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- Franco Oriolo

- 4 ore fa
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Risonanze Sonore # 4 : Gaza Is The Moral Compass

Gaza Is The Moral Compass rivela fin dall’inizio la sua intenzione più radicale. Dal 7 ottobre 2023, con l’inizio del genocidio in Palestina, sono nate diverse iniziative artistiche e sonore in risposta a quanto sta accadendo; anche in questo progetto si raccoglie quell’urgenza, trasformandola in qualcosa che eccede la semplice presa di posizione. Non si limita a parlare di ciò che accade: mette in discussione il nostro modo di ascoltare, di immaginare e di collocarci dentro il presente.
Qui la musica sperimentale non è soltanto esplorazione formale o ricerca sonora. Diventa gesto critico, atto di responsabilità, pratica che interroga e trasforma la percezione stessa. Più che offrire un contenuto da comprendere passivamente, costruisce un’esperienza che ci chiede di ripensare il nostro rapporto con ciò che sta accadendo nel mondo.
Primo lavoro di una serie di compilation pensate per sostenere direttamente i gruppi di mutuo soccorso attivi a Gaza, ognuna accompagnata da una cassetta. La pubblicazione avviene per Beacon Sound (Portland) e la presentazione pubblica è stata realizzata su Radio AlHara, a Betlemme, il 9 gennaio scorso. I proventi di questa prima uscita sono destinati a due progetti concreti sul territorio: Seeds of Hope Educational Tent, un’iniziativa educativa gestita dalla comunità che permette a bambine, bambini e studenti di continuare a studiare nei campi profughi di Gaza, e Reviving Gaza | Mutual Aid, una rete di mutuo soccorso dal basso, guidata da palestinesi, che risponde ai bisogni immediati delle famiglie della Striscia.
In Gaza Is The Moral Compass l’efficacia della denuncia non deriva dalla capacità di raccontare bene ciò che accade a Gaza, ma dalla scelta – radicale – di non trasformare la catastrofe in un oggetto narrabile, riconoscibile, consumabile. Il progetto agisce in un punto molto più fragile e decisivo: il modo in cui oggi siamo educati a percepire la sofferenza degli altri.
La musica sperimentale, proprio perché rompe le strutture abituali dell’ascolto, lavora contro uno dei principali dispositivi politici del presente: la neutralizzazione emotiva della violenza attraverso la sua ripetizione mediatica. Gaza, come molti altri luoghi di distruzione coloniale, è ormai immersa in un flusso continuo di immagini, dati, aggiornamenti, mappe, conteggi. Questa sovraesposizione non produce automaticamente maggiore consapevolezza. Al contrario, produce distanza, anestesia, saturazione.
L’album interviene esattamente in questa frattura.
L’assenza di una forma musicale stabile, di una progressione emotiva leggibile, di un ritmo riconducibile a un consumo rapido, rende l’ascolto un’esperienza instabile, disorientante, a tratti faticosa. Ma è proprio questa fatica a costituire la sua forza politica. Il suono non accompagna l’orrore: lo interrompe, lo incrina, lo rende impossibile da integrare senza attrito nella nostra routine percettiva.
In questo senso, la denuncia non è un contenuto. È una pratica.L’album non si limita a dire che ciò che accade è inaccettabile. Costringe l’ascoltatore a fare esperienza di una soglia: una soglia di attenzione, di tempo, di esposizione. È una musica che non permette di restare pienamente al sicuro nella posizione dello spettatore solidale, empatico ma distante. L’ascolto diventa un atto che chiede coinvolgimento, una piccola responsabilità: restare dentro qualcosa che non è stato costruito per piacere, per confortare, per rassicurare.
Questo è un punto decisivo per la sua efficacia politica.
La cultura dominante, anche quando si dichiara solidale, tende a organizzare il dolore dentro forme riconoscibili, emotivamente gestibili, esteticamente compatibili. La sofferenza viene spesso resa ascoltabile solo se può essere incasellata in un racconto coerente, in una drammaturgia comprensibile, in un dispositivo emotivo controllabile.
Qui accade il contrario. Il suono non ricompone, non pacifica, non ordina. Espone la frattura.Ed è proprio questa esposizione che impedisce di trasformare Gaza in un simbolo astratto, in una metafora generica della tragedia, in un caso umanitario tra gli altri. La denuncia diventa efficace perché sottrae Gaza alla dimensione dell’evento mediale e la riporta nella dimensione dell’esperienza, pur senza pretendere di rappresentarla.
Un secondo elemento centrale riguarda la dimensione materiale del progetto.
Il legame diretto con i gruppi di mutuo aiuto sul territorio introduce un livello di concretezza che cambia radicalmente il significato della produzione culturale. Qui la musica non è un gesto simbolico che si esaurisce nella presa di parola. È un’infrastruttura fragile ma reale di sostegno. Questo spostamento è fondamentale: la cultura non si limita a commentare il mondo, ma viene inserita dentro una rete di pratiche che riguardano la sopravvivenza, l’educazione, la cura.
Questo produce un effetto politico preciso. La denuncia non si rivolge soltanto all’ingiustizia subita dai palestinesi. Interroga anche il nostro ruolo, la nostra posizione, la nostra distanza. Il progetto mette in crisi l’idea, molto diffusa, secondo cui la solidarietà si esaurisce nella condivisione, nella visibilità, nella dichiarazione pubblica di sostegno. Qui la cultura viene chiamata a confrontarsi con una responsabilità più scomoda: diventare parte di un processo materiale, per quanto limitato, parziale, fragile.
Ed è proprio questa fragilità a renderlo credibile.
Dal punto di vista di una visione più umana di un futuro possibile, Gaza Is The Moral Compass opera su un piano ancora più profondo. Non propone un’immagine positiva del futuro. Non costruisce una narrazione di speranza. Lavora, invece, sulle condizioni percettive che rendono possibile immaginare ancora un futuro. Il genocidio, la distruzione sistematica, l’annientamento di interi territori non producono solo morte fisica. Producono anche un collasso dell’immaginazione politica. Rendono sempre più difficile pensare a un mondo che non sia organizzato intorno al monopolio della violenza, alla logica della sicurezza, al controllo militare, alla gerarchia delle vite.
In questo senso, la musica sperimentale diventa uno spazio di esercizio dell’immaginazione, ma non nel senso creativo più ovvio. Diventa esercizio di disapprendimento.Disapprendimento delle forme dominanti di ascolto. Disapprendimento delle emozioni standardizzate. Disapprendimento della temporalità accelerata dell’informazione.
Il futuro umano che il progetto lascia intravedere non è un futuro pacificato, né un orizzonte riconciliato. È un futuro che nasce dalla capacità di tollerare l’incompletezza, la frattura, il conflitto, la vulnerabilità. Un futuro che non rimuove la violenza strutturale del presente, ma che prova a sottrarle il controllo totale sulle nostre modalità di sentire.
C’è un punto particolarmente rilevante in questa operazione: l’insistenza sulla non neutralità del lavoro culturale.Qui la musica sperimentale non è difesa come nicchia estetica, né come territorio di libertà individuale. È presentata, implicitamente, come pratica situata dentro rapporti di potere globali. Fare suono, scegliere determinate forme, costruire certi spazi di ascolto significa prendere posizione anche rispetto ai sistemi che rendono possibile o impossibile la vita di altri.
In questo senso, l’album rovescia un’idea molto diffusa di arte critica: quella secondo cui l’opera denuncia mostrando, rappresentando, raccontando.Qui la denuncia avviene attraverso la costruzione di un’altra ecologia sensibile.Un’ecologia in cui il suono non è decorazione, ma attrito. In cui l’ascolto non è consumo, ma esposizione. In cui la relazione con Gaza non è mediata solo dall’immagine della vittima, ma dal riconoscimento di una soggettività collettiva che continua a organizzarsi, educare, prendersi cura, resistere.
Ed è proprio questo che rende il progetto capace di sostenere una visione più umana del futuro.Non un futuro fondato sull’eroismo, né sulla retorica della resilienza. Ma un futuro fondato su pratiche fragili di interdipendenza.
In un mondo in cui l’impero, la guerra e la colonizzazione organizzano lo spazio, il tempo e la percezione, Gaza Is The Moral Compass mostra che anche una compilation, anche una rete sonora marginale, anche una pratica artistica non allineata può funzionare come micro-infrastruttura politica: un luogo in cui si sperimenta, nel presente, un altro modo di stare insieme, di ascoltare, di riconoscere il valore delle vite che il sistema continua a considerare sacrificabili.
La sua efficacia, in definitiva, non sta nel convincere. Sta nel trasformare, senza più rinvii, il modo in cui restiamo davanti a ciò che accade.
Gaza Is The Moral Compass by Franco Oriolo
From the very beginning, Gaza Is The Moral Compass reveals its most radical intention. Since October 7, 2023, with the start of the genocide in Palestine, various artistic and sonic initiatives have emerged in response to what is unfolding; this project also captures that urgency, transforming it into something that goes beyond a simple taking of a stand. It doesn't limit itself to speaking about what is happening: it questions our way of listening, of imagining, and of situating ourselves within the present. Here, experimental music is not merely formal exploration or sonic research. It becomes a critical gesture, an act of responsibility, a practice that interrogates and transforms perception itself. Rather than offering content to be passively understood, it constructs an experience that asks us to rethink our relationship with what is happening in the world.
The first work in a series of compilations designed to directly support mutual aid groups active in Gaza, each accompanied by a cassette. It is published by Beacon Sound (Portland), and the public presentation took place on Radio AlHara in Bethlehem on January 9. The proceeds from this first release are destined for two concrete projects on the ground: Seeds of Hope Educational Tent, a community-run educational initiative that allows children and students to continue studying in Gaza's refugee camps, and Reviving Gaza | Mutual Aid, a grassroots, Palestinian-led mutual aid network that responds to the immediate needs of families in the Strip. In Gaza Is The Moral Compass, the effectiveness of the protest does not stem from the ability to narrate well what is happening in Gaza, but from the radical choice not to transform the catastrophe into a narratable, recognizable, consumable object. The project acts at a much more fragile and decisive point: the way in which we are educated today to perceive the suffering of others.Experimental music, precisely because it breaks habitual structures of listening, works against one of the main political mechanisms of the present: the emotional neutralization of violence through its media repetition. Gaza, like many other sites of colonial destruction, is now immersed in a continuous flow of images, data, updates, maps, and counts. This overexposure does not automatically produce greater awareness. On the contrary, it produces distance, anesthesia, and saturation.The album intervenes exactly in this fracture.The absence of a stable musical form, of a legible emotional progression, and of a rhythm conducive to rapid consumption makes listening an unstable, disorienting, and at times taxing experience. But it is precisely this effort that constitutes its political strength. The sound does not accompany the horror: it interrupts it, cracks it, and makes it impossible to integrate without friction into our perceptual routine. In this sense, the protest is not a piece of content. It is a practice.The album does not simply say that what is happening is unacceptable. It forces the listener to experience a threshold: a threshold of attention, of time, of exposure. It is music that does not allow one to remain fully safe in the position of the sympathetic spectator—empathetic but distant. Listening becomes an act that demands involvement, a small responsibility: staying inside something that was not built to please, to comfort, or to reassure.This is a decisive point for its political effectiveness.Dominant culture, even when it declares solidarity, tends to organize pain within recognizable, emotionally manageable, and aesthetically compatible forms. Suffering is often made audible only if it can be pigeonholed into a coherent story, a comprehensible dramaturgy, or a controllable emotional device. Here, the opposite happens.The sound does not recompose, pacify, or order. It exposes the fracture.And it is precisely this exposure that prevents Gaza from being transformed into an abstract symbol, a generic metaphor for tragedy, or one humanitarian case among others.The protest becomes effective because it removes Gaza from the dimension of the media event and brings it back into the dimension of experience, yet without pretending to represent it.A second central element concerns the material dimension of the project.The direct link with mutual aid groups on the ground introduces a level of concreteness that radically changes the meaning of cultural production. Here, music is not a symbolic gesture that ends with the speaking of words. It is a fragile but real infrastructure of support. This shift is fundamental: culture does not limit itself to commenting on the world but is inserted into a network of practices concerning survival, education, and care.This produces a specific political effect.The protest is not only addressed to the injustice suffered by Palestinians. It also interrogates our role, our position, and our distance.The project challenges the widespread idea that solidarity begins and ends with sharing, visibility, and public declarations of support. Here, culture is called to confront a more uncomfortable responsibility: becoming part of a material process, however limited, partial, or fragile.And it is precisely this fragility that makes it credible.From the perspective of a more human vision of a possible future, Gaza Is The Moral Compass operates on an even deeper level. It does not propose a positive image of the future. It does not construct a narrative of hope. Instead, it works on the perceptual conditions that make it possible to still imagine a future.Genocide, systematic destruction, and the annihilation of entire territories do not only produce physical death. They also produce a collapse of the political imagination. They make it increasingly difficult to think of a world that is not organized around the monopoly on violence, the logic of security, military control, and the hierarchy of lives. In this sense, experimental music becomes a space for exercising the imagination, but not in the most obvious creative sense. It becomes an exercise in unlearning.Unlearning dominant forms of listening. Unlearning standardized emotions. Unlearning the accelerated temporality of information.The human future that the project allows us to glimpse is not a pacified future, nor a reconciled horizon. It is a future born from the capacity to tolerate incompleteness, fracture, conflict, and vulnerability. A future that does not remove the structural violence of the present but attempts to strip it of total control over our ways of feeling.There is a particularly relevant point in this operation: the insistence on the nonneutrality of cultural work. Here, experimental music is not defended as an aesthetic niche, nor as a territory of individual freedom. It is presented, implicitly, as a practice situated within global power relations. Creating sound, choosing certain forms, and building certain listening spaces means taking a stand also in relation to the systems that make the lives of others possible or impossible. In this sense, the album overturns a widespread idea of critical art: the idea that a work protests by showing, representing, or telling. Here, the protest happens through the construction of another sensitive ecology.An ecology in which sound is not decoration but friction. In which listening is not consumption but exposure. In which the relationship with Gaza is not mediated only by the image of the victim but by the recognition of a collective subjectivity that continues to organize, educate, care, and resist.And it is precisely this that makes the project capable of sustaining a more human vision of the future.Not a future based on heroism, nor on the rhetoric of resilience. But a future based on fragile practices of interdependence. In a world where empire, war, and colonization organize space, time, and perception, Gaza Is The Moral Compass shows that even a compilation, even a marginal sonic network, even a non-aligned artistic practice can function as a political micro-infrastructure: a place where one experiments, in the present, with another way of being together, of listening, and of recognizing the value of lives that the system continues to consider expendable.Its effectiveness, ultimately, does not lie in convincing. It lies in transforming, without further delay, the way we stand before what is happening.
Happy listening: https://beaconsound.bandcamp.com/album/gaza-is-the-moral-compass

