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- jeremy Scahill

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Stretto di Hormuz
Il punto sulla guerra in corso

Un alto funzionario iraniano ha dichiarato a «Drop Site» che, sebbene l’Iran sia attivamente impegnato nella diplomazia indiretta con gli Stati Uniti attraverso mediatori, non ha intenzione di avviare colloqui diretti con gli Stati Uniti finché questi ultimi non revocheranno incondizionatamente il blocco dello Stretto. Ha poi sottolineato come l’America sia ormai di fatto diventata una forza destabilizzante per l’economia mondiale, situazione che in prospettiva strategica, avvantaggia chiaramente l’Iran. Le dinamiche in atto, poi, stanno riconfigurando in modo significativo la regione e la natura delle relazioni tra i paesi del Medio Oriente. E intanto l’Iran si sta preparando a una pianificazione strategica a lungo termine che gli permetterà di sopportare anche un confronto prolungato contrastando parte dell’impatto economico e delle difficoltà derivanti dalle catene di approvvigionamento
Questo articolo è stato originariamente pubblicato su «Drop Site News» e viene qui ripubblicato con l’esplicito consenso del suo editore.
Il presidente Donald Trump si sta affannando per trovare un modo per dichiarare la vittoria nella
Il presidente Donald Trump si sta affannando per trovare un modo per dichiarare la vittoria nella guerra contro l’Iran, oscillando tra richieste pubbliche di raggiungere un accordo e minacce di dare il via a una nuova ondata di bombardamenti massicci. Il blocco navale statunitense dello Stretto di Hormuz ha scatenato una crisi economica ed energetica mondiale, ma né il blocco né le minacce di Trump hanno provocato la capitolazione dell’Iran né hanno intaccato la sua determinazione a non rinunciare a nessuno dei suoi diritti di controllo del traffico marittimo nello Stretto. Un alto funzionario iraniano ha dichiarato a «Drop Site» che, sebbene l’Iran sia attivamente impegnato nella diplomazia indiretta con gli Stati Uniti attraverso mediatori, non ha intenzione di avviare colloqui diretti con gli Stati Uniti finché questi ultimi non revocheranno incondizionatamente il blocco dello Stretto. «In base alle valutazioni attuali, sembra probabile che si verifichi un altro attacco militare. Gli obiettivi [di Trump] con il blocco navale non sono stati raggiunti», ha affermato il funzionario. «Non può mantenere il blocco ancora per molto. Riteniamo che gli Stati Uniti si concentreranno su Hormuz, quindi è probabile che gli attacchi e le operazioni militari si estendano lungo la costa iraniana, insieme a una nuova ondata di omicidi [contro i leader iraniani], che potrebbero essere condotti congiuntamente con Israele».
Il funzionario, che ha chiesto di rimanere anonimo poiché non è autorizzato a rilasciare dichiarazioni pubbliche, è a conoscenza diretta delle deliberazioni interne a Teheran. Trump, ha sostenuto, ha poche opzioni per trovare una via d’uscita dalla guerra che lui stesso ha provocato e che sta diventando sempre più impopolare. «Siamo riusciti, attraverso la gestione costante dello Stretto di Hormuz, che è rimasto sotto il nostro controllo, a trasformare efficacemente la pressione unilaterale imposta dagli americani in una pressione reciproca. Con il passare del tempo, le restrizioni imposte a questo luogo di passaggio strategico genereranno conseguenze sempre più diffuse su vari beni e materie prime, che si ripercuoteranno su scala mondiale», ha affermato. «Gli Stati Uniti sono diventati, di fatto, una forza destabilizzante per l’economia mondiale, specialmente per quanto riguarda il settore energetico. Questa evoluzione, vista da una prospettiva strategica, avvantaggia chiaramente e sostanzialmente l’Iran».
Recentemente Trump ha annunciato che gli Stati Uniti avrebbero iniziato a «guidare» le navi mercantili bloccate nello Stretto fuori dalle acque iraniane. «Se, in qualche modo, si interferisce in questo processo umanitario, tale interferenza, purtroppo, dovrà essere affrontata con fermezza», ha scritto Trump su Truth Social. Il Comando Centrale degli Stati Uniti ha annunciato che si sarebbe dovuto sostenere quello che Trump ha chiamato «Project Freedom» [Progetto Libertà] con «cacciatorpediniere lanciamissili, oltre un centinaio di velivoli terrestri e marittimi, piattaforme senza equipaggio multidominio e 15.000 soldati». Trump ha pubblicato il suo annuncio poco prima dell’apertura delle contrattazioni sui futures del petrolio, scatenando speculazioni sul fatto che si trattasse, almeno in parte, di un tentativo di manipolare i mercati. Dopo il post di Trump, funzionari statunitensi hanno dichiarato a numerosi media che l’esercito americano non aveva intenzione di entrare nelle acque iraniane, ma che avrebbe risposto agli attacchi contro le navi che avessero tentato di uscire dallo Stretto.
La mossa di Trump «ha come obiettivo principale quello di provocare l’Iran affinché compia un primo passo verso lo scontro, creando così un pretesto per l’escalation, il che gli consentirebbe di giustificare nuove azioni militari in risposta a un’ipotetica iniziativa iraniana», ha affermato il funzionario iraniano intervistato. Qualsiasi tentativo di alterare le «condizioni attuali» nello Stretto, ha avvertito, provocherebbe una risposta decisa da parte dell’Iran. «Qualsiasi nave mercantile che tenti di transitare su rotte designate come soggette a restrizioni senza previo coordinamento sarà immediatamente intercettata dalle forze iraniane. Se le navi militari statunitensi dovessero reagire, tali azioni incontrerebbero una risposta immediata e adeguata da parte dell’Iran», ha affermato il funzionario. «Trump ha di fatto trasformato [le navi mercantili civili] in strumenti di contrattazione nel suo gioco politico». La Marina del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (Islamic Revolutionary Guard Corps, i Pasdaran) ha poi iniziato a trasmettere avvertimenti a tutte le navi nello Stretto tramite una trasmissione VHF: «Se attraversate lo Stretto di Hormuz senza il permesso della Repubblica Islamica dell’Iran, sarete bersaglio di attacchi e sarete distrutti».
Nonostante tutto ciò, i negoziati indiretti continuano, principalmente attraverso lo scambio di messaggi tramite funzionari pakistani. Trump ha descritto questo processo come se l’Iran lo stesse supplicando di raggiungere un accordo. «Ora devono piangere. È tutto ciò che devono fare», ha detto Trump il 29 aprile. «Devono solo dire: “Ci arrendiamo. Ci arrendiamo”». Trump ha definito la leadership iraniana «incredibilmente disorganizzata». Il 30 aprile l’Iran ha inviato ai mediatori pakistani il suo ultimo piano per porre fine alla guerra. «Questo piano si basa sulla definizione iniziale di un accordo per fermare e porre fine alla guerra e poi discutere i dettagli dell’attuazione nel corso di un periodo di trenta giorni», ha detto Esmail Baghaei, portavoce del Ministero degli Affari Esteri iraniano, in un’intervista alla televisione iraniana domenica scorsa. Baghaei ha respinto le richieste degli Stati Uniti affinché Teheran accetti condizioni sul suo arricchimento nucleare prima che vengano negoziate altre questioni. «L’Iran non ha mai negoziato sotto ultimatum o scadenze. Non si è mai lasciato mettere sotto pressione da queste scadenze artificiali e continua a fare così».
Gli Stati Uniti hanno consegnato una risposta, che l’Iran ha affermato di stare esaminando, anche se domenica Trump ha dichiarato all’emittente televisiva israeliana Kan TV che la proposta dell’Iran «non è accettabile per me. L’ho esaminata, ho esaminato tutto: non è accettabile». Ha aggiunto: «Gli iraniani vogliono raggiungere un accordo, ma non sono soddisfatto di ciò che hanno offerto». La narrativa degli Stati Uniti sostiene che i leader iraniani siano divisi, confusi e desiderosi di raggiungere un accordo, ma che l’influenza malefica dei «radicali» del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche lo stia sabotando. «Ancora, vogliono raggiungere un accordo; sono decimati. Stanno passando un brutto momento cercando di capire chi sia il loro leader», ha affermato Trump lo scorso 2 maggio. Trump, dal canto suo, assume il ruolo di chi decide, respingendo con leggerezza le richieste dell’Iran o suggerendo che non sono ancora abbastanza buone. «Non hanno ancora pagato un prezzo abbastanza alto per ciò che hanno fatto all’umanità e al mondo negli ultimi quarantasette anni», ha scritto Trump su Truth Social.
I funzionari iraniani raccontano una storia molto diversa. Ritengono che l’amministrazione Trump manchi di coordinamento, non disponga delle competenze diplomatiche necessarie per avviare e portare avanti questi negoziati e si trovi in uno stato di caos costante, mentre lotta per conciliare gli interessi degli Stati Uniti con l’agenda israeliana e fallisce completamente sia sul piano militare che su quello diplomatico. Teheran non ha deciso unilateralmente di presentare una proposta agli Stati Uniti, secondo l’alto funzionario iraniano. Nel tentativo di uscire dall’impasse, i mediatori pakistani hanno chiesto all’Iran di elaborare uno schema dettagliato per negoziare la fine della guerra, che Islamabad avrebbe poi consegnato alla Casa Bianca. «In sostanza, non riuscivano a far avanzare i negoziati», ha affermato il funzionario iraniano. Il 30 aprile, dopo una visita a Islamabad del ministro degli Esteri Abbas Araghchi e i successivi incontri con le figure chiave in Iran, Teheran ha presentato la sua proposta in quattordici punti. «Data l’evidente incapacità della squadra negoziale statunitense di far progredire le cose, abbiamo fatto un passo indietro e abbiamo comunicato formalmente, per iscritto e tramite intermediario, nostri schemi di proposte, che stabiliscono le condizioni per mantenere il cessate il fuoco e avviare possibili negoziati sulle questioni in sospeso», ha detto il funzionario iraniano. «Dall’inizio del cessate il fuoco, non ci sono stati progressi significativi nelle aree di disaccordo».
La proposta iraniana prevede un accordo iniziale per porre fine a tutti gli attacchi militari da parte degli Stati Uniti e dell’Iran, un impegno che si applicherebbe anche a Israele, così come agli alleati dell’Iran. L’Iran vuole che questo accordo si applichi anche al Libano, dove Israele continua la sua offensiva militare nel sud del Paese nonostante il presunto cessate il fuoco. La proposta iraniana, secondo quanto dichiarato dall’alto funzionario a «Drop Site», reitera la richiesta dell’Iran di revocare incondizionatamente il blocco navale degli Stati Uniti e suggerisce un termine di trenta giorni per negoziare una risoluzione duratura del conflitto nello Stretto di Hormuz e per concordare un quadro negoziale per porre fine alla guerra. L’Iran riprenderebbe quindi formalmente i negoziati diretti con gli Stati Uniti sul futuro del programma nucleare iraniano, sulle sue riserve di uranio altamente arricchito e su altre questioni. Le condizioni fondamentali dell’Iran per accettare qualsiasi accordo rimangono le stesse: garanzie che gli Stati Uniti non riprendano la guerra, la revoca delle sanzioni economiche e lo sblocco di decine di miliardi di dollari di beni iraniani all’estero.
L’Iran continua inoltre a sostenere che non accetterà il trasferimento del proprio uranio altamente arricchito negli Stati Uniti né in alcun altro Paese, ribadendo invece la propria offerta di diluirlo sotto la supervisione dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica. Tale offerta, secondo il funzionario iraniano, è subordinata al mantenimento da parte dell’Iran di riserve sufficienti per scopi di ricerca, medici e altri obiettivi non militari. Nella sua ultima proposta, l’Iran si è anche offerto di non rimuovere le macerie e i resti degli impianti nucleari bombardati dagli Stati Uniti per un periodo definito, anche se il funzionario non ha fornito dettagli specifici. Trump continua a insistere sul fatto che l’uranio altamente arricchito dell’Iran debba essere rimosso e che Teheran debba impegnarsi a porre fine completamente alle sue attività di arricchimento. «[Trump] ha definito la rimozione dell’uranio altamente arricchito e la cessazione completa dell’arricchimento come i suoi criteri di successo», ha detto il funzionario. L’Iran ha affermato che queste sono linee rosse da cui non si discosterà.
«Le questioni sollevate sull’arricchimento o sui materiali nucleari sono puramente speculative e in questa fase non stiamo parlando di nient’altro che di fermare completamente la guerra e, di conseguenza, la direzione che prenderemo in futuro sarà determinata in futuro», ha dichiarato Baghaei nella conferenza stampa tenutasi lunedì a Teheran. «In questa fase, la nostra priorità è porre fine alla guerra», ha aggiunto. «L’altra parte deve impegnarsi ad adottare un approccio ragionevole e ad abbandonare le sue richieste eccessive nei confronti dell’Iran». Durante i colloqui diretti tenutisi a Islamabad l’11 e il 12 aprile, secondo le informazioni fornite dall’agenzia Axios, gli Stati Uniti hanno chiesto all’Iran una moratoria di vent’anni sull’arricchimento nucleare. Alcune informazioni suggerivano che l’Iran avesse risposto con un’offerta di sospensione di cinque anni, anche se il funzionario iraniano ha affermato che l’offerta iraniana era di durata ancora più breve. «È stato sottolineato nell’[ultimo] quadro negoziale che la questione del ritiro dell’uranio dall’Iran deve essere totalmente esclusa dall’agenda di qualsiasi negoziazione», ha aggiunto il funzionario.
Strappare la sconfitta dalle fauci del successo
Sebbene i negoziatori iraniani continuino a partecipare al processo diplomatico, Teheran rimane scettica sulle prospettive di raggiungere un accordo, a meno che non si verifichi un cambiamento drastico nell’approccio di Trump. «Fin dal primo giorno del cessate il fuoco, gli americani hanno modificato le nostre condizioni iniziali», ha affermato l’alto funzionario, riferendosi alla dichiarazione originale di Trump quando è stato annunciato il cessate il fuoco lo scorso 8 aprile. Il quadro in dieci punti presentato dall’Iran costituiva una «base praticabile su cui negoziare», aveva scritto Trump in quel momento. «Successivamente, abbiamo apportato nuovi aggiustamenti, dopodiché loro hanno inviato nuove revisioni e noi abbiamo nuovamente presentato le nostre opinioni all’interno di quel quadro», ha detto il funzionario iraniano, aggiungendo che Teheran è giunta alla conclusione che «un cambiamento nella situazione attuale richiede azioni sul campo affinché gli americani prendano più sul serio i negoziati per raggiungere un accordo». In momenti cruciali in cui sembrava possibile una ripresa della diplomazia, Trump ha intensificato la sua retorica bellicosa e si è impegnato a continuare il blocco navale a tempo indeterminato, sostenendo che stava «strangolando» l’Iran.
«Trump ha davvero strappato la sconfitta dalle fauci del successo, perché il cessate il fuoco favoriva in modo sproporzionato gli Stati Uniti», ha affermato Trita Parsi, analista esperto di Iran presso il Quincy Institute, in un’intervista concessa a «Drop Site». Trump – ha sottolineato – avrebbe potuto alleviare la pressione sui costi e sull’approvvigionamento energetico mondiale ed erodere l’influenza iraniana attraverso un processo di negoziazione prolungato senza revocare immediatamente le sanzioni economiche, uno degli obiettivi centrali di Teheran. «Trump si trova in una situazione molto delicata. Più la sua retorica tende ad essere aggressiva, più afferma che gli iraniani sono disorganizzati, più ciò tende a riflettere il fatto che la sua stessa posizione negoziale è diventata tremendamente vulnerabile e si è indebolita». Nel frattempo, il presidente statunitense ha esagerato l’impatto del blocco sull’Iran, minimizzando al contempo la gravità delle conseguenze economiche globali, ha sottolineato l’alto funzionario iraniano. Non c’è dubbio che l’economia iraniana sia stata gravemente danneggiata dal blocco navale, ha aggiunto il funzionario, ma ha sottolineato che non si trova affatto in uno stato di collasso, come suggerisce Trump. «Abbiamo trasformato il tempo in un fattore che non gioca più solo a sfavore dell’Iran; piuttosto gli Stati Uniti subiranno danni sempre più significativi a causa del protrarsi del blocco», ha affermato il funzionario iraniano. «Man mano che la crisi si protrarrà ben oltre le sue previsioni iniziali, [gli Stati Uniti] perderanno progressivamente la loro capacità di influenzare il mercato e controllare i prezzi del petrolio e altri settori correlati».
Parsi ha sottolineato che Trump sembra aver adottato previsioni errate, comprese quelle elaborate dal think tank neoconservatore Foundation for the Defense of Democracies, che lo ha convinto che il suo blocco navale avrebbe portato al tavolo dei negoziati un Iran indebolito e più flessibile. Trump ha iniziato ad affermare che l’infrastruttura petrolifera iraniana fosse sull’orlo di un collasso catastrofico. «Succederà qualcosa che la farà semplicemente esplodere», ha dichiarato Trump a Fox News il 30 aprile. «Dicono che manchino solo tre giorni perché ciò accada. Quando esploderà, non potrà mai più essere ricostruita com’era prima». Non si è verificata alcuna esplosione di questo tipo e gli esperti di energia hanno affermato che l’affermazione di Trump era errata. Successivamente la Casa Bianca ha copiato integralmente il testo della Foundation for the Defense of Democracies per giustificare l’inizio della guerra contro l’Iran, mentre il team di Trump pubblica ora grafici discutibili creati da questa fondazione sull’arricchimento nucleare iraniano. Nick Stewart, direttore generale delle attività di patrocinio presso il settore lobbying della Foundation for the Defense of Democracies, è stato recentemente inserito nel team di negoziazione con l’Iran guidato dall’inviato speciale Steve Witkoff e dal genero di Trump, Jared Kushner.
«Credo che Trump stia cercando di mettere in atto un’azione militare di grande impatto, che non sia necessariamente vincente dal punto di vista strategico, ma che tatticamente dia l’impressione che egli controlli l’escalation, che domini e che abbia la situazione sotto controllo, per poi sedersi al tavolo delle trattative e raggiungere un accordo», ha affermato Parsi. «Gli iraniani non gli permetteranno di raggiungere questo obiettivo». Se Trump autorizzasse una nuova serie di bombardamenti e operazioni militari, i leader iraniani hanno affermato che lanceranno un’intensa serie di attacchi di rappresaglia in tutto il Golfo Persico e riprenderanno gli attacchi con missili balistici contro Israele. I responsabili militari di Teheran hanno dichiarato di aver approfittato del periodo di cessate il fuoco per ricostruire le loro difese ed elaborare nuove liste di possibili obiettivi, il che aggraverebbe ulteriormente la crisi economica ed energetica mondiale. «In realtà, [se Trump riprendesse gli attacchi militari], ciò potrebbe rivelarsi una benedizione per gli iraniani», ha detto Parsi, aggiungendo che l’Iran probabilmente amplierebbe i propri attacchi nel Golfo, in particolare contro gli Emirati Arabi Uniti, il più stretto alleato di Israele nel mondo arabo, che ha recentemente annunciato la propria uscita dall’OPEC. «L’Iran continua ad avere il controllo dell’escalation in questo scenario e non capisco perché una nuova ondata di bombardamenti e omicidi farebbe una grande differenza rispetto a ciò che ha fatto finora», ha sostenuto Parsi. «Al contrario, credo che gli iraniani abbiano perfezionato ulteriormente la loro strategia. Hanno più fiducia in ciò che possono ottenere esattamente».
La strategia a doppio binario dell’Iran
Nelle ultime settimane i leader politici e militari iraniani hanno proclamato la vittoria strategica sugli Stati Uniti, sostenendo che Trump si trovi in una situazione di stallo da lui stesso creata. «Trump deve scegliere tra un’operazione militare impossibile o un accordo sfavorevole con la Repubblica Islamica dell’Iran», ha dichiarato il dipartimento di intelligence dell’IRGC in un comunicato pubblicato domenica scorsa su X. «Il margine di manovra degli Stati Uniti per prendere decisioni si è ridotto». Il Kuwait non ha esportato nemmeno una goccia di petrolio greggio per tutto il mese di aprile, è la prima volta che ciò accade dalla Guerra del Golfo del 1991, e il panico si sta diffondendo nei paesi arabi del Golfo di fronte al destino prevedibile delle loro entrate da petrolio e gas e all’instabilità del futuro. Trump ha in programma di recarsi in Cina il 14 maggio. Pechino è la nazione più potente che ha un interesse sostanziale in ciò che accade nello Stretto di Hormuz e ha costantemente insistito con le sue richieste di raggiungere una risoluzione del conflitto. Il 2 maggio il governo cinese ha annunciato che avrebbe bloccato l’applicazione delle sanzioni statunitensi da parte delle raffinerie nazionali che importano petrolio iraniano, compresa la raffineria di Hengli, uno dei più grandi complessi petrolchimici del Paese. In un comunicato sulla decisione, il Ministero del Commercio cinese ha affermato di aver emesso l’«ordine di divieto», che impedisce l’applicazione delle sanzioni statunitensi al fine di «salvaguardare la sovranità nazionale, la sicurezza e gli interessi di sviluppo del Paese».
«L’unica cosa che preoccupa [Trump] è quanto male stia andando l’economia e i problemi che ciò gli causerà, così come il grande fiasco che comporterà il doversi presentare a Pechino e affrontare i cinesi in questa posizione di assoluta vergogna e imbarazzo», ha affermato Parsi. «Continua a essere prigioniero della falsa illusione che l’embargo, in un modo o nell’altro, gli garantirà quel tipo di vittoria che riscriverà l’intera storia di queste ultime sette o otto settimane. Se attacca le esportazioni dell’Iran verso la Cina, non solo trasformerà questo conflitto regionale in un conflitto globale, ma farà salire ancora di più i prezzi del petrolio, un’azione che gli si ritorcerà contro più rapidamente che contro gli iraniani». Il funzionario iraniano ha dichiarato a «Drop Site» che, a causa della posizione incostante di Trump e data la situazione di precarietà economica creata dal blocco nello Stretto di Hormuz, Teheran sta agendo su due fronti: da un lato, sta partecipando a negoziati diplomatici indiretti volti a raggiungere un quadro di accordo consensuale per avviare colloqui diretti sulla fine della guerra; e, dall’altro, si sta preparando a uno scenario in cui non si raggiunga alcun accordo, la crisi nello Stretto continui e l’Iran si trovi ad affrontare la minaccia costante di attacchi statunitensi o israeliani. «Se riusciremo a gestire l’impatto del blocco marittimo nelle prossime settimane, è probabile che comincino a emergere gravi tensioni tra Cina e Stati Uniti, un fatto che cambierebbe la dinamica e la natura dei negoziati», ha affermato il funzionario iraniano. Teheran, ha detto, è «concentrata su questioni strategiche come l’accelerazione della cooperazione tra i paesi orientali per neutralizzare la pressione e l’influenza statunitensi».
Nel corso della guerra, l’Iran ha intensificato i propri sforzi diplomatici per rafforzare i legami e le alleanze con diversi paesi. Il recente incontro tra Araghchi e il presidente russo Vladimir Putin è avvenuto dopo che il ministro degli Esteri iraniano aveva pubblicamente snobbato i funzionari statunitensi in seguito all’affermazione di Trump secondo cui era imminente un nuovo ciclo di colloqui con il vicepresidente JD Vance. L’Iran ha inoltre mantenuto stretti contatti con la Cina e si è coordinato con Pechino per il transito di merci attraverso lo Stretto di Hormuz durante il blocco statunitense. Teheran sta sviluppando un nuovo quadro per la gestione dello Stretto che, secondo le informazioni disponibili, prevede il divieto di accesso alle navi israeliane e un sistema di pedaggio per il passaggio sicuro. Il nuovo leader supremo dell’Iran, Mojtaba Jamenei, ha affermato in una dichiarazione letta dalla televisione pubblica iraniana lo scorso 30 aprile che l’Iran «garantirà la sicurezza nella regione del Golfo Persico e porrà fine all’abuso di questa via navigabile strategica da parte di forze ostili». Ha aggiunto: «Coloro che vengono da lontano con intenzioni avide e ostili non hanno posto in questa regione, se non sul fondo delle sue acque».
Mentre Stati Uniti e Europa hanno denunciato i piani dell’Iran, Teheran si è concentrata a ottenere il sostegno dei propri alleati strategici per nuovo meccanismo. Parsi ha affermato che, sebbene alcuni paesi possano mostrarsi riluttanti all’idea di pagare pedaggi all’Iran, col tempo lo accetteranno come la nuova norma. «In fin dei conti, hanno bisogno del loro petrolio e pagheranno i tributi. E gli iraniani useranno il gettito, non necessariamente come qualcosa che sostituisca la totalità delle loro entrate, ma come uno strumento che obblighi i paesi a ristabilire i collegamenti finanziari con l’Iran, paesi che, altrimenti, avrebbero abbandonato il mercato iraniano a seguito delle sanzioni imposte dagli Stati Uniti», ha detto. «Ora gli iraniani hanno l’influenza necessaria per farli tornare. E per loro è di enorme valore poter garantire il mantenimento di questi contatti». I funzionari iraniani stanno informando da settimane i loro alleati regionali sulle proposte di Teheran relative allo Stretto, ma comprendono anche che è fondamentale ottenere il sostegno di Mosca e Pechino. «Né la Cina né la Russia hanno espresso formalmente alcuna opposizione», ha detto l’alto funzionario iraniano. «Dato che non esiste un precedente internazionale consolidato, qualsiasi pagamento dovrebbe essere definito in cambio di servizi. Queste considerazioni di natura consultiva sono già state messe in conto nella bozza del piano iraniano, che è attualmente in fase di completamento». Lunedì scorso, la Guardia Rivoluzionaria Islamica ha pubblicato una mappa in cui delineava quella che ha definito una nuova «zona di controllo» nello Stretto, con due linee rosse che si estendevano dalla costa meridionale dell’Iran fino ai porti degli Emirati Arabi Uniti. Un funzionario della Guardia Rivoluzionaria Islamica ha affermato che non si trattava di un cambiamento di politica, ma di un chiarimento delle zone in cui le navi dovrebbero seguire i protocolli iraniani per effettuare un passaggio sicuro.
Il futuro di tutti questi piani dipende da come si evolverà la guerra in generale nei prossimi giorni e settimane. Gli Stati Uniti potrebbero tentare di riaprire lo Stretto con la forza, un’operazione che comporterebbe rischi estremi per Trump sia dal punto di vista tattico che politico e che sarebbe estremamente difficile, se non impossibile, da sostenere senza un totale cambio di governo a Teheran. È possibile che gli Stati Uniti e l’Iran raggiungano un accordo tramite negoziati, ma ciò porterebbe, quasi certamente, al mantenimento del controllo iraniano sul transito. Trump ha suggerito in alcune occasioni che potrebbe lasciare che siano altri paesi a decidere il destino dello Stretto, sostenendo che gli Stati Uniti non ne hanno bisogno. «Se questo nuovo scenario dovesse diventare controverso, in cui il rischio di guerra continua a incombere sullo sfondo, in cui non c’è piena accettazione e, di conseguenza, non si dispone nemmeno di un flusso continuo di petrolio, ciò garantirà che i mercati internazionali cerchino di ridurre l’importanza strategica dello Stretto di Hormuz», ha affermato Parsi. «In tale scenario, anche l’Iran ha bisogno di un’alternativa». Mentre lavora ai suoi piani futuri per la gestione dello Stretto di Hormuz, l’Iran si sta preparando anche a tale scenario. Sta negoziando l’ampliamento delle opzioni alternative di trasporto terrestre nella regione e sta organizzando la creazione di una rete di vie che attraversino il Pakistan e l’Afghanistan, un sistema commerciale parallelo al di fuori del dominio occidentale. L’Iran prevede che ciò gli consentirebbe di affermarsi come un centro di transito chiave nel cuore dell’Asia centrale e del Medio Oriente.
«Si tratta di un passo avanti importante. Per anni non abbiamo prestato molta attenzione allo sviluppo delle infrastrutture di transito terrestre a causa della mancanza di necessità. Tuttavia, ora stiamo procedendo a un ritmo molto rapido e il livello di impegno dei paesi coinvolti in questi corridoi ci ha francamente sorpreso», ha affermato il funzionario iraniano. «Questa dinamica sta riconfigurando la regione e trasformerà in modo significativo il futuro del commercio e la natura delle relazioni tra i paesi del Medio Oriente». Questi percorsi terrestri alternativi non costituiscono solo una pianificazione strategica a lungo termine di Teheran, ma sono anche una risposta diretta al blocco dello Stretto di Hormuz che, secondo l’Iran, gli consentirà di sopportare un confronto prolungato contrastando parte dell’impatto economico e delle difficoltà derivanti dalle catene di approvvigionamento. «Il nostro volume di commercio marittimo è molto elevato, quindi, naturalmente, tramutarlo in trasporto terrestre non sarà facile», ha osservato il funzionario. Tuttavia, ha aggiunto: «In realtà, le cose stanno procedendo a un ritmo molto buono».
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Ervand Abrahamian, Under Fire, «NLR» 157
Susan Watkins, Israele después de Fordow, «NLR» 155, e John Chalcraft, Fuerzas de trabajo en Oriente pròximo, «NLR» 45.
Jeremy Scahill è cofondatore e giornalista investigativo senior del sito web di informazione investigativa The Intercept, dove presenta anche un podcast settimanale di notizie, «Intercepted». Scahill è autore dei best seller Blackwater: The Rise of the World’s Most Powerful Mercenary Army (2008) e Dirty Wars: The World Is a Battlefield (2013). È coautore, insieme a David Riker, e produttore del lungometraggio documentario Dirty Wars (2013), candidato all’Oscar. Nel 2010 ha vinto il premio Izzy per i media indipendenti e nel 2013 il premio Windham-Campbell per la letteratura. La sua carriera di giornalista investigativo è iniziata a «Democracy Now!» e, nei primi giorni della guerra in Iraq nel 2003, già inviava reportage innovativi dall’Iraq, anche dalla prigione di Abu Ghraib.
● Traduzione di Mauro Trotta

