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- Marco Sommariva

- 17 lug
- Tempo di lettura: 8 min
Aggiornamento: 18 lug
La macchina del profitto prosciuga, scava, consuma. Metropolis di Thea von Harbou

Metropolis (1925) di Thea von Harbou è un romanzo distopico che denuncia la disumanizzazione causata dall’industrializzazione e dal profitto sfrenato. Ambientato in una città futuristica divisa tra una classe dominante che vive in superficie e operai schiavizzati nel sottosuolo, il libro mostra il conflitto tra razionalità meccanica e umanità. Attraverso lo sguardo critico di Freder, figlio del leader della città, emerge un invito alla ribellione e alla consapevolezza sociale.
Metropolis, scritto nel 1925, affronta gli effetti disumani dell’industrializzazione e della logica del profitto a tutti i costi.
Il libro nasce dalla rielaborazione del copione che la stessa autrice, Thea von Harbou, aveva preparato per l’omonimo film muto del 1927 diretto da suo marito Fritz Lang; in seguito, le strade dei due si divisero: la von Harbou s’iscrisse al Partito nazista diventando una voce della propaganda nazionalsocialista; Lang, invece, che non tollerava il regime, finì per andare via dalla Germania e stabilirsi a Parigi.
Metropolis è una città del 2026 in cui vige una forte contrapposizione tra il regno della luce e quello delle ombre che si annida nel suo sottosuolo: nel primo vivono i borghesi, capitalisti, amanti del piacere e del bello, un luogo gradevole fatto di immensi grattacieli, di macchine, aerei e con uno stadio in cui giovani avvenenti e in salute praticano sport e vivono in serenità; nel secondo – il mondo sotterraneo – vive un esercito di operai schiavizzati, ridotti alla stregua di automi, che lavorano incessantemente per alimentare proprio quell’universo luminoso che sta in superficie, a cui non potranno mai accedere.
Potere, fama, ricchezza e bellezza sono i valori su cui poggia Metropolis, la città-Stato dove svetta imponente la Nuova Torre di Babele in cui Johann (Joh) Fredersen – Cervello di Metropolis –, padrone e Signore di questa megalopoli, governa e domina dal suo ufficio un mondo in cui la logica del profitto è portata alle sue estreme conseguenze, in cui non viene contemplato il valore di sentimenti, legami e affetti, dove l’unica religione è quella della matematica e dei calcoli, delle regole perfette e scientificamente provate – un mondo di vivi che, però, per sopravvivere, ha bisogno di attingere dal buio di un vasto universo sotterraneo.
Ecco chi sono gli esseri che soddisfano questa logica del profitto portata alle sue estreme conseguenze da chi domina:
«Freder [unico e amato figlio del Cervello di Metropolis] lasciò vagare lo sguardo sulla città, spingendolo fino a quell’edificio che nel mondo era conosciuto come la Nuova Torre di Babele. Nella calotta della Torre di Babele viveva un uomo, il Cervello di Metropolis. Là sopra l’uomo lavorava senza sosta. Disprezzava il sonno. Mangiava e beveva come un automa e, finché teneva premuto il disco di metallo blu che nessuno aveva toccato all’infuori di lui, la voce di Metropolis, la città delle macchine, continuava a ruggire reclamando cibo, cibo, cibo… Voleva in pasto uomini vivi. Ed ecco che il cibo vivente avanzò in massa. Camminava lungo la strada, lungo la sua strada che non si incrociava mai con altre strade umane. Avanzava snodandosi in tutta la sua ampiezza, un fiume interminabile. Il fiume era largo dodici file. Procedevano a passo uguale. Uomini, uomini, uomini – tutti vestiti allo stesso modo; dal collo fino alle caviglie erano coperti di lino blu scuro, i piedi nudi nelle stesse scarpe rigide, stretti intorno ai capelli gli stessi berretti neri. E tutti sembravano avere gli stessi volti. E tutti sembravano avere la stessa età. Avanzavano con il busto sollevato, ma non diritto. Non alzavano la testa: la spingevano in avanti. Poggiavano i piedi, ma non camminavano. Le porte aperte della Nuova Torre di Babele, del centro macchine di Metropolis, risucchiavano dentro le masse. Incontro a loro, oltrepassandoli, si trascinava un’altra fila: la squadra consumata. Si riversava fuori snodandosi in tutta la sua ampiezza, un fiume interminabile. Il fiume era largo dodici file. Procedevano a passo uguale. Uomini, uomini, uomini – tutti vestiti allo stesso modo; dal collo fino alle caviglie erano coperti di lino blu scuro, i piedi nudi nelle stesse scarpe rigide, stretti intorno ai capelli gli stessi berretti neri. E tutti avevano gli stessi volti. E tutti sembravano avere diecimila anni. I pugni e le teste penzolanti. Non camminavano: appoggiavano i piedi. La porta aperta della Nuova Torre di Babele, il centro macchine di Metropolis risputava fuori le masse, così come le risucchiava dentro. Quando il nuovo cibo vivente scomparve dietro le porte, finalmente la voce ruggente tacque. E si fece nuovamente sentire il ronzio ininterrotto, insistente, della grande Metropolis, quasi che adesso regnassero il silenzio e una profonda quiete. L’uomo che nel cranio della città delle macchine era il forte Cervello, aveva tolto il dito dal disco di metallo blu».
Sono esseri che, nel momento in cui non servono più a chi domina, vengono licenziati e pazienza se, perché privati di un’occupazione, decideranno di suicidarsi:
«Perché lo hai licenziato, padre?», chiese il figlio.
«Non mi serviva più», disse Joh Fredersen, e ancora non aveva guardato il figlio neppure una volta.
«Perché no, padre?».
«Non possono servirmi persone che si spaventano quando si rivolge loro la parola», disse il Signore di Metropolis.
«Forse si sentiva male… Forse era preoccupato per qualcuno che gli è caro…».
«È possibile. […] Freder, guardati dal giudicare buone le persone e dal considerarle vittime innocenti solo perché soffrono. Chi soffre si è reso colpevole. Verso di sé e verso gli altri».
«Tu non soffri mai, padre?».
«No”.
«Tu sei del tutto innocente?».
«Il tempo della colpa e quello della sofferenza mi stanno alle spalle, Freder».
«E se adesso quest’uomo… Non l’ho mai visto prima, ma ne sono convinto: quando è uscito da questa sala aveva proprio l’aspetto di una persona decisa a porre fine alla sua vita…».
«Forse».
«E se tu domani mattina venissi a sapere che è morto, questa notizia non ti colpirebbe affatto?.
«No».
Freder tacque.
La mano di suo padre scivolò sopra una leva e l’abbassò. In tutti i locali antistanti alla Nuova Torre di Babele le luci si spensero. Il Signore della grande Metropolis aveva fatto capire al mondo circostante che non voleva essere disturbato senza un motivo urgente.
«Non posso tollerare – proseguì – che una persona che lavora al funzionamento di Metropolis insieme a me, accanto alla mia mano destra, rinunci all’unica grandezza che possiede in più rispetto alla macchina».
«E che cos’è, padre?»
«Sentire il lavoro come un piacere», disse il Signore di Metropolis.
Sono tutti essere inutili, se non quando sono là dove devono essere, ognuno al proprio posto; sono tutti essere inutili, se non quando sono quello che devono essere, rotelle facilmente sostituibili di un ingranaggio che ti divora il cervello mentre ti fa produrre un profitto di cui non godrai mai:
«Padre! Aiuta gli uomini che lavorano alle tue macchine!».
«Io non li posso aiutare», disse il Cervello di Metropolis. «Nessuno li può aiutare. Sono là dove devono essere. Sono quello che devono essere. Per tutto il resto sono inutili».
«Io non so a che cosa servono», disse Freder con voce spenta. La testa gli cadde sul petto come recisa per metà. «So solo quello che ho visto, ed era terribile […] accanto alle macchine-divinità, i loro schiavi: uomini stritolati tra la socievolezza e la solitudine delle macchine. Non devono trascinare pesi, è la macchina che li trascina. Non devono né sollevare né alzare nulla, è la macchina che alza e solleva. Non devono eseguire che quell’unico compito incessante e sempre uguale: restare ognuno al proprio posto, ognuno accanto alla propria macchina. Dopo pochi secondi la stessa presa allo stesso istante, allo stesso momento. Hanno gli occhi ma sono come ciechi, tranne che per una cosa: le scale dei manometri. Hanno orecchie, ma sono come sordi, tranne che per una cosa: il sibilo della loro macchina. Vigilano continuamente e hanno un solo pensiero: se la loro vigilanza viene meno, la macchina si sveglia dal suo sonno simulato, inizia a muoversi a folle velocità e si riduce in pezzi. E la tensione della vigilanza, l’eterna vigilanza della macchina che non ha né testa né cervello, succhia il cervello del suo custode dal cranio paralizzato, e non lascia la presa finché a quel cranio svuotato non resta appeso un essere nuovo, non più uomo e non ancora macchina, prosciugato, scavato, consumato. E la macchina, che ha risucchiato e divorato tutto il midollo spinale e il cervello dell’uomo, che gli ha ripulito la cavità cranica con la sua lingua morbida e lunga, con il suo sibilo tenero interminabile, la macchina riluce nel suo splendore di argento vellutato, cosparsa di olio santo, bella e infallibile […]. E tu, padre, tu premi il tuo dito sul piccolo disco di metallo blu accanto alla tua mano destra, e la tua grande, splendida, terribile città di Metropolis inizia a ruggire e annuncia che ha di nuovo fame di midollo spinale e di cervello umano, e il cibo vivente si riversa come un fiume nelle sale-macchine simili a templi, e quelli ormai consumati vengono risputati…». La voce gli venne meno. Sbatté insieme con durezza le nocche delle mani e guardò suo padre. «E sono pur sempre uomini, padre!».
Freder, il figlio di Johann (Joh) Fredersen, ce la mette tutta per poter dare una mano a questi esseri ai quali la macchina ha ripulito la cavità cranica con la sua lingua morbida e lunga, ma viene visto con sospetto da coloro che abitano sottoterra, in una città pulita e luminosa, ma priva del sole e della pioggia, della luna di notte, del cielo:
«Se sei venuto da noi per tradirci, figlio di Fredersen, allora ne trarrai scarso beneficio […] perché porti la divisa di lino blu? Gli uomini condannati a portarla per tutta la vita abitano in una città sotterranea che in tutti e cinque gli angoli della terra è considerata un’autentica meraviglia del mondo. È una meraviglia architettonica, questo è vero! È pulita e luminosa, ed è un modello di ordine. Le manca soltanto il sole e la pioggia, e la luna di notte. Le manca soltanto il cielo. Per questo i bambini che abitano là sotto hanno quelle facce da gnomi. Vuoi scendere nella città sotto terra per poi rallegrarti doppiamente della tua abitazione, lassù in alto sopra la grande Metropolis nella luce del cielo? Ti diverti a indossare per gioco questa divisa?».
Ma il figlio del Cervello di Metropolis non è tipo da darsi facilmente per vinto, e arringa così i lavoratori:
«Che cos’è più saporito: l’acqua o il vino?».
«Il vino è più saporito!».
«Chi beve l’acqua?».
«Noi!».
«Chi beve il vino?».
«I padroni! I padroni delle macchine!».
«Che cos’è più gustoso: la carne o il pane asciutto?».
«La carne è più gustosa!».
«Chi mangia il pane asciutto?».
«Noi!».
«Chi mangia la carne?».
«I padroni! I padroni delle macchine!».
«Che cos’è più piacevole da indossare: il lino blu o la seta bianca?».
«La seta bianca è più piacevole da indossare!».
«Chi indossa il lino blu?».
«Noi!».
«Chi indossa la seta bianca?».
«I padroni! I figli dei padroni!».
«Dov’è preferibile abitare: sulla terra o sotto terra?».
«Sulla terra è preferibile abitare!».
«Chi abita sotto la terra?».
«Noi! ».
«Chi abita sulla terra?».
«I padroni! I padroni delle macchine! ».
«Come vivono le vostre donne? ».
«Nella miseria! ».
«Come vivono i vostri bambini? ».
«Nella miseria!».
«Cosa fanno le vostre donne? ».
«Soffrono la fame!».
«Cosa fanno i vostri bambini? ».
«Piangono!».
«E cosa fanno le donne dei padroni delle macchine?».
«Gozzovigliano!».
«E cosa fanno i bambini dei padroni delle macchine?».
«Giocano!».
«Chi sono quelli che producono?».
«Noi!».
«Chi sono quelli che dissipano?».
«I padroni! I padroni delle macchine!».
«Che cosa siete voi?».
«Schiavi!».
«No – che cosa siete voi?».
«Cani!».
«No – che cosa siete voi?».
«Diccelo! Diccelo!».
«Siete dei folli! Stupidi! Stupidi! In ogni vostra giornata, la mattina, a mezzogiorno, la sera, la macchina grida chiedendo cibo, cibo, cibo! Voi siete il cibo! Voi siete il cibo vivente! La macchina vi divora come paglia tritata e vi risputa fuori! Perché rimpinzate la macchina con i vostri corpi? Perché ungete le sue articolazioni con il vostro cervello? Perché non lasciate che le macchine muoiano di fame, o stolti? Perché date loro da mangiare? Quanto più le nutrite, tanto più le macchine sono avide della vostra carne, delle vostre ossa e dei vostri cervelli. Voi siete diecimila! Voi siete centomila! Perché non vi scagliate come centomila pugni assassini sulle macchine e non le colpite a morte? Voi siete i padroni delle macchine, voi! Non gli altri che se ne vanno in giro vestiti di seta bianca! Ribaltate il mondo! Mettete il mondo con i piedi per aria!».
Perché non ci scagliamo come centomila pugni assassini sulle macchine e non le colpiamo a morte? Siamo noi i padroni delle macchine, noi! Non gli altri che se ne vanno in giro vestiti di seta bianca! Ribaltiamo il mondo! Mettiamo il mondo con i piedi per aria!
Chiedo troppo?
Almeno fuggiamo dal sottosuolo dell’ignoranza, dài!
Marco Sommariva (Genova 1963) è autore di numerosi romanzi e testi di critica letteraria.

