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dossier italia

  • Immagine del redattore: Rita Maffei
    Rita Maffei
  • 1 giorno fa
  • Tempo di lettura: 4 min

Crisi strutturale del Servizio Sanitario Nazionale e nuove sperimentazioni dal basso


Sergio Bianchi
Sergio Bianchi

In uno scenario segnato da una precisa scelta politica di indebolimento della sanità pubblica, emergono esperienze di risposta dal basso: gli ambulatori popolari, presenti ormai in numerose aree del paese e sempre più in condivisione e rete tra di loro. Ogni ambulatorio porta con sé le caratteristiche del contesto in cui è radicato, ma tutti condividono un’ossatura comune: garantire l’accesso alle cure a chi ne è escluso, offrire servizi gratuiti, prestare attenzione prioritaria alle fasce più fragili, praticare un approccio intersettoriale che riconosce la natura multidimensionale della salute.


Negli ultimi decenni, il Servizio Sanitario Nazionale (SSN), istituito nel 1978 sui principi fondamentali di universalità, equità e gratuità, ha subìto trasformazioni profonde che ne hanno modificato sia l’assetto organizzativo sia la natura sostanziale.

L’ultima legge di bilancio approvata dal governo Meloni si inserisce in continuità con le riforme degli ultimi vent’anni, accomunate da un sistematico ridimensionamento della spesa sanitaria pubblica. La quota destinata alla sanità in rapporto al Pil è prevista in costante diminuzione nel triennio 2026-2028, passando dal 6,1% al 5,9%, collocandosi stabilmente al di sotto della media europea. Parallelamente, sono cresciuti gli investimenti destinati alle strutture convenzionate e al welfare aziendale, segnalando un progressivo spostamento del baricentro dal pubblico al privato.

Non si tratta di assenza di programmazione, né di mancanza di visione politica. Il progressivo smantellamento del SSN è l’esito coerente di una scelta deliberata, condivisa – con gradi e accenti diversi – dal governo Meloni e dalle amministrazioni che lo hanno preceduto: aziendalizzare il sistema sanitario, ridurne il finanziamento pubblico e restringerne nel tempo la portata universale. Dietro i tagli un preciso progetto di ridefinizione del ruolo dello Stato nella tutela della salute, in favore di un modello in cui il mercato occupa spazi sempre più ampi. A questo disegno si aggiunge ora una pressione esterna destinata ad aggravarne gli effetti: le scelte di riarmo che percorrono l'Europa, in risposta al clima di guerra che si è consolidato negli ultimi anni, sottrarranno nei prossimi anni risorse ingenti ai bilanci pubblici. La sanità – già strutturalmente indebolita – figura tra i settori più esposti a pagarne le conseguenze, in un contesto in cui la competizione tra spesa sociale e spesa militare si annuncia sempre più squilibrata.

Le radici di questa crisi affondano negli anni Novanta, quando una serie di riforme avviò il processo di aziendalizzazione del sistema sanitario, trasformando le unità sanitarie locali in aziende e affidando la gestione della salute pubblica a logiche manageriali. L’obiettivo dichiarato era migliorare l’efficienza e contenere i costi ma nella pratica, il diritto alla salute ha ceduto il passo alle esigenze di sostenibilità finanziaria. L’adozione dei DRG – i Raggruppamenti Omogenei di Diagnosi – ha orientato l’erogazione delle prestazioni verso quelle economicamente più remunerative, penalizzando la centralità del paziente.

I risultati di questo processo sono ormai sotto gli occhi di tutti: carenza strutturale di personale socio-sanitario, riduzione progressiva dei servizi e un allungamento cronico delle liste di attesa. Per molte prestazioni diagnostiche e visite specialistiche, i tempi possono toccare mesi, quando non anni. Di fronte a tempistiche incompatibili con i bisogni reali di salute, i cittadini sono sempre più spinti a ricorrere al settore privato, sostenendo costi spesso insostenibili.

A ben vedere il ricorso al privato è diventato strutturale. Accanto al SSN si è sviluppato un sistema parallelo di cliniche private, assicurazioni sanitarie e prestazioni a pagamento. Questo processo di progressiva privatizzazione erode alla radice il principio di universalità: nel 2024 le famiglie italiane hanno speso di tasca propria 41,3 miliardi di euro per la salute, mentre le assicurazioni sanitarie private hanno raggiunto i 6,4 miliardi. Sempre nel 2024, quasi una persona su dieci – il 9,9% della popolazione – ha dichiarato di aver rinunciato a visite o esami specialistici: il 6,8% a causa delle lunghe liste di attesa, il 5,3% per difficoltà economiche.

A pagare il prezzo più alto sono le fasce più fragili. Chi non ha risorse economiche è costretto a rinunciare alle cure non solo per i costi dei ticket, ma anche per quelli indiretti: trasporti, assenze dal lavoro, tempi di attesa incompatibili con la vita quotidiana. Questo meccanismo alimenta disuguaglianze di salute sempre più marcate nel senso che chi ha risorse accede rapidamente alle cure, chi non può permettersele rimane invece in logoranti liste d’attesa.

La difficoltà o l’impossibilità di accedere alle cure non costituisce un fenomeno isolato, ma si inscrive in un quadro più ampio di svantaggio multidimensionale. Tra i circa due milioni di famiglie in povertà assoluta – la cui concentrazione è maggiore nel Mezzogiorno – la rinuncia alle cure si associa sistematicamente ad altri indicatori di esclusione sociale: bassa scolarizzazione, disoccupazione, precarietà abitativa. Questi fattori interagiscono in modo sinergico, producendo condizioni di vulnerabilità che si riflettono in modo diretto sugli esiti di salute e sull’aspettativa di vita.

In questo scenario, segnato da una precisa scelta politica di indebolimento della sanità pubblica, emergono tuttavia esperienze di risposta dal basso: gli ambulatori popolari, presenti ormai in numerose aree del paese e sempre più in condivisione e rete tra di loro.

Ogni ambulatorio porta con sé le caratteristiche del contesto in cui è radicato, ma tutti condividono un’ossatura comune: garantire l’accesso alle cure a chi ne è escluso, offrire servizi gratuiti, prestare attenzione prioritaria alle fasce più fragili, praticare un approccio intersettoriale che riconosce la natura multidimensionale della salute. La prevenzione occupa un posto centrale, pensata non in astratto ma in relazione al territorio, all’ambiente, alle condizioni materiali di vita delle persone. In questo senso, gli ambulatori popolari non sono semplici punti di erogazione di prestazioni sanitarie: sono laboratori vivi di cure primarie, capaci di sperimentare pratiche alternative e di immaginare un diverso modo di stare in relazione con i bisogni di salute della comunità.

Gli ambulatori non vanno però visti come un’alternativa al SSN. Non lo sono, né potrebbero esserlo: la loro forza sta precisamente nel non sostituirsi a ciò che dovrebbe esserci, ma nel tenere aperta, con la pratica quotidiana, la domanda su come dovrebbe funzionare un sistema sanitario davvero universale. Queste esperienze sono preziose perché sperimentano modelli che il SSN dovrebbe fare propri; ma non esonerano dalla necessità, politica e sociale, di contrastare la privatizzazione in atto, e di lottare affinché il diritto alla salute sia, nei fatti e non solo sulla carta, uguale per tutti.

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Rita Maffei, medica specializzata in medicina generale, attiva nelle lotte per il diritto alla salute. Ha lavorato come medica per l’Ong Emergency presso gli ambulatori a bassa soglia del programma Italia. Attualmente medico di medicina generale nella periferia est di Napoli.



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