il secondo senso
- Arianna Pasquini

- 30 lug 2025
- Tempo di lettura: 8 min
Aggiornamento: 1 ago 2025
Passaggio a Ovest. Nostalgia is killing the future, parte seconda

L'articolo è la seconda puntata (qui il primo articolo) di riflessioni sull’identità italoamericana nata dalla migrazione di massa tra Otto e Novecento. Attraverso i suoi viaggi negli Stati Uniti, analizza come la nostalgia per l’Italia abbia plasmato una cultura ibrida, centrata soprattutto sulla cucina. Il riscatto sociale degli italoamericani ha portato però anche a una chiusura identitaria e a forme di razzismo verso i nuovi migranti, mostrando come la memoria del passato possa alimentare narrazioni conservatrici e nostalgiche.
Come accennavo nello scorso articolo, negli ultimi tre anni mi è capitato di viaggiare molto per gli Stati Uniti. Proprio nella loro ora più buia, con il perfetto tempismo che mi contraddistingue. Non c’ero mai stata prima del 2023. Ho visitato soprattutto la costa orientale, dove sono avvenuti i primi sbarchi degli inglesi (quelli che saranno definiti gli yankee) e i primi insediamenti europei che alla fine del Seicento hanno dato inizio alla sostituzione etnica dei nativi americani che lì vivevano indisturbati da lunghi secoli. Questa zona è stata ribattezzata emblematicamente New England, e include vari stati del Nord-Est che vanno dal Maine (praticamente incuneato come uno spillo nel sud del Canada) all’impronunciabile Connecticut, a due ora scarse di macchina da New York. A sud di New York sono scesa solo fino a Philadelphia. Poi in un’esasperata fuga dall’inverno gelido abbiamo attraversato in macchina con una cara amica tutto il Mississipi river nella sua interminabile lunghezza fluviale, che taglia da Nord a Sud il paese, da Chicago al golfo del Messico in Lousiana, oggi ribattezzato curiosamente «Golfo d’America» da Donald Trump. Non ho mai scavallato a Ovest del Mississipi.
Uno dei tanti motivi di questi viaggi è una ricerca, che stiamo lentamente portando avanti in modo indipendente insieme a un’amica e collega del mondo gastronomico. Con questa ricerca stiamo indagando l’identità italoamericana e la storia della moderna migrazione italiana in America. Chi erano e chi sono questi italoamericani? Una sorta di ibrido posticcio che anela a una presunta autenticità dell’essere italiano ma in realtà è solo una macchiettistica, triste copia di NOI, genuini italiani? Oppure l’italianità, qualsiasi cosa essa sia, esiste solo come definizione identitaria creata fuori dall’Italia, per motivi nostalgici e comunitari? Chi ha bisogno di definirsi italiano e perché? Ma soprattutto come dialoga oggi l’identità degli italiani all’estero con quella interna ai confini dello stato? Spoiler: dialoga a destra. Ma ci arriveremo.
Dopo la fine dei tumulti risorgimentali, a partire dagli anni Ottanta dell’Ottocento, inizia un’ondata migratoria di massa che dal nuovo regno dell’Italia unita, appena nata, si sposta in maniera disomogenea, per motivi diversi, con destinazioni e destini molto diversi, ma irrefrenabilmente, oltreoceano (sia Atlantico che Pacifico: da Toronto in Canada, a Ellis Island a NY, al Brasile, fino a Perth nell’Australia occidentale). Quest’orda italica che si spingeva fuori dall’Europa verrà bruscamente interrotta con lo scoppio del primo conflitto mondiale e con il fascismo, poiché Mussolini desiderava contenere a tutti i costi l’emigrazione per non far fuoriuscire mano d’opera dal paese e perché non sembrasse che l’Italia fascista se la passava male economicamente o che la gente fosse povera. Verso la metà degli anni Quaranta, quando si mette male per i nazifascisti, vengono creati dal regime tedesco corridoi detti ratlines, attraverso l’Italia e poi la Spagna di Franco, per far fuggire via mare gli ormai perdenti membri dei regimi, i loro fiancheggiatori e i collaborazionisti. La maggior parte dei fascisti italiani trova rifugio nell’Argentina della dittatura peronista. Il luogo con più italiani fuori dall’Italia nel mondo oggi è proprio l’Argentina.
Ma tornando al principio di questa lunga storia migratoria dell’Italia moderna, tra la fine dell’Ottocento e gli anni Venti del Novecento, più di venti milioni di italiani se ne vanno, alcuni con l’intenzione di tornare appena fatto qualche soldo, altri con la speranza di lasciarsi la miseria alle spalle e non tornare mai più, altri ancora con il desiderio, una volta riscattati dalla povertà, di far emigrare tutta la famiglia nel paese di destinazione. A volte facendo spostare interi villaggi di provenienza, com’è successo per la piccola Sant’Angelo dei Lombardi in Irpinia, provincia di Avellino, dove in vent’anni a cavallo tra i due secoli sono emigrati verso l’America un numero impressionante di 3600 abitanti (calcolando che oggi il paese ne conta all’incirca 3700 in totale).
All’origine di questo esodo, che per dimensioni somiglia più a una diaspora (termine che però viene più comunemente usato oggi per descrivere i movimenti migratori di altre minoranze, soprattutto africane e caraibiche), ci sono fattori storico sociali complessi e svariati. Ma il più determinante, come spesso accade, è la povertà. La miseria in cui versavano masse di persone provenienti soprattutto dal meridione (dall’Abruzzo alla Sicilia), ma anche dal Veneto e addirittura dal sovrano Piemonte (in particolare la minoranza protestante poverissima dei Valdesi invisa all’autorità regale sabauda di tradizione cattolica), era causata soprattutto dalla perdita di terre da coltivare.
L’America latina e l’America del Nord invece, avevano tanto lavoro da dare, dalla terra alla fabbrica, e disperato bisogno di mano d’opera agricola e operaia. Chi ha avuto l’occasione di visitare l’archivio migratorio e il museo di Ellis Island (un posto agghiacciante, intenso, incredibile) sa che tutti gli europei arrivati lì alla fine del XIX secolo su grandi navi -che nel caso italiano avevano spesso nomi propri di donna e salpavano da Napoli- morivano letteralmente di fame e di orrende malattie legate all’indigenza. Gli italiani erano per lo più provenienti dal Sud, scuri di carnagione e non parlavano l’italiano, quindi figurarsi l’inglese. La maggior parte erano definiti negri e denigrati per l’odore specifico del loro cibo, chiamati mozzarellanigger, e affidati ai lavori operai più umili -dalle miniere alle fabbriche di auto, a quelle di carbone, alla costruzione di ferrovie- spesso insieme agli irlandesi, altrettanto poveri e invisi, ma che almeno parlavano inglese (seppur un inglese diverso), cosa che li poneva un gradino al di sopra degli italiani nella stratificata piramide della povertà e del pregiudizio razzista negli Stati Uniti. Questa faccenda della denigrazione della lingua (o meglio dei dialetti) influirà profondamente sulle sorti della minoranza italiana in America insieme alla cucina.
I primi arrivati negli Stati Uniti erano quindi persone senza un’istruzione elementare, che parlavano solo dialetto; persone chiuse e traumatizzate, che si sono spaccate la schiena di lavoro tutta la vita, che si consideravano italiani anche se spesso non sono mai più tornati in Italia -nemmeno in visita ai parenti- e talvolta non hanno ottenuto la cittadinanza americana (in qualche caso addirittura per scelta propria!). Sono persone che hanno sofferto e non parlavano volentieri del loro passato o di loro stessi né tantomeno dei loro sentimenti, motivo per cui abbiamo poche testimonianze dirette e molte indirette sulle loro storie di vita. Anche oggi le persone delle generazioni più vecchie di italiani in America che abbiamo intervistato (tra gli ottanta e i novanta anni di età), le rare volte che hanno parlato usando la propria memoria, hanno avuto grande difficoltà a conciliare l’idea di Italia che oggi vedono sui canali tivù italiani (di cui si nutrono quotidianamente) e il loro ricordo, spesso legato esclusivamente a un piccolo paesino di provincia e sicuramente doloroso, seppur edulcorato al tempo stesso. I migranti italiani hanno infine ottenuto -attraverso i loro figli e soprattutto i loro nipoti- il compimento del riscatto dalla loro condizione di partenza, facendoli integrare e diventare veri americani, che è un altro modo per loro per dire: liberi dalla povertà. Per ripulire il proprio nome dallo stigma delle umili origini però hanno attuato strategie contraddittorie. Da un lato americanizzando i nomi (e un tempo anche i cognomi) propri e dei figli, così da non venire presi in giro a scuola e non insegnando il loro dialetto a nessun discendente; dall’altro impartendo l’insegnamento americano del duro lavoro come promessa di libertà futura ma, in modo estremamente significativo, trasmettendo ostinatamente la cucina e le ricette della famiglia italiana, che sono sopravvissute al processo di americanizzazione, assurte a simbolo supremo dell’identità contemporanea degli italiani in America attraverso i cosiddetti Red sauce joint, ovvero piccoli ristorantini vintage imbalsamati negli anni Ottanta dove servono piatti iconici come chicken parm, fettuccini Alfredo e chicken piccata.
Per i loro discendenti invece è stato molto diverso: la prima generazione di origini italiane nata in America da questi ultimi spesso era composta da gente divisa tra le origini oscure e pesanti dei propri genitori e la gratitudine verso i loro sacrifici mastodontici in contrasto con un’identità patinata promessa dall’educazione americana che però non gli apparteneva fino in fondo. Oggi molti italoamericani (soprattutto dalla seconda generazione di nati sul suolo statunitense in poi) sono americani a tutti gli effetti, con il feticcio dell’Italia. Si sentono fortunati ad avere lontane origini del paese ormai meta privilegiata del turismo di massa statunitense, fanno i test del DNA e pagano investigatori di dubbia fama per ricostruire le storie della famiglia e ricongiungersi alle proprie radici, con viaggi costosissimi, per appropriarsi dello stile di vita all’italiana e vivere il sogno stereotipato di pizza, spaghetti, gestualità folkloristica e tanto sole. La minoranza italiana oggi in America (che conta circa venti milioni di persone), è quella privilegiata, che ce l’ha fatta, che incarna il perfetto sogno americano. Ma questa americanizzazione e questo stato di grazia di cui gode la moda dell’italianità in America, ha un caro prezzo: per abbracciare questo status brillantinato la minoranza italiana ormai riscattata dalla povertà (ma mai fino in fondo dal pregiudizio e dallo stereotipo, fomentato e ricreato in continuazione dal cinema e dalla cultura pop ma anche dagli stessi italoamericani e dalle loro abitudini nell’abitare i quartieri e muoversi in ampie comunità famigliari) deve discriminare le altre minoranze più povere.
Il razzismo e il conservatorismo degli italoamericani è un tratto spaventosamente ricorrente. Invece di essere solidali e complici con i migranti messicani e guatemaltechi che oggi compiono orrendi viaggi per raggiungere un paese che li odia e li rifiuta, nonostante spesso siano la forza lavoro dietro le pasticcerie napoletane di Brooklyn e nelle pizzerie italiane di Staten Island, gli italoamericani ne parlano come di una pestilenza. Quella puzza di miseria (così una volta me l’hanno definita) è qualcosa che, ribadiscono a gran voce, non gli appartiene più ma come una maledizione può tornare ad appiccicarglisi addosso se non stanno attenti a mantenere alte le difese. Perché la fetta di torta è sempre più sottile e non ce n’è abbastanza per sfamare tutti. La giustificazione culturale per questo delirio settario dettato dal terrore della povertà e dell’esclusione, passa spesso per canali culturali costruiti in nome dell’italianità e soprattutto per il cibo tradizionale. La parola tradizione viene usata come sinonimo di lunga storia degli italiani in America che oggi giustifica e sancisce l’ingresso degli italoamericani nella narrativa strutturale del mito di fondazione dei bianchi negli USA. Gli italiani riconfermano continuamente questa appartenenza ai migranti buoni contro quelli sporchi, brutti e cattivi, attraverso la cristallizzazione di usi e costumi che ne esaltano la caratterizzazione e ne rinnovano continuamente lo status, pagato con la moneta dell’assenzo alle politiche più fasciste e conservatrici, che fa eco all’ossessione per il made in Italy e per la sostituzione etnica del nostro attuale governo.
Arianna Pasquini è un’attivista romana, lavora da quattordici anni come cuoca e ha un dottorato in Studi politici conseguito presso l’Università di Roma La Sapienza nel 2023. Le sue ricerche nell’ambito della filosofia politica contemporanea sono state incentrate soprattutto sulla relazione tra femminismi storici, transfemminismi odierni e teorie sulle diverse crisi del mondo contemporaneo (di cura, ecologica, politica, di senso). Il rapporto tra teoria e prassi, tra paradigmi filosofici e pratiche militanti, è alla base della sua metodologia di inchiesta, così come l’analisi della critica immanente ai femminismi e la relazione tra donna e natura (sia questa presunta, costruita socialmente, mistica o materiale).

