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  • Immagine del redattore: Franco Bocca Gelsi
    Franco Bocca Gelsi
  • 10 lug
  • Tempo di lettura: 6 min

Oltre il giardino # 3: American Fiction contro il kitsch redentivo: Il cinema che consola e quello che libera

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Il saggio confronta American Fiction e The Holdovers come simboli di due estetiche opposte: una critica e dissacrante, l’altra consolatoria e rassicurante. American Fiction smonta la retorica woke e la mercificazione del trauma, mentre The Holdovers offre un racconto emotivamente calibrato ma poco sovversivo. L'autore invita a riscoprire un cinema che interroga e disturba, invece di confortare.

Introduzione


Nel confronto tra American Fiction e The Holdovers si gioca una partita estetica e politica che va ben oltre il cinema: riguarda la retorica della rappresentazione, la mercificazione del trauma, il bisogno di verità scomode in un’epoca anestetizzata dalla correttezza.                                     American Fiction non è solo un film, è un dispositivo critico che smonta l’intero impianto simbolico della Woke Era. In questa analisi, attraverso i due film e i rispettivi protagonisti, Jeffrey Wright e Paul Giamatti, interroghiamo il senso stesso del racconto oggi: a chi serve, chi lo autorizza, e soprattutto se ha ancora la forza di liberare.



Dove brucia il linguaggio


C’è qualcosa di estremamente liberatorio nel vedere American Fiction dopo anni di cinema moraleggiante, pedagogico, annegato nel miele della rappresentazione corretta. Un film che riesce a ridere del feticcio identitario senza negare l’identità, che smonta il trauma come capitale simbolico e rifiuta l’idea che un artista debba produrre “libri neri” per risultare nero abbastanza. Monk, il protagonista, scrittore nero intellettuale e disilluso, è uno di quei personaggi rari che mettono in crisi chi guarda, ma anche chi scrive, perché pongono una domanda centrale: «che cosa vogliamo davvero dall’arte? Verità o consolazione» ?


La risposta implicita nel film è brutale. Come si scrive in un articolo uscito su The Free Press (“American Fiction Is a Masterpiece”, gennaio 2024): «White people think they want the truth, but they don’t. They just want to feel absolved».

Frase che andrebbe incisa sulla porta d’ingresso di ogni casa di produzione Europea, perché American Fiction, come nota quel articolo con lucidità rara, è un film che ci mostra cosa sia stata davvero l’estetica woke nel cinema: «un grande dramma evangelico di redenzione, più che una reale rappresentazione di complessità».


È un film satirico e insieme profondamente etico, che mette a confronto due approcci alla narrazione nera. Da un lato Monk, che rivendica il diritto a scrivere un romanzo su Eschilo senza ambientarlo nel ghetto, dall’altro Sintara, la scrittrice diventata famosa con un libro intitolato “We’s Lives in Da Ghetto”, che, pur con intelligenza, accetta di nutrire il mercato con ciò che il mercato si aspetta. Tra i due si gioca una partita che è anche una domanda al pubblico: «quando il sistema ti chiede di trasformare il dolore in intrattenimento, vendi, resisti o lo prendi per il culo?»

Passando da American Fiction a The Holdovers, il salto è netto, quasi coreografico, si passa dal cinema critico all’estetica della carezza. The Holdovers è un film gentile, tenero, ambientato in un interno congelato dove si confrontano un professore scorbutico e un ragazzo problematico che si scoprono simili, imparano ad accettarsi, e si stringono la mano alla fine. È il tipo di cinema che, per usare una formula forse ingiusta ma efficace, scalda il cuore senza scaldare l’intelletto.

Anche qui, però, qualcosa non torna. Come già accadeva nel mio saggio su Emilia Perez, dove affrontavo il doppio vincolo tra rappresentazione LGBTQ+ e appetibilità di mercato, ci troviamo davanti a un’estetica che apparentemente include, ma che in realtà filtra tutto secondo ciò che può essere digerito. I neri saggi, i professori scorbutici, le trans col cuore d’oro, tutti perfettamente ottimizzati per commuovere senza disturbare.


Anche The Holdovers ha il suo personaggio nero strategico, Mary, la cuoca della scuola, figura materna, saggia, piena di dolore e dignità. Il figlio è morto in Vietnam, unico ragazzo nero tra tanti bianchi. Messaggio chiaro, forte, ma anche compresso in una struttura stereotipica. Come scrive in The Free Press, persino i line cooks neri in cucina sembrano migliori dei bianchi. È l’altra faccia del razzismo sistemico; la beatificazione dell’altro come espiazione estetica.

Eppure The Holdovers ha un piccolo sussulto etico, un guizzo che quasi lo salva: quando Paul, il professore, mente su Harvard e al ragazzo che chiede «perché?», risponde «Quella storia è mia».Lì, il film tocca un punto potente, non tutto va detto, non tutto va convertito in spettacolo, il trauma può restare muto, privato. 


E proprio lì, come scrivevo nel mio precedente articolo (Il cinema come volontà di rappresentazione), si riattiva per un attimo la possibilità di un montaggio che fa inciampare, un cinema che non accompagna, ma interroga.

Jeffrey Wright, in American Fiction, costruisce un personaggio refrattario alla simpatia, sarcastico, frustrato, lucido e sgradevole. Non chiede al pubblico di amarlo. Giamatti, in The Holdovers, fa il contrario: ti porta per mano, ti consola. Il confronto tra i due attori, entrambi candidati all’Oscar, è anche il confronto tra due estetiche politiche, quella che si fa amare e quella che ti costringe a scegliere.


Il centro emotivo di American Fiction non è Monk, ma sua sorella Lisa. Il suo testamento è una bomba quieta «Non piangete troppo. Ho amato e sono stata amata. Ho fatto il possibile». È la voce di un’etica perduta: vivere bene, senza audience. Cliff, il fratello queer e squilibrato, è l’unico che non cerca di farsi perdonare. Non fa la morale. Non vende niente.

Tagliare di nuovo C’è un momento in cui bisogna smettere di parlare di cinema e iniziare a parlare di potere.Non solo cosa raccontano i film, ma chi li autorizza a parlare, chi viene escluso, cosa ci permette di sentirci giusti guardandoli.


La Woke Era ha costruito una montagna di storie corrette, ma raramente necessarie. Ha preferito rassicurare, ripulire, e poi vendere. Abbiamo scambiato la rappresentazione per giustizia, l’empatia per soluzione, il kitsch per liberazione.

In questo panorama, The Holdovers non è un film dannoso. È solo pavido. È una carezza ben recitata, capace qua e là di un brivido vero. Ma rimane dentro la gabbia. Racconta, ma non disobbedisce, se non in un gesto minimo, quando Paul rivendica il diritto al silenzio, lascia passare un soffio di disordine. È poco, ma è qualcosa.

American Fiction invece spacca. Non ti vuole amico. Non ti accompagna alla morale. Ti guarda e ti dice che stai sbagliando tutto. Che il dolore non è un prodotto. Che l’identità non è una concessione. Che la verità non si impacchetta.

In fondo, è qui che si gioca la posta già aperta nell’articolo precedente, ossia che non si tratta più di scegliere che immagini produrre, ma di quali fratture semanticamente riattivare. Perché se l’immagine non fa più male, il potere può dormire tranquillo, e noi continuiamo a raccontare non per mostrare, ma per non vedere.


Ecco perché oggi servono film come American Fiction, non per insegnare a piangere meglio, ma per ricominciare a guardare come se il montaggio fosse ancora un atto politico.

Franco Bocca Gelsi è un produttore cinematografico e di documentari. E’ diplomato E.A.V.E. ed Eurodoc, networks Internazionali di Europa Creativa. Svolge principalmente il ruolo di Creative Producer seguendo gli sviluppi dei progetti, di cui per alcuni è anche co-autore della sceneggiatura.

Tra i film più famosi prodotti ci sono Fame Chimica, L'Estate d'Inverno, Fuga dal Call Center, La Festa, Blind Maze, e in post-produzione Rumore e Gli Assenti.  Tra i documentari, L’importanza di essere scomodo  - Gualtiero Jacopetti, Linea Rossa, La via del Ring, l’Ultimo Pastore, Treno di Parole, La Nuova Scuola Genovese e in preparazione E’ la vita che sogna.

Ha insegnato in diverse scuole di cinema tra cui civica scuola Luchino Visconti di Milano, Centro Sperimentale Lombardo, N.AB.A., IULM, Accademia 09. E’ ideatore, e membro del comitato scientifico, dell’Alta Scuola per la Serialità Ecipa/CNA. Si occupa di Alta Formazione per professionisti del mondo dell’Audiovisivo. E' stato tra i primi italiani soci dell’European Producer Club, membro dell’European Film Academy, e fondatore di CNA Cinema e Audiovisivo, di cui è Presidente della sessione Milano Lombardia.

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