konnektor
- Romeo Orlandi

- 2 mar
- Tempo di lettura: 5 min
The other side of the moon # 5.
Cina e Vietnam: dall’internazionalismo proletario al nazionalismo pragmatico, passando per la guerra

Di seguito la terza parte su storia e attualità della realtà vietnamita. Le due parti precedenti sono state pubblicate il 10 settembre 2025 e il 9 gennaio 2026.
Nella veloce marcia del Vietnam verso l’affermazione politica ed economica, la normalizzazione delle relazioni diplomatiche con la Cina svolge un ruolo nevralgico. 5 novembre 1991: si svolgono a Pechino contatti ad alto livello tra le delegazioni cinesi e vietnamite. Dopo una serie di colloqui segreti, di crescente intensità politica, i negoziatori, con il pieno supporto dei rispettivi governi, inchiodano gli orologi e raggiungono l’obiettivo della trattativa. I due paesi ristabiliscono le piene relazioni diplomatiche, avviano cioè un percorso di pace e di cooperazione. L’allora presidente cinese Jiang Ze Min afferma: «Questo incontro chiude il passato, apre il futuro e dimostra che i due paesi hanno ripreso normali relazioni». La laconicità della dichiarazione non nasconde le grandi implicazioni che l’avvenimento sottende, soprattutto per il Vietnam. Pur avendo mantenuto aperte le loro ambasciate nell’altro paese, Cina e Vietnam erano in guerra dal febbraio 1979, quando le truppe cinesi avevano varcato il confine meridionale per «dare un lezione» al Vietnam. Il conflitto aperto è durato solo 29 giorni. La People’s Liberation Army di Pechino è penetrata solo per pochi km e ha poi incontrato la fiera resistenza vietnamita, non dimentica della guerra contro gli Stati Uniti. Gli scontri hanno riguardato fanteria e artiglieria, in una scala limitata di intervento senza l’uso dell’aviazione. Sembra incredibile che due alleati – il sostegno militare di Pechino ad Hanoi durante il conflitto con Washington è stato notevole e incessante – rivolgano le stesse armi contro di loro.
Le ragioni dell’invasione sono molteplici, ma riguardano soprattutto lo scacchiere indocinese, la politica delle alleanze con le grandi potenze, la rivalità secolare tra i due Paesi. Due mesi prima le truppe vietnamite avevano invaso la Cambogia, mettendo fine allo spietato regime di Pol Pot. Il sogno di un’Indocina pacificata e ideologicamente omogenea era stato smentito dagli interessi nazionali e dal forte patriottismo che accentuava lo storico antagonismo e le tensioni di frontiera. I contrasti tra le due potenze comuniste acuiscono le rivalità. La Cina della Rivoluzione Culturale appoggiava l’esperimento radicale dei Khmer Rouge, teso a svellere ogni retaggio del passato e ogni legge dell’economia. Il Vietnam avvertiva invece il fardello della guerra e cercava nell’aiuto sovietico una scorciatoia per accreditarsi nel Terzo mondo e per una veloce industrializzazione. Almeno per quest’ultima ambizione, Hanoi aveva scelto – o era stata costretta a farlo – un alleato non attrezzato. Ancor prima della fine della guerra d’Indocina, nel 1975, appare chiara la finalità della «diplomazia del ping pong» tra Stati Uniti e Cina: costruire un mondo multipolare e fermare l’espansionismo sovietico, indipendentemente dalle differenze politiche. Il mondo diviso in blocchi cambia; Mosca è ormai ostile a Pechino. Quando il Vietnam aderisce al Comecon e sigla il Trattato di Amicizia e Cooperazione con l’Urss nel 1978, per Pechino diventa «la Cuba dell’est», un vassallo dunque di Mosca e un nemico da fronteggiare.
L’invasione vietnamita della Cambogia è la scintilla dello scoppio delle ostilità tra Vietnam e Cina. Senza sorprese esse finiscono ufficialmente, 13 anni dopo, soltanto due settimane dalla firma degli accordi internazionali sulla Cambogia che prevedevano il ritiro delle truppe vietnamite. Senza il cemento della comune lotta contro l’intervento statunitense nel sud-est asiatico, Cina e Vietnam avevano dissotterrato la loro animosità, un equilibrio asimmetrico che ha spesso condotto la Cina a voler interferire nel Vietnam e trovato quest’ultimo pronto a difendere la propria indipendenza. La storia delle relazioni è piena di scambi commerciali, culturali e politici. Abbonda altresì di tensioni e di patriottismo vietnamita. L’appoggio di Mao Zedong a Ho Chi Minh è stato fondamentale, ma lo statista vietnamita non ha esitato, nel 1945 quando il Presidente della Cina era il nazionalista Jiang Jieshi, a favorire il ritorno degli ex colonialisti francesi rispetto all’occupazione cinese decisa dalle grandi potenze alla fine del conflitto mondiale. La sua posizione è stata cristallina nella sua chiarezza: i francesi si possono combattere (come poi avvenne fino alla loro sconfitta), mentre se tornano i cinesi rimarranno per altri 1000 anni (ricordando il dominio mandarino fino al X secolo d.c.).
L’intesa del 1991 è stata seguita da altri accordi. La frontiera terrestre è ormai pressoché stabilita, con concessioni reciproche che hanno allarmato i nazionalisti dei due paesi. La disputa sulle isole Paracelso e Spratley – contese tra i 2 paesi – è stato convenuto sia risolta con mezzi pacifici, così come le controversie sulle piattaforme off shore del Golfo del Tonchino. Diventano dunque un ricordo del passato gli incidenti di frontiera, i sabotaggi, la retorica nazionalista. Cina e Vietnam hanno compreso che nella globalizzazione le appartenenze ideologiche sbiadiscono e lasciano il terreno ad accordi reciprocamente vantaggiosi. Hanoi ha potuto seguire l’esperimento cinese e Pechino ha allargato pacificamente la sua sfera di dialogo, pur senza trasformarlo in controllo.
Il Vietnam ha tratto vantaggio dall’esperienza della potenza confinante. Le riforme di Deng Xiaoping hanno istruito i teorici del Doi Moi (le riforme economiche di Hanoi del 1986). Il partito al governo, così come prima aveva fatto il Pcc, ha incarnato le necessità dello sviluppo. Ha dato fiato alle forze produttive, vigilando sulle disuguaglianze che esso stesso aveva creato. Il controllo sulla società è rimasto ferreo, anche qui sulla scorta dell’esperienza cinese. Contemporaneamente il Dragone ha diffuso a sud la sua capacità economica e la sua delocalizzazione. Dopo gli accordi del 1991 molti ingegneri cinesi hanno insegnato a gestire fabbriche, privilegiare gli aspetti gestionali, creare un mercato, stimolare l’imprenditoria privata. Il passo successivo è stato il trasferimento in Vietnam di fabbriche di settori maturi (abbigliamento, pelletteria, calzature) nei quali il vantaggio cinese di bassi costi di produzione cominciava a essere messo in discussione. Il Vietnam ha dunque trovato sia ispirazione che successi dal precedente esperimento cinese.
Le comuni necessità di uscire dalla morsa del sottosviluppo hanno dunque facilitato la fine delle ostilità. Le tensioni non sono state cancellate o superate, ma con pragmatismo sono state sacrificate alla crescita. Questa normalizzazione è stata ancor più importante per il Vietnam. Le relazioni commerciali con la Cina non sono mai state così intense. La Cina è di gran lunga il partner commerciale più importante per il Vietnam. Si è preferito un dialogo realista all’improduttività delle tensioni. Da alcuni anni è prevalsa la convinzione – in coerenza con l’ambizione di una crescita pacifica – che sia meglio far transitare alle frontiere macchine utensili e medicinali invece che camion militari, armi e munizioni.
Finora questo approccio ha funzionato, almeno nelle aspirazioni dei due governi. L’interrogativo sul fallimento dell’internazionalismo proletario è considerato irrisolvibile e dunque dannoso. Una guerra tra paesi socialisti, ed entrambi alleati contro gli Usa, sembrava inimmaginabile. Invece ha avuto luogo, con il coinvolgimento di altri attori ideologicamente affini come Cambogia e Unione Sovietica. Ora tutto questo sembra appartenere a un passato talvolta surreale, anche se ha avuto luogo fino a trent’anni fa. Le necessità dello sviluppo e il rafforzamento del nazionalismo hanno prevalso, probabilmente perché sono entrambi ineludibili per paesi che per secoli hanno subito dominio e guerra e nell’affermazione economica cercano il primo passo del riscatto.
Romeo Orlandi è Presidente del think tank Osservatorio Asia, Vice Presidente dell’Associazione Italia-ASEAN, economista e sinologo. Ha insegnato Globalizzazione ed Estremo Oriente all’Università di Bologna e ha incarichi di docenza sull’economia dell’Asia Orientale in diversi Master post universitari.

