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    Giuliano Spagnul
  • 2 giorni fa
  • Tempo di lettura: 7 min

Aggiornamento: 15 ore fa

IV° La novità del Novum


Il testo propone una rilettura critica della fantascienza sottraendola alle definizioni normative fondate sul concetto di novum come innovazione cognitiva formalizzabile. Attraverso il confronto con Suvin, Caronia, Dick e la filosofia di Deleuze e Guattari, la fantascienza viene intesa non come genere dotato di un’essenza stabile, ma come evento storico e mitopoietico legato all’immaginario e alle aspettative dei lettori. Il novum emerge così come elemento di passaggio verso il <<non-ancora>>, capace di tenere insieme passato e trascendenza senza risolversi in una sintesi dialettica. La dimensione sovversiva della fantascienza risiede nel suo aprirsi al paradosso e all’indeterminato, più che nella coerenza scientifica o nella plausibilità. In questa prospettiva, la fantascienza diventa un dispositivo immaginativo di trasformazione, orientato alla produzione di possibilità imprevedibili di vita e di pensiero. Questo è l'ultimo articolo della serie sulla fantascienza: ai seguenti link è possibile trovare <<Fantascienza: cent'anni per invadere il reale!>>, <<II Che cos'è la fantascienza>> e <<III° Funzioni del dispositivo fantascientifico>>.



L'essenza della Ragione, già nelle sue forme meno

sviluppate, consiste nella capacità di valutare i lampi di

novità; tanto di novità immediatamente realizzabili,

quanto di novità solo appetibili e non ancora

realizzabili di fatto.  - Alfred N. Whitehead1


I tentativi di rinominare il genere [fantascientifico] come narrativa d’anticipazione - quasi a voler cercare un termine che emendasse quello più ingombrante di fantasia - o altro, non hanno mai attecchito, così come quello di cercare una chiave più scientifica per definire il genere come quella elaborata da Darko Suvin, in cui «la fantascienza si distingue attraverso il dominio o egemonia narrativa di un novum (novità, innovazione) funzionale convalidato dalla logica cognitiva»2 perde ogni carattere descrittivo o interpretativo per assumerne uno puramente normativo3. E allora per non rimanere impigliati nella trappola delle discussioni definitorie, potenzialmente infinite, dobbiamo «concentrarci sul sistema di attese dei lettori, che è ciò che storicamente determina i generi e le loro caratteristiche e che, insieme ai concreti modi di produzione culturale di una data epoca, costituisce ciò che chiamiamo immaginario4.


I concreti modi auspicati da Antonio Caronia sono il tentativo di uscire dalle secche di quella vera e propria impresa di pulizie che vorrebbe separare il grano dalla pula e da tutte le altre impurità che lo contaminano, dove il grano è, in questo caso, quella fantascienza che ha come denominatore comune quel carattere specifico di innovazione cognitiva che Suvin, prendendo a prestito da Ernst Bloch, chiama novum.


Ma se la fantascienza ha in sé qualcosa di sovversivo e di realmente progressivo, è quando essa si apre al non-ancora, ad esempio in quell'elemento perturbante che possiamo ravvisare in quell'umano/non umano delle molteplici figure di mutanti o di ibridi artificiali, non più prettamente umano, non ancora definitivamente altro. È questo il possibile novum che non caratterizza la fantascienza in quanto tale ma che ne definisce uno dei modi di trascendere l'asfittica ricerca di quella sintesi dialettica che Suvin vorrebbe formalizzare in una ideale «triade hegeliana, dove la tesi sarebbe la narrativa realistica, che contiene un effetto empiricamente convalidato dalla realtà, l'antitesi sarebbero i generi sovrannaturali, a cui manca un simile effetto, e la sintesi sarebbe la fantascienza, in cui l'effetto della realtà è convalidato da una innovazione cognitiva»5.


Altresì è invece proprio la possibilità di un paradosso dialettico, in cui gli opposti non si configurino in alcun compromesso ma rimangono, come autentico novum, a determinare nel conflitto le possibilità di cambiamento degli statici equilibri non più produttivi di nuove forme e modi di vita.

Se non possiamo che dichiararci d'accordo con Suvin che «il concetto di fantascienza non può venire estratto intuitivamente o empiricamente da un'opera che si chiama fantascienza» non è perché esso debba essere dedotto dalla formulazione di una «differentia specifica della narrazione fantascientifica». E questo perché non si dà alcuna essenza della stessa che non sia la costruzione storica legata ai bisogni specificatamente umani contingenti a un preciso periodo storico, con le sue necessità di cambiamento determinate dalle inevitabili crisi che periodicamente ogni società non sclerotizzata si trova ad affrontare.


Il concetto di fantascienza quindi, che tanto ha assillato la mente dei numerosi critici, appassionati o meno, del genere, esprime un evento, piuttosto che uno stato con sue precise caratteristiche. Prendendo, truffaldinamente, da Deleuze e Guattari potremmo dire: «un evento che dà al virtuale una consistenza su un piano di immanenza e in una forma ordinata»6.

Più assennatamente Caronia ci dice che «nella fantascienza è potenziato al massimo un procedimento di costruzione progressiva da parte del lettore dell'universo della narrazione, che non viene presupposto a priori come in altri generi letterari (il romanzo realistico, o novel, per esempio)» che rende superflua quella ricerca esasperata «di coerenza, o di plausibilità scientifica che, in fondo, non le compete»7. E ancora più radicalmente Philip K. Dick nella sua definizione di fantascienza contesta la distinzione consolidata tra una fantasy che «tratta di ciò che il senso comune ritiene impossibile [e] la fantascienza [che] tratta invece di ciò che il senso comune ritiene possibile, date particolari condizioni. Questa affermazione, in essenza, è arbitraria, dato che il possibile e l'impossibile [non possono essere] conosciuti oggettivamente e sono, piuttosto, una credenza del lettore»8.


In questa affannosa ricerca di ciò che è e di ciò che non è (cioè di una sua precisa identità), la fantascienza si è andata di fatto a costituire proprio come ciò che Suvin nega in prima istanza: una mitopoiesi. E il tanto celebrato novum, quell'elemento capace di addossarsi tanto il passato da cui proviene e da cui deve la propria esistenza, tanto quanto di trascenderlo e quindi negarlo come dato e determinato una volta per tutte, diviene, in questo contesto, elemento ponte: vero e proprio elemento mitico di passaggio verso ciò che non è ancora e verso il quale non vi è previsione possibile.



Note: 



1: A. N. Whitehead, La funzione della ragione, Inschibboleth Edizioni, Roma 2022, p. 64.


2: Darko Suvin, Le metamorfosi della fantascienza, Il Mulino, Bologna 1985, p. 85.


3: Antonio Caronia, Risposte alla Tavola rotonda sulla fantascienza, 1992 ineditohttps://www.academia.edu/318211/Risposte_a_un_questionario_sulla_fantascienza


4: Giuliano Spagnul, Che fare della fantascienza, Effimera, 2021http://effimera.org/che-fare-della-fantascienza-di-giuliano-spagnul/


5: D. Suvin, Le metamorfosi della fantascienza, cit., p. 102


6: Gilles Deleuze, Felix Guattari, Che cos'è la filosofia?, Einaudi, Torino 2002, p. 129



8: Philip K. Dick, La mia definizione di fantascienza, in Mutazioni, Feltrinelli, Milano 1997, p. 133.




IV° The Novelty of the Novum


By Giuliano Spagnul


The essence of Reason, even in its least developed forms, 

lies in the ability to assess flashes of novelty 

— both of innovations that can be realized immediately and 

of those that are only desirable and not yet practically achievable. - A. N. Whitehead¹  


Attempts to rename the science‑fiction genre as anticipatory narrative — almost seeking a term that would amend the more cumbersome fantasy — or to adopt a more scientific label such as that devised by Darko Suvin, in which «science‑fiction is distinguished by the narrative dominance or hegemony of a functional novum (novelty, innovation) validated by cognitive logic»², have never taken root. That definition loses its descriptive or interpretive character and becomes purely normative³. To avoid becoming trapped in endless definitional debates, we must «focus on the system of reader expectations, which historically determines genres and their characteristics and, together with the concrete modes of cultural production of a given era, constitutes what we call the imagination»⁴.  


The concrete approaches advocated by Antonio Caronia aim to escape the dry‑cleaning‑like task of separating wheat from chaff and all other impurities that contaminate it. Here, the wheat is the science‑fiction that shares the specific denominator of cognitive innovation that Suvin, borrowing from Ernst Bloch, calls the novum.  


If science‑fiction possesses something subversive and truly progressive, it is when it opens to the not‑yet — e.g., the unsettling element we can perceive in the human/non‑human of the many mutant or artificial hybrid figures, no longer strictly human, not yet definitively other. This possible novum does not merely characterize science‑fiction as such; it defines one way it transcends the stifling search for the dialectical synthesis that Suvin would formalize as an ideal «Hegelian triad: the thesis is realistic narrative, empirically validated by reality; the antithesis is supernatural genres, lacking such validation; the synthesis is science‑fiction, where the effect of reality is validated by a cognitive innovation»⁵. 


Equally, the possibility of a dialectical paradox — where opposites do not compromise but remain, as a true novum, the drivers of conflict that enable change in static equilibria no longer productive of new forms and ways of life — also matters.  


If we agree with Suvin that «the concept of science‑fiction cannot be extracted intuitively or empirically from a work called science‑fiction», it is not because it must be deduced from a «specific differentia of science‑fictional narration». The reason is that no essence of the genre exists apart from its historical construction tied to specifically human needs contingent on a precise historical period, with its change‑driven necessities arising from the inevitable crises that periodically confront any non‑sclerotic society.  


Thus, the concept of science‑fiction, which has long haunted critics and enthusiasts alike, expresses an event rather than a static state with precise characteristics. Borrowing, perhaps mischievously, from Deleuze and Guattari, we might say: «an event that gives the virtual a consistency on a plane of immanence and in an ordered form»⁶.


More prudently, Caronia notes that «in science‑fiction the reader’s progressive construction of the narrative universe is maximally empowered, unlike other literary genres (realist novel, novella, etc.) where such construction is presupposed», rendering superfluous the exaggerated search for «scientific coherence or plausibility, which ultimately does not belong to it»⁷.  


Even more radically, Philip K. Dick, in his definition of science‑fiction, challenges the established distinction between fantasy — «dealing with what common sense deems impossible» — and science‑fiction — «dealing with what common sense deems possible under particular conditions». This claim is essentially arbitrary, since the possible and the impossible cannot be known objectively and are rather beliefs of the reader⁸.  


In this frantic quest for what is and what is not (i.e., a precise identity), science‑fiction has, in fact, become what Suvin initially denies: a mitopoiesis. The celebrated novum — an element capable of bearing both the past from which it originates and the future it must transcend, thereby denying its own determinacy — becomes, in this context, a bridge element: a true mythic passage toward what is not yet and toward which no prediction is possible.  

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Notes: 



1: A. N. Whitehead, La funzione della ragione, Inschibboleth Edizioni, Rome 2022, p. 64.


2: Darko Suvin, Le metamorfosi della fantascienza, Il Mulino, Bologna 1985, p. 85.


3: Antonio Caronia, Risposte alla Tavola rotonda sulla fantascienza, 1992, unpublishedhttps://www.academia.edu/318211/Risposte_a_un_questionario_sulla_fantascienza


4: Giuliano Spagnul, Che fare della fantascienza, Effimera, 2021http://effimera.org/che-fare-della-fantascienza-di-giuliano-spagnul/


5: D. Suvin, Le metamorfosi della fantascienza, cit., p. 102


6: Gilles Deleuze, Felix Guattari, Che cos'è la filosofia?, Einaudi, Turin 2002, p. 129



8: Philip K. Dick, La mia definizione di fantascienza, in Mutazioni, Feltrinelli, Milan 1997, p. 133.



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