top of page
ahida_background.png

selfie da zemrude

  • Immagine del redattore: Giuliano Spagnul
    Giuliano Spagnul
  • 19 minuti fa
  • Tempo di lettura: 8 min

VI° La fantascienza dopo la morte della fantascienza

Il testo riprende la tesi di Antonio Caronia sulla <<morte>> della fantascienza, intesa come fine della sua funzione novecentesca di dispositivo capace di accompagnare l’immaginazione del futuro nell’epoca dell’innovazione tecnoscientifica. Oggi la SF sopravvive come etichetta commerciale o ideologica, mentre i suoi temi si sono dispersi nel reale. L’esperienza di Un'Ambigua Utopia aveva già colto la crisi dell’immaginario moderno, proponendo una destrutturazione del genere. Con Donna Haraway, <<SF>> diventa un acronimo plurale e una pratica speculativa che rende porosi i confini tra umano e non umano. La fantascienza non evolve in altro: si dissemina nella realtà, fino a coincidere con essa, imponendo di essere riletta e rimappata da nuove prospettive collettive e post-umane.


Voglio dire che bisogna per forza essere molto giovani

per giocare a tutti quei giochi finanziari senza pensare nemmeno

per un secondo agli interessi e alle conseguenze.

Il capitalismo funziona proprio così – afferrare un’occasione

e reagire il più velocemente possibile. È pensiero completamente

astratto e piace molto ai giovani, che lo trovano divertente.

Per cui, in modo molto bizzarro, buona parte del nostro

futuro è nelle mani di giovani che ci stanno giocando senza

pensarci troppo su. Sembra fantascienza,

ma d’altra parte siamo nella fantascienza. - Isabelle Stengers1



In un articolo del 2009 Antonio Caronia decretò la scomparsa della fantascienza, La FS è morta, viva la FS!  suscitando un certo scandalo tra gli estimatori del genere e perfino tra gli stretti amici:

«I generi della letteratura popolare sono, più di altri, fenomeni storici contingenti, che nascono e muoiono in simbiosi con i processi sociali. La fantascienza è morta, quindi, nel momento in cui la società non riusciva più a progettare il proprio futuro: ma i suoi temi, le sue strategie narrative, le sue modalità discorsive stanno migrando già in questi anni nelle nuove produzioni della nuova industria culturale, nei nuovi generi che si preparano e già vivono nella narrativa, nel cinema, nei videogiochi, dalla fantasy al noir»2.


La fine della fantascienza è la fine di un'epoca. Per parlare di moltiplicazione, diversificazione, ramificazione, cioè di ciò che sottintende l'idea di migrazione, occorrerebbe ricontestualizzare tutta questa polluzione nel mondo attuale. Ed è quello che nessuna critica specializzata sta facendo. E non lo sta facendo perché troppo presa da un presunto continuismo col passato anche se inesorabilmente smentito da una realtà che si è vista, come diceva sempre Caronia, precipitare addosso tutto il cielo dell'immaginario.


Oggi, in quanto genere, ha perso completamente la sua funzione novecentesca che era quella, non ci stancheremo di ribadirlo, di essere un dispositivo capace di accompagnare l'essere umano in una fase dominata dal ritmo esponenziale dell'innovazione tecnoscientifica. Ad essere quindi un dispositivo ponte, passaggio.


La SF oggi è ciò che si etichetta come tale per motivi che possono essere puramente commerciali e di convenienza, o prettamente ideologici, per la costruzione di immaginari specifici: Solarpunk, accelerazionismi, possibili fughe su altri pianeti per salvarci dalla catastrofe climatica, l'idea che lo stesso tipo di tecnologia che ci sta portando alla distruzione possa anche salvarci, ecc.


Ma soprattutto l'idea, molto pericolosa perché poco avvertita, di un continuismo col passato, per mantenere in vita l'idea di un progressismo (quello ereditato dalla modernità) che guarda al futuro pensando di poterlo governare anticipandolo. Instaurando così una forma nuova della vecchia ideologia del dominio e del possesso tramite la conoscenza.


L'esperienza di una rivista (e un collettivo) come «Un'Ambigua Utopia», negli anni '703, è stata quella di evidenziare e tenere aperto il più possibile la frattura della crisi dell'immaginario della modernità, arrivata all'apice proprio in quegli anni. Distruggere la fantascienza era nell'editoriale/manifesto del primo numero. Da qui la dichiarazione di morte della SF di Caronia, in quanto la SF non si è evoluta in altro ma si è disseminata nel territorio del reale costruendo mondi che Donna Haraway dice sono: «pratiche di modellamento, co-creazioni rischiose, fabule speculative» e aggiunge «la SF oggi è un acronimo che sta per Fantascienza, Femminismo Speculativo, Fabula Speculativa, Fatto Scientifico»4.


La SF è diventata un acronimo! Un gioco pericoloso che fa stare a contatto con il problema. Ciò non va a costruire o ricostruire un genere, ma a certificare una pratica di ripresa dell'attività del pensiero come immaginazione. Si scardina proprio l'idea di immaginario ereditata dai dispositivi precedenti. A questo sparigliare le carte Haraway ci aveva già abituati col suo divenire cyborg, che altro non era che un invito a divenire ciò che siamo sempre stati, null'altro che cyborg.


Oggi nelle fabule speculative - ne abbiamo presentate due in Torchiera: Cronache del boomernauta di Giorgio Griziotti e Libellule nella rete di Loretta Borrelli5 - si misurano i confini tra umano e non umano, tra individuo e collettività, tra sé e l'altro, tra razionalità e irrazionalità, non per eliminarli né per ratificarli ma per renderli porosi e farci assumere la responsabilità delle loro possibili modificazioni. E quindi farci acquisire una nuova coscienza, un nuovo modo di pensare, una nuova forma di vita. Sì, la fantascienza è proprio finita perché è diventata, infine, realtà.

E allora l'invito, oggi, per fare ancora fantascienza, è di leggerla al contrario, da altra prospettiva. Rimapparla e risignificarla in un nuovo percorso collettivo umano quanto non umano come in quel romanzo di Philip K. Dick in cui il protagonista si trova a discutere, per un'impresa da farsi collettivamente, con varie specie aliene tra cui anche esseri dei quali si era cibato in qualche ristorante nel proprio pianeta Terra6.



Note:


1: I. Stengers, Una cosmopolitica - rischio, speranza, cambiamento in Mary Zournazi, Tutto sulla speranza, Moretti & Vitali, Bergamo 2013


2: pubblicato sulla rivista «Hamelin» n. 22, marzo 2009 https://www.academia.edu/298069/La_fantascienza_%C3%A8_morta_viva_la_fs_


3: L'unicità di un'esperienza come quella di «Un'Ambigua Utopia» è ben esemplificata dalle parole di Antonio Caronia ritrovate recentemente in un audio (una vecchia musicassetta contenente la registrazione di una parte di una riunione del collettivo redazionale del 1979 in mezzo ad altre registrazione di altra natura): «certo è una rivista che è nata da gente che era appassionata di fantascienza, questo è ovvio, però fin dall'inizio ha avuto una caratterizzazione estranea, completamente opposta, diversa, con un altro linguaggio su un altro piano, a qualunque esperienza di fandom italiano e aggiungiamo pure americano per quello che noi ne sappiamo, anche se negli ultimi tempi sappiamo che ci sono alcune riviste negli Stati Uniti che potrebbero essere classificate a metà strada diciamo tra il fandom tradizionale e la nostra esperienza...» l'intera registrazione è ascoltabile qui https://www.youtube.com/watch?v=PPPEZGZZ_24


4: Donna Haraway, Chthulucene, Nero, Roma 2019


5: G. Griziotti, Cronache del boomernauta, Mimesis, Milano 2024. (Pubblicato a puntate su AHIDA https://www.ahidaonline.com/ ) – L. Borrelli, Libellule nella rete, Zona 42, Modena 2023.


6: Philip K. Dick, Guaritore galattico, Fanucci, Roma.






VI. Science‑Fiction After the Death of Science‑Fiction


«I say that one must be very young to play all those financial games without thinking even for a second about interest and consequences. Capitalism works exactly like that—grab an opportunity and react as fast as possible. It is a completely abstract thought that young people love because they find it fun. Thus, in a very strange way, a large part of our future is in the hands of youths who are playing with it without thinking too much. It sounds like science‑fiction, but on the other hand we are in science‑fiction». - Isabelle Stengers¹

In a 2009 article Antonio Caronia declared the disappearance of science‑fiction, «SF is dead, long live SF!» causing a scandal among genre enthusiasts and even among close friends:

«The popular‑literature genres are, more than others, contingent historical phenomena that are born and die in symbiosis with social processes. Science‑fiction therefore died at the moment society could no longer design its own future; however, its themes, narrative strategies, and discursive modes have already been migrating in recent years into the productions of the new cultural industry, into the new genres already living in literature, cinema, video games, from fantasy to noir».²

The end of science‑fiction marks the end of an era. To speak of multiplication, diversification, branching - that is, of what underlies the idea of migration - we would have to re‑contextualize this whole pollution in today’s world. No specialized criticism is doing that, because it is too caught up in a presumed continuity with the past, even though reality - as Caronia always said - has precipitated the entire sky of imagination onto us.

Today, as a genre, it has completely lost its twentieth‑century function, which we will not tire of reiterating: to be a device capable of accompanying humanity through a phase dominated by the exponential rhythm of technoscientific innovation. It is therefore a bridge device, a passage.

Contemporary SF is labeled as such for reasons that may be purely commercial and convenient, or ideologically driven, to construct specific imaginaries: solarpunk, accelerationism, possible escapes to other planets to save us from climate catastrophe, the idea that the very technology leading us to destruction might also save us, etc.

More dangerously, there is the barely noticed notion of a continuity with the past to keep alive the idea of progressivism (inherited from modernity) that looks to the future believing it can be governed by anticipating it - thus establishing a new form of the old ideology of domination and possession through knowledge.

The experience of a magazine (and collective) like Un’Ambigua Utopia in the ’70s was to highlight and keep open as much as possible the fracture of the modern‑imaginary crisis, which peaked precisely in those years. Destroying science‑fiction was the editorial/manifesto of the first issue. Hence Caronia’s declaration of SF’s death: SF did not evolve into something else but scattered across the real world, building worlds that Donna Haraway calls «practices of modeling, risky co‑creations, speculative fables - adding that - today SF is an acronym that stands for Fantascienza, Femminismo Speculativo, Fabula Speculativa, Fatto Scientifico».⁴

SF has become an acronym - a dangerous game that keeps the problem in view. This does not build or reconstruct a genre; it certifies a practice of reviving thought activity as imagination. It discards the imaginary inherited from previous devices. Haraway had already prepared us for this with her cyborg becoming, essentially, an invitation to become what we have always been: cyborgs.

Today, in speculative fables - two of which we presented in Torchiera: Cronache del Boomernauta by Giorgio Griziotti and Libellule nella rete by Loretta Borrelli⁵ - boundaries between human and non‑human, individual and collective, self and other, rationality and irrationality are measured not to eliminate or ratify them but to make them porous and to assume responsibility for their possible modifications. Thus, we acquire a new consciousness, a new way of thinking, a new form of life. Yes, science‑fiction is truly finished because it has become reality.

The invitation today, to still do science‑fiction, is to read it backwards, from another perspective. Remap it and re‑signify it in a new collective human‑as‑well‑as‑non‑human path, as in that Philip K. Dick novel where the protagonist must, for a collective undertaking, negotiate with various alien species, including beings he once ate on Earth⁶.


Notes:


1 I. Stengers, Una cosmopolitica - rischio, speranza, cambiamento in M. Zournazi, Tutto sulla speranza, Moretti & Vitali, Bergamo 2013;



3 The uniqueness of an experience like Un'Ambigua Utopia is well exemplified by the words of Antonio Caronia, recently found in an audio recording (an old cassette containing part of a 1979 editorial team brief, amid other tracks of diverse topics): «Of course, it's a magazine that was born from passionate people about scifi – that's fair – since its start it had an alien profile, completely opposite, different, with a singular glossary – on another level – to any experience of Italian fandom, and let's add American – as far as we know – even though we know that recently there are US magazines halfway between, let's say, traditional fandom and our experience». Find the full track here: https://www.youtube.com/watch?v=PPPEZGZZ_24


4 D. Haraway, Chthulucene, Nero, Rome 2019;


5 G. Griziotti, Cronache del boomernauta, Mimesis, Milan 2024. (Published in istallments on Ahida magazine https://www.ahidaonline.com/ ) – L. Borrelli, Libellule nella rete, Zona 42, Modena 2023;


6 P. K. Dick, Guaritore galattico, Fanucci, Rome 2016.




bottom of page