dossier italia
- Giuseppe Onufrio

- 6 giorni fa
- Tempo di lettura: 7 min
Le guerre per il petrolio e la nuova transizione energetica

Dopo l’operazione speciale in Venezuela, in Iran è iniziata una guerra dalle conseguenze potenzialmente distruttive. Nel 2025 la «guerra dei 12 giorni» con il bombardamento dei siti nucleari iraniani, pilotato da Israele che ha trascinato Trump a intervenire, si era chiusa con un esito mai chiarito. Da una parte l’annuncio di aver distrutto le capacità di arricchimento dell’Uranio, dall’altra l’assenza di ogni contaminazione nei siti colpiti, confermati dall’IAEA. E, peraltro, le bombe «bunker buster» nemmeno impiegate sul sito di Isfahan perché troppo profondo per essere colpito.
Le radici fossili del conflitto
Se la strategia di Israele è chiara – colpire il principale avversario politico nella regione e consentire a Netanyahu di rimanere in sella convocando elezioni per la prossima estate – quella di Trump lo è molto meno: il rischio di rimanere impantanati in una lunga guerra sul campo è elevato (e il Pentagono non ne ha intenzione), i costi politici molto alti con la base MAGA in rivolta con il conseguente rischio di peggiorare l’esito elettorale nelle elezioni di novembre.
Al di là dei diversi fattori in gioco – furore ideologico al vertice del governo americano, psicolabilità di Trump, pressione del caso Epstein – c’è un elemento «fossile» nella visione del governo americano su cui avevamo già scritto in queste pagine1 e che risulta a mio avviso ulteriormente confermato. La linea Trump pro-fossile e anti-rinnovabile risiede nel fatto, semplice e evidente, che nell’economia fossile gli Usa sono largamente dominanti e da tempo: sia per il controllo politico e militare delle aree di produzione (tranne Paesi come l’Iran sottoposto da anni a embargo); sia perché la produzione di petrolio e gas da fracking ha consentito agli Usa di diventare i principali esportatori sopratutto di gas liquefatto (mentre devono importare un po’ di petrolio denso che serve alle loro raffinerie). Con un fondamentale elemento che è sfuggito a gran parte della stampa: la produzione di shale oil (olio di scisto) è in una fase di picco e, per quanto rimarrà ancora per anni una fonte di petrolio, la fase della crescita è finita e dunque, in prospettiva, va gestito un futuro declino2.
Mentre, al contrario che nell’economia fossile, nelle tecnologie della transizione verde – dalle tecnologie per le fonti rinnovabili alle batterie, dalle auto elettriche alle pompe di calore – la Cina ha da tempo una primazia globale, nonostante molte di queste tecnologie siano nate e state sviluppate dapprima nei Paesi occidentali e negli Usa in particolare.
Dunque, nella linea Trump l’elemento fossile è centrale: contrastare il declino dell’impero americano cercando in tutti i modi di bloccare la transizione e di imporre un ordine fossile al mondo. Tanto che, nelle scorse settimane, l’amministrazione Trump ha offerto quasi un miliardo di dollari alla francese Total Energies per rinunciare alla costruzione di due impianti eolici offshore già approvati, e di partecipare, invece, all’estrazione di shale oil in Texas3.
Impatto a breve sull’Italia
Sulle conseguenze generali in atto della guerra in Iran e del blocco dello stretto di Hormuz per ritorsione, situazione in continua evoluzione, non ci soffermiamo ed è difficile prevederne gli sviluppi. Un elemento è comunque chiaro sull’impatto delle importazioni di gas liquefatto in Italia dal Qatar, che sono messe in discussione sia dal blocco delle navi che dalla parziale distruzione dell’impianto di liquefazione del gas, colpito dai missili iraniani. Dal Qatar importiamo circa 6,4 miliardi di metri cubi di gas liquefatto (GNL) all’anno, pari a meno del 10% dei nostri consumi annuali. Una analisi dei flussi di import-export di GNL è disponibile sul sito dello IEEFA4.
La Presidente Meloni, dopo aver convocato l’ad di ENI Claudio Descalzi, è andata in Algeria a chiedere di aumentare l’importazione di gas da quel Paese. Dunque il fantomatico Piano Mattei, una scatola vuota basata sull’idea, assai discutibile, di fare dell’Italia un «hub del gas», si è ridotta in questa crisi a rivolgersi a uno dei più vecchi fornitori di gas. Ma, come ha notato Matteo Villa dell’ISPI, le esportazioni di gas dell’Algeria sono già in declino per l’effetto combinato di una produzione che tende al picco e di una crescita dei consumi interni: per tale ragione un aumento delle esportazioni verso l’Italia è possibile solo se l’Algeria le riduce agli altri Paesi in cui esporta (Spagna, Francia, Marocco, Turchia). Nel 2022, ricorda Villa in un thread su X (Twitter), la nostra fortuna fu la crisi politica tra Algeria e Spagna che consentì di deviare in Italia gas destinato a quel Paese.
Cosa andrebbe fatto per «parare il colpo» della riduzione delle importazioni di GNL dal Qatar? Per dare un ordine di grandezza, potremmo tagliare quella quantità di gas se sbloccassimo il 10% delle richieste di connessione alla rete di rinnovabili e, dunque, ci «mettessimo in pari» con gli obiettivi al 2030 recuperando il ritardo. Si tratterebbe di aggiungere 30 GW (gigawatt) di rinnovabili (solare e eolico in primis) di cui circa 10 sarebbero già «pronti» ma in buona parte bloccati dalla burocrazia. Il Think Tank ECCO ha elaborato una proposta5 – meno estrema – di interventi per ovviare alla perdita del gas qatariota basato su una serie articolata di misure e centrate, per un terzo, su 10 GW di rinnovabili e su altre misure di risparmio ed efficienza. Va ricordato che nel lontano 2011 furono installati 11 GW in un solo anno, oggi potremmo far meglio.
L’illusione del nucleare e la rivoluzione delle rinnovabili
La crisi ucraina fu usata per dire di fermare la transizione verde, accusata dalla destra (e dall’ad di ENI) di essere «ideologica», e fu lanciato il fantomatico Piano Mattei e rilanciata l’idea dell’Italia come «hub del gas». È stato un errore, anche se col governo Draghi ci fu una (piccola) spinta alle rinnovabili che sono cresciute di 7 GW l’anno (sui 10-12 necessari).
Il governo Meloni ha, inoltre, riproposto il rilancio del nucleare, e si è vista una campagna basata su la falsa percezione che il nucleare possa essere una risposta alla crisi energetica.
Per rispondere a questa campagna abbiamo scritto con Gianni Silvestrini un libro di recente pubblicazione, nel quale cerchiamo di dimostrare come quella del nucleare sia pura illusione, mentre la rivoluzione delle rinnovabili è reale, è in corso e va promossa anche in Italia6.
La crisi del nucleare in occidente è in atto da oltre vent’anni: sia i reattori francesi EPR che quelli nippo-americani AP1000 hanno rivelato costi completamente fuori mercato. Col referendum del 2011 il 94 per cento dei votanti bocciò il rilancio del nucleare in Italia che prevedeva, secondo il Memorandum tra Berlusconi e Sarkozy, la costruzione di quattro reattori EPR. In Francia la costruzione dell’EPR a Flamanville era iniziata nel 2007, con un costo a progetto di 3,3 miliardi di euro, da completarsi in quattro anni. È stato connesso alla rete a fine 2024 a un costo stimato dalla Cour des Comptes al gennaio 2025 di 23,7 miliardi e, al momento, non è ancora in fase commerciale. Sorte non diversa capitata agli AP1000, due soli reattori costruiti negli Usa, che secondo la Banca d’affari Lazard producono a un costo tra i 169 e i 228 dollari al Megawattora, circa quattro volte il valore di solare e eolico a terra.
Il Piano nazionale energia e clima (Pniec) presentato dal Ministro Pichetto Fratin nel 2024 prevede il ritorno del nucleare con circa 7 GW puntando sui Smr (Small nuclear reactors, piccoli reattori modulari), impianti di piccola taglia (fino a 300 MW, secondo la labile definizione dell’IAEA). Un’idea già lanciata una trentina d’anni fa, mai realizzata in occidente: riducendo la taglia i costi aumentano ulteriormente. Infatti, ad oggi non esiste nessun Smr, nemmeno come prototipo, in nessun paese occidentale. E la startup americana NuScale che ci investe da 16 anni ha subito nel 2023 una class action dagli investitori per false comunicazioni sociali.
Al contrario, la transizione verso le rinnovabili è in corso e il 2025 ha segnato l’ennesimo record globale con 814 GW di solare ed eolico installati nel 2025, il 17 per cento in più del 2024. La transizione è guidata da una costante discesa dei costi di queste tecnologie e delle batterie industriali, che consentono di stoccare elettricità in eccesso per ridarla alla rete nelle ore senza sole e vento: in California le batterie segnano record costanti, di recente con picchi di oltre il 40 per cento della richiesta in rete e una media del 20 per cento per alcune ore al giorno. Lo stesso sta accadendo nel petrolifero (e repubblicano) Texas, dove le rinnovabili e le batterie sono cresciute molto e compete con la California a guida democratica.
L’Italia potrebbe fare molto di più, se si risolvesse il collo di bottiglia della burocrazia7 che blocca solare e eolico (a terra non sono più incentivati) e la recente asta per le batterie industriali chiusa a un prezzo un terzo della base d’asta e offerte quattro volte superiori ai 10 GW messi all’asta, lo dimostra.
Ma la politica energetica è determinata, contro i veri interessi nazionali, da ENI, come se fossimo anche noi un «petrostato» invece che un Paese che importa i tre quarti dell’energia.
Bloccare con la burocrazia o con assurde moratorie come quella della Sardegna le rinnovabili, fomentata da campagne demenziali contro eolico e solare, discutere di un nucleare per di più di fantasia, serve a rallentare la transizione energetica. Che, invece, potrebbe andare molto più veloce e conservare il mercato del gas – e gli interessi di chi lo importa a caro prezzo in Italia – linea antistorica e sempre più assurda nel contesto segnato dall’ennesima crisi energetica legata all’ennesima guerra per il controllo delle aree petrolifere e del gas.
Note
1 G. Onufrio, Geopolitica delle risorse e crisi climatica, 25 novembre 2025 https://www.ahidaonline.com/post/scienza-e-politicageopoliticadellerisorseecrisiclimatica
2 Per una analisi della situazione della produzione di shale oil nel Permian Basis, che rappresenta metà della produzione statunitense di shale oil, si veda R. Bousso, Permian to retain US oil crown even after hitting peak, Reuters, December 11, 2025. https://www.reuters.com/markets/commodities/energy/permian-retain-us-oil-crown-even-after-hitting-peak-2025-12-11/
3 E. Nilsen, Trump administration will pay a French company $1 billion in taxpayer funds to not build wind farms, CNN March 23, 2026. https://edition.cnn.com/2026/03/23/climate/trump-totalenergies-offshore-wind-cancellation
4 Institute for Energy Economics and Financial Analysis, LNG Tracker, October 2025. L’analisi riporta I dati del primo semestre 2025 a livello globale: https://ieefa.org/european-lng-tracker
5 F. Andrelli e G. Signorelli, Sicurezza energetica: il percorso di riduzione della dipendenza italiana dal GNL quatarino, ECCO, marzo 2026 https://eccoclimate.org/wp-content/uploads/2026/03/LItalia-puo-sostituire-il-GNL-del-Qatar-con-rinnovabili-ed-efficienza-entro-un-anno.pdf
6 G. Silvestrini e G. Onufrio, L’illusione del nucleare e la rivoluzione delle rinnovabili, Ed. Ambiente, Milano marzo 2026
7 Si veda il recente Rapporto di Legambiente: Scacco matto alle rinnovabili, 2026. https://www.legambiente.it/wp-content/uploads/2026/03/ScaccoMatto-alle-Rinnovabili-2026.pdf
Giuseppe Onufrio, fisico, ricercatore nel campo dell’energia e dell’ambiente per varie istituzioni e come consulente scientifico per varie istituzioni ed enti scientifici. Ha fatto parte del consiglio di amministrazione dell’Agenzia nazionale per la protezione dell’ambiente (ANPA, ora ISPRA) nel 1998-2001. Direttore scientifico dell’Istituto Sviluppo Sostenibile Italia (ISSI, ora Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile), un istituto di ricerca privato. A Greenpeace Italia ha ricoperto il ruolo direttore delle campagne e ne è stato direttore esecutivo dal 2009 al 2025.

