selfie da zemrude
- Franco Oriolo

- 3 giorni fa
- Tempo di lettura: 9 min
Tra psiche e composizione: pratiche liminali dell’ascolto
Ricerca e psiche nel lavoro di Elena Gigante Ghigas

All’interno della rubrica Risonanze Sonore, che si occupa di esplorare le forme più aperte e liminali della ricerca sonora contemporanea, il lavoro di Elena Gigante, conosciuta anche come Ghigas, appare come un territorio in cui musica, psiche e spazio percettivo entrano in risonanza reciproca. La sua pratica non nasce infatti da un unico campo disciplinare, ma si sviluppa all’incrocio tra composizione elettroacustica, ricerca scientifica e pratica psicoanalitica. In questo intreccio il suono non è semplicemente materiale musicale, ma diventa una soglia attraverso cui interrogare i processi della percezione, della memoria e dell’esperienza interiore.
Elena Gigante, Ghigas, si è formata tra musica, psicologia e neuroscienze, sviluppando un percorso che tiene insieme studio accademico e ricerca artistica. Dopo il diploma in pianoforte e gli studi in psicologia clinica, ha conseguito un dottorato in neuroscienze presso l’Università Sapienza di Roma, concentrandosi sugli effetti dell’allenamento musicale sulla plasticità cerebrale e sui processi di percezione del movimento sonoro. Parallelamente ha continuato a muoversi nel campo della composizione contemporanea, partecipando a workshop e progetti con alcune delle figure più rilevanti della musica sperimentale internazionale. Questo doppio movimento – scientifico e artistico – costituisce uno degli elementi più riconoscibili del suo lavoro: una ricerca che non separa l’indagine sul suono dall’indagine sulla mente che lo ascolta.
Accanto alla composizione, Gigante esercita come psicoanalista junghiana ed è impegnata nella formazione e nella didattica. Insegna progettazione del suono nello spazio all’Accademia di Belle Arti di Bari e tiene corsi sulla fenomenologia dell’arte presso il Centro Italiano di Psicologia Analitica. Anche qui la dimensione sonora non viene trattata come un oggetto isolato, ma come un campo di esperienza in cui percezione, immaginazione e simbolizzazione si intrecciano. Il suono diventa così una forma di ascolto ampliato, capace di mettere in relazione dimensione estetica e dimensione psichica.
Le sue opere sono state presentate in numerosi contesti internazionali dedicati alla musica contemporanea e alla ricerca audiovisiva, tra cui i Darmstädter Ferienkurse, Sound/Image a Londra e Tempo Reale in Italia. Tuttavia, la traiettoria di Gigante non si definisce tanto attraverso il circuito festivaliero quanto attraverso una ricerca che tende deliberatamente verso zone periferiche dell’esperienza sonora. La sua pratica esplora infatti ciò che resta ai margini della percezione: suoni fragili, imperfetti, spesso sporchi, che sembrano situarsi in una zona di instabilità tra ciò che può essere ascoltato e ciò che sfugge all’ascolto.
In questa prospettiva l’ascolto non è mai un atto puramente passivo. È piuttosto un processo liminale, una soglia in cui il suono emerge e scompare, lasciando affiorare dimensioni spesso invisibili dell’esperienza. Non sorprende che molte delle sue installazioni e composizioni nascano da contesti inattesi. Gigante ha spesso collocato le proprie sculture sonore in ambienti non convenzionali, trasformando spazi tecnici o scientifici in luoghi di ascolto. In uno dei suoi progetti, ad esempio, un tubo per risonanza magnetica diventa una sorta di camera acustica in cui il corpo dell’ascoltatore è immerso in una condizione percettiva radicalmente diversa.
Come ricercatrice in Neuroscienze alla Sapienza e alla Fondazione Santa Lucia IRCSS di Roma dal 2013 al 2015, ha progettato esperimenti sonori proprio all’interno del tubo di risonanza: il soggetto volontario, disteso nella posizione canonica di una qualsiasi risonanza magnetica, riceveva tramite cuffie stimoli sonori corrispondenti a un paesaggio in movimento, costruito attraverso un software come Matlab. In questa situazione estrema e controllata, il suono non solo attraversa il corpo, ma diventa uno strumento per indagare le dinamiche profonde della percezione, mettendo in relazione spazio acustico e attività cerebrale.
In questi dispositivi lo spazio non è un semplice contenitore, ma una materia attiva della composizione. L’impiego di tecniche come l’Ambisonico consente di articolare il suono come campo tridimensionale, avvolgente, in cui la posizione e il movimento dell’ascoltatore diventano parte integrante dell’opera. L’attenzione alla dimensione corporea dell’ascolto si traduce così in una pratica installativa che lavora sulla prossimità, sull’immersione e sulla dislocazione percettiva. Il suono non si limita a essere ascoltato: attraversa il corpo, lo orienta nello spazio, lo espone a micro-variazioni che sfuggono a una percezione immediatamente cosciente.
Questi dispositivi non cercano l’effetto spettacolare, ma aprono situazioni in cui il suono può essere percepito come evento fisico, mentale e simbolico allo stesso tempo. Proprio in questa tensione tra presenza e sottrazione si attiva una possibilità più profonda: quella di entrare in relazione con ciò che normalmente resta invisibile o inconscio, lasciando emergere zone latenti dell’esperienza. L’ascolto diventa allora uno spazio di trasformazione della percezione, in cui ciò che non è immediatamente dicibile può comunque essere attraversato e, in qualche modo, sentito.
La sua ricerca si muove dunque lungo una linea sottile tra musica, installazione e indagine psicologica. Più che produrre oggetti sonori chiusi, Gigante sembra interessata a costruire condizioni di ascolto, situazioni in cui l’esperienza sonora diventa uno spazio di trasformazione. In questo senso il suo lavoro si inserisce pienamente nella sensibilità che attraversa molta della musica sperimentale contemporanea: un’attenzione al suono come fenomeno situato, inseparabile dal contesto, dal corpo e dalla memoria di chi ascolta.
Accanto alla pratica artistica, Gigante ha sviluppato anche una riflessione teorica sul rapporto tra musica e psiche, pubblicando diversi libri e saggi in cui il suono viene pensato come esperienza capace di attraversare dolore, assenza e processi di elaborazione simbolica. Anche in questo caso la scrittura non appare come un’attività separata dalla composizione, ma come un’altra forma di esplorazione dello stesso territorio: quello in cui il suono diventa una modalità di pensiero.
All’interno di Risonanze Sonore, il lavoro di Elena Gigante si rivela dunque particolarmente significativo perché mette in luce una dimensione spesso trascurata della ricerca sonora: la sua capacità di interrogare non soltanto le forme della musica, ma le modalità stesse attraverso cui ascoltiamo e diamo senso a ciò che ascoltiamo. In questo spazio di confine tra udibile e inaudibile, tra esperienza sensoriale e dimensione psichica, il suono smette di essere semplicemente un oggetto estetico e diventa una pratica di attenzione, un modo di entrare in relazione con ciò che, dentro e fuori di noi, continua a chiedere di essere ascoltato.
In coda, l’ascolto dei lavori di Elena Gigante restituisce una sensazione precisa: il suono non si impone, ma si avvicina lentamente, si muove nello spazio e modifica l’ascolto in modo quasi impercettibile.
Le sue composizioni lavorano su piccoli scarti, su variazioni minime che chiedono attenzione e tempo. Più che essere comprese subito, sembrano agire in profondità, lasciando una traccia che continua anche dopo.
È una pratica essenziale, che non riempie ma apre: uno spazio in cui l’ascolto cambia forma e diventa più consapevole, più sensibile a ciò che normalmente resta ai margini.
Buon ascolto: https://elenaghigas.bandcamp.com/
di Elena Gigante anche: https://www.mimesisedizioni.it/catalogo/autore/7598/elena-gigante
Between psyche and composition: Liminal Practices of Listening
Research and Psyche in the Work of Elena Gigante Ghigas
by Franco Oriolo
Within the framework of Risonanze Sonore, a column devoted to exploring the most open and liminal forms of contemporary sound research, the work of Elena Gigante, also known as Ghigas, emerges as a territory where music, psyche, and perceptual space resonate with one another. Her practice does not originate from a single disciplinary field, but rather develops at the intersection of electroacoustic composition, scientific research, and psychoanalytic practice. Within this interplay, sound is no longer merely musical material; it becomes a threshold through which to question processes of perception, memory, and inner experience.
Elena Gigante’s (Ghigas) background spans music, psychology, and neuroscience, shaping a path that brings together academic study and artistic research. After graduating in piano and clinical psychology, she obtained a PhD in neuroscience at Sapienza University of Rome, focusing on the effects of musical training on brain plasticity and on the perception of sound motion. At the same time, she continued her work in contemporary composition, participating in workshops and projects with some of the most significant figures in experimental music. This dual trajectory—scientific and artistic—represents one of the most distinctive aspects of her work: a research approach that refuses to separate the investigation of sound from the investigation of the mind that listens to it.
Alongside her compositional activity, Gigante works as a Jungian psychoanalyst and is actively involved in teaching and training. She teaches spatial sound design at the Academy of Fine Arts in Bari and lectures on the phenomenology of art at the Italian Center of Analytical Psychology. Here too, sound is not treated as an isolated object, but as a field of experience in which perception, imagination, and symbolization intertwine. Sound thus becomes an expanded form of listening, capable of connecting aesthetic and psychic dimensions.
Her works have been presented in numerous international contexts dedicated to contemporary music and audiovisual research, including the Darmstädter Ferienkurse, Sound/Image in London, and Tempo Reale in Italy. Yet Gigante’s trajectory is not defined primarily by the festival circuit, but by a research practice that deliberately moves toward the peripheral zones of sonic experience. Her work explores what remains at the margins of perception: fragile, imperfect, often “dirty” sounds that inhabit an unstable zone between what can be heard and what escapes listening.
From this perspective, listening is never a purely passive act. Rather, it is a liminal process, a threshold where sound emerges and disappears, allowing often invisible dimensions of experience to surface. It is no coincidence that many of her installations and compositions originate in unexpected contexts. Gigante has frequently placed her sound sculptures in unconventional environments, transforming technical or scientific spaces into sites of listening. In one of her projects, for instance, an MRI scanner tube becomes a kind of acoustic chamber in which the listener’s body is immersed in a radically altered perceptual condition.
As a neuroscience researcher at Sapienza University and at the Santa Lucia Foundation IRCCS in Rome between 2013 and 2015, she designed sound experiments precisely inside the MRI tube: the volunteer subject, lying in the standard position used for medical scans, received through headphones a series of sonic stimuli corresponding to a moving soundscape, constructed using software such as Matlab. In this extreme and controlled setting, sound not only passes through the body, but becomes a tool to investigate the deeper dynamics of perception, placing acoustic space in direct relation with brain activity.
In these dispositifs, space is not a neutral container but an active material of composition. The use of techniques such as Ambisonics allows sound to be articulated as a three-dimensional, enveloping field in which the position and movement of the listener become integral to the work. Attention to the bodily dimension of listening translates into an installation practice that operates through proximity, immersion, and perceptual dislocation. Sound is not simply heard: it traverses the body, orients it in space, and exposes it to micro-variations that elude immediate conscious perception.
These dispositifs do not aim at spectacle, but rather open up situations in which sound can be experienced simultaneously as a physical, mental, and symbolic event. It is precisely within this tension between presence and withdrawal that a deeper possibility emerges: that of entering into relation with what normally remains invisible or unconscious, allowing latent zones of experience to surface. Listening thus becomes a space for the transformation of perception, where what cannot be immediately articulated can nevertheless be encountered, and in some way, felt.
Her research therefore unfolds along a subtle line between music, installation, and psychological inquiry. Rather than producing closed sonic objects, Gigante seems interested in constructing conditions for listening—situations in which sonic experience becomes a space of transformation. In this sense, her work fully resonates with a broader tendency in contemporary experimental music: an attention to sound as a situated phenomenon, inseparable from context, from the body, and from the memory of the listener.
Alongside her artistic practice, Gigante has also developed a theoretical reflection on the relationship between music and psyche, publishing several books and essays in which sound is conceived as an experience capable of traversing pain, absence, and processes of symbolic elaboration. Here too, writing does not appear as a separate activity from composition, but as another way of exploring the same territory: one in which sound becomes a mode of thought.
Within Risonanze Sonore, the work of Elena Gigante thus proves particularly significant in that it highlights a dimension often overlooked in sound research: its capacity to question not only musical forms, but the very ways in which we listen and make sense of what we hear. In this space of tension between the audible and the inaudible, between sensory experience and psychic dimension, sound ceases to be merely an aesthetic object and becomes a practice of attention—a way of entering into relation with what, both within and outside us, continues to ask to be heard.
In closing, listening to Elena Gigante’s works conveys a clear sensation: sound does not impose itself, but approaches slowly, moves through space, and subtly reshapes perception.
Her compositions work through small shifts and minimal variations that require attention and time. Rather than being immediately understood, they seem to act more deeply, leaving a trace that lingers beyond the listening moment.
It is an essential practice that does not fill but opens up a space where listening changes form, becoming more aware and more sensitive to what usually remains at the margins.
Enjoy listening: https://elenaghigas.bandcamp.com/
by Elena Gigante also: https://www.mimesisedizioni.it/catalogo/autore/7598/elena-gigante

