Sapeva circondarsi di comparse e convocare testimoni, sobbollire continuamente per la bellezza del mondo e rovesciarsi in rabbia per non cedere all’impotenza. Ridere dei tradimenti e flirtare periodicamente con un certo bisogno di dispersione. Un dispendio caotico di energie e obiettivi che ci imputavamo reciprocamente a giorni alterni. Anche se di tracce sulla carta, di posizionamenti netti, di ricerche appassionate Giovanna è stata maestra. Dal laboratorio pulsante di «operaviva», alle pagine affilate per «il manifesto», a quelle della sua tesi di dottorato, dedicata allo straordinario progetto collettivo di Ventotene. A un sogno d’Europa rimasto intentato. A Eugenio Colorni e soprattutto a Ursula Hirschmann che ha amato tanto per quel suo modo di «mettersi a disposizione della storia con tutto quello che si ha». 


Di diari, poi, Giovanna ne ha scritti moltissimi, ma sempre in forma di dialogo. Epistolari portatili che scorrevano a volte rapidi, arrabbiati, effervescenti, altre sfiniti, delusi, sugli schermi e nelle chat di gruppo come spartiti di un concerto esistenziale. Brevi messaggi che arrivavano improvvisi, inanellati gli uni negli altri. Veloci, irriverenti, come se fossero indirizzati alla luna. Ironici, comici, intelligenti per dissolvere malintesi o crearne, con quella leggerezza luccicante con la quale si prendeva cura di tutti e di ognuno. Le parole, quindi, erano la materia vivida delle (sue) relazioni, nell’abbraccio e nella protesta. E avevano lo strano potere di certe piante esotiche dotate di uno speciale sistema nervoso e affettivo, che attirano insetti con colori e profumi variopinti. 


Estrarre parole dal mondo – senza protezioni, senza alibi, senza maschere – e decifrare tesori tra le macerie, è stato inequivocabilmente il suo mestiere. La scrittura come immersione nell’io, come denuncia e pratica politica, come resistenza alla morte, come descrizione fedele del mondo o come esplorazione e creazione di mondi. Quando le sembrava di aver finalmente afferrato le sue ragioni per scrivere, al netto di falsi miti come la predestinazione, o di favole troppo rassicuranti come il talento, Giovanna ricominciava daccapo. 


Abbiamo allestito stradari, urbani e domestici, per percorrere insieme questa inquietudine – bar, panchine, teatri, divani, parchi, fontane – invitando un ampio parterre di autori – Julio Cortazar, Roland Barthes, Bohumil Hrabal… – e soprattutto autrici – Goliarda Sapienza, Irene Brin, Patrizia Cavallo, Annamarie Schwarzenbach… Incontri che hanno moltiplicato a dismisura le domande e approfondito l’esplorazione, stravolgendo superficie e profondità.

Tutto sembrava influenzare irrimediabilmente le parole, ma quante possibilità c’erano che accadesse il contrario? Quanto conveniva mascherarsi? Quanto la finzione poteva proteggere dalla vita? Come regolare la distanza tra la carta e il mondo? Da quali prospettive, con quale sguardo mettersi a raccontare? E ancora. Farlo dalle bacheche affollate e distratte dei social nelle quali Giovanna si muoveva con disinvolta mondanità, instillando folgoranti scatti di penna? O misurare forza e respiro partendo per destinazioni più lente, più lunghe, senza tuttavia allontanare lo sguardo degli altri? Scrivere per sé e di sé, lasciandosi corrompere dalla folgorante dolcezza con la quale, talvolta, la vita si e ti allontana dal mondo, per caso o per necessità? Abbandonarsi al pericolo della scrittura in alto mare, senza appigli, navigando a vista in quello che pensiamo essere il vero Io (narrante) che si appresta a diventare l’Autore? O, al contrario, rifiutare l’autorialità come fosse l’astuzia più insidiosa che la scrittura ci gioca contro? Cosa accade davvero quando la scena di un immaginario pieno di mondo si fissa alla quinta di una pagina bianca? Se non ci sono scorciatoie, quando ci si trova in quel punto della storia, quali vie ci si aprono dinanzi? 

Molto prima che fosse insignita del Nobel, siamo precipitate senza impegno, dalla noia estiva alle opere di Annie Ernaux, guidate solo da un puro istinto di sopravvivenza. Ci eravamo arrivate, come spesso accadeva, ognuna per proprio conto, lei dalla sua Costiera io dalla mia Tuscia. Trascorremmo l’estate a leggere voracemente e a telegrafarci di visioni e improvvisi disvelamenti. Fu un’estate felice, di grandi progetti e discussioni.


La scrittura di Annie rimescolava le carte, ma sul tavolo giusto. Quella sua maniera di disperdere l’io in una realtà più ampia, di condurre indagini biografiche, al limite del poliziesco, in modo del tutto impersonale, senza iscriverle in un quadro finzionale, era sorprendente. Per Giovanna fu un cambio di prospettiva radicale. Se non una ricompensa o l’accenno di una salvezza, certamente la via per scrivere la vita e vivere la scrittura con un’intensità ancora del tutto inesplorata. Niente è retrospettivo, e tutto lo è, diventò presto il tormentone di quell’afa agostana. Senza alcuna violenza, le emozioni ritornavano politiche. La realtà, che era sempre stata nella scrittura di Giovanna, riconquistava un valore collettivo. Usare se stessi come sonda, come radar o sirena per svelare un mondo collettivo, la sua irriducibile permanenza.


Una diagnosi, terribile e rimossa, si incrociava con l’evento pandemico. La malattia vissuta cominciava a specchiarsi nelle crepe e nelle lacerazioni sociali. Nelle logiche estrattive del capitale, nei conflitti di classe. In un diffuso bisogno di cambiamento che Giovanna ha messo insieme, avvistandolo ovunque, pagina dopo pagina, a ogni corsia di ospedale percorsa. Le parole facevano esistere le cose. Quelle che nessuno vuole vedere. La sofferenza, la solitudine, l’abbandono, le diseguaglianze, la vulnerabilità di tutti e di ognuno. La violenza meschina dell’interesse. 

Da lavoro per sé, la scrittura diventava lavoro per un noi che stentava a riconoscerci, a sapersi ancora in vita. Tutto senza disfarsi mai dell’impronta inconfondibile che sapeva lasciare di sé. Una scrittura clinica, sì, ma non alla maniera della scrittura bianca di Barthes, né della scrittura piana di Annie, pensata per dare notizie essenziali con una lingua dura, svestita. 

 

Giovanna mirava alla foto di gruppo, senza escludere nessuno. Un Io impresso nel primitivo, fiabesco chiaroscuro della vita e della realtà.

Un’espressività infantile, dove la paura dura a lungo e la rivoluzione è di tutti. Dove la vera felicità, come scriveva Jules Reanard, sarebbe ricordare il presente.


Graziella Durante ha collaborato con l’Università di Napoli, Salerno, Parigi e con diversi Istituti di ricerca scrivendo e curando numerose edizioni scientifiche di giurisprudenza dei corpi e filosofia politica. Traduttrice, giornalista e scrittrice, i suoi più recenti lavori sono apparsi per Dedalo, Mondadori, Einaudi e Cairo. Nel tempo libero, vive a Roma.

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