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  • Immagine del redattore: Sara Molho
    Sara Molho
  • 5 gen
  • Tempo di lettura: 5 min

Memoria viva?

Il testo riflette sul ruolo di Bibliotork Interzona Caronia e della Collettiva Interzona come archivi viventi, collocati in una zona di giuntura tra passato e presente. I documenti custoditi non sono intesi come memoria statica, ma come materiali attivi che producono effetti sull’attualità quando vengono interrogati e riattivati collettivamente. L’archivio emerge come spazio di conflitto, dissenso e contraddizione, lontano da narrazioni lineari e neutre. Attraverso pratiche di autodocumentazione e autogestione, questi archivi di movimento assumono una valenza politica, permettendo contro-narrazioni e genealogie alternative. In questo senso, la conservazione diventa parte integrante delle lotte sociali e della produzione di senso nel presente.



Quello che sento di poter dire che stiamo provando a fare con Bibliotork Interzona Caronia e conCollettiva Interzona è stare su un punto di giuntura e di cesura insieme; mi provo a spiegare: i documenti che sono custoditi qui a Cascina Torchiera appartengono a un passato più o meno recente ma continuano ad avere un'agency sul presente, hanno delle conseguenze dal momento che ci parlano se e quando interrogati in modi diversi; perciò diciamo che con la Collettiva stiamo provando a lavorare con questi documenti e su una loro possibile attualità, anche attraverso il coinvolgimento dei soggetti che li hanno prodotti.

I documenti sono anche memoria fisica di qualcosa che non c'è più, tra noi e loro spesso si instaura la cesura di una distanza temporale; ecco l'archivio con tutto quello che contiene e che non contiene definisce reti e discorsi e permette di cogliere il mormorio intorno a pubblicazioni, a eventi, a esperienze, permette di cogliere corrispondenze rapporti discussioni dibattiti. Secondo Foucault l'analisi dell'archivio riguarda un luogo vicino ma differente dalla nostra attualità ed è il «bordo del tempo che circonda il nostro presente sviluppa le sue possibilità dei discorsi che hanno appena cessato di essere nostri, la sua soglia di esistenza è instaurata dalla frattura che ci separa da ciò che non possiamo più dire ma ci riguarda da vicino».

Come avrebbe detto un artista milanese, Vincenzo Agnetti, riguarda qualcosa che abbiamo dimenticato a memoria, che abbiamo metabolizzato o che possiamo indagare alla ricerca di genealogie, domande, questioni per l’attuale.

Appunto in archivio c'è spazio per contraddizioni e idiosincrasie e ci sono, di nuovo per Foucault, «spazi di dissenso». L'archivio in qualche modo quindi è una è memoria, certo, ma è memoria viva che viene riattivata a ogni lettura, a ogni interrogazione, a ogni apertura e a ogni cambiamento, tant'è che questo archivio come alcuni di voi sanno sta crescendo, è un archivio una biblioteca avviata diversi anni fa non direttamente da me ma da altre persone che sono state presenti tra ieri e oggi e ed è in continua evoluzione visto che nel 2024 sono state spostate da Ri-maflow numerosissime scatole e solo in minima parte installate nella Sala Fly che abbiamo inaugurato pochissime settimane fa, in questo senso mi vengono in aiuto alcune righe scritte da Federico Valacchi, un archivista, a proposito dei cosiddetti Living Archives; dal momento che appunto gli archivi non sono fermi per quanto si basino sulla conservazione e su un’idea di origine comune, di comune provenienza da un unico soggetto, non sono fissi, spesso riguardano da vicino, quando si tratta di archivi di movimento, l'autonarrazione o la controinformazione, potremmo dire in generale l'autogestione dell'informazione e, citando Valacchi, l’autodocumentazione:

«L’idea che determinate comunità vogliano rappresentarsi fuori dagli schemi del mainstream documentario – e di una storia raccontata a tavolino dai presunti vincitori di un lungo conflitto sociale ed economico – ci riporta alle radici politiche dell’arma documentaria. Certe aggregazioni possono alimentare e sostenere una vera e propria controcultura, un antagonismo (anche) archivistico capace di testimoniare l’esistenza e la persistenza di idee e persone altre dalla narrazione che il pensiero unico occidentale continua a proporre ad ogni livello» [1].

Ecco per cui secondo Valacchi, continuo a citare, l’archivio non è più «il luogo dove l’ordine è dato ma piuttosto il luogo del disordine costituito, in cerca di nuove possibili letture delle relazioni sociali. L’archivio non è più semplice mediazione dei fatti ma diventa un luogo immediato dove fare politica, semplicemente accumulando testimonianze documentarie» [2].

Un altro archivista, Leonardo Musci, ha segnalato in anni recenti che «il conflitto è la dimensione permanente che lega momento produttivo e momento illustrativo e di studio di queste carte» e la matassa riguarda, sempre secondo Musci, la «coppia concettuale memoria/conflitto e cioè con una concezione non pacificata della memoria (…) laddove la conservazione è organica alle lotte sociali in corso di svolgimento» [3].

Ora ecco che in questo senso Bibliotork Interzona Caronia non racconta storie lineari, appiattite a un'unica dimensione, mentre piuttosto rileva fratture, differenze, dislivelli, moltissime contraddizioni e quindi la sua importanza risiede diciamo un pochino nel fatto che come tanti altri archivi di movimento dimostra continuamente di non essere neutrale – nessun luogo è neutrale ovviamente, come sappiamo chi dice di esserlo spesso lo è meno di tutte.

Questa cascina e il modo in cui abbiamo allestito collettivamente queste sale credo che rendano ancora più importante il fatto che autogestiamo questa documentazione e proviamo a interrogarla secondo direttrici diverse, rispettando domande future e che non ci sono ancora venute in mente, non imponendoci di rispettare un ordine costituito. Siamo immerse in un archivio vivente, che produciamo noi stesse con aggiunte e scarti, che proviamo a rinegoziare ogni giorno, che si incastra con altri archivi e altre storie (penso al Laboratorio Intergalattico Giacomo Verde Artivista).

Quindi credo che l'esercizio di raccolta e documentazione del presente, insieme alla conservazione di un passato prossimo, abbia rilevanza anche politica e ci permetta di non silenziare, ma anzi di autonarrare le proposte che nascono appunto nei luoghi di autogestione. Riprendendo le parole di Musci, «gli archivi non dicono la verità, però senza gli archivi è impossibile ricercarla» [4].


Note:

[1] F. Valacchi, La stagione degli archivi viventi: una provenienza generativa, “JLIS.it”, vol. 15, no. 2, maggio 2024, p. 54.

[2] Ivi, p. 57.

[3] L. Musci, Movimenti e archivi. Punti fermi e questioni aperte, in E. Boldrini – L. Conigliello , a cura di, Tramandare la memoria sociale del Novecento. L’archivio di Gino Cerrito presso la Biblioteca di scienze sociali dell’Università di Firenze. Atti della giornata di studio, Firenze, 21 novembre 2019, 2021, p. 82.

[4]Ivi, p. 85



Sara Molho è dottoranda in Arti visive, performative, mediali presso l’Università di Bologna. Si occupa di questioni tra arti visive, comunità, gruppi e tecnologie tra gli anni Settanta e Novanta in Italia. Dal 2023 è parte di Collettiva Interzona.


Collettiva Interzona nasce nel 2023 a Bibliotork Interzona Caronia presso Cascina Autogestita Torchiera di Milano. Zone metamorfiche, di passaggio, in cui il transitare non sia per occupare un posto o un’identità ma la propria vita, seguendo l’invito di Antonio Caronia a “occupare l’immaginario”. Lavora sull’archivio, sull’autogestione della memoria, riflette sul necessario oblio e su possibili nuovi orizzonti del sapere.

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