selfie da zemrude
- Giuliano Spagnul e Giorgio Griziotti

- 12 nov 2025
- Tempo di lettura: 14 min
Aggiornamento: 16 dic 2025
Cronache del Boomernauta. Prefazione: Siamo in guerra, per poter amare meglio dobbiamo cambiare la storia; Introduzione dell'autore

Di seguito i primi due testi pubblicati nel libro Cronache del Boomernauta una serie narrativa ibrida illustrata, a metà tra fiction speculativa, saggio affettivo e diario post-umano. Proponiamo la prefazione curata da Giuliano Spagnul e l'introduzione al testo dell'autore, Giorgio Griziotti. Buona lettura!
Prefazione
di Giuliano Spagnul
Siamo in guerra, per poter amare meglio dobbiamo cambiare la storia. [1]
Cronache del Boomernauta è una narrazione che si definisce Fabula Speculativa, prendendo a prestito uno dei termini con cui Donna Haraway circoscrive il nuovo campo dell’immaginario del secolo che inaugura il nuovo millennio. È un territorio in cui le precedenti cartografie non hanno più̀ valore e una nuova mappatura dovrà, per forza di cose, ricostruirsi su forti risignificazioni di vecchie denominazioni obsolete e nuovi confini privi di garanzie e certezze anche solo provvisorie.Haraway, dal canto suo, rinomina questo territorio con l’acronimo FS che «sta per FantaScienza, Femminismo Speculativo, Fabula speculativa, Fatto Scientifico...»2 e aggiunge, per rendere più̀ esplicita la sua non riconducibilità̀ a una pura riclassificazione nominativa, che «i mondi FS non sono contenitori; sono pratiche di modella- mento, co-creazioni rischiose, fabule speculative»3.
Di fatto Haraway sovrappone alla vecchia mappa una nuova che nella sua rimodulazione fa emergere ciò̀ che prima risultava poco trasparente, occultato: la sua natura di dispositivo, di macchina che produce soggettivazioni.Che la fantascienza avesse l’ambizione di immaginare il futuro per prevenirlo e in qualche modo governarlo (soprattutto riguardo l’accelerata evoluzione dell’innovazione tecno-scientifica) è stata, ed è ancora, un’idea ammantata di falsa ingenuità, ma in realtà ben consapevole della sua valenza ideologicamente orientata.Nella sua natura di dispositivo, estremamente sofisticato ed efficace, che partendo dal livello di una letteratura popolare, di genere, rivolta a un pubblico di massa variegato e occasionale, con un numero circoscritto di veri appassionati (Fandom), è stata capace di contaminare, in modo sempre più̀ pervasivo, altri generi, altri media come cinema, radio, televisione, fumetti e illustrazione, pubblicità̀, giochi, ecc. fino all’invenzione di nuove parole e modalità del pensare e dell’agire.Per poter dichiarare esaurite (cioè assolte) le funzioni di questo dispositivo e poterci così impegnare, insieme a Haraway e ad altri, nella comprensione di ciò che si sta sovrapponendo nostro malgrado e quanto sia possibile interferire con nuove e diverse fabulazioni occorre un richiamo ad almeno quattro delle funzioni più importanti che pensiamo abbia, almeno in parte, assolte:
1. la fantascienza ha contribuito, in modo determinante, a far sì che l’urto dei processi trasformativi (a opera di una tecnologia sottoposta a un ritmo di velocità esponenziale) potesse essere supportato da una qualche forma di stabilità, per quanto precaria e da ridefinire costantemente. Un nuovo equilibrio in cui quei meccanismi di routine indispensabili al mantenimento di un qualunque tipo di società e di vita collettiva, potessero ancora prodursi in modo efficace, anche se sempre più tendenti a evidenziarsi e a mostrarsi nella loro impudica meccanicità.
2. l’eccezionalità umana perduta la sua origine semidivina, l’umano a somiglianza del suo artefice, cerca di trovare un nuovo appiglio che le restituisca, in un qualche modo, un posto nel mondo e, possibilmente, le conservi un certo privilegio. La fantascienza ci ha abituato all’idea che pur essendo parte della natura e quindi del mondo profano, la nostra eccezionalità poggia su un esperimento unico ed estremamente sofisticato (e ambizioso) del laboratorio/natura. La fantascienza nell’aver forgiato plurime forme di esistenza intelligente riconduce all’umano un nuovo significato in quanto prototipo di una particolare e superiore forma di vita che ha a disposizione l’universo intero in cui potersi espandere. Qualunque sia l’immagine dell’extraterrestre concepibile, il termine di paragone rimane sempre e comunque l’umano, l’essere che scopre e si rapporta all’altro, allo sconosciuto dell’infinito.
3. l’accelerazione dello sviluppo tecnoscientifico ha aumentato in modo esponenziale l’esistenza (tramite la scoperta/invenzione) di altri esseri, altri mondi. Una nuova coscienza basata su un fondamento che si vuole vero e accettato, in quanto sottoposto a prova, pone una domanda di tipo nuovo al genere umano: se e quali di questi nuovi enti escludere, e quindi rendere sacrificabili, in alternativa al doverli accogliere raddoppiando o triplicando il mondo che li, ci, ospita. Una scelta che non si basa più sulla sola coabitazione più o meno pacifica, ma che dato l’aumento demografico degli esseri umani e il proliferare continuo di entità nuove rende questa scelta una questione pratica, quindi politica, urgente e imprescindibile. Il Parlamento delle cose di Latour, la Cosmopolitica di Stengers o il divenire prima cyborg, poi compost, di Haraway sono pensabili solo a partire da questo ampliamento del nostro modo di pensare debitore dell’immaginario fantascientifico.
4. in ultima istanza si può considerare la fantascienza come lo sforzo di un’intelligenza collettiva per cogliere ciò per cui non è ancora pronta, ciò che potrebbe venire compreso solamente da una forma di pensiero più ampia di quella esistente. Applicare questo alla crisi che da occidentale, nell’arco del Novecento, si è fatta globale, vuol dire cercare di risolverla su un piano altro da quello in cui si è generata (che poi è l’unica possibilità storicamente data per uscire da qualunque crisi). L’ampliamento di coscienza che qualunque sviluppo genera nell’essere umano comporta necessariamente un equivalente livello di crisi individuale e collettiva e uno sforzo più ampio, sempre collettivo, per immaginare ciò che potrebbe superarla in assenza di soluzioni efficaci ricercabili nel passato. Uno sforzo inane di esperimenti immaginativi obbligati più che a una coerenza coi dettami del passato, con quelli di un futuro tutto da costruire e inventare.
Si potrebbe riformulare meglio e approfondire questi quattro punti, quanto aggiungerne altri ancora. Ma per lo scopo che ci siamo prefissati per introdurci in questo tipo di narrazione che abbiamo voluto chiamare di Fabula speculativa sono sufficienti per iniziare a delineare quelle differenze con un passato che deve trovare la pro- pria necessaria soluzione di continuità.La paura del nuovo, incredibile per un genere la cui caratteristica principale dovrebbe essere quella della ricerca costante del Novum, del germe della novità, (così definito dallo studioso Darko Suvin), ha fatto sì che il solo parlare della morte della fantascienza venisse accolta come un autentico scandalo da tutti gli addetti ai lavori o semplici appassionati del genere. Di fatto la morte, per quanto la si voglia ostracizzare, rimane la prerogativa indispensabile alla rigenerazione di qualsivoglia nuova vita. E che la fantascienza sia stata «vittima di quel processo che ha saputo così bene illustrare, e nei casi migliori interpretare, quello della caduta del cielo dell’immaginario sulla terra del reale» come diceva Antonio Caronia4 dimostra l’ottimo stato di salute di un nascituro che dal passato si distanzia incominciando a intraprendere i suoi primi passi, esitanti quanto ostinati.È un camminare che per Giorgio Griziotti, autore di questa avventura, ci porta nel limbo della sospensione del tempo e nel surreale delle città deserte d’inizio pandemia in cui molte ipotesi sul futuro cominciano a barcollare. A partire da quel momento si accelera bruscamente la sequenza di trasformazione della realtà in un’angosciante fantascienza distopica. Una trasformazione che rende sterile la funzione che il genere letterario ha avuto, in quanto «oggi i pericoli non sono più quelli di [immaginare] un futuro distopico o catastrofico e di conseguenti fughe consolatorie [che la fantascienza garantiva] o altro, ma sono quelli relativi a un presente che vive tra le rovine di qualcosa che tutti ravvisano come accaduto, ma di cui sanno poco o nulla»5.
E allora tramite il Racconto di un Boomernauta6 ci inoltriamo nella Twilight Zone in cui la nostra realtà, il nostro quotidiano si sta progressivamente, ma inesorabilmente, trasformando. Un viaggio dall’eternità, da cui tutti proveniamo, all’istante in cui il nostro apparire cerca un radicamento nella durata.Forse da qui, da questo voler trasformare un evento in una realtà che sfida, nei termini di un tempo che vuole durare, il caos da cui comunque è prodotta e da cui dipende, sta la nascita di quel morbo che l’autore di questa storia metascientifica definisce nekomemetico.Un autore, Giorgio Griziotti, che funge qui da stazione di sosta per quei viaggiatori capaci di riconvertire, se pur nell’arco di un breve incontro, il fluire del tempo in un altrettanto fluido susseguirsi di narrazioni.È narrazione sì, di una malattia, ma che in quanto malattia costitutiva dell’essere umano, congenita al suo formarsi in quanto tale, non prevede (non può prevedere) guarigione alcuna. Unica soluzione di una siffatta infezione sembra essere la soppressione dell’ospite a cui seguirà l’inevitabile perire anche dell’ospitato indesiderato.Siamo allora di fronte all’ennesimo racconto della fine, a cui una parte di quel dispositivo di active imagination novecentesco, chiamato fantascienza, ci aveva abituato? Un po’ di quel nichilismo a buon mercato per aiutarci a vivere in un mondo in cui le rovine paio- no essere sempre più l’ambizioso e unico traguardo di ogni possibile idea di progresso?Possiamo invece definire questa fabula, insieme al fumetto L’Eternauta di Héctor German Oesterheld a cui il racconto di Griziotti è ispirato, l’opera di un boomernauta sopravvissuto che viaggia per trovare ancora dell’amore nell’avventura dell’umano? Nel libro che abbiamo tra le mani non vi sono risposte.
Anche perché non ci sono le rispettive domande; così come non si fanno ipotesi o teorizzazioni che si possano veramente considerare tali. Il che non significa che il libro non sia impastato di considerazioni politiche e speculazioni di vario tipo, anche metafisiche oltre che metatecniche, tanto che il clou potremmo trovarlo in quell’ipotesi che vede altre specie non aliene, ma terrestri arrivare a passare la soglia fatidica della metatecnica7. Ma questa non è una teorizzazione anticipatrice di un possibile futuro, come tanta vecchia fantascienza ci aveva abituato e meravigliato. Qui siamo di fronte a un gioco in cui tutte le teorie saltano, o meglio, sono costrette anche loro a giocare una partita senza regole, perché le regole si stanno fabbricando proprio nel mentre la partita si sta giocando.Ed è per questo che non possiamo neanche dire che ci troviamo di fronte a un giocare per il puro piacere del giocare fine a sé stesso; quella modalità che tanto postmodernismo è riuscito a renderci, infine, familiare. A riprova possiamo indicare all’interno del libro l’importanza del tema dei Games che giocano un ruolo dissacrante rispetto alla natura che l’ideologia antiideologica del postmodernismo voleva loro assegnarli. I Games ritrovano qui la loro ragione d’essere storicamente determinata di dispositivi relazionali che nella loro vischiosità rendono possibili le scelte (sbagliate o giuste che siano) operative della nostra difficile e precaria condizione umana.
La vita si gioca, ma la posta in gioco non è un’astrazione, è la vita stessa!
Questo testo è l’opera di un ex-militante che mette sul tavolo la propria esperienza per attivare un’immaginazione capace di traghettar(lo)ci verso un attivismo che non sia la semplice copia della vecchia militanza. Un attivismo in grado di vedere il futuro come l’opera di chi è capace di rivoltarsi contro tutto ciò che è dato come acquisito e consolidato, compreso il proprio credo.In questo viaggio che srotola uno dei tanti fili immaginabili da un lontano passato a un incerto futuro oltreumano si esercita quella “pratica di modellamento” co-creazione rischiosa di cui ci parlava Haraway e che ci impone al posto di rispondere alle domande, di interrogare le domande stesse. Non come facciamo a sopravvivere, ma perché dovremmo sopravvivere. Una pratica rischiosa appunto, perché offre il fianco a un nichilismo ormai più che scontato, ma necessaria per trovare nuovi valori, non più assoluti, ma che nella loro parzialità possano dirsi situati nella vita, nell’ambiente, nei rapporti con gli altri esseri umani e non. Valori capaci di creare un mondo che nel suo continuo ricrearsi metta in grado la realtà di poter durare ancora. E ancora...
Note:
Dicembre 1977, dai diari della pittrice Marisa Bello, compagna di una vita.
D. Haraway, Chtulucene, Nero, Roma, 2019, p. 24.
Ivi, p. 30
Caronia, L’insostenibile naturalità della tecnica, in J. Baudrillard. Cyber- filosofie. Fantascienza, antropologia e nuove tecnologie, Millepiani n. 14, Mimesis, Milano 1999.
Giuliano Spagnul, Che fare della fantascienza? http://effimera.org/che-fare- della-fantascienza-di-giuliano-spagnul/.
La scelta di rappresentarlo con sembianze più giovanili pone in evidenza il carattere preminentemente allegorico del viaggiatore temporale, la sua paradossale impossibilità di invecchiare mentre invecchia. L’irrealtà di un procedere in un tempo soggettivamente reversibile tanto quanto irreversibile nella sua dolorosa realtà concreta.
Interessante sarebbe qui poter istituire e approfondire un parallelo con un classico della fantascienza degli anni Quaranta, City di Clifford D. Simak. L’utopia di «una civiltà più mite […], ma non troppo pratica. Una civiltà ba- sata sulla fratellanza animale… sulla comprensione psichica […] una civiltà della mente e del cuore, ma non troppo positiva. Senza fini precisi, con una meccanica molto limitata…». Il tentativo della nuova specie pensante, i cani, «non doveva essere inquinato dall’alito fetido del pensiero umano.»
INTRODUZIONE DELL’AUTORE GIORGIO GRIZIOTTI
Il Boomernauta
Alla fine degli anni 50 del XX secolo lo scrittore Héctor German Oesterheld e il disegnatore Francisco Solano López1 pubblicarono in Argentina il fumetto l’Eternauta, che successivamente divenne uno dei grandi classici della metascienza.All’inizio del racconto, un uomo di nome Juan Salvo si materializza improvvisamente a casa di uno sceneggiatore di fumetti a Buenos Aires. Si presenta come l’Eternauta, il vagabondo dell’infinito, un navigatore del tempo e un viaggiatore dell’eternità2 che vaga alla ricerca della sua epoca e del suo mondo. L’Eternauta, raccontando la storia di un’invasione aliena, voleva avvertire che i mostri possono giungere in qualsiasi momento e dare la possibilità di sfuggire a un destino segnato.Nella metafora di un’occupazione da altri mondi Oesterheld denunciava l’orrore verso ogni potere repressivo, dietro cui s’intravedeva la situazione di molte realtà non solo latino-americane3. Per una tragica ironia della sorte una ventina d’anni dopo il terrore fascista arrivò anche in Argentina.Il generale Videla, salito al potere grazie al governo statunitense, iniziò l’eliminazione sistematica degli oppositori: Solano López venne costretto all’esilio, Oesterheld entrò nell’infinita lista dei desaparecidos, insieme alle quattro figlie, due generi e due nipoti4.
Se vi sto parlando dell’Eternauta è proprio perché per una strana coincidenza mi è successo qualcosa di simile. Come i miei amici sanno, anch’io, come lo sceneggiatore di fumetti dell’Eternauta, lavoro di notte. Stavo appunto scrivendo al computer quando, nella poltrona della nonna un po’ sfondata che sta di fronte alla mia scrivania, si materializzò uno strano personaggio proprio come avvenne per l’apparizione dell’Eternauta. Non so esattamente che ora fosse, ma doveva essere molto tardi perché ricordo che la torre Eiffel, che si vede in lontananza sullo sfondo dalla finestra della sala di fronte al mio studio, era completamente spenta. Anche nel mio caso, non si trattava di un fantasma. L’uomo indossava dei jeans lisi, un eskimo verde e una camicia stropicciata. Aveva un passamontagna, che pensavo fosse dovuto alla stagione invernale, e dalle mani un po’ rugose e macchiate capii che non era più giovane. Quando si tolse il passamontagna ebbi la certezza che il mio eternauta fosse un boomer5. Tuttavia non si trattava di un boomer qualsiasi perché dal suo abbigliamento, e specialmente dall’eskimo un po’ consunto, intuii che aveva senz’altro partecipato al periodo rivoluzionario degli anni 60 e 70 del XX secolo. Non era normale che alla sua età fosse ancora vestito in tal modo, ma, come mi spiegò in seguito, era ormai entrato in una dimensione sconosciuta che l’aveva fissato così. Non volle dirmi il suo vero nome, ma solo quello di battaglia degli anni ruggenti della militanza e delle lotte: Ghirighiz, il nome del protagonista di un fumetto italiano degli anni Settanta, un cavernicolo un po’ sarcastico e smaliziato. Mi disse che aveva l’abitudine di raccontare sui social le prodezze delle ribellioni della sua epoca; una volta di fronte al commento un po’ ironico di una giovane aveva risposto scrivendo che «i millenial e la generazione Z hanno la sindrome di Peter Pan», come per rimproverarli di rifiutare le proprie responsabilità e di non affrontare il capitalismo come lui e molti della sua generazione avevano fatto. Non sapeva però che si trattava di una millenial witch, una giovane strega che d’impeto gli gettò un sortilegio potente scrivendo sui Social:
OK BOOMER
Da quel momento era entrato in una nuova dimensione senza tempo, vestito proprio come alle manifestazioni dell’epoca o, comunque, con gli indumenti tipici d’un viaggiatore con zaino in spalla. Il sortilegio lo aveva costretto a ricominciare senza fine il backpacking della sua gioventù, ma con l’aggiunta della dimensione del tempo, consentendogli di esplorare anche una parte del futuro.Decisi allora di chiamarlo Boomernauta perché, pur non essendo eterno, aveva in comune con l’Eternauta le peregrinazioni in epoche molto diverse. Come l’Eternauta, sebbene con limiti temporali più modesti, anche lui (si) era smarrito e non solo nel tempo. Ma, a differenza dell’Eternauta, non aveva allarmi da lanciare. Pensava che fosse ormai troppo tardi per salvare gli umani della sua era e troppo presto per sapere chi eventualmente avrebbe preso il loro posto sulla Terra.Il vero sortilegio della fatwa OK BOOMER non consisteva solo nella perdita di ogni riferimento temporale, ma soprattutto nella maledizione di dover percorrere le epoche future con la visione e i valori dell’epoca della sua militanza. Da quanto traspariva, al di là del racconto e del linguaggio usato, avevo davanti a me l’immagine dell’infelicità.Il modo in cui ci si sente nel proprio tempo è il risultato delle strutture complesse di sensazioni, emozioni e sentimenti di quel periodo. Anche se al Boomernauta l’ordine del tempo della sua gioventù rivoluzionaria era sembrato ingiusto e insostenibile, quello restava l’ambiente sociale e culturale che lo aveva formato. Potete quindi immaginarvi lo sradicamento e la sofferenza continua che viveva nelle peregrinazioni temporali a cui era ormai forzato.Durante il suo racconto talvolta rimasi un po’ incredulo di fronte a questa sua insistenza a voler accusare di tanti misfatti ciò che lui chiamava l’imperialismo o la macchina bicefala Stato-capitale. Ma, alla fine gli sono stato grato per alcune sorprendenti rivelazioni.
Gli dissi che dal mio punto di vista tutto era relativo, e su questo anche lui era d’accordo, ma soprattutto che bisognava relativizzare le nostre pretese rivoluzionarie di gioventù boomer. Certo non usai le classiche battute ritrite dei reduci delle rivoluzioni politiche sconfitte «se avessimo vinto, chissà cosa avremmo combinato...» ma cercai di farlo riflettere sugli impensabili salti tecnologici, che, capitalismo o no, da allora erano stati fatti dall’umanità. Trasformazioni che avevano profondamente cambiato le condizioni di vita, anche se dall’inizio dell’epoca neolib erano avvenute in un modo che aveva esacerbato le disuguaglianze.Forse entrambi avevamo vissuto l’ultimo tentativo di rivoluzione globale e ora avevo molti dubbi che cercai di esporgli. Gli intrecci e gli aggrovigliamenti di tutte le forme di potere con cui le Governance capitaliste ci avevano avvolti sembravano rendere impossibile un ulteriore tentativo di quel genere. Ma il Boomernauta ovviamente aveva già visto, almeno in parte, che le cose si sarebbero sviluppate diversamente. Sembrava che in lui il suo credo rivoluzionario di gioventù si fosse cristallizzato in un blocco irremovibile, quasi a bilanciare lo straordinario potere di percorrere la curva del tempo. Forse aveva bisogno di una base solida su cui poggiarsi come requisito indispensabile per accedere alla dimensione temporale. Sta di fatto che diversi nostri punti di vista erano divergenti. Io mi ero potuto permettere di relativizzare un po’ la portata della nostra epopea di gioventù, finita peraltro con una storica sconfitta. Come molti boomer ero spesso sbigottito di verificare nel quotidiano che le generazioni di cui eravamo genitori e anche nonni non sembravano credere che un sogno collettivo fosse possibile. In seguito avevo dovuto accettare certi compromessi con la realtà – nel lavoro, nei comportamenti, nelle relazioni sociali... – mentre nel suo racconto il Boomernauta appariva inflessibile in taluni suoi principi.
Successivamente, quando iniziò a condividere con me ciò che aveva osservato nel futuro, mi dimenticai di me stesso. Attraverso il suo racconto sulle evoluzioni e le sorprendenti conseguenze di quella che lui definisce la capacità metatecnica6 umana – intesa come l’abilità cognitiva di creare nuove tecniche o migliorare quelle esistenti – mi resi conto che il Boomernauta doveva aver acquisito una formazione e un’esperienza professionale nel campo tecnoscientifico prima di essere catapultato nel futuro. Probabilmente era stato uno dei primi ingegneri elettronici della sua epoca.Quando poi gli ho fatto osservare di aver descritto le Governance future, da lui definite capitaliste, nelle loro mutazioni ultime senza mai entrare nel merito o nel dettaglio delle feroci lotte che le dilaniavano all’interno, ha alzato le spalle per mostrare il suo disinteresse. Poi mi ha spiegato che questo era sempre successo e non gli interessava perderci tempo, soprattutto perché secondo lui il primo nemico da cercare di eliminare non era il capitalismo... ma non voglio svelarvi ora le sorprese del suo racconto.
Aggiungo qualche indicazione sulle modalità di lettura della narrazione del Boomernauta. La sua esposizione non sempre segue uno stretto ordine cronologico anche se in generale avanza nel tempo, ma non in modo lineare e talvolta ci sono imprecisioni specie rispetto a certi episodi del passato. Autorizzandomi a trascrivere il suo racconto mi ha sussurrato che contava sulla vostra comprensione per i suoi dogmatismi. Come attenuante ha evocato non solo l’età e la formazione politica, ma anche l’esperienza di aver visto le sue certezze tramutarsi in posverità e viceversa.Anche il suo modo di esprimersi può sembrare un po’ anomalo. Pur essendo un boomer tecnologico era abbastanza abituato a usare una terminologia professionale inglese, ma non al punto da passare quella che lui definiva la neolingua pidgin english locale, nel suo caso l’itanglese, che si era imposta a partire dai millenial. Ogni tanto l’ho sentito bofonchiare un po’ contro questi abusi linguistici non tanto per nostalgia, ma perché rimproverava ai giovani italofoni di aver tenuta viva la vecchia vocazione di sudditanza a quello che lui chiamava, ossessionato com’era dalla geopolitica del suo tempo, l’imperialismo anglofono.
Prima di lasciarvi alla dissertazione del Boomernauta desidero informarvi che le citazioni messe in esergo sono sue.Ho redatto io quasi tutte le note, sia per ancorare il racconto del Boomernauta a qualche referenza, sia per spiegare qualche passaggio che poteva risultare oscuro. Nello stesso spirito ho anche inserito all’inizio di ogni capitolo un breve riassunto, che può inoltre permettere modi alternativi alla lettura sequenziale. Talvolta ho anche aggiunto un mio commento o una mia impressione per analizzare i motivi che potrebbero aver influenzato la direzione del racconto del Boomernauta, oppure per chiarire ambiguità e pregiudizi tipici della sua epoca e relativi ai suoi orientamenti politici rivoluzionari.
Note:
il mio amico José Muñoz, grande disegnatore di fumetti, mi ha raccontato di aver contribuito da apprendista all’Eternauta: Solano l’aveva incaricato di disegnare la neve mortale che cade sulla terra raccomandandogli di renderla “minacciosa”... evidentemente anche i dettagli visivi contribuiscono a creare un’atmosfera di pericolo nel fumetto.
H. Oesterheld, F. S. López, L’Eternauta, 001 Edizioni, 2018 p. 15.
Ibid
così chiamato perché nato nel post WW2 aveva vissuto la gioventù nel boom economico che aveva caratterizzato i 30 (anni) gloriosi.
Metatecnica: cfr. glossario.

