periferie
- intervista a Franesco Piobicchi

- 29 lug 2025
- Tempo di lettura: 9 min
San Ferdinando: contro la logica dell’emergenza costruire ECOnomia

L’intervista esplora le dinamiche sociali, economiche e istituzionali del territorio di San Ferdinando e della Piana di Gioia Tauro, zone segnate da abbandono strutturale e sfruttamento dei lavoratori migranti. L'intervistato critica le politiche emergenziali del Governo, in particolare il DL Caivano bis, accusate di riprodurre logiche di segregazione piuttosto che promuovere soluzioni dignitose e strutturali. Viene presentata l’esperienza positiva dell’ostello sociale Dambe So, che dimostra la possibilità concreta di un’accoglienza diffusa e integrata, fondata sul mutualismo e la cooperazione. Si propone una visione alternativa di sviluppo locale fondata su giustizia sociale, redistribuzione, diritto all’abitare e confederalità tra territori marginalizzati, come risposta alla crisi eco-sociale e al declino pianificato delle aree interne.
San Ferdinando, il paese dove vivi e lavori, è un paese di 4000 abitanti in provincia di Reggio Calabria. È famoso per essere stato teatro di una delle prime rivolte dei bracciantiimmigrati contro stato e caporalato. Rientra in una delle 8 aree del dl Caivano bis. Le periferie della metropoli e quelle del paese le abbiamo definite, altrove, zone di abbandono o zone sacrificabili. Come definiresti San Ferdinando, data l’industria agricola presente che attira centinaia di braccianti ogni anno, una zona di abbandono o una zona sacrificabile?
Rosarno e San Ferdinando sono una sintesi tra zone abbandonabili e sacrificabili, non è un caso che l'inceneritore della Piana è stato messo ai margini dei comuni, e che da tempo sempre nella zona si discute di inserire una centrale a gas. Se non fosse stato per il Comune di Gioia Tauro sempre nelle vicinanze avrebbero costruito un campo per lavoratori braccianti. Ipotesi poi fortunatamente sfumata. Comunque sia questo è un territorio abbandonato perché il processo di progressiva rarefazione del welfare coincide con un alto tasso di emigrazione dovuto ai bassi salari e assenza di prospettive. Si sommano così paradossalmente due fenomeni che solo in apparenza sembrano contraddittori, emigrazione per un lavoro migliore e immigrazione con bassi salari. In realtà assistiamo semplicemente al fatto che i territori vengono trasformati dalle esigenze economiche senza che nessuno provi a ragionare su cosa produrre, come farlo e soprattutto come redistribuire i profitti che vengono generati.
Le risorse stanziate dal dl Caivano bis come verranno investite sul territorio?
Con opere di ristrutturazione per Rosarno e San Ferdinando ed il quartiere di Arghillà a Reggio Calabria. Ma in questo decreto c'è anche il finanziamento di un nuovo campo per lavoratori braccianti, campo che rientra nella logica prefettizia che da anni tutti conosciamo. Ovvero quella del superamento di campi (sempre costruiti dal Governo e poi diventati ghetti) con altri luoghi concentrazionari. Questa logica che riproduce emergenza su emergenza è insostenibile sul piano economico e genera tensioni e guerra tra poveri. È la solita strategia del confinamento dei lavoratori per controllarli come se fossero un problema di ordine pubblico, azione che di fatto impedisce un loro insediamento dignitoso e contribuisce al processo di razializzazione della forza lavoro. Se vivi in un campo non puoi fare domanda per il ricongiungimento familiare, ad esempio, e questo meccanismo rientra dentro una strategia usa e getta di forza lavoro senza dargli possibilità di integrarsi nel territorio. Il paradosso di questo intervento è che a Rosarno ci sono 30 appartamenti chiusi costruiti un decennio fa per accogliere i lavoratori braccianti mentre si costruisce a pochi km un altro campo. Questo dimostra che la vera emergenza in realtà è prodotta dall'incapacità degli attori istituzionali di programmare una politica dell'abitare di lungo respiro ed in termini di territorio. La Regione è completamente assente, come la città metropolitana che dovrebbero invece programmare azioni strutturate per il recupero di alloggi vuoti.
Credi che l’intervento dello Stato avrà un impatto significativo sul territorio?
No, perchè quello che non comprendono gli attori istituzionali è che costruire un nuovo campo attira centinaia di braccianti nello stesso luogo dove si concentrano più emergenze (soggetti con problemi psichiatrici e che abusano di sostanze) rendendolo alla lunga ingestibile dato che si concentrano più elementi. Questo avviene perché invece di ragionare di accoglienza diffusa nei vari comuni della Piana di Gioia Tauro tutto si concentra su un unico punto. Il paradosso è che così ci sono comuni che vedono spopolarsi e richiedono forza lavoro e comuni sui quali si concentrano centinaia di persone in campi confinati distanti dai centri abitati. Un fenomeno come questo andrebbe gestito in maniera pragmatica tra tutti i comuni della Piana che hanno una produzione agrumicola che attira forza lavoro, magari costringendo la filiera a pagare l'accoglienza dignitosa dei braccianti a partire dalla GDO, ma questo tema non mi pare sia all'ordine del giorno. Che siano tende, container, moduli abitativi in legno, questa è una storia già scritta di fallimenti. Da decenni, decine e decine di milioni di euro vengono bruciati senza che una sola casa sia stata destinata ai lavoratori braccianti da parte delle istituzioni. Io penso che questo approccio abbia a che fare con un modello di accoglienza coloniale che incasella i lavoratori in una simbiosi tra processi di infantilizzazione, controllo sociale, negazione della dignità e della libertà di insediamento.
Quali sono i bisogni della comunità locale e dei migranti che arrivano per lavorare ognianno?
I bisogni sono gli stessi, casa, welfare, trasporti, salari dignitosi. Ovviamente tutto il sistema lavora perché il bisogno dei lavoratori mobili sia messo in contrapposizione con i bisogni degli autoctoni. Questo avviene perché la Gdo ha impostato un modello, quello della fabbrica verde che succhia verso l'alto i profitti imponendo prezzi sottocosto senza contribuire alle spese per accoglienza e servizi. Il bracciante è utile ma se sta lontano, e guardate che questo elemento non è solo del sud ma se ci pensate bene anche il tanto decantato modello Saluzzo della ricca Cuneo è basato sul confinamento in container che si aprono ad inizio stagione e si chiudono alla fine. Ovviamente banalizzo perché esistono altri fattori che andrebbero discussi, ma il nodo centrale rimane rispetto a come i territori vengono trasformati da processi produttivi senza che nessuno riconosca ai lavoratori braccianti la libertà di insediamento dignitoso. Noi abbiamo avanzato una proposta per una tassa di scopo di un centesimo al kg per i prodotti agrumicoli prodotti nella piana da destinare all'accoglienza dei lavoratori mobili (una tassa del genere solo nella piana produrrebbe 4 milioni di euro all'anno). È un ragionamento questo che vorremmo fare in termini collettivi sul tema del prezzo equo e trasparente, un prezzo minimo sotto il quale non si compera né si vende. Una sorta di linea non oltrepassabile che dovrebbe riguardare anche i prodotti provenienti dall'estero che non rispettano la qualità del lavoro e dell'ambiente. Se in poche parole ragioniamo di accoglienza degna dobbiamo anche ragionare su come renderla sostenibile nel tempo.
Con l’associazione <<Mediterranean Hope>> avete insediato sul territorio un ostellosociale <<Dambe So>>. Ci parleresti di questa esperienza?
Dambe so è una scommessa vinta perché abbiamo dimostrato che è possibile accogliere nelle case lavoratori braccianti (85 persone che contribuiscono alle spese degli alloggi in 16 appartamenti) garantendo loro la possibilità di rinnovare i documenti, di avere una minima tutela sindacale, di avere il tempo per organizzarsi, imparare meglio l'italiano e provare anche a trovare lavori migliori. È una scommessa vinta perché abbiamo dimostrato che il mutualismo se inserito in una dimensione reale e non evocativa è in grado di aiutare a sostenere welfare dal basso, io penso che noi dobbiamo parlare con gli esempi concreti prima di tutto. Senza il contributo della Filiera Etika che abbiamo sviluppato con Mani a Terra e Sos Rosarno che vende centinaia di migliaia di kg di arance a prezzo equo generando una quota sociale per il mantenimento del progetto tutto questo non sarebbe stato possibile. Va detto che Mediterranea Hope è un progetto della FCEI e senza il contributo dell'8 per mille della chiesa valdese non esisteremmo. Però stiamo lavorando per rendere sempre più sostenibile il progetto e questo è, al di là di tutto, un lavoro enorme. Un lavoro che manca, perché ad ora in Italia tutti lavorano per bandi dello Stato o delle Fondazioni ma nessuno si pone davvero l'obbiettivo di come costruire processi che generano imprenditorialità del bene comune. Fare impresa per il bene comune, secondo me, è un punto centrale sul quale dovremmo mettere testa.
Come si può connettere questa esperienza con altre zone della Calabria e del paese?
Questa estate abbiamo aperto appartamenti anche a Saluzzo per permettere a chi, finita la raccolta di Arance si sposta a nord per le mele. Avere la libertà di insediarsi senza per forza avere un contratto di lavoro tra le mani vuol dire produrre un modello alternativo ad una logica che lascia ogni stagione lavoratori in strada. È uno spunto per un ragionamento più ampio il nostro. Speriamo infatti che questa nostra esperienza si moltiplichi trovando repliche anche in città metropolitane per quanto riguarda i lavoratori mobili che hanno un problema enorme per reperire alloggi. Il tema dell'abitare è un tema che riguarda la libertà di movimento, puoi anche superare la frontiera ma se non hai una casa dignitosa la frontiera ti viene dietro, ti rimane sulla pelle. Allo stesso tempo puoi anche andartene da dove vivi per cercare un lavoro migliore, ma se non hai la casa la precarietà ti rimane addosso, e non ne esci. L'idea dell'ostello sociale che abbiamo rientra in una proposta per una agenzia dell'abitare che dia la possibilità ai lavoratori mobili di avere tempo per organizzarsi, nelle campagne come nelle città. I movimenti per il diritto all'abitare, i sindacati sociali, le realtà che lavorano su questi temi anche alla luce del decreto sicurezza che restringe i margini di agibilità dovrebbero, secondo me, porsi questi temi. Come resistere insieme generando ECOnomia sociale, cura del territorio e dei quartieri.
Il Governo Meloni ha parlato di declino irreversibile delle aree interne cosa ne pensi?
Penso che abbia detto la verità, solo che il declino irreversibile è dovuto ad una strategia ben definita di abbandono da parte dello Stato che gerarchizza i territori, ad alta concentrazione finanziaria, abbandonabili e sacrificabili. Non parlerei per questo solo delle aree interne ma di molti territori. Aree interne e periferie delle metropoli hanno molti punti in comune, le prime si spopolano per la miseria le seconde nella miseria sopravvivono con la guerra tra poveri che urla fuori dalla porta. Gli appennini sono da decenni una regione interna che precipita tra alluvioni e terremoti che ne accelerano la corsa, ma anche molti quartieri metropolitani sono condannati al sottosviluppo capitalistico dove l'unica alternativa è tra precarietà e illegalità diffusa. Noi dobbiamo affrontare la realtà per quella che è. Questa crisi eco sociale che ci investe non si affronta con l'idea del piccolo e bello, del turismo esperienziale di chi se lo può permettere, ma costruendo un legame economico, ecologico, sociale e democratico tra chi vive i margini. Per questo io parlo di turismo cooperativo, insediamento dignitoso, diritto di restare. Io penso alla costruzione di un legame popolare di mutuo aiuto tra aree abbandonate, io ti compero i prodotti della terra tu mi accogli i ragazzini del quartiere nel borgo in estate per esempio. Patti di mutuo aiuto tra le periferie impoverite che boccheggiano di caldo e le aree interne che si spopolano. Patto tra chi produce e tra chi consuma tagliando per quanto si può il profitto alle multinazionali del cibo e redistribuendo quote sociali per autosostenerci. Questo vuol dire porsi in termini concreti lo sviluppo di una confederalità di pratiche eco sociali che generano ECOnomia per sostenersi a partire dall'utilizzo sociale della terra, empori di prodotti, mense sociali, ciclovie di turismo cooperativo. Se pensiamo di risolvere il tema dello spopolamento delle aree interne senza porci il tema di come costruire rapporti con la metropoli ed i suoi quartieri siamo destinati alla sconfitta. E io di essere sconfitto mi sono stancato.
È possibile, secondo te, mettere in piedi una forma di sviluppo locale e alternativo nel paese per spezzare la dipendenza di questi territori dai centri di poteri e di sfruttamento?
Io non so se sia possibile, so che è l'unico cosa che dobbiamo fare perché altro non c'è concesso in una fase come questa. Ma per farlo dobbiamo ribaltare per aria il 900 e riguardare con interesse l'800, ritornare indietro nella strada e riprendere sentieri abbandonati. Noi dobbiamo riprendere in mano il tema della produzione invece che attendere che ci arrivi qualche briciola dall'alto, riprendere le terre, fare cooperative di comunità e di quartiere, organizzare logistica condivisa, costruire spacci popolari, ostelli sociali, confederarci in una carta di valori comuni che ci faccia sentire come un Noi collettivo che destini una parte del profitto per le comunità. Non dividerci sulle parole come siamo abituati a fare ma unirci nei fatti concreti, organizzare una economia che sia a servizio del sociale e non viceversa, sentirsi imprenditori del bene comune. La vera lotta oggi passa per sottrarre quote di economia al mercato per destinarle al comune. I nostri vecchi non sapevano né leggere né scrivere, in gran parte erano analfabeti ma riuscirono a costruire una forma di resistenza economica in grado di costruire una società basata sulla solidarietà, pensate alle società di mutuo soccorso ad esempio. Non fu un processo semplice, ma ci riuscirono. Certo noi oggi abbiamo una società meno omogenea rispetto a quei tempi, ma abbiamo molti più saperi, siamo in grado di generare processi di cooperazione anche nei luoghi più difficili ed è in questi luoghi che occorre lavorare per unire i margini. Noi dobbiamo porci il tema di riempire il vuoto che il neoliberismo produce nei quartieri come nelle aree interne, e quindi di come sostenere economicamente questo processo. Per farlo dobbiamo superare una modalità dell'azione collettiva basata sulla delega che finisce per integrare o sussumere parte di noi, non possiamo lavorare solo sui bandi di fondazioni o dello Stato, dobbiamo sforzarci di produrre ECOnomia del bene comune. Dobbiamo lavorare quindi su due parole unirci ed organizzarci a
partire dalle pratiche sociali dentro questo orizzonte.
Francesco Piobbichi, operatore sociale progetto Dambe so/mediterranean Hope. Lavora sul tema dell'accoglienza dignitosa per i braccianti della Piana di Gioia Tauro e Cooperative di Comunità per le aree interne calabresi.

