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  • Immagine del redattore: Marco Rigamo
    Marco Rigamo
  • 28 minuti fa
  • Tempo di lettura: 7 min

Ombre Rosse # 1: La passione per il cinema; O agente segreto

Marco Morosini
Marco Morosini

OMBRE ROSSE: la passione per il cinema


Il mondo della critica cinematografica è davvero molto affollato. Durante i grandi festival italiani (Venezia, Torino, Roma) vengono accreditati abitualmente tra i mille e duemila giornalisti e critici, tra professionisti e non, per ogni evento. Con Ombre Rosse vogliamo rendere omaggio al mitico film di John Ford del '39 (nel finale lo sceriffo arresta il ladro, salvo poi lasciarlo fuggire con la prostituta), ma soprattutto cerchiamo di ricreare quel punto di vista critico che prende forma fuori da quelle sale, nell'immediatezza della visione, spesso oggetto di scambio tra persone che non si conoscono. Nessuna pretesa di volare troppo alto. Nel tentativo di restare agganciati alla tenitura della distribuzione abbiamo, nel linguaggio, cercato di mantenere quel tono pop che si adopera in una chiacchierata davanti a un bicchiere di vino. Che a Venezia, non a caso, si dice ombra.



O agente segreto


E' un film sull'importanza della memoria. Kleber Mendonca Filho


Mentre nel 1977 da noi il Carnevale portava in piazza una protesta giovanile destinata a passare alla storia, nello stesso momento a Recife, nordest del Brasile, nelle strade si riversava per una settimana una folla di più di un milione di persone per dare vita a una gigantesca festa, incontrollata e incontrollabile. Destinata a concludersi con più di novanta morti. Kleber Mendonca Filho apre il suo quarto lungometraggio sul maggiolino giallo che in quei giorni riporta Marcelo (dopo quanto tempo?) nella sua città, la stessa città natale del regista. Non ha il physique du rol dell'agente segreto, ma una carica empatica che già nella sosta al distributore di benzina prende rapidamente concretezza. Il primo scarto sembra rimandarci all'umorismo nero dei fratelli Cohen, con un cadavere in mezzo al piazzale, coperto da cartoni, i piedi che sporgono, preda possibile di cani randagi. Ma è una falsa pista. Arriva un'auto della polizia e ci mette sulla traccia giusta.


Non è un thriller, non è un noir, non è una spy story O agente secreto. Per successive approssimazioni Mendoca Filho, autore anche della sceneggiatura, mette in scena un'operazione di recupero della memoria collettiva mediante uno sguardo in soggettiva sul Brasile dopo il golpe militare del 1964, all'epoca della presidenza di Ernesto Geisel, il cui ritratto appare più volte in uffici governativi. Marcelo torna da rifugiato, non sappiamo in ragione di quale colpa commessa, per rivedere il figlio piccolo e ritrovare le tracce anagrafiche della madre mai conosciuta. Fuori dall'impazzimento carnevalesco, caratteri che bucano lo schermo come l'anziana Dona Sebastiana e tutti gli altri comprimari, attori molto amati nel loro Paese. Un lavoro di casting straordinario, tanto quanto la precisione della ricostruzione filologica di ambienti interni ed esterni. Maschere del Carnevale e Maschere del Potere, istituzionale e finanziario. Dosati flashback, brevi interruzioni della linearità, per aiutarci a comporre il mosaico delle ragioni che muovono il protagonista.


Non vuole essere e non è una lezione di storia. Al contrario è proprio nell'assenza di spiegazioni (cosa è accaduto a sua moglie?), nel fuori campo, che il racconto sembra trovare il suo maggiore punto di forza, con ciò rendendo forse il finale pleonasticamente didascalico. I frammenti del mosaico appaiono salvo subito dopo scomparire, in un'atmosfera di costante incertezza, costringendoci a indagare continuamente motivazioni, personalità, traiettorie, scelte. Nemmeno i sicari, che potrebbero obbedire a una confezione di genere, sono riconducibili alla medesima categoria. Frammenti, derive, accumuli, in una costruzione narrativa che presenta due volti, come il gatto che si aggira nell'appartamento labirintico di Dona Sebastiana. Il rapporto dei brasiliani con l'amore e con il sesso, la pervasività della presenza dittatoriale, la cinica pochezza del valore della vita umana. I sentimenti, i rimpianti, le passioni. Il magico, il grottesco, il politico. La corruzione, l'indifferenza, la tensione che da un momento all'altro può trasformarsi in violenza.


Quello che mettiamo assieme dopo 160 minuti (ma ne avremmo voluti ancora) è la testimonianza attiva in ordine a una dittatura sanguinaria conclusasi nel '85 dopo omicidi e torture, ma che ha lasciato permanere i suoi effetti nella società brasiliana per molti anni a venire. La presidenza Bolsonaro ne è stata una reincarnazione aggiornata e tangibile. Il dominio e la negazione della libertà possono sempre sopravvivere, in forme più o meno nascoste. Per evitare che la storia si ripeta è necessario sollecitare la memoria e tramandarla a chi quegli anni non li ha vissuti. In questo stimolando anche la nostra, di memoria. Possiamo ricordare l'AI 5, l'Atto Istituzionale n.5, che ebbe per oggetto la soppressione delle libertà costituzionali, e avere così una buona occasione per interrogarci su un nostro possibile destino di rifugiati una volta che la deriva autoritaria che sta acquisendo sempre maggiore forza in molti quadranti della civilissima Europa, a cominciare dal nostro Paese (o Nazione?), sarà arrivata al traguardo. O magari, meglio: di agenti segreti.


Marco Rigamo è nato e vive a Padova. Attivista politico, dagli anni '70 ha attraversato tutte le stagioni del conflitto sociale e qualche strettoia giudiziaria, partecipando nel nuovo millennio alle carovane internazionali di sostegno ai diritti delle comunità Zapatiste e Palestinesi. Ha pubblicato scritti in tema di attualità politica, giustizia e carcere. Ha curato in collettivo la pubblicazione dei volumi La settima chiave – Le Tute Bianche nella carovana zapatista, Neos Edizioni, 2001 e Processo Sette Aprile – Padova trent'anni dopo, voci della città degna, Manifestolibri, 2009. Da sempre appassionato di cinema ha pubblicato le sue recensioni sulle riviste Duel, ZeroNetwork, Global Magazine e sulle testate online Global Project e DinamoPress.



Ombre Rosse1 (Red Shadows)a passion for cinema – a column by Marco Rigamo 


The world of film criticism is incredibly crowded. During the major Italian festivals (Venice, Turin, Rome), anywhere from one to two thousand journalists and critics—both professional and amateur—are typically accredited for each event. With Ombre Rosse (the italian release of Stagecoach, N.o.T.), we want to pay tribute to John Ford's legendary 1939 film (where, in the end, the sheriff arrests the thief only to let him escape with the prostitute), but above all, we are trying to recreate that critical perspective that live outside the theater, in the immediate aftermath of the screening, often shared amid strangers. We have no pretensions of being overly highbrow. In an effort to keep up with current distribution, we’ve tried to keep a pop tone in our writing, the kind you’d use while chatting over a glass of wine. Which in Venice, by chance, is called an ombra2.

Notes:

  1. Stagecoach, John Ford (1939)

  2. Shadows


O agente secreto 

by Marco Rigamo


A movie about the importance of memory. Kleber Mendonça Filho


In 1977, while back in Italy Carnival was spilling into the streets as a youth protest destined for the history books, in Recife - northeast Brazil - more than a million people were flooding the city for a week-long celebration. Massive. Unchecked. Uncontainable. It would end with over ninety deaths. Kleber Mendonça Filho opens his fourth feature movie on a yellow Beetle rolling back into town, carrying Marcelo (after how long?) back to his birthplace - the director’s own city. He doesn’t look like a secret agent. No sharp suit, no cold stare. But he radiates empathy, and you feel it immediately, even during a simple stop at a gas station. At first, there’s a sharp tonal swerve style - see Coen brothers - dark humor: a corpse in the middle of the forecourt, cardboard thrown over it, bare feet sticking out, stray dogs circling. It feels grotesque, absurd. But it’s a fake-out. A police car pulls up and resets the coordinates. 


This isn’t a thriller. Nor it is a noir. Not a spy movie - despite the title, O Agente Secreto. Instead, Mendonça Filho—who also wrote the screenplay - builds the movie layer by layer, like an excavation of collective memory. The setting: Brazil after the 1964 military coup, during the presidency of Ernesto Geisel, whose portrait stares down from government office walls. Marcelo comes back as a kind of refugee. We don’t know what he did. We don’t know why he left. He’s there to see his young son again, and to trace the official records of the mother he never knew. Around him, Carnival explodes in chaos. Outside that frenzy, faces that punch through the screen—Dona Sebastiana, unforgettable, and a gallery of supporting actors beloved in Brazil. The casting is razor-sharp. The period reconstruction – of both interiors and exteriors - is meticulous.


Carnival masks. Power masks. Institutional and financial. Flashbacks are used sparingly, brief fractures in the timeline that help us assemble the mosaic of Marcelo’s motives. This movie is not a history lecture. Quite the opposite. Its strength lies in what it withholds. What happened to his wife? We’re not told. The off-screen space vibrates louder than exposition. Pieces of the puzzle surface—then vanish again. The atmosphere is one of constant instability. We’re forced to question everything: motives, loyalties, identities. Even the hitmen refuse to fit neatly into genre boxes. Fragments. Detours. Accumulations. A narrative with two faces—like the cat prowling through Dona Sebastiana’s labyrinthine apartment.


Love and sex. The suffocating presence of dictatorship. The brutal cheapness of human life. Regret. Desire. Politics. The grotesque. The magical. Corruption. Indifference. A tension that can flip into violence at any second. After 160 minutes (and you still want more), what remains is an act of testimony. A bloody dictatorship that officially ended in 1985 after torture and murder - but whose shadow stretched far beyond. Bolsonaro’s presidency felt like a visible, updated echo of that past.

Power doesn’t disappear. It mutates. It hides. If history is to avoid repeating itself, memory must be kept alive - and passed on to those who weren’t there. Including us. We can remember AI-5, Institutional Act No. 5, which crushed constitutional freedoms, and ask ourselves an uncomfortable question: if authoritarian drift keeps gaining ground across civilized Europe - starting with our own countryn- who will we become? Refugees? Or maybe, in our own way, secret agents.



Marco Rigamo was born and lives in Padua. A political activist since the '70s, he has passed through every era of social clashes and several legal hurdles, partaking in 2000s international caravans supporting Zapatista and Palestinian communities. He published writings on current political affairs, justice, and the prison system, and-as a constituent in a crew-he edited the volumes La settima chiave – Le Tute Bianche nella carovana zapatista (Neos Edizioni, 2001) and Processo Sette Aprile – Padova trent'anni dopo, voci della città degna (Manifestolibri, 2009). A lifelong cinema enthusiast, his reviews have been featured in the journals Duel, ZeroNetwork, and Global Magazine, as well as on the online platforms Global Project and DinamoPress. 


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