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Carla Accardi: la nuova edizione di Superiore e Inferiore Multi ActiveArtist Le conversazioni raccolte da Carla Accardi, all’epoca giudicate incompatibili con l’istituzione scolastica, tornano oggi in una nuova edizione di Superiore e Inferiore. Un libro che restituisce la forza politica dell’ascolto e la pratica dell’autocoscienza In un’aula dell’Istituto Giovanni Papini di Roma, nel 1971, accade qualcosa che la scuola non è pronta a contenere. Carla Accardi, artista già affermata in un sistema che aveva costruito i propri codici e le proprie gerarchie sul predominio maschile, porta tra i banchi le domande che da mesi agitano il nascente movimento femminista. Pochi mesi prima, nel luglio del 1970, il Manifesto di Rivolta Femminile era apparso sui muri della capitale. Scritto collettivamente da Carla Lonzi, Carla Accardi, Elvira Banotti, il testo inaugurava una frattura profonda nel panorama culturale italiano; metteva in discussione le fondamenta stesse dell’ordine simbolico che aveva definito per secoli il posto delle donne. L’incontro tra Accardi e Lonzi, all’inizio degli anni Sessanta, era stato il riconoscimento reciproco tra due soggettività femminili che cercavano di esistere in un territorio che non le contemplava. Avevano compreso che il problema non consisteva soltanto nell’essere escluse, ma nell’essere costrette a muoversi entro strutture pensate da altri. Le loro strade, tuttavia, si separano presto. Se Lonzi arriva a considerare il sistema dell’arte irrimediabilmente compromesso con il potere patriarcale, Accardi sceglie di restare dentro quel campo, attraversandone le contraddizioni. È la stessa postura che adotta a scuola: non sottrarsi alle istituzioni, ma intervenire al loro interno. Nell’introduzione di Superiore e Inferiore, Accardi racconta come l’esperienza di Rivolta Femminile abbia modificato il suo sguardo sul mondo e sul proprio ruolo di insegnante: «Dal momento in cui, nei mesi della primavera del 1970, io ho iniziato la mia presa di coscienza femminista nel gruppo di Rivolta Femminile, ho sentito la necessità di fare subito dei gesti nuovi in quell’ambiente in cui io avevo assistito all’inganno e alla repressione esercitata sulle bambine». La scuola diventa allora il luogo in cui mettere alla prova quella consapevolezza. Invita le ragazze a interrogarsi sulle differenze che attraversano la loro vita quotidiana, sul diverso trattamento riservato a figlie e figli, sui privilegi concessi ai fratelli maschi e dati per scontati. «Ho proposto loro di affrontare quello che ognuna di loro aveva da dire sulla differenza con cui venivano trattate in rapporto ai fratelli», scrive. Sono poi le studentesse stesse a proporre la lettura del Manifesto. Accardi si sottrae alla posizione dell’insegnante che spiega e interpreta. Ascolta, trascrive. Le ragazze parlano, si interrompono, tornano sui propri pensieri, cercano parole per descrivere ciò che fino a quel momento era rimasto indistinto. Nella conversazione affiora qualcosa che eccede le singole vicende personali: la percezione di una condizione condivisa. I temi che emergono sono quelli che sentono più vicini alla propria esperienza: il corpo, la famiglia, la scuola, l’amicizia, l’amore, la libertà concessa ai coetanei maschi e spesso negata a loro. A proposito dell’amore tra ragazze e ragazzi, emerge il desiderio di sottrarsi alle regole e ai divieti che governano i rapporti affettivi. «Quando sarò grande non dirò mai ai miei figli: “Tu non volere bene a questo o a quest’altro”», afferma una delle partecipanti, «anzi, se vogliono bene a un ragazzo, io sono contenta perché riescono a fare una conquista. Sempreché gli vogliano bene veramente, non che giochino loro, come fanno tanti ragazzi con le donne», mettendo in discussione modelli educativi e rapporti di autorità dati per scontati. È proprio questa libertà di parola a suscitare la reazione dell’istituzione. Quello spazio di confronto viene giudicato incompatibile con l’ambiente scolastico e Accardi viene denunciata perdendo il proprio incarico. L’ispettore scolastico trova una sola parola per definire ciò che era accaduto in quella classe: «pettegolezzo». Le viene contestato persino il coinvolgimento emotivo suscitato nelle studentesse. Eppure, è proprio quella partecipazione a rivelare quanto quelle conversazioni rispondessero a un bisogno reale. La pratica di Accardi nasce da una concezione del fare politico lontana dalla pianificazione ideologica e vicina all’esperienza concreta. «Agire per sé e per tutte nel senso giusto per noi», scrive, «e non cercare prima di immaginare delle azioni e organizzarle, perché questo è maschile, ma di farle ognuna nel suo campo, in quello che conosce e che sa». La nuova edizione di Superiore e Inferiore, pubblicata da Crackers Book e curata da Ilaria Bombelli, restituisce finalmente accessibilità a un testo che per anni è sopravvissuto ai margini della circolazione editoriale. Il nuovo volume è concepito come un libro nel libro: la prima parte riproduce fotograficamente l’edizione originale in scala 1:1, preservandone formato e impaginazione, la seconda presenta per la prima volta la traduzione integrale in inglese, a opera di Bennett Bazalgette. Il progetto grafico di Sabo Day accompagna questa doppia operazione di conservazione e apertura. A oltre mezzo secolo di distanza, la lettura di queste conversazioni produce un effetto sorprendente. Non perché testimonino un’epoca lontana, ma perché continuano a parlarci con una prossimità disarmante. Le ragazze discutono di autonomia, desiderio, educazione sentimentale, aspettative sociali e rapporti di potere con una lucidità che non necessita di aggiornamenti. Le forme cambiano, i dispositivi si trasformano, ma molte delle tensioni che attraversano le loro parole restano riconoscibili. Il valore di questo libro non risiede soltanto nei contenuti che conserva, ma nella forma di relazione che documenta. Quello che vediamo prendere corpo è un esercizio di ascolto reciproco, un sapere che si costruisce orizzontalmente, una comunità provvisoria fondata sulla condivisione dell’esperienza. Una pratica che oggi appare tanto necessaria quanto rara. La traduzione in inglese non è un dettaglio: significa che questo testo, rimasto a lungo confinato in una circolazione quasi sotterranea, accessibile solo a chi ne conosceva già l’esistenza, potrà finalmente essere letto, discusso e studiato in un contesto più ampio. Un’opera che ha attraversato gli anni come un testo di culto, circolando tra le mani di chi sapeva già cercarlo, adesso può finalmente parlare a molti di più. Le voci raccolte da Accardi tornano a essere ascoltate nel momento in cui le domande che le hanno generate continuano a risuonare nel presente. Questo è il valore più preciso della nuova edizione: non la nostalgia per un momento fondativo, ma la restituzione di uno strumento ancora più che necessario. Carla Accardi, Superiore e Inferiore. Conversazioni tra ragazze della scuola media, traduzione inglese di Bennett Bazalgette, progetto grafico di Sabo Day. Pubblicato in collaborazione con Archivio Accardi Sanfilippo, Crackers Book, 2025, edizione bilingue italiano/inglese. Alessia Luigetti (Catania, 2001) è ricercatrice indipendente. Laureata in Arti Visive e Studi Curatoriali presso NABA - Nuova Accademia di Belle Arti, la sua ricerca indaga le relazioni tra arte contemporanea, lavoro e pratiche di sottrazione alla produttività, con particolare attenzione ai temi dell’ozio e del rifiuto del lavoro come dispositivi critici. Collabora con riviste e progettiindipendenti, approfondendo le connessioni tra arte, teoria critica e forme dell’abitare contemporaneo.
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risonanze sonore Algoritmi, sicurezza e dominio La costruzione preventiva dell’ordine sociale Michael Krammer Un articolo del «New York Times» del 1° giugno 2026 dedicato al progetto cinese Geedge ha sottolineato il tema del cosiddetto predictive policing: sistemi che non si limitano a sorvegliare i cittadini, ma cercano di prevederne i comportamenti futuri attraverso l’analisi di enormi quantità di dati. Il problema non è più soltanto chi controlla, ma chi decide quali probabilità possano trasformarsi in sospetto. Nella rappresentazione dominante, questa capacità predittiva viene spesso presentata come una caratteristica specifica dei sistemi autoritari. La Cina diventa così il simbolo di una società nella quale l’intelligenza artificiale non osserva semplicemente il presente, ma costruisce scenari sul futuro comportamento delle persone, attribuendo livelli di rischio, affidabilità o potenziale devianza prima ancora che un fatto si verifichi. Eppure il quadro è molto più complesso. Negli Stati Uniti, da oltre un decennio, diversi dipartimenti di polizia hanno sperimentato strumenti di predictive policing sviluppati da aziende come Palantir e PredPol, successivamente rinominata Geolitica. Questi sistemi utilizzano dati storici, statistiche criminali, informazioni territoriali e modelli algoritmici per individuare quartieri, persone o situazioni considerate a rischio. Non si tratta formalmente di identificare oppositori politici, ma la logica di fondo resta la stessa: spostare l'attenzione dall'atto compiuto alla probabilità statistica che un comportamento possa verificarsi in futuro. Il punto decisivo è proprio questo passaggio. Quando la prevenzione si trasforma in previsione, il cittadino rischia di essere valutato non per ciò che ha fatto, ma per ciò che un algoritmo ritiene possa fare. La presunzione di innocenza lascia progressivamente spazio alla gestione probabilistica della popolazione. L'individuo viene trasformato in un insieme di dati, correlazioni e punteggi di rischio.Numerosi studi hanno mostrato come questi sistemi non siano affatto neutrali. Gli algoritmi vengono addestrati utilizzando dati prodotti da pratiche di polizia precedenti. Se per anni la sorveglianza si è concentrata in determinate aree urbane o su specifiche comunità sociali ed etniche, il sistema apprenderà proprio da quei dati, riproducendo e rafforzando le stesse distorsioni. In questo modo il controllo genera nuovi dati che giustificano ulteriore controllo, creando un circolo vizioso che finisce per naturalizzare la discriminazione. Il caso di Los Angeles è diventato uno degli esempi più discussi e controversi di predictive policing. Il Dipartimento di Polizia di Los Angeles (LAPD) è stato infatti uno dei primi negli Stati Uniti ad adottare sistemi come PredPol e Operation LASER, presentandoli inizialmente come strumenti innovativi in grado di prevedere aree e individui considerati ad alto rischio criminale. PredPol utilizzava dati storici relativi ai reati per generare mappe quotidiane che indicavano agli agenti quali quartieri dovessero essere maggiormente pattugliati. Operation LASER, invece, combinava dati provenienti da arresti, controlli di polizia, presunte affiliazioni a gang e altri archivi per attribuire punteggi di rischio a singoli individui, inserendo alcuni di essi in elenchi di cosiddetti chronic offenders, cioè soggetti considerati potenzialmente pericolosi. Con il tempo, però, numerose inchieste, audit interni e mobilitazioni di organizzazioni per i diritti civili hanno mostrato come questi sistemi tendessero a concentrare la sorveglianza sempre sugli stessi quartieri popolari e sulle stesse comunità nere e latino-americane. In pratica, gli algoritmi finivano per apprendere dai dati prodotti da precedenti pratiche di polizia e li utilizzavano per giustificare ulteriore presenza delle forze dell’ordine nelle medesime aree, alimentando un meccanismo circolare di sovra-sorveglianza. Uno dei dati più discussi riguardò proprio il programma LASER: un rapporto rivelò che l’84% delle persone inserite nelle liste dei presunti chronic offenders era composto da cittadini neri e latino-americani. Questa sproporzione alimentò accuse di profilazione razziale e discriminazione sistemica. Parallelamente emersero forti dubbi anche sull’efficacia reale dei sistemi. Un audit dell’ispettore generale del LAPD concluse che non esistevano prove sufficienti per dimostrare che PredPol avesse effettivamente ridotto la criminalità. Diversi studi e successive analisi hanno evidenziato risultati molto limitati, mettendo in discussione le promesse iniziali di queste tecnologie. Di fronte alle crescenti contestazioni pubbliche, alle accuse di discriminazione e alla mancanza di evidenze convincenti sulla loro efficacia, il LAPD ha progressivamente abbandonato questi programmi. PredPol è stato sospeso nel 2020 e altri sistemi collegati sono stati smantellati o ridimensionati. Il caso di Los Angeles è diventato emblematico perché ha mostrato in modo concreto uno dei principali problemi della governance algoritmica: quando un sistema viene addestrato su dati prodotti da pratiche storicamente discriminatorie, finisce spesso per automatizzare quelle stesse discriminazioni, rivestendole di un'apparente neutralità scientifica. L’algoritmo non elimina il pregiudizio; lo trasforma in statistica e lo restituisce come decisione tecnica. Anche nel Regno Unito il problema si sta ponendo con crescente intensità. Progetti basati sull'integrazione massiva di dati provenienti da diverse agenzie pubbliche puntano a costruire profili di rischio sempre più dettagliati. Organizzazioni per i diritti civili e Amnesty International hanno denunciato questi sistemi sostenendo che finiscono per colpire soprattutto le comunità più vulnerabili e marginalizzate, chiedendone in alcuni casi il divieto. La vera novità non consiste soltanto nella capacità di sorvegliare milioni di persone, ma nella pretesa di anticiparne i comportamenti futuri. È la stessa logica che ritroviamo tanto nei sistemi di predictive policing quanto nelle più recenti applicazioni militari dell'intelligenza artificiale. In entrambi i casi, l'obiettivo non è accertare un fatto, ma attribuire una probabilità: la probabilità che qualcuno commetta un reato, rappresenti una minaccia o possa diventare un bersaglio. Da questo punto di vista, il sistema israeliano Lavender rappresenta un passaggio ulteriore e inquietante. Secondo le inchieste pubblicate da +972 Magazine e Local Call, il sistema ha analizzato enormi quantità di dati provenienti da reti di sorveglianza, comunicazioni e relazioni sociali per attribuire punteggi di probabilità a decine di migliaia di palestinesi, identificandoli come potenziali membri di organizzazioni armate. La decisione umana, secondo le testimonianze raccolte, è stata spesso ridotta a una rapida validazione delle indicazioni prodotte dalla macchina. Il punto centrale è che la stessa razionalità che oggi viene denunciata nel progetto cinese Geedge era già presente, sotto altre forme, nei sistemi occidentali di predictive policing e raggiunge nella guerra il suo esito estremo. Se negli Stati Uniti un algoritmo individua quartieri o individui considerati a rischio, a Gaza sistemi come Lavender hanno contribuito a trasformare correlazioni statistiche e modelli probabilistici in liste di bersagli. La distanza tra previsione e azione si riduce fino quasi a scomparire. È qui che emerge una trasformazione ancora più profonda. Non siamo più soltanto di fronte a Stati che governano attraverso leggi, tribunali o apparati di polizia. Stiamo assistendo all'affermazione di infrastrutture algoritmiche che classificano gli esseri umani sulla base di profili, dati e probabilità. Il sospetto non deriva più da un comportamento osservato, ma da una previsione calcolata. La colpevolezza tende a essere sostituita dal rischio. In questo scenario, il potere tende progressivamente a spostarsi verso chi possiede e controlla tali infrastrutture tecnologiche. Le grandi piattaforme, le imprese che sviluppano sistemi di intelligenza artificiale, i proprietari delle reti di dati e dei modelli predittivi diventano soggetti capaci non solo di assistere i governi, ma di definire concretamente le categorie attraverso cui le popolazioni vengono classificate, monitorate e amministrate. La sovranità rischia così di migrare dagli Stati agli architetti degli algoritmi. Lavender mostra fino a che punto possa arrivare questa tendenza. Quando un sistema è in grado di attribuire punteggi, selezionare individui, suggerire obiettivi e accelerare decisioni che riguardano la vita e la morte, la questione non è più soltanto tecnologica o militare. Diventa una questione politica fondamentale: chi governa realmente una società quando il potere di classificare, prevedere e decidere è incorporato in sistemi opachi controllati da ristrette élite tecnologiche? Gaza non rappresenta soltanto un laboratorio di guerra algoritmica. Rappresenta anche un'anticipazione di ciò che potrebbe accadere quando la gestione predittiva delle popolazioni diventa il principio ordinario di governo. In questo scenario il rischio non è soltanto la perdita della privacy. È l'affermazione di una logica nella quale il comportamento umano viene ridotto a calcolo statistico e la gestione della società si fonda sempre più sulla classificazione preventiva delle persone. Non si puniscono più soltanto le azioni; si amministrano le probabilità. E quando il potere inizia a trattare gli esseri umani come previsioni, il confine tra sicurezza e controllo tende inevitabilmente a dissolversi. Algorithms, Security and Domination The Preventive Construction of Social Order by Franco Oriolo A New York Times article published on June 1, 2026, devoted to the Chinese Geedge project, highlighted the issue of so-called predictive policing: systems that do not merely monitor citizens but seek to predict their future behavior through the analysis of enormous quantities of data. The problem is no longer simply who controls, but who decides which probabilities can be transformed into suspicion. In dominant narratives, this predictive capacity is often presented as a specific feature of authoritarian systems. China thus becomes the symbol of a society in which artificial intelligence does not merely observe the present but constructs scenarios about people's future behavior, assigning levels of risk, reliability, or potential deviance before any act has even occurred. Yet the picture is far more complex. In the United States, for more than a decade, various police departments have experimented with predictive policing tools developed by companies such as Palantir and PredPol, later renamed Geolitica. These systems use historical data, crime statistics, geographic information, and algorithmic models to identify neighborhoods, individuals, and situations considered to be at risk. Formally, they are not designed to identify political dissidents, but the underlying logic remains the same: shifting attention from an act that has already occurred to the statistical probability that a behavior may occur in the future. This shift is precisely the decisive point. When prevention turns into prediction, citizens risk being evaluated not for what they have done but for what an algorithm believes they might do. The presumption of innocence gradually gives way to the probabilistic management of populations. Individuals are transformed into collections of data, correlations, and risk scores. Numerous studies have shown that these systems are far from neutral. Algorithms are trained on data generated by previous policing practices. If surveillance has been concentrated for years in particular urban areas or among specific social and ethnic communities, the system learns from precisely those data, reproducing and reinforcing the same distortions. In this way, control generates new data that justify further control, creating a vicious cycle that ultimately naturalizes discrimination. The Los Angeles case has become one of the most discussed and controversial examples of predictive policing. The Los Angeles Police Department (LAPD) was among the first in the United States to adopt systems such as PredPol and Operation LASER, initially presenting them as innovative tools capable of predicting high-risk areas and individuals. PredPol used historical crime data to generate daily maps indicating which neighborhoods should receive increased police patrols. Operation LASER, meanwhile, combined data from arrests, police stops, alleged gang affiliations, and other databases to assign risk scores to individuals, placing some of them on lists of so-called chronic offenders—people considered potentially dangerous. Over time, however, numerous investigations, internal audits, and campaigns by civil rights organizations showed that these systems tended to concentrate surveillance on the same working-class neighborhoods and the same Black and Latino communities. In practice, the algorithms learned from data generated by previous policing practices and used them to justify an even greater police presence in those same areas, fueling a self-reinforcing mechanism of over-surveillance. One of the most controversial findings concerned the LASER program itself: a report revealed that 84 percent of the individuals included in the lists of alleged chronic offenders were Black or Latino. This disproportion fueled accusations of racial profiling and systemic discrimination. At the same time, serious doubts emerged regarding the actual effectiveness of these systems. An audit conducted by the LAPD Inspector General concluded that there was insufficient evidence to demonstrate that PredPol had genuinely reduced crime. Various studies and subsequent analyses revealed very limited results, casting doubt on the promises that had accompanied these technologies. Faced with growing public criticism, accusations of discrimination, and the lack of convincing evidence of effectiveness, the LAPD gradually abandoned these programs. PredPol was suspended in 2020, while other related systems were dismantled or scaled back. The Los Angeles case became emblematic because it concretely demonstrated one of the central problems of algorithmic governance: when a system is trained on data generated by historically discriminatory practices, it often ends up automating those same discriminations while cloaking them in an appearance of scientific neutrality. The algorithm does not eliminate bias; it transforms it into statistics and returns it as a technical decision. In the United Kingdom, similar concerns are emerging with increasing intensity. Projects based on the massive integration of data from multiple public agencies aim to construct ever more detailed risk profiles. Civil rights organizations and Amnesty International have denounced these systems, arguing that they disproportionately affect the most vulnerable and marginalized communities and, in some cases, calling for their outright prohibition. The real novelty lies not merely in the capacity to surveil millions of people but in the ambition to anticipate their future behavior. This is the same logic found both in predictive policing systems and in the most recent military applications of artificial intelligence. In both cases, the objective is not to establish a fact but to assign a probability: the probability that someone may commit a crime, represent a threat, or become a target. From this perspective, the Israeli Lavender system represents a further and deeply troubling step. According to investigations published by +972 Magazine and Local Call, the system analyzed enormous quantities of data derived from surveillance networks, communications, and social relationships in order to assign probability scores to tens of thousands of Palestinians, identifying them as potential members of armed organizations. According to testimonies collected by journalists, human decision-making was often reduced to a rapid validation of the machine's recommendations. The crucial point is that the same rationale currently denounced in relation to China's Geedge project was already present, in different forms, within Western predictive policing systems and reaches its most extreme expression in warfare. If, in the United States, an algorithm identifies neighborhoods or individuals deemed at risk, in Gaza systems such as Lavender have contributed to transforming statistical correlations and probabilistic models into target lists. The distance between prediction and action shrinks until it almost disappears. Here a deeper transformation emerges. We are no longer dealing merely with states governing through laws, courts, and police institutions. We are witnessing the rise of algorithmic infrastructures that classify human beings according to profiles, data, and probabilities. Suspicion no longer arises from observed behavior but from calculated prediction. Guilt increasingly gives way to risk. In this scenario, power progressively shifts toward those who own and control these technological infrastructures. Large platforms, artificial intelligence companies, and the owners of data networks and predictive models become actors capable not only of assisting governments but also of defining the very categories through which populations are classified, monitored, and administered. Sovereignty itself risks migrating from states to the architects of algorithms. Lavender demonstrates how far this tendency can go. When a system can assign scores, select individuals, suggest targets, and accelerate decisions involving life and death, the issue is no longer merely technological or military. It becomes a fundamental political question: who truly governs society when the power to classify, predict, and decide is embedded within opaque systems controlled by small technological elites? Gaza does not merely represent a laboratory of algorithmic warfare. It also anticipates what may occur when the predictive management of populations becomes the ordinary principle of government. In this scenario, the risk is not simply the loss of privacy. It is the emergence of a logic in which human behavior is reduced to statistical calculation and the management of society increasingly rests upon the preventive classification of people. It is no longer only actions that are administered; probabilities themselves become the object of governance. And when power begins to treat human beings as predictions, the boundary between security and control inevitably begins to dissolve.
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Genealogie del latte: il femminile nella resistenza ecologica Washington D.C., 1° giugno 1958. Manifestazione dei Walkers for Peace davanti alla Casa Bianca contro i test nucleari e la contaminazione da Stronzio-90 nel latte (archivio storico UPI/Associated Press) Un coro rituale di protesta attraversa la scena culturale: sono le note di denuncia del consumo del territorio. «Hanno trasformato il paradiso in un parcheggio»: la voce di Joni Mitchell in Big Yellow Taxi interpreta una coscienza ecologica nascente. Una voce della scena folk nordamericana che pare amplificare il discorso scientifico-divulgativo emerso qualche anno prima, negli Stati Uniti. Sotto quelle note c’era già Silent Spring di Rachel Carson che, nel 1962, mise in crisi la retorica del progresso. Ciò che appariva muto, come certe stanze dopo un addio, si impone nel dibattito pubblico e si fa urlo: pesticidi, contaminazioni, esposizione chimica dei corpi. Il silenzio diventa così narrazione biologica: non metafora. Da quel momento è scomparsa degli uccelli, collasso degli ecosistemi. La natura smette di essere sfondo di un bel dipinto in salotto ma sistema vulnerabile attraversato dalla tecnica. (1) È la crisi ecologica che attraversa ogni forma del vivente e investe le politiche dell’arte come una sberla dritta in faccia. In questo orizzonte si muove l’artista statunitense Helen Mayer Harrison che contribuirà poi, insieme ad altre, a portare la materia viva dentro le pratiche artistiche, trasformandole da spazio contemplativo a pratica ecologica situata. Sono gli anni delle mobilitazioni femminili come Women Strike for Peace, contro la guerra nucleare e in cui il corpo domestico femminile è soggetto politico. Il latte – promessa di nutrimento – è campo di conflitto nella logica della cura. Isotopi radioattivi: sono loro a essere rinvenuti nei denti da latte, a seguito di ricerche scientifiche di fine anni Cinquanta. (2) Test nucleari. Il corpo li registra e li assorbe. Archivio biologico della devastazione ambientale. Scheda di rilevazione del sondaggio sulla dentizione da latte di St. Louis Post-Dispatch Nutrizione e quotidianità come evidenze politiche e di sicurezza pubblica. Qualche anno dopo, nel 1969, l’artista statunitense Mierle Laderman Ukeles scrive il Manifesto for Maintenance Art e sposta la manutenzione dal privato al pubblico, al centro della pratica artistica. Il lavoro invisibile della cura, domestica, urbana e ambientale diventa materia dell’arte. Collabora con il Dipartimento di Sanità di New York e trasforma la gestione dei rifiuti in performance sistemica. La città appare per ciò che è: organismo fragile, dipendente da rispetto e manutenzione continua. L’arte non produce oggetti: entra nel conflitto, incrina le infrastrutture della vita collettiva e del patriarcato, dove il diritto stesso a respirare, viene soffocato dal degrado ambientale e dalle gerarchie sociali. Diventa perciò tempo di teorizzarlo: Françoise d’Eaubonne, nel 1974, in Le Féminisme ou la Mort, individua una stessa struttura sistemica di dominio nello sfruttamento della natura e nell’oppressione delle donne. La crisi non è incidente ma logica estrattiva. Il movimento Chipko (1973–1977) traduce questa consapevolezza in gesto che pare performativo nel rispondere alle politiche di deforestazione dell’India settentrionale. Le attiviste, in un’azione semplice ma non ingenua, abbracciano gli alberi per impedirne l’abbattimento. La militante ecologista Vandana Shiva e la «Mama Miti» (Madre degli Alberi) Wangari Maathai, premio Nobel per la pace e fondatrice del Green Belt Movement, (3) si inseriscono in questa trama di protesta. Ne leggono la portata come resistenza congiunta di terra e corpi. Natura e società condividono perciò lo stesso patetico regime di sfruttamento. Da lì a poco Vandana Shiva userà il termine «maldevelopment» per strutturare questa commistione di domini. (4) La protezione della natura rimane perciò intrinsecamente legata alla resistenza delle donne e alla creatività come pratica trasformativa. In quegli stessi anni, l’artista cubana-statunitense Ana Mendieta, nella Silueta Series, imprime il corpo nella terra, nel fango, nel fuoco. Il corpo non rappresenta: si dissolve. Le tracce sono materia politica e biologica. La terra è memoria sedimentata, non paesaggio. Qui il corpo femminile è ormai archivio di violenza ambientale, esilio, cancellazione coloniale. Ana Mendieta, (Grass on Woman), 1972, chromogenic print. Hirshorn Museum and Sculpture Garde,n Smithsonian Insitution, Washington Ana Mendieta, Untitled, from the Silueta series, 1976 (1991 posthumous print), chromogenic print, Smith College Museum of art, Northampgton Negli anni Ottanta queste che appaino come «genealogie del latte» nella sua contaminazione, trovano formalizzazione teorica. Carolyn Merchant, in The Death of Nature, mostra come la modernità scientifica abbia trasformato la natura in merce. La natura è estrazione, il corpo forza produttiva, la vita valore economico. Ma dove riporre lo sguardo quando una delle performance antinucleari più potenti — The Earth Ambulance di Helène Aylon — è terra contaminata trasportata come un corpo malato? È lì: su un pianeta ridotto a paziente. Il linguaggio medico entra così nell’ecologia e nella condizione stessa di esistenza del gesto artistico. In questo quadro, l’artista ungherese naturalizzata nella scena newyorkese Agnes Denes, realizza Wheatfield – A Confrontation (1982): due ettari di grano nel cuore di Manhattan. Non è land art ma intervento politico che irrompe nella finanza globale come medicalizzazione del ciclo biologico. Agnes Denes, Wheatfields A Confrontation: Battery Patk Landfill, Downtown Manhattan Blue Sky, World Trade Center, 1982 La traiettoria artistica e politica prosegue fino agli anni Duemila, quando viene fondata la Environmental Health Clinic dall’artista Natalie Jeremijenk o — con formazione dottorale in ambito ingegneristico e informatico. L’arte è ormai terapia, infrastruttura pubblica che rende visibile l’inquinamento, la crisi climatica e i disastri ambientali con un’azione di risposta che non è effimera: affonda la sua natura d’essere in luoghi fisici e stabili di cura. Non rappresentazione, ma dispositivo operativo. Così la crisi non riguarda solo il paesaggio, ma la possibilità stessa del vivente. Dalla primavera chimica di Carson ai dispositivi contemporanei dell’arte che abita il vivente, il disastro non si estetizza ma si attraversa mentre il sistema capitalista, coloniale e razzializzato, produce ricchezza attraverso rifiuti, sfruttamento e disuguaglianza. (5) Il latte non rimane allora metafora della cura. Diventa documento materiale della crisi: conserva storie ambientali. Se queste sono genealogie, non seguono la linea del sangue ma quella della trasmissione, ciò che passa da un corpo all’altro, da una generazione alla successiva, porta con sé nutrimento e al contempo contaminazione. L’arte ecofemminista entra qui: nel punto in cui la terra smette di essere paesaggio e riappare come memoria incorporata. Note 1 Nelle elaborazioni ecosofiche di Arne Næss e Félix Guattari, sviluppate tra anni Settanta e Novanta, la natura è concepita come realtà relazionale e interdipendente. 2 Butler F. E., Strontium-90 in human teeth, Nature, 189, 848–849 (1961). Disponibile a: https://www.nature.com/articles/189848a0 (ultimo accesso: 25 maggio 2026). 3 GBM (Green Belt Movement): movimento ambientalista fondato in Kenya da Wangari Maathai, dedicato alla riforestazione e alla tutela ambientale attraverso la partecipazione delle comunità locali, in particolare delle donne.[1] V. Shiva, Staying Alive: Women, Ecology, and Development, Londra, Zed Books, 1989. 5 F. Vergès, Racial Capitalocene, Verso Blog (Verso Books), 30 agosto 2017, in Futures of Black Radicalism, ed. G.T. Johnson e A. Lubin.
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The Dark Side Of The Moon /4 Stati Uniti e Vietnam Se si appanna la memoria, prevale l’interesse Richard Long (particolare) Venticinque anni dopo la fine della guerra, il 13 Luglio 2000, viene firmato da Vietnam e Stati Uniti il Bta, Bilateral Trade Agreement. Alle spalle di un apparentemente semplice trattato commerciale si scorgono anni di trattative diplomatiche, rese difficili dalle cicatrici del conflitto. Nel suo futuro si intravede al contrario la costituzione di rapporti ispirati a fiducia crescente. Il Bta rappresenta lo spartiacque tra l’inimicizia del passato e la prospettiva di un futuro da costruire. Dato lo squilibrio economico dei due paesi, la firma congiunta rappresenta indiscutibilmente un successo per il Vietnam. È una pietra miliare per la sua ricostruzione. È infatti il paese asiatico ad avere maggiormente bisogno del gigante nordamericano, sia per uscire dall’isolamento politico, sia per trovare un alleato economico nella lotta contro il sottosviluppo. Deciso a percorrere la strada della crescita trainata dalle esportazioni, il Vietnam trova negli Stati Uniti, dove esiste una domanda insoddisfatta della sua vasta diaspora (più di un milione di residenti), un mercato essenziale per le sue merci. Il paese si era infatti avviato verso un’industrializzazione diffusa, basata su capacità manifatturiere derivanti dagli investimenti stranieri e dall’esportazione di prodotti di qualità crescente a prezzi contenuti. La Guerra Fredda è finita, la Cina ha accettato logiche capitaliste. Washington non teme più l’influenza sovietica o cinese. È consapevole che la battaglia si sia spostata verso assetti multipolari, sempre più determinati dalle convenienze economiche. La necessità, probabilmente morale prima ancora che politica, di chiudere le ferite della guerra e di avviare nuovi percorsi in Asia ha senz’altro svolto un ruolo, orientando l’opinione pubblica e l’intera società civile americane. Non va infine dimenticato il grande interesse delle multinazionali per la loro delocalizzazione. Il Vietnam offre un’alternativa o una complementarietà alla Cina. Non ne detiene le stesse dimensioni e forza politica; offre dunque migliori margini di trattativa. Allo stesso tempo garantisce stabilità politica, bassi costi dei fattori di produzione, prospettive di conquista del mercato interno. L’accordo prevede, sulla base della reciprocità, lo status di Ntr (Normal trade relations) ai due paesi. La concessione di Washington comporta un abbassamento delle tariffe doganali sulle merci vietnamite al livello più basso praticato a ogni paese. Quasi tutti i beni vietnamiti esportati negli Usa ne beneficiano. Hanoi assume doveri più consistenti. Il trattato la impegna a liberalizzare progressivamente il mercato dei servizi, consentendo l’ingresso alle aziende finanziarie e assicurative degli Usa. È previsto inoltre che il paese si impegni a rispettare concretamente la proprietà intellettuale, costruendo altresì un clima più favorevole agli investimenti internazionali, liberandoli dal peso dei regolamenti e delle restrizioni operative. La burocrazia socialista sta tramontando, l’apertura alla concorrenza internazionale è uno stimolo e un’opportunità. L’accordo è stato preceduto da un sapiente lavoro diplomatico, iniziato nella prima metà degli anni ’90. Per 15 anni infatti – cioè dalla liberazione di Saigon e dalla unificazione del paese – le ferite si sono rimarginate molto lentamente. Negli Stati Uniti l’impatto di vite umane perdute, di mutilazioni fisiche e psicologiche, la percezione di un conflitto inutile e comunque non vittorioso hanno cambiato negli anni la prospettiva di un rapporto pacificato. Hanno sicuramente svolto un ruolo l’opportunità di giocare la carta vietnamita in funzione equilibratrice nel sud-est asiatico rispetto all’emersione cinese. Il primo passo distensivo ha avuto origine dall’Amministrazione Carter che nel 1977 ha tolto il veto alla domanda di accesso del Vietnam unito alle Nazioni Unite. L’embargo e la sospensione dell’aiuto allo sviluppo sono invece rimasti in vigore più a lungo, impantanati nella lunga trattativa. Washington richiedeva maggiore assistenza per un’importante questione interna, la sorte dei prigionieri di guerra e degli scomparsi (Pow/Mia, prisoners of war, missing in action); Hanoi rivendicava gli aiuti come crediti riparatori stabiliti durante gli accordi di pace. Lo stallo ha trovato durante gli anni di Reagan un’aggravante negoziale derivante dall’invasione della Cambogia da parte del Vietnam per eliminare il regime di Pol Pot che aveva il sostegno degli Stati Uniti in chiave antisovietica. Soltanto con il ritiro delle truppe di Hanoi dalla Cambogia si sono allentate le rigidissime restrizioni. È stato aperto un ufficio degli Usa nella capitale vietnamita per i Pow/Mia, sono stati consentiti i viaggi tra i due paesi, si è avuta la parziale rimozione dell’embargo per i medicinali e gli aiuti alimentari. La cancellazione totale del provvedimento ha luogo nel 1994 con l’Amministrazione Clinton. Nella lentezza di un interminabile dopoguerra, la strada risultava comunque aperta per il ristabilimento di relazioni diplomatiche che si completano nell’Agosto 1995 con l’apertura delle rispettive ambasciate. Contemporaneamente vedono la luce misure volte a sostenere egli investimenti Usa in Vietnam. In un progressivo disimpegno dalle tensioni, nasceva la prima concessione finanziaria dalla fine della guerra, un prestito di 2,3 milioni di Usd alla Caterpillar per la costruzione di una rete commerciale. La prima multinazionale statunitense rimetteva piede in Vietnam; era il coronamento di un’iniziativa lungimirante ma non facile, tesa ma non lineare, dove i motivi di contrasto non venivano celati ma trascurati per una pacificazione utile a entrambi i paesi. Il suggello è stato apposto dall’Amministrazione G.W. Bush che nel 2006 si è recato in Vietnam e l’anno dopo gli ha concesso il Pntr (Permanent normal trade relations), prezioso viatico per l’ingresso del paese nel Wto (World Trade Organization, Organizzazione Mondiale del Commercio). Il Vietnam appariva dunque pienamente inserito nel circuito della globalizzazione. Da allora l’assenza di frizioni ha indotto Washington ha rafforzare Hanoi come contenimento di Pechino. Il versante economico ha trainato l’intervento politico. Per ironia della storia sono aumentate le forniture militari statunitensi all’ex nemico. Le due presidenze di Obama, imperniate su una maggiore attenzione della politica estera verso l’Asia, hanno rafforzato la cooperazione tra i due paesi. I flussi commerciali sono aumentati considerevolmente; quello vietnamita in maniera esponenziale, pari a 10 volte quello statunitense. Per ridurre il disavanzo commerciale Trump ha imposto dei dazi pesanti al Vietnam (prima il 46%, ridotto poi al 20% sulle merci vietnamite) ma ciò non ha impedito un aumento delle vendite di Hanoi, pari all’astronomica cifra di 210 miliardi dollari nel 2025. Evidentemente il ruolo vietnamita nelle catene globali del valore – pur se non inevitabile come quello cinese – denota un’importanza crescente. Anche qui, il decoupling non è praticabile. Il Vietnam non confina più la propria industria a beni di basso valore aggiunto e ridotto costo unitario. Sono i beni di consumo0 che vengono associati ai paesi in via di sviluppo. Multinazionali dell’high-tech investono ora in Vietnam attratte dalla qualità dell’istruzione, dal redditizio andamento congiunturale, dal controllo della forza lavoro. La politica pragmatica e nazionalistica del governo sta dando i suoi frutti. Le relazioni con Pechino si mantengono fertili e amichevoli; il ruolo del paese è crescente nel sud-est asiatico, l’inesistenza per di tensioni gravi nelle sue relazioni internazionali favoriscono una crescita impetuosa ma ordinata. Gli Stati Uniti sembra non riescano a contenere la Cina con l’arma vietnamita. Pechino è troppo vicina, ingombrante, storicamente pressante per inimicarsela. Se il mondo della prodizione e del commercio ha bisogno di stabilità, se l’ambizione asiatica – a esclusione di economie avanzate – è ancora sconfiggere il sottosviluppo, allora il Vietnam rappresenta un esperimento prezioso, abile nell’attrarre tecnologia e cooperazione. Forse, probabilmente, i ricordi della guerra, dopo 50 anni, possono sbiadire; certamente non lo faranno le convenienze economiche e di progresso alle quali Hanoi ha affidato il proprio riscatto. 9 giugno 2026 Romeo Orlandi è Presidente del think tank Osservatorio Asia, Vice Presidente dell’Associazione Italia-ASEAN, economista e sinologo. Ha insegnato Globalizzazione ed Estremo Oriente all’Università di Bologna e ha incarichi di docenza sull’economia dell’Asia Orientale in diversi Master post universitari.
- konnektor
La polizia israeliana sotto il Ministro della sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir Israele sta attualmente affrontando un regresso democratico, con il governo che persegue molteplici iniziative vòlte a erodere le sue istituzioni democratiche. Una componente chiave di queste iniziative è il consolidamento del potere sulla polizia, i pubblici ministeri e la magistratura. Il passo fondamentale nella conversione di questi organi in meccanismi per smantellare la democrazia riguarda il loro controllo, assicurandosi che servano gli interessi di chi è al potere, piuttosto che aderire alla legge come autorità suprema. Negli ultimi due anni, l’acquisizione di potere più significativa e dibattuta del governo israeliano è stata il suo controllo sulle forze di polizia. Questo testo esamina come Itamar Ben Gvir, un criminale condannato, ed ex bersaglio sia della polizia che dell’Israel Security Agency, sia riuscito a diventare ministro responsabile della polizia. Nelle sezioni seguenti, delineiamo le diverse fasi che hanno portato Ben Gvir a prendere il controllo della polizia israeliana e i suoi vari sforzi per trasformarla in uno strumento politico utilizzato per affrontare coloro che non sono suoi seguaci e sono quindi considerati nemici. Nella seconda parte, presentiamo la condizione attuale della polizia israeliana sotto il ministro Ben Gvir, mettendo in luce come la polizia si sia effettivamente trasformata, in larga misura, in un organo politico al servizio dell’agenda populistico-autoritaria del ministro. Sosteniamo che la nomina di Ben Gvir possa servire da caso di studio di un problema più generale: come le nomine inadeguate, in particolare di estremisti e razzisti, in organismi gerarchici, abbiano esiti distruttivi per la democrazia. Da ultimo, esploriamo la capacità della democrazia di difendersi dagli elementi estremisti, ed esaminiamo i modi in cui Ben Gvir avrebbe potuto essere fermato. I La presa del potere della polizia da parte di Itamar Ben Gvir: da violatore della legge, a ministro della sicurezza nazionale 1. Il passato di Itamar Ben Gvir: chi è Ben Gvir? Per comprendere le manovre del ministro Ben Gvir vòlte a prendere il controllo della polizia e trasformarla in una forza politica al servizio del suo programma, è necessario esaminare il suo retroterra. 1.1 Contrasti con la legge e la polizia Fin da adolescente, Ben Gvir ha avuto ripetuti scontri con la legge e la polizia. Questo comportamento ha portato i Servizi di sicurezza e la polizia a designarlo come obiettivo, ponendolo sotto sorveglianza. Tra il 1993 e il 2007, sono state presentate 15 accuse contro Itamar Ben Gvir per reati legati al terrorismo e al razzismo, per i quali è stato condannato, in toto o in parte, in 13 casi. Nei restanti due casi, è stato ritenuto colpevole per la commissione dei reati, senza subire condanna1. Tra le sue condanne, ne sussiste una per aver ostacolato un agente di polizia nell’adempimento del suo dovere. Oltre agli altri reati, Ben Gvir ha una lunga fedina penale per infrazioni stradali, con circa un centinaio di violazioni della legge. 1.2 Espressioni di razzismo e odio per l’altro (in particolare contro i musulmani) Nella sua giovinezza, Ben Gvir era un membro del movimento giovanile «Kach» e ha studiato alla yeshiva «Jewish Idea», a Gerusalemme, fondata dal rabbino Meir Kahane, a cui Ben Gvir si ispirava per i suoi insegnamenti. Nel 1994, il governo dichiarò il partito politico Kach, fondato nel 1971, un’organizzazione terroristica, e fu squalificato dalla corsa alla Knesset perché razzista. Questa dichiarazione giunse sulla scia del massacro di 29 fedeli musulmani compiuto da Baruch Goldstein (che era il numero tre nella lista della Knesset di Kach), presso la Grotta dei Patriarchi. Nel salotto di casa di Ben Gvir (fino al periodo delle elezioni del 2020), era appesa alla parete una foto di Baruch Goldstein (sul cui sfondo era raffigurata la Grotta dei Patriarchi). Nel corso degli anni, Ben Gvir ha espresso un profondo allineamento con la dottrina razzista di Kahane, utilizzando retoriche e contenuti che includono ostilità verso i non ebrei, principalmente arabi, e persino appelli a far loro del male come gruppo, compresi cori di «Morte agli arabi» (che sono stati successivamente sostituiti con la frase in codice «Morte ai terroristi»). Se affermazioni e atti razzisti non fossero sufficienti, nel corso degli anni Ben Gvir ha rilasciato varie dichiarazioni contro la comunità LGBTQ+. Per anni, ha combattuto una risoluta battaglia legale vòlta a sopprimere la Jerusalem Pride Parade. Durante la parata, ha pronunciato maledizioni e insultato i manifestanti. La ristretta cerchia di amici e collaboratori di Ben Gvir fornisce una visione dei suoi insegnamenti razzisti, che incarnano il detto: «dimmi chi sono i tuoi amici e ti dirò chi sei». Il mentore di Ben Gvir è Dov Lior, rabbino della città di Kiryat Arba e capo della sua «Hesder Yeshiva»2. Il rabbino Dov Lior, predicando un programma razzista messianico, è, per Ben Gvir, un’autorità estremamente influente, sia teologicamente che pragmaticamente. Dov Lior era un’autorità spirituale anche per il dottor Baruch Goldstein, che lo ha descritto come «più santo delle vittime dell’Olocausto». Inoltre, Ben Gvir ha uno stretto legame con Michael Ben Ari, che la Corte Suprema ha squalificato dalla corsa per la Knesset a causa dei suoi insegnamenti razzisti, e con Bentzi Gopstein, che è stato condannato per reati legati all’incitamento al razzismo e la cui candidatura alla Knesset è stata annullata. 1.3 Incitamento alla violenza e atti di violenza Ben Gvir è andato oltre la semplice retorica; in alcune occasioni, ha attivamente incoraggiato l’uso della violenza. Ad esempio, durante il periodo che ha preceduto l’assassinio del Primo Ministro Yitzhak Rabin, nel 1995, Ben Gvir è stato ripreso mentre teneva in mano l’emblema dell’auto di Rabin. In un’intervista ha dichiarato: «L’emblema è un simbolo, e rappresenta il fatto che proprio come siamo riusciti a raggiungere l’emblema, possiamo raggiungere anche Rabin». Ha altresì affermato: «Quando il Primo Ministro commette cose così gravi, penso che sia sicuramente possibile commetterne altrettante contro di lui». A causa della sua appartenenza a un’organizzazione terroristica, l’IDF ha rifiutato di arruolare Ben Gvir. Il complesso e la natura della retorica, degli atti e dei reati commessi da Ben Gvir, indicano un modello di criminalità ideologico-razzista reiterata, che dimostra disprezzo per la legge e per coloro che sono incaricati di farla rispettare. Il passato di Ben Gvir riflette il suo comportamento attuale. A prima vista, è estrema- mente irragionevole affidare a tali mani il dicastero della polizia. 2. Il proseguire delle provocazioni e l’incitamento al razzismo in qualità di membro della Knesset Ben Gvir è stato eletto per la prima volta come membro della Knesset nelle elezioni per la 24a legislatura (nella quale era membro dell’opposizione). È stato eletto alla Knesset in rappre- sentanza del partito «Otzma Yehudit», di cui è presidente. 2.1 Introduzione di un programma razzista nella Knesset La piattaforma del suo partito «Otzma Yehudit» è sia razzista che messianica. Include l’applicazione della sovranità di Israele – solo per gli ebrei – a tutti i territori controllati dallo Stato ebraico, incluso il Monte del Tempio. 2.2 Provocazioni sistematiche che potrebbero fomentare discordia, causare violenza,e consentire una risposta dura e sproporzionata alla violenza Anche dopo la sua elezione alla Knesset, Ben Gvir ha continuato a lanciare provocazioni mirate a comunità specifiche, in particolare agli arabi. Alcuni esempi di queste provocazioni sono le seguenti. Lo spostamento del suo ufficio parlamentare nel quartiere Sheikh Jarrah a Gerusalemme Est, un quartiere dove si sono verificate rivolte tra residenti arabi ed ebrei. Lo spostamento dell’ufficio aveva lo scopo di proteggere i residenti ebrei e sedare le rivolte. Ha effettuato frequenti visite al Monte del Tempio, mentre è ancora in fieri la controversia in merito al suo status. Tali visite sono altamente problematiche dalla prospettiva del popolo arabo in Israele e dalla prospettiva dei musulmani in generale, poiché queste comunità le percepiscono come provocazioni e forme di intrusione in luoghi sacri. Sebbene il ministro Ben Gvir abbia sostituito lo slogan «Morte agli arabi» con un nuovo slogan, usato come codice, «Morte ai terroristi», la sua definizione di «terrorista» è ampia. Ha infatti etichettato diversi membri arabi della Knesset come «terroristi». Oltre alle provocazioni contro gli arabi, Ben Gvir si è contraddistinto come una figura che si oppone sistematicamente alla polizia e mostra ostilità nei suoi confronti3. Pertanto, la sua nomina a ministro responsabile della polizia è altamente discutibile anche in questo senso. 3. Ben Gvir – il ministro responsabile della polizia – continua le provocazioni, centralizza il potere, promuove un programma di supremazia ebraica e di odio per gli arabi 3.1 I metodi di Ben Gvir per ottenere il controllo della polizia e diventare «super-commissario» Anche prima di entrare in carica, e soprattutto dopo la sua nomina, Ben Gvir ha agito attraverso varie modalità per ottenere il controllo della polizia, guidarla, e imporre le sue idee contrarie allo Stato di diritto. Egli lo fa in diversi modi: dagli emendamenti legislativi vòlti a trasformarlo in un «super-commissario», all’intervento costante e all’emanazione di ordini diretti agli ufficiali (aggirando i comandanti e il commissario), e all’uso sfrontato della sua ampia autorità sulle nomine per creare una forza di polizia compiacente. 3.1.1 Utilizzare la legislazione per creare un’infrastruttura giuridica confacentead assumere il controllo della polizia e monitorarla Prima di assumere l’incarico, Ben Gvir ha lavorato per cambiare il nome del Ministero della Pubblica Sicurezza nel suo nome attuale: Ministero della Sicurezza Nazionale. Oltre al costo finanziario sostenuto per questo cambiamento, rinominare il ministero segnala una volontà di isolamento verso la minoranza araba, sottintendendo che essa che non faccia parte della nazione. Dopo il cambio di nome, il Ministero della Sicurezza Nazionale potrebbe essere percepito come un ente che garantisce sicurezza esclusivamente agli ebrei. 3.1.2 Modifica dell’Ordinanza di Polizia Ben Gvir, ancor prima del suo insediamento come ministro, ha avviato un procedimento legislativo per modificare le disposizioni di base dell’Ordinanza di Polizia. La proposta legislativa è essenzialmente vòlta ad attribuire al Ministro della Sicurezza Nazionale un controllo quasi assoluto sulla polizia. Diverse organizzazioni hanno criticato la proposta di legge, sostenendo che avrebbe portato alla politicizzazione delle forze di polizia. Nonostante le numerose critiche, il 27 dicembre 2022 è stato (parzialmente) approvato l’emendamento n. 37 all’Ordinanza di polizia. Dopo la sua approvazione, all’inizio del 2023 sono state presentate cinque petizioni alla Corte Suprema, chiedendo la rimozione dell’emendamento. Le petizioni sostenevano che l’emendamento n. 37 presenta significative problematiche costituzionali, che potevano essere interpretate come un’autorizzazione al Ministro della sicurezza nazionale di interferire impropriamente con il giudizio professionale della polizia. È stato affermato che l’emendamento riguarda la politicizzazione della polizia e la sua trasformazione in strumento progettato per promuovere l’agenda politica e ideo- logica di coloro che presteranno servizio come Ministro della sicurezza nazionale. Il 2 gennaio 2024 la Corte Suprema ha emesso la sua pronuncia sulle cinque petizioni. La Corte ha stabilito, all’unanimità, che l’emendamento non riduce l’obbligo della forza di polizia di operare in modo indipendente, professionale, e senza alcuna influenza politica. Per quanto riguarda la Sezione 8(b), la quale sancisce che la polizia è subordinata al governo, la Corte ha stabilito, all’unanimità, che essa non altera il rapporto tra il governo e la polizia, né riduce il dovere della polizia di esercitare un giudizio professionale e indipendente. In aggiunta, la Corte ha ritenuto, all’unanimità, che l’emendamento all’articolo 9 dell’Ordinanza, il quale stabilisce che i poteri del commissario di polizia, ai sensi di tale articolo, devono essere esercitati «in conformità con le linee guida politiche del ministro e con i princìpi generali», non compromette l’indipendenza professionale del commissario. La Corte ha altresì stabilito che la Sezione 8(c)(a) autorizza il ministro a delineare solo politiche generali e complessive, e proibisce esplicitamente l’interferenza operativa nel lavoro della polizia. La Corte ha dichiarato invalida la Sezione 8(d), che conferisce al ministro l’autorità di determinare la politica generale in materia di indagini. L’opinione della maggioranza (cinque contro quattro) ha rilevato che questa sezione viola i diritti costituzionali degli indagati e non soddisfa il test di legittimità costituzionale. Inoltre, la Corte ha concluso che nessuna opzione interpretativa potrebbe conciliare il danno potenzialmente contenuto nella Sezione 8(d) con i diritti degli indagati. La Corte Suprema si è astenuta dall’invalidare l’emendamento 37 all’Ordinanza di polizia (ad eccezione della sezione 8(d), che è stata invece invalidata), nonostante il fatto che il ministro Ben Gvir abbia ripetutamente dimostrato con le sue azioni di voler politicizzare la polizia. Secondo il presidente facente funzione, Giudice Amit, l’emendamento include una serie di questioni che lo spingono verso la possibilità di essere dichiarato incostituzionale. Nondimeno, si è concluso che il risultato raggiunto dall’ex presidente facente funzione, il Giudice Fogelman, identificando nella legge gli elementi di bilanciamento, è reputabile sufficiente. 3.1.3 Intervento continuo negli affari specifici della polizia, aggirando il commissario di polizia (micro-gestione) Dalla sua nomina a Ministro della sicurezza nazionale, Ben Gvir ha dovuto affrontare numerose accuse per la sua costante interferenza in questioni di polizia, specifiche e professionali: impartire direttive operative ai comandanti di polizia, tenere conversazioni dirette con i comandanti di polizia e persino con ufficiali di grado inferiore, fare visita ai posti di comando della polizia, presentarsi alle demolizioni di case a Gerusalemme Est e in villaggi non riconosciuti nel Negev, tra gli altri esempi. 3.1.4 Uso smodato della sua ampia autorità di nomina per creare una forza di polizia subordinata al ministro Uno dei cambiamenti più notevoli che il ministro Ben Gvir ha realizzato all’interno delle forze di polizia concerne le nomine e la promozione degli ufficiali. Da quando ha assunto l’incarico, il ministro Ben Gvir ha garantito il suo coinvolgimento personale nel processo di nomina e, in molti casi, ha intervistato personalmente i candidati. Il suo approccio generale alle nomine è l’opposto di ciò che sarebbe richiesto in un servizio pubblico professionale, in particolare all’interno di un organismo centrale di polizia, che dovrebbe essere soggetto esclusivamente alla legge ed essere imparziale, professionale ed equo. Invece, Ben Gvir si è impegnato in nomine politicamente discriminatorie, non basate su criteri professionali, e con modalità che assicurano la lealtà al ministro piuttosto che alla legge e al bene pubblico. Ciò comporta la promozione e il sostegno degli ufficiali di polizia che operano in conformità con la dottrina ideologico-politica del ministro (incluse le attività criminali e illegali) e il licenziamento di coloro che non si conformano. L’uso di procedure di licenziamento e nomine da parte di Ben Gvir è finalizzato a trasformare la cultura organizzativa, passando da una cultura fattiva, professionale ed equa, a una cultura servente il ministro: sostituendo lo Stato di diritto con lo stato dell’anima del ministro e la sua ideologia messianica estrema. Di conseguenza, coloro che cercano una promozione allineeranno le loro politiche con ciò che il ministro desidera. Gli alti funzionari di polizia riconoscono che allinearsi con Ben Gvir e sostenere le sue posizioni è fondamentale per la nomina e per l’avanzamento di carriera. Tra le nomine più importanti del ministro Ben Gvir vi è quella del commissario capo, Danny Levy. Danny Levy è considerato, tra i vertici e gli alti funzionari della polizia, un fedele servitore del ministro Ben Gvir, di cui esegue le direttive. Oltre alle nomine dei suoi sostenitori, il ministro Ben Gvir adotta misure per licenziare o trasferire gli ufficiali di polizia che non rispettano le sue politiche, e i funzionari e gli ufficiali che non sono d’accordo con l’approccio di Ben Gvir sono costretti a dimettersi o a ritirarsi. Un esempio lampante delle tattiche del ministro Ben Gvir è la rimozione di Amichai (Ami) Eshed, comandante del distretto di Tel Aviv, a causa della sua obiettiva e misurata applicazione della legge durante le proteste contro il governo, alla luce delle aspettative del ministro in merito ad una applicazione aggressiva della legge. 3.2 Le direttive politiche del ministro: smantellare lo Stato di diritto Da quando ha assunto l’incarico di ministro della sicurezza nazionale, il ministro Ben Gvir ha cercato di instillare la sua visione politica estremista nella polizia. La condotta del ministro contraddice i valori democratici fondamentali, il diritto e il principio di uguaglianza di fronte alla legge, e mina la fiducia del popolo nella polizia e nello Stato di diritto. 3.2.1 Incoraggiamento di comportamenti criminali Il rispetto della legge è un requisito fondamentale per ogni cittadino, a maggior ragione per il ministro responsabile della polizia. Tuttavia, il messaggio trasmesso nominando un criminale seriale, precedentemente designato dalla polizia come bersaglio, a Ministro della sicurezza nazionale, è di disprezzo per la legge e per l’obbligo di obbedirle. E in effetti, da quando ha assunto l’incarico, le azioni e la condotta di Ben Gvir manifestano forme di disprezzo per la legge, al punto di promuovere attività criminali. In diversi casi, il ministro Ben Gvir ha espresso sostegno a soldati e poliziotti e ha sostenuto ufficiali che hanno agito in modo violento e illegale. In questioni che riguardano danni a manifestanti antigovernativi o palestinesi, il suo sostegno alla polizia è stato pressoché istantaneo. In alcuni casi, ha persino rimproverato gli ufficiali per il loro trattamento apparentemente indulgente nei confronti dei manifestanti del campo rivale. Al contrario, Ben Gvir si è spesso astenuto dal sostenere gli ufficiali che hanno usato la forza, o misure presumibilmente dure, contro i manifestanti da lui inquadrati come parte del «suo» campo politico. Questo incoraggiamento al comportamento criminale è evidente anche nei suoi inviti agli ufficiali ad agire in contrasto con le norme sull’uso delle armi da fuoco; nella sua politica di distribuzione sconsiderata di armi da fuoco; e nelle accuse secondo cui il ministro avrebbe impedito alla polizia di rispondere alle effrazioni nelle basi militari. 3.2.2 Dall’uguaglianza davanti alla legge all’uso discriminatorio della legge La popolazione è divisa in due campi: «la nostra gente», che dovrebbe essere sostenuta quando commette crimini, e «gli altri» – arabi e oppositori del regime – che dovrebbero essere perseguitati e per i quali la polizia non dovrebbe fornire protezione. 3.2.2.1 Ostilità e provocazioni verso gli arabi Dalla sua nomina a ministro della sicurezza nazionale, e nonostante la sua responsabilità nel mantenere l’ordine pubblico, il ministro Ben Gvir ha insistito nelle sue provocazioni contro i palestinesi. Ben Gvir ha etichettato i cittadini palestinesi di Israele come una «minaccia strategica» che deve essere affrontata attraverso varie misure, tra cui tagli al bilancio. Egli sta promuovendo leggi e politiche che discriminano i cittadini palestinesi di Israele, sta mettendo ripetutamente in guardia (senza fondamento) in merito alle rivolte palestinesi, e altro ancora. Il trattamento discriminatorio e iniquo di Ben Gvir nei confronti dei cittadini palestinesi è oltremodo evidente negli sforzi insuffi- cientemente profusi per affrontare i crescenti tassi di criminalità nella comunità araba. L’atteggiamento discriminatorio e razzista di Ben Gvir non si limita ai cittadini palestinesi, ma si estende anche ai palestinesi che non sono cittadini di Israele. Ad esempio, sta portando avan- ti, insieme ai membri del suo partito, proposte legislative che impongono la pena di morte per i terroristi palestinesi. Anche dopo la sua nomina a Ministro della Sicurezza Nazionale, Ben Gvir continua a salire sul Monte del Tempio, e lo fa nonostante sia consapevole che queste visite hanno tutto il potenziale per scatenare disordini sul posto; continua a promuovere politiche vòlte a limitare i diritti dei cittadini musulmani israeliani alla libertà di religione e di culto e continua a limitare la libertà di espressione e di protesta per il popolo palestinese; incoraggia la violenza e i danneggiamenti contro i palestinesi nei territori occupati. Inoltre, ha intensificato le demolizioni di abitazioni costruite, senza permessi, dagli arabi in tutto il paese (comprese Gerusalemme Est e la Cisgiordania), aumentate in ragione di mancanza di piani urbanistici di sviluppo. 3.2.3 Delegittimazione delle autorità preposte all’applicazione della legge Ben Gvir attacca spesso soggetti giuridico-istituzionali, tra cui il Procuratore generale, il Procuratore capo militare e il Procuratore di Stato, e chiede addirittura di ignorare le posizioni di queste autorità legali. Ben Gvir ha avuto, e continua ad avere, reiterati scontri con vari garanti dello Stato, tra cui la Corte Suprema, il Procuratore generale, l’ufficio del Procuratore di Stato, il Capo del servizio di sicurezza generale, ed altri. In numerose occasioni, Ben Gvir ha chiesto la rimozione di questi individui dai loro incarichi. Ad esempio, in molteplici circostanze, il Ministro Ben Gvir ha chiesto le dimissioni forzate del Procuratore generale. Ben Gvir non si limita a tali richieste, ma ha anche votato contro la legislazione avanzata dalla coalizione, comprese le proposte di bilancio, perché la coalizione non ha sostenuto l’ipotesi di dimissioni del Procuratore generale. Un altro organismo che è stato oggetto di aspre critiche da parte del ministro Ben Gvir è il Dipartimento investigativo di polizia. II La condizione attuale della polizia israeliana e la sua capitolazione di fronte all’agenda politica del ministro Questa parte presenta lo stato attuale della polizia israeliana sotto il ministro Ben Gvir. In questa sezione, offriremo diversi esempi di come la polizia israeliana ha operato sotto l’autorità del mini- stro Ben Gvir. Questi sono indizi che la polizia è stata trasformata, almeno in parte, in un organismo politico che serve efficacemente l’agenda populistico-autoritaria del ministro4. Ci concentreremo su due questioni principali: la violazione della libertà d’espressione e l’applicazione della legge fondata su ragioni politiche inique e di- scriminatorie (specialmente contro i cittadini arabi). 1 Violazione della libertà di espressione 1.2 Limitazione del diritto di protesta per i manifestanti che si oppongono alla riformadel regime e delegittimazione delle proteste Come parte della violazione della libertà di espressione, si verifica una grave violazione del diritto di protestare, incluso un utilizzo sempre maggiore di forza eccessiva da parte della polizia contro i manifestanti di gruppi che si oppongono al governo. La libertà di espressione della minoranza palestinese è stata particolarmente compromessa. La violazione della libertà di protesta, vòlta a dissuadere, si manifesta in una serie di azioni, tra cui le seguenti. 1.1.1 Escalation dell’uso della forza e di aggressione della polizia nel gestire le proteste antigovernative Aumento dell’uso di mezzi violenti per disperdere le manifestazioni e aumento dell’uso ingiustificato o sproporzionato della forza. Durante le proteste, la polizia usa vari mezzi per disperdere le manifestazioni, come unità a cavallo, granate antisommossa, veicoli con idranti, ed altro. La polizia usa anche agenti sotto copertura, che si spacciano per manifestanti, al fine di reprimere e disperdere le proteste, raccogliendo informazioni sui manifestanti, incluso il loro orientamento sessuale. 1.1.2 Aumento degli arresti di manifestanti In molti casi ciò avviene senza motivazioni sufficienti o adeguate basi giuridiche, con i manifestanti rilasciati dopo poche ore. Soltanto poco più dell’uno per cento dei duemila arresti sono stati incriminati. 1.1.3 Aggiornare e pubblicizzare procedure Procedure che impongono restrizioni più severe allo svolgimento delle manifestazioni e che facilitano l’uso di misure estreme da parte della polizia. 2 Applicazione iniqua e discriminatoria della legge Sin dalla nomina del ministro Ben Gvir, la polizia non ha agito in modo equo nell’applicazione della legge. Per un verso, vi è un’applicazione rigidissima contro gli individui etichettati come «nemici del regime», mentre, per altro verso, c’è una chiara riluttanza a far rispettare la legge contro coloro che la polizia considera parte del «nostro campo», ovvero il campo allineato al ministro Itamar Ben Gvir. La intensificazione delle misure repressive nei confronti di coloro che si trovano al di fuori del campo politico di Ben Gvir è evidente nella limitazione della libertà di protesta per i manifestanti che si oppongono alle azioni del governo e nella limitazione dei diritti di protesta per i cittadini palestinesi di Israele, nonché nel crescente e intenso ricorso a misure coercitive per disperdere le proteste, tra cui la violenza della polizia contro i manifestanti. Il crescente ricorso a misure coercitive per disperdere le proteste è stato particolarmente evidente durante le manifestazioni dei cittadini palestinesi di Israele. Un altro ambito in cui la disuguaglianza e l’applicazione discriminatoria delle leggi sono evidenti è il trattamento riservato dalla polizia ai cittadini palestinesi di Israele: la polizia dimostra impotenza nell’affrontare la criminalità dilagante all’interno della comunità palestinese in Israele. I dati indicano numeri record di omicidi all’interno della comunità palestinese durante il mandato di Ben Gvir5. Inoltre, come accennato in precedenza, da quando Ben Gvir ha assunto la carica, c’è stato un aumento del tasso di demolizioni di case e strutture illegali in Palestina, senza offrire soluzioni di pianificazione urbanistica adeguate a questa popolazione. Per converso, sembra esserci un deliberato tentativo di evitare l’applicazione della legge contro coloro che sono considerati parte del campo politico di Ben Gvir. Assecondando l’influenza dall’alto del ministro, la polizia non rispetta la legge relativa ai reati degli ebrei contro i palestinesi. Ad esempio, nell’aprile 2024, in séguito all’omicidio del quattordicenne Benjamin Achimeir, la polizia è stata avvistata sulla strada principale dei villaggi di Duma e Al-Mughayyir mentre non riusciva ad impedire a centinaia di coloni ebrei di aggredire i residenti. La polizia si è anche astenuta dal garantire sicurezza ai camion degli aiuti umanitari offerti nella Striscia di Gaza durante la guerra, e non si è dimostrata in grado di arrestare i manifestanti che stavano bloccando i camion. Un altro grave incidente si è verificato quando la polizia è rimasta a guardare mentre una folla di mani- festanti, accompagnata da membri della coalizione della Knesset, ha preso d’assalto due basi militari. Ciò è avvenuto in séguito alla detenzione di nove soldati riservisti sospettati di gravi abusi – tra cui accuse di sodomia – nei confronti di un detenuto. La polizia si è astenuta dall’effettuare arresti finanche dopo questo grave incidente. III Si poteva prevenire? Un approccio idoneo a prevenire questo scenario sarebbe stato quello di impedire a Itamar Ben Gvir di partecipare alle elezioni della Knesset, in forza della Sezione 7a della Legge fondamentale: la Knesset dichiara che «Una lista di candidati non deve partecipare alle elezioni della Knesset e una persona non deve essere candidata alle elezioni della Knesset se gli obiettivi o le azioni della lista o le azioni della persona, espressamente o implicitamente, includono uno dei seguenti elementi: (1) negazione dell’esistenza dello Stato di Israele come stato ebraico e democratico; (2) incitamento al razzismo; (3) sostegno alla lotta armata da parte di uno stato ostile o di un’organizzazione terroristica contro lo Stato di Israele». Quantunque siano state presentate diverse petizioni per opporsi alla candidatura di Ben Gvir per la 21a e 22a Knesset, con la motivazione della negazione dell’esistenza dello Stato di Israele come stato (ebraico e) democratico e di incitare al razzismo, tutte le petizioni sono state respinte dal Comitato elettorale. I ricorsi presentati alla Corte Suprema per contestare la decisione del Comitato Elettorale sulla candidatura di Ben Gvir e contro la lista «Otzma Yehudit» sono stati anch’essi respinti. La Corte Suprema ha concluso che le prove presentate per il caso di Ben Gvir sono significativamente ampie e problematiche. Tuttavia, la Corte ha stabilito che non soddisfano la soglia minima richiesta per escluderlo dalla partecipazione alle elezioni della Knesset6. È davvero difficile comprendere come un programma mirato a trasformare Israele in uno stato fondato esclusivamente sulla purezza ebraica possa essere ritenuto democratico. Inoltre, lascia perplessi come un partito politico la cui piattaforma emette una forma palese e ripugnante di razzismo non venga estromesso dalla lotta politica. Il Primo Ministro fungerebbe da ulteriore strumento di salvaguardia. Esso avrebbe potuto bloccare la nomina di Ben Gvir a Ministro della Sicurezza Nazionale. Nonostante la promessa pubblica di Netanyahu, prima delle 24a elezioni della Knesset, per la quale Ben Gvir non avrebbe servito come ministro nel suo governo, il 29 dicembre 2022, dopo le 25a elezioni della Knesset, Itamar Ben Gvir è stato nominato Ministro della Pubblica Sicurezza nel 37o governo. Questa nomina è stata fatta, come delineato sopra, nonostante i precedenti penali di Ben Gvir, la sua retorica e le sue dichiarazioni razziste e omofobe che compromettono la sicurezza pubblica, e le sue numerose provocazioni (tra cui l’umiliazione e la diffamazione dei suoi rivali politici, espressioni di razzismo e odio verso gli altri). Sono state presentate petizioni che contestano la suddetta nomina, nelle quali si sosteneva che la nomina stessa è estremamente irragionevole. Anche in questo caso, la Corte Suprema ha respinto le petizioni, pur riconoscendo che la nomina di Ben Gvir a Ministro della Sicurezza Nazionale solleva effettivamente notevoli preoccupazioni. In questo caso, la Corte Suprema ha avuto l’opportunità di rettificare la distorsione, chiarendo che l’atto di nominare un razzista e un criminale seriale alla carica di Ministro della Sicurezza Nazionale si situa al di là dei limiti della ragionevolezza. Tale nomina trasmette un messaggio di disprezzo per la legge e per l’obbligo di obbedirle. La nomina è stata sanzionata, nonostante fosse evidente che Ben Gvir non sarebbe stato in grado di guadagnarsi la fiducia da parte dei cittadini arabi e da parte dei devoti cittadini ebrei che sono offesi dalle sue osservazioni razziste e che non sono in armonia con la sua visione ideologico-politica del mondo. Di conseguenza, sia a causa del suo passato criminale che delle sue dichiarazioni razziste nei confronti dei membri arabi della Knesset e del popolo arabo, congiuntamente alle loro implicazioni, la sua esclusione dalla carica di Ministro della Sicurezza Nazionale era giustificata. Un razzista dichiarato non può servire come Ministro della Sicurezza Nazionale in uno stato ebraico e democratico. È adatto a un tale ruolo solo in uno stato populista-autoritario-nazionalista. La mancata esclusione porta Israele più vicino a diventare un tale tipo di stato. Il Primo Ministro possiede uno specifico potere, come delineato nella Legge fondamentale: il Governo ha il potere di far dimettere o trasferire un ministro dal suo ufficio. Da quando ha nominato Itamar Ben Gvir Ministro della sicurezza nazionale, il Primo Ministro ha evitato di esercitare il potere a lui concesso per far dimettere Ben Gvir. Questa elusione è particolarmente sorprendente, dato che il 14 novembre 2024 il Procuratore generale di Israele ha esortato il Primo Ministro Benjamin Netanyahu a rivalutare la sua posizione riguardo al ruolo di Itamar Ben Gvir come Ministro della sicurezza nazionale, a séguito di una seconda petizione contro Ben Gvir. Netanyahu ha annunciato che non intende far dimettere Itamar Ben Gvir dal suo incarico, e ha dichiarato che un ordine della Corte di rimuovere il Ministro Ben Gvir dal suo incarico «sarebbe la via più rapida verso una crisi costituzionale». Questa reazione dimostra che il Primo Ministro non intende impegnarsi in modo significativo dinanzi alla richiesta del Procuratore. Il Primo Ministro minaccia di sfidare una decisione della Corte Suprema; in realtà, si pone al di sopra della legge, sfidando lo Stato di diritto. La lezione più generale è che i nemici della democrazia dovrebbero essere tenuti fuori dall’arena politica. Se gli si permette di partecipare, distruggeranno la democrazia. Quando sono ancora innocui, l’istinto democratico è di lasciarli operare. Quando diventano legittimi e numericamente cospicui, potrebbe essere troppo tardi per fermarli7. Conclusione In questa breve panoramica, abbiamo dimostrato come un criminale condannato è stato nominato Ministro responsabile della polizia e gli impatti, che questa nomina ha prodotto, sulla Polizia e sulla democrazia israeliane. Nella prima parte, abbiamo delineato le varie fasi che hanno portato alla presa di controllo della Polizia israeliana da parte di Itamar Ben Gvir, e i suoi plurimi sforzi per trasformare la polizia in uno strumento politico attraverso il quale egli prende di mira coloro che percepisce come suoi nemici o rivali. Nella seconda parte, abbiamo presentato le condizioni attuali della Polizia israeliana e le conseguenze nocive della nomina di Itamar Ben Gvir a Ministro della Sicurezza Nazionale. Abbiamo mostrato come la Polizia israeliana sia diventata un organo politico che serve efficacemente l’agenda del Ministro Ben Gvir. Nella terza parte, abbiamo affrontato brevemente i metodi con cui la nomina di Itamar Ben Gvir a Ministro della Sicurezza Nazionale poteva essere impedita (nonché le possibilità di risposta alla sua condotta in quel momento). Abbiamo dimostrato come varie istituzioni, guidate dalla Corte Suprema, si siano astenute dall’agire in queste fasi critiche. La nostra argomentazione è che la nomina di Ben Gvir a Ministro della Sicurezza Nazionale serve da caso di studio per una questione più ampia riguardante la nomina di individui estremisti-razzisti e la loro influenza distruttiva, e la capacità della democrazia in generale, e della democrazia israeliana in particolare, di proteggersi da tali individui. La difesa della democrazia contro i suoi nemici richiede misure decisive, inclusa la loro estromissione dalla politica quando sono ancora ininfluenti. Quando si permette loro di partecipare e crescere, potrebbe essere troppo tardi. Note 1 Sebbene i dettagli della sua fedina penale, da un punto di vista giuridico, siano spirati e cancellati, non sono stati cancellati dalla realtà. 2 Un programma di Yeshiva israeliana che combina studi talmudici avanzati con il servizio militare nelle Forze di difesa israeliane (IDF). 3 Mentre operava all’opposizione, Ben Gvir si recava regolarmente sui siti degli attacchi terroristici per confrontarsi con il suo predecessore in carica e insultarlo pubblicamente di fronte ai media. Inoltre, in diverse occasioni, Ben Gvir ha invocato le dimissioni del commissario di polizia. 4 Quanto scritto qui non riflette una valutazione completa delle attività della polizia, e presumiamo che determinati aspetti di tali attività siano stati svolti nel rispetto della legge. 5 L’anno 2020 si è concluso con 109 vittime; nel 2021 il numero è salito a 126; e nel 2022 si è registrato un leggero calo, con 108 vittime registrate. Tuttavia, il 2023, anno che ha segnato l’inizio del mandato di Ben Gvir, ha visto un picco storico e allarmante di violenza all’interno della comunità araba, concludendosi con 236 vittime, più del doppio delle cifre degli anni precedenti. Secondo i dati pubblicati nel 2024, le vittime sono state 230. 6 Cfr.: EDA 1806/19 Lieberman et al. contro Cassif et al. (18.07.2019); EA 5487/19 Segal contro Ben Gvir (25.08.2019). 7 Per una documentazione dettagliata delle violazioni dei diritti umani e delle derive autoritarie in Israele, con particolare riferimento all’uso eccessivo della forza, alle detenzioni arbitrarie e alle pratiche discriminatorie nei confronti dei palestinesi, cfr. Human Rights Watch, World Report 2024: Israel and Palestine, Human Rights Watch, disponibile online: https://www.hrw.org/world-report/2024/country- chapters/israel-and-palestine; Amnesty International, Israel and the Occupied Palestinian Territory. Annual Report 2023/24, Amnesty International, London 2024, disponibile online: https://www.amnesty.org/en/location/middle-east-and-north- africa/middle-east/israel-and-the-occupied-palestinian-territory/report-israel- and-the-occupied-palestinian-territory (N.d.C.). Lital Piller, Assistente di ricerca nel Programma per la Società Araba dell’Israel Democracy Institute. Mordechai Kremnitzer, Professore emerito presso la Hebrew University di Gerusalemme. Traduzione dall’inglese di Jacopo Volpi Il testo è tratto da: Il ritorno della crudeltà, a cura di Massimo La Torre, Charlie Barnao, Attilio Alessandro Novellino, Milieu, Milano 2025.
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L’Intelligenza Artificiale, la sua funzione sociale e il suo rapporto con la sfera delle emozioni Roberto Gelini Con l’avvento dell’Intelligenza artificiale, è facile chiedersi se questa sia un bene o un male. In realtà, però, più che demonizzare o esaltare l’IA, sarebbe opportuno domandarsi quale sia il suo uso nel contesto sociale, perché è questo con cui noi dobbiamo fare i conti. Se l’IA è in grado di imparare dalle esperienze e di prendere decisioni in autonomia, allora è lecito chiedersi qual è il suo grado di autonomia. Qual è il rapporto di questa macchina linguistica con la sfera delle umane emozioni? La rivoluzione informatica sembra procedere a passi da gigante con continue innovazioni tecnologiche che stanno trasformando anche le nostre stesse esistenze.Molti processi quotidiani sono ormai governati da algoritmi.Gli algoritmi classici, però, sono strumenti piuttosto rigidi, programmati per rispondere in forma automatica al verificarsi di una sequenza di condizioni, per cui l’imprevisto, non contemplato dalla loro programmazione, rischia di metterli profondamente in crisi.Anche per ovviare a tale limite nasce ciò che noi definiamo «Intelligenza Artificiale».L’IA è uno strumento decisamente più flessibile e dinamico, capace di compiere scelte autonome e soprattutto di apprendere dalle esperienze (Machine Learning, ossia Apprendimento Automatico), imparando, perciò, anche a gestire in autonomia gli imprevisti.Già, ma qual è il grado di autonomia dell’intelligenza artificiale?Quali scelte può compiere?Qual è il suo rapporto con la sfera emozionale?Difficile fornire delle risposte univoche, poiché il comportamento dell’IA è strettamente legato al suo scopo primario (imprinting), ossia alla sua funzione d’uso.Pertanto, vale la pena di provare ad analizzarne la funzione dell’IA in alcuni contesti specifici. L’Intelligenza Artificiale in tuta mimetica Sempre più assistiamo impotenti all’uso dell’intelligenza artificiale nelle guerre e nei genocidi.Per esempio, nella distruzione di Gaza, Israele ha fatto largo uso dell’intelligenza artificiale per individuare e distruggere i target da colpire. In tal caso, lo scopo primario dell’IA era quello di individuare, colpire e distruggere tutto ciò che veniva identificato come bersaglio.Per entrare nel merito, vale la pena di provare a descrivere la funzione delle tre principali IA tuttora utilizzate da Israele. Lavender (Lavanda): viene usata per individuare potenziali bersagli incrociando dati provenienti dai social, dal web, dalle intercettazioni telefoniche e dai rapporti dei servizi.Lo scopo primario dell’IA è chiaro ed il suo grado di autonomia decisionale non contempla né la presunzione di innocenza del soggetto individuato (anche un semplice post critico nei confronti di Israele potrebbe essere considerato sufficiente), né qualunque tipo di empatia con lo stesso, anzi nell’individuazione del bersaglio l’errore non costituisce un problema, ma è considerato accettabile. Habsora (Il Vangelo): consente di individuare e colpire con precisione i bersagli. L’eliminazione dei bersagli a seconda dell’importanza attribuita al target, contempla anche la possibilità di causare decine di vittime innocenti, non legate al soggetto che si intende eliminare.Habsora può imparare a gestire nel migliore dei modi il drone o il missile al fine di superare qualunque ostacolo e raggiungere con precisione il bersaglio, può calcolare il numero di vittime collaterali in funzione dell’importanza del target, ma nessuna supplica delle vittime sacrificali, bambini compresi, ha la possibilità di influenzare la scelta dell’IA nel colpire ed eliminare il bersaglio. Where’s Daddy (Dov'è papà): ha lo scopo di tracciare la posizione dei soggetti che si intende eliminare, mentre, per esempio, rientrano nelle loro abitazioni.Anche in questo caso valgono le stesse considerazioni riferite a Lavender e Habsora.Oltre ad Israele, anche nel conflitto Russia vs Ucraina-Nato si è fatto un gran uso di droni, alcuni dei quali probabilmente guidati dall’IA.Si può anche piangere a dirotto di fronte a un drone governato dall’IA, ma se tu sei il suo bersaglio non si può pensare di suscitare compassione. Il drone potrà pure imparare come superare gli ostacoli che incontra lungo percorso, ma il suo fine rimane quello dell’eliminazione del bersaglio, per cui l’empatia con gli umani e la sfera emozionale rappresenterebbero solo un ostacolo all’esercizio della funzione primaria.E’ del tutto evidente che un simile utilizzo dell’IA in guerra si muove di pari passo con il progressivo smantellamento di qualunque regola internazionale, di qualunque tutela dei diritti umani, in una prospettiva in cui il dominio non riconosce più alcun limite.L’Intelligenza Artificiale in divisa In questo contesto, lo scopo primario dell’IA è quello di operare un controllo ferreo del territorio, con interventi mirati ai soggetti che lo attraversano.Di nuovo, è impossibile non citare Israele come esempio. Per controllare i territori occupati, Cisgiordania in primis, Israele si avvale anche dell’IA connessa a telecamere ad alta risoluzione ed interfacciata con diverse banche dati.L’IA viene usata sia per il riconoscimento facciale di chiunque debba attraversare un checkpoint o una determinata area delle città, sia per definirne un profilo attribuendo ad ognuno un grado di presunta pericolosità. Il passante, pertanto, può essere ritenuto: innocuo (se non è un palestinese); da controllare (anche se abita nell’area, ma i suoi spostamenti nel corso della giornata o il suo comportamento sono ritenuti sospetti); pericoloso (se dalle banche dati risulta: estraneo alla zona, già respinto altre volte; precedentemente fermato; con precedenti penali; ricercato, ecc.).Successivamente alla classificazione operata dall’IA, la persona può essere controllata, fermata per più o meno tempo, respinta con divieto di ingresso nella zona o arrestata.L’unica differenza con l’uso dell’IA in guerra riguarda l’analisi del comportamento umano necessario all’Intelligenza Artificiale per classificare il soggetto. In tal caso, l’apprendimento dell’IA cresce con l’aumentare delle persone controllate ed a tal fine le manifestazioni fisiche delle emozioni vengono interpretate dall’IA per segnalare i comportamenti ritenuti nervosi, aggressivi, minacciosi, ecc.Anche in questo caso è evidente che l’utilizzo dell’IA nel controllo del territorio si muove di pari passo con il progressivo smantellamento del cosiddetto “stato di diritto” sostituito da un crescente autoritarismo senza limiti.Non a caso, i recenti decreti sicurezza approvati dal Governo Meloni istituiscono aree delle città, definite zone rosse, da inibire ad alcuni soggetti.Anche se oggi il controllo di tali zone avviene con l’utilizzo del personale delle cosiddette forze dell’ordine, con lo sviluppo dei progetti di smart city probabilmente entro breve verrà utilizzata l’IA per controllare gli accessi a tali aree ed in un futuro nemmeno troppo lontano anche l’allontanamento delle persone non gradite potrebbe essere effettuato da droni attivati direttamente dall’IA.D’altronde, già durante il lockdown del 2020, in Cina sono stati utilizzati dei droni per “convincere” chi girovagava per le strade a rientrare a casa. L’Intelligenza Artificiale in versione Top Manager Sono sempre più le aziende che ricorrono all’IA per organizzare il lavoro.Le recenti inchieste sul brutale sistema di sfruttamento dei rider operato con l’ausilio di algoritmi, rende l’idea di come funziona l’organizzazione del lavoro in alcune di queste aziende (Glovo, Deliveroo; Amazon).Gli algoritmi scandiscono i tempi di lavoro dei rider, incuranti anche dei più essenziali bisogni fisiologici e distribuiscono le commesse in una sorta di virtuale utilizzo del bastone e della carota.Per esempio, chi si rifiuta di consegnare la merce in località difficili da raggiungere (ricevendo il medesimo compenso), poi viene escluso dalle successive consegne .In ambito lavorativo, l’IA usa la sua capacità di apprendere al fine di incrementare i profitti dell’azienda.Con l’IA non si può trattare, i suoi ordini sono insindacabili. All’IA non importa se sei stanco, se un rider o un corriere deve pisciare prima di consegnare un pacco, l’empatia con chi lavora in questi contesti non è contemplata.D’altronde, tale utilizzo dell’IA si muove di pari passo con la progressiva scomparsa di qualunque mediazione, in cui il comando appare sempre più come un muro invalicabile che riduce il rapporto di lavoro ad un impari confronto con i singoli.Con l’avvento dell’IA, la figura apicale del capo cela le sue sembianze dietro un inarrestabile e indiscutibile automatismo.L’unico modo di attirare l’attenzione dell’IA è il sabotaggio collettivo della struttura organizzativa, poiché tale azione incide sul suo scopo primario, ossia l’incremento del profitto e costringe l’IA ad affrontare e gestire una situazione imprevista.Spesso, però, il lavoro e la cooperazione sociale che ne costituisce le maglie, producono anche un sapere collettivo che il capitale tende a sussumere, inglobare, fare proprio.Pertanto, la capacità dell’IA di leggere e interpretare i comportamenti umani potrebbe anche essere utilizzata per migliorare le forme organizzative e produttive, acquisendo tale sapere al fine di incrementare il profitto.D’altronde l’IA, a differenza degli algoritmi classici, ha la capacità di apprendere e cambiare sfruttando le interazioni con gli umani.Certo si tratta di un’interazione finalizzata al mero profitto, ma è pur sempre qualcosa di diverso da una semplice azione automatica, dato che coinvolge i comportamenti umani in cui anche le emozioni contano.Nulla vieta all’IA, nell’impostare l’organizzazione aziendale, di considerare anche l’aspetto motivazionale e il benessere di chi lavora, affinché la produzione di quel sapere da sussumere possa svilupparsi, ma c’è da chiedersi se e in quali forme oggi tale processo sia auspicato dal capitale. Il limite, in questo contesto, non è dettato dall’IA, ma dal suo attuale utilizzo, ossia dalla sua funzione nell’organizzazione del lavoro attualmente incentrata soprattutto sul comando. L’Intelligenza Artificiale alle prese con la vita messa in produzione Siamo nell’era digitale, dove un click, un like, una faccina possono arricchire a dismisura società o persone.Collezionare follower è la professione preferita dei cosiddetti influencer e rende assai più delle surclassate collezioni di monete o francobolli.Catturare visitatori per le proprie pagine web o utilizzatori del proprio motore di ricerca significa assicurarsi una valanga di commesse pubblicitarie ed enormi ricchezze.Nel mondo dei click, il rapporto tra l’IA e la sfera delle umane emozioni che in altri campi era d’impiccio, qui invece diventa fondamentale.Un esempio? META quando ha introdotto la propria IA, candidamente rivelava all’utente che il suo uso serviva per allenarla.Già, ma allenarla a cosa?A profilare gli utenti, a catalogarne i comportamenti, per catturarli nella propria redditizia rete di relazioni.Per catturare gli utenti, però, bisogna coglierne i desideri, le emozioni, i gusti, i comportamenti e l’IA, un click, un like, un post e una faccina dopo l’altra, traccia un profilo e cerca di predire il tuo comportamento, vendendo, poi, tali dati al miglior offerente.Più tempo passa, più profili vengono tracciati, più l’IA affina la sua capacità di predizione del comportamento.Ecco di quale allenamento blatera META, che gestisce WhatsApp, Facebook, Instagram e Messenger.Spesso, poi, c’è chi usa l’IA per chiedere cosa fare, come comportarsi in una determinata situazione, ecc.Un processo che necessita di una costante interazione tra umano e IA, poiché le risposte non potranno essere generiche ed uguali per tutti, ma dovranno essere calibrate sul richiedente, che ha gusti, desideri ed emozioni proprie.Nonostante ciò, il rischio tutt’altro che residuo è che complessivamente lo scopo nascosto di tale interazione sia quello di lisciare nel tempo i comportamenti, indirizzandoli, seppur nella diversità di approccio che caratterizza la moltitudine, verso la medesima direzione (consumistica, subalterna, ecc.).In un mondo sempre più caratterizzato dalla virtualità, l’IA gioca un ruolo fondamentale, sia per la capacità di realizzare immagini, video, musiche artefatte, sia per la costruzione di luoghi dove la virtualità sostituisce interamente la realtà, fino all’apoteosi del metaverso.Mentre la linea di demarcazione tra virtuale e reale diventa sempre più sottile, l’informazione si confonde sempre più con la propaganda. La possibilità di alterare immagini o video con l’ausilio dell’IA mina fortemente la credibilità delle informazioni, con la conseguenza che ognuno rischia di credere solo alla realtà che preferisce o che più lo convince ed in un simile contesto prevalgono la propaganda di regime o il complottismo funzionale (tipo QAnon) e non la controinformazione.Quando, poi, la virtualità creata dall’IA cattura entro i propri confini i desideri e la vita delle persone, le conseguenze possono divenire devastanti.Recentemente, negli USA, diverse famiglie hanno intentato alcune cause, concluse con un accordo transattivo, in cui sostenevano che le relazioni emotive sviluppate con chatbot di intelligenza artificiale avevano contribuito al suicidio o a gravi forme di autolesionismo dei loro figli adolescenti.Pertanto, prima di attraversare le porte del metaverso, forse sarebbe saggio chiedersi come in Matrix: pillola rossa o pillola blu? A Milano tutt3 mi conoscono come Paolo Punx. Ho iniziato a partecipare al movimento appena arrivato alle superiori, nell'ottobre del 1977, da studente medio di un Istituto Tecnico. Dal movimento all’autonomia il passo è breve! Nei primi anni ’80 uno dei pochi esemplari di punx autonomo. Dalle lotte contro il carcere e l’articolo 90, a quelle contro i missili a Comiso prima e poi il nucleare. Nel 1984 mi trasferisco dalla provincia di Varese a Milano, partecipando attivamente al ciclo di lotte per le occupazioni dei centri sociali, al movimento della pantera, contro le guerre, per il reddito di cittadinanza universale e incondizionato. Pur essendo tornato a vivere in provincia, da allora, in un susseguirsi di iniziative, continuo ostinatamente a volere tutto e subito! Se dovessi scegliere una colonna sonora userei la musica di L’ultimo dei Mohicani... giusto perché ho iniziato proprio mentre il movimento del 77 finiva. Artificial Intelligence, Its Social Function, and Its Relationship with the Sphere of Emotions by Paolo Punx With the advent of artificial intelligence, it is easy to ask whether it constitutes a benefit or a danger. In reality, however, rather than demonising or glorifying AI, the more productive question is what its role is within the social context, because that is the arena in which we must ultimately reckon. If AI can learn from experience and make decisions autonomously, it is legitimate to inquire about the extent of its autonomy. What, then, is the relationship between this linguistic machine and the realm of human emotions? From Rigid Algorithms to Flexible Intelligence The current wave of computerisation proceeds at a breathtaking pace, driven by constant technological innovations that reshape even our own ways of living. Many everyday processes are now governed by algorithms. Classical algorithms, however, are relatively inflexible tools programmed to react automatically to a predefined set of conditions; any unforeseen circumstance that falls outside their programming can throw them into deep crisis. To overcome this limitation we have created what we call artificial intelligence. AI is a markedly more flexible and dynamic instrument, capable of making autonomous choices and, crucially, of learning from experience (machine learning). In this way it can also cope autonomously with the unexpected. Yet the question remains: what is the degree of AI’s autonomy? Which choices can it actually enact? What is its relationship to the emotional sphere? Answers cannot be monolithic, because AI behaviour is tightly bound to its primary purpose (its imprinting), that is, to the function for which it is deployed. Consequently, it is useful to examine AI’s function in a series of concrete contexts. AI in Camouflage We increasingly witness, helplessly, the use of AI in wars and genocides. In the destruction of Gaza, for example, Israel has made extensive use of AI to identify and strike targets. In that case the primary purpose of the AI was to locate, hit and destroy anything designated as a target. Three AI systems currently employed by Israel illustrate this function. Lavande: cross references social media data, web content, phone intercepts and intelligence reports to locate potential targets. No presumption of innocence is built in; a single critical post can suffice for targeting. Errors are tolerated rather than corrected. Habsora (Gospel): provides precise targeting for drones or missiles; calculates collateral casualties based on target importance. Even large numbers of innocent victims may be accepted if the target is deemed valuable; pleas from victims—including children—have no impact on the system’s decision making. Where’s Daddy: tracks the location of individuals slated for elimination, even within their homes. Shares the same lack of empathy and disregard for human suffering as the other two systems. Similar AI driven drone deployments have been reported in the Russia Ukraine–NATO conflict. Regardless of the platform, the algorithmic capacity to overcome obstacles is directed solely toward the elimination of a target; any form of empathy would be treated as an operational hindrance. This use of AI runs parallel to the progressive erosion of international law and human rights safeguards, reflecting a paradigm in which domination recognises no limits. In another context, AI’s primary purpose becomes the tight control of territory. Again, Israel provides a vivid example: the occupied West Bank is monitored through high resolution cameras linked to extensive databases. AI performs facial recognition at checkpoints, assigning each passer by a risk profile (innocent, to be monitored, or dangerous) based on factors such as prior arrests, criminal records, or being a non Palestinian. The classification triggers a range of responses—longer checks, denial of entry, or outright arrest. Unlike the purely lethal logic of warfare, the control oriented use of AI relies on the interpretation of human emotional signals (nervousness, aggression, threat). Nevertheless, it similarly contributes to the dismantling of the rule of law, ushering in an increasingly authoritarian regime. Recent Italian security decrees under the Meloni government have created “red zones” where access is restricted for certain categories of people. While today these zones are policed by human officers, the development of smart city projects suggests that AI driven monitoring and, eventually, AI controlled drones could enforce entry bans in the near future. A comparable precedent occurred in China during the 2020 lockdown, when drones were used to compel wandering pedestrians to return home. AI as Top Management Tool Corporate adoption of AI for organisational planning has grown dramatically. Investigations into the exploitative conditions of gig economy riders (e.g., Glovo, Deliveroo, Amazon) reveal how algorithmic scheduling disregards basic physiological needs, allocating tasks through a virtual carrot and stick system. Workers who refuse deliveries to difficult locations are promptly excluded from future assignments. In such settings AI’s learning capacity is harnessed primarily to maximise profit. The system’s directives are incontestable: fatigue, the need to relieve oneself, or any form of human empathy are irrelevant to its calculations. This creates a labour relationship that is increasingly asymmetrical, with management reduced to an unchallengeable automated authority. Collective sabotage—disrupting the organisational structure—remains the only effective way to force the AI to confront an unforeseen situation, thereby threatening its profit maximising objective. Nevertheless, the very data that AI gathers about human behaviour can, in principle, be employed to improve organisational design, taking into account motivation and well being. Whether contemporary capitalists actually pursue such a humane orientation is a separate question. The limitation, therefore, lies not in AI itself but in the way it is currently deployed: as a tool of command rather than of collaborative facilitation. AI in the Production of Life In the digital era, a single click, a like, or an emoji can generate immense economic value. Influencers turn follower counts into fortunes; attracting traffic to a website or to a search engine translates into massive advertising revenue. In this ecosystem the interface between AI and human emotion moves from peripheral to central. Meta’s recent rollout of its own generative AI openly informs users that their interactions serve to train the system. The objective of this training is to profile users, catalogue their behaviours, and ultimately harvest them within a lucrative relational network. Each click, like, post, or reaction contributes to a continuously refined predictive model that can anticipate and steer user behaviour, later selling that data to the highest bidder. Because AI must tailor its responses to individual emotional states, a constant human AI dialogue emerges. Yet the hidden purpose of this interaction often lies in smoothing behaviour toward a common, consumerist direction, thereby reducing diversity of desire to a homogenised market demand. The blurring line between virtual and physical reality is further accentuated by AI generated images, videos, music, and immersive environments (the metaverse). As the boundary erodes, information increasingly merges with propaganda. AI enabled manipulation of visual media undermines credibility, fostering environments where people accept only the narratives that confirm their pre existing beliefs—whether those are state driven propaganda or conspiratorial discourses such as QAnon. A recent wave of lawsuits in the United States illustrates the emotional stakes: several families have reached settlements after alleging that their adolescents’ emotional attachment to AI chatbots contributed to suicide attempts or severe self harm. Consequently, before stepping through the portal of the metaverse, it may be prudent to ask the Matrix question: red pill or blue pill? I am known throughout Milan as Paolo Punx. I began participating in the movement as soon as I entered secondary school, in October 1977, while attending a technical institute. The transition from the broader movement to autonomy was swift. In the early 1980s I was one of the few autonomous punx—engaging in struggles against the prison system and Article 90, and later opposing the missile installations at Comiso and, subsequently, nuclear projects. In 1984 I moved from the province of Varese to Milan, taking an active role in the wave of occupations of social centres, in the Panther movement, in anti‑war actions, and in campaigns for a universal, unconditional basic income. Although I later returned to live in the province, I have, ever since, pursued a relentless “all‑or‑nothing” approach through a succession of initiatives. If I had to choose a soundtrack for my life, it would be the music of The Last of the Mohicans, simply because I started my activist trajectory at the very moment the 1977 movement was drawing to a close.
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risonanze sonore Dal ritmo orale al drone: le risonanze sonore di Don Loopis La vera arte è dove nessuno se l'aspetta, dove nessuno ci pensa né pronuncia il suo nome. Jean Dubuffet La frase di Jean Dubuffet sembra attraversare in profondità il percorso musicale di Donatello Pisanello, soprattutto nella sua incarnazione più radicale e laterale: Don Loopis. Non semplicemente un alias elettronico, ma un territorio parallelo in cui il suono viene riportato a una dimensione originaria, intuitiva, quasi pre-culturale. Nella prospettiva della rubrica Risonanze Sonore, il lavoro di Pisanello appare come una continua tensione tra memoria e deviazione, tra radice e disgregazione formale. È facile, superficialmente, separare il musicista di Officina Zoé dallo sperimentatore sonoro che costruisce paesaggi dronici, looping minimali e improvvisazioni elettroacustiche. In realtà la continuità è profondissima. Cambiano gli strumenti, cambiano i linguaggi, ma resta intatta una stessa idea di ascolto: il suono non come materiale da controllare, ma come organismo vivo da attraversare. La musica tradizionale salentina, soprattutto nella sua dimensione orale e popolare, nasce infatti dall’improvvisazione, dall’adattamento continuo, dalla variazione intuitiva. Prima ancora della scrittura musicale esiste il gesto, il corpo, la ripetizione ipnotica, la relazione diretta con il ritmo e con la comunità. È qui che il percorso di Don Loopis incontra la tradizione: non nella citazione folklorica, ma nella struttura profonda dell’esperienza sonora. L’improvvisazione libera diventa allora centrale. Non come esercizio tecnico successivo allo studio accademico — secondo l’impostazione tipica dei conservatori, dove si improvvisa quasi sempre entro strutture già concettualizzate — ma come predisposizione primaria all’ascolto. Una forma di composizione intuitiva che nasce nel momento stesso dell’esecuzione. In questo senso il lavoro di Pisanello si avvicina molto di più alle dinamiche della musica orale che non alle rigidità della scrittura colta occidentale. Non è casuale che figure come Marcello Magliocchi, presenti in esperienze legate alla libera improvvisazione e alla direzione artistica di contesti come Osimu (open sound international meeting up), abbiano attraversato territori simili: «l’idea che il suono possa esistere prima della teoria, prima della codificazione, prima persino dell’opera». - https://www.facebook.com/zittizittisoundclub/posts/ed-ecco-pronte-la-registrazione-delle-performance-delledizione-2021-di-osimuosim/1193650075569151 Da questo punto di vista la definizione che Don Loopis dà di sé: imperfezionista, inattuale, indisciplinato, ieratico, non è un vezzo estetico ma una dichiarazione di poetica. L’Art Brut che rivendica non coincide con una semplice ricerca sperimentale o d’avanguardia: è piuttosto il tentativo di sottrarre il gesto artistico alle logiche dell’addestramento culturale, della perfezione tecnica e dell’estetica codificata. Una pratica che cerca nel suono una dimensione primaria, istintiva, irregolare, capace di conservare l’urgenza dell’impulso creativo prima che venga normalizzato, reso consumo o linguaggio riconoscibile. In questo senso errore, rumore, frammentazione e imperfezione non vengono nascosti, ma diventano parte stessa dell’opera e della sua forza espressiva. Dubuffet parlava di opere inventate in tutte le loro fasi dall’autore, fondate sui propri impulsi. È esattamente ciò che accade nei lavori più recenti di Don Loopis: composizioni costruite attraverso stratificazioni istantanee, looping intuitivi, derive elettroniche e improvvisazioni che sembrano emergere da una zona liminale tra coscienza e istinto. Album come Minimalooping, Eeee, e Musiche per Paesaggi Immaginari mostrano chiaramente questa ricerca. Bandcamp di Donatello Pisanello raccoglie una discografia vastissima che attraversa ambient, drone, live looping, onkyōkei e improvvisazione elettroacustica. In Il Crollo della Mente Bicamerale, ispirato alle teorie di Julian Jaynes sull’origine della coscienza, la composizione istantanea attraverso live looping diventa quasi una fenomenologia della mente sonora: voci interne, ripetizioni ossessive, fratture percettive, paesaggi psichici che si costruiscono e si dissolvono continuamente. Anche nei lavori più recenti pubblicati nel 2026 — come Nimu, Nimbusonorum, 8_Koan, Effugit, Vexata Quaestio, e Timore e Tremore — emerge questa tensione verso una musica che non vuole rassicurare né semplificare l’ascolto, ma aprire spazi percettivi. Nell’ultimissimo lavoro Ludo, ergo sum Don Loopis trasforma l’imperfezione in linguaggio sonoro. Rumore, frammentazione, saturazioni ed elettronica non cercano mai equilibrio o pulizia formale, ma conservano qualcosa di istintivo, fisico e quasi rituale. Anche dentro le sperimentazioni più radicali riaffiora una memoria ritmica che non rompe con il passato della musica popolare salentina, ma lo attraversa e lo deforma fino a renderlo materia viva, irregolare e non addomesticata. Parallelamente, il lavoro organizzativo e curatoriale svolto attraverso Zitti Zitti Sound Club assume un’importanza decisiva. Non si tratta soltanto di programmare eventi di musica sperimentale, ma di costruire un ecosistema sonoro alternativo, capace di mettere in relazione esperienze internazionali di ricerca, improvvisazione e sound art con il territorio salentino. Una pratica culturale che rifiuta la marginalizzazione della sperimentazione e la restituisce invece a una dimensione collettiva e viva. In fondo è proprio qui che il percorso di Donatello Pisanello mantiene la sua coerenza più profonda: nella convinzione che il suono non sia mai separato dal luogo, dal corpo, dalla memoria e dalla relazione umana. La pizzica, il bordone elettronico, il feedback, il rumore ambientale, il loop minimale: tutto appartiene allo stesso continuum espressivo. Non c’è quindi una frattura tra tradizione e sperimentazione. C’è piuttosto il tentativo di liberare il suono dalle gerarchie culturali che decidono cosa debba essere considerato musica e cosa no. Ed è forse proprio in questo gesto che la Music Brut di Don Loopis trova il suo significato più autentico: riportare l’ascolto a uno stato originario, imperfetto, intuitivo e radicalmente umano. Buon ascolto https://pisanello.bandcamp.com/album/ludo-ergo-sum From Oral Rhythm to Drone: The Sonic Resonances of Don Loopis by Franco Oriolo The true art is where no one expects it, where no one thinks about it nor even speaks its name Jean Dubuffet Jean Dubuffet’s words seem to resonate deeply through the musical journey of Donatello Pisanello, especially in its most radical and peripheral incarnation: Don Loopis. Not merely an electronic alias, but a parallel territory in which sound is brought back to an original, intuitive, almost pre-cultural dimension. From the perspective of the Risonanze Sonore column, Pisanello’s work appears as a constant tension between memory and deviation, between roots and formal disintegration. Superficially, it may seem easy to separate the musician of Officina Zoé from the sonic experimenter who constructs droning landscapes, minimal looping, and electroacoustic improvisations. In reality, the continuity runs very deep. The instruments change, the languages change, yet the same idea of listening remains intact: sound not as material to be controlled, but as a living organism to move through. Traditional Salento music, especially in its oral and popular dimension, is itself born from improvisation, continuous adaptation, and intuitive variation. Before musical notation there is gesture, the body, hypnotic repetition, and a direct relationship with rhythm and community. This is where Don Loopis’ path encounters tradition: not in folkloric quotation, but in the deep structure of sonic experience. Free improvisation therefore becomes central. Not as a technical exercise following academic training — according to the typical conservatory approach, where improvisation almost always takes place within already conceptualized structures — but as a primary disposition toward listening. A form of intuitive composition born in the very moment of performance. In this sense, Pisanello’s work is far closer to the dynamics of oral music than to the rigidities of Western classical writing. It is no coincidence that figures such as Marcello Magliocchi, active within free improvisation and artistic direction in contexts like Osimu (Open Sound International Meeting Up), have crossed similar territories: «the idea that sound can exist before theory, before codification, even before the very concept of the work».- https://www.facebook.com/zittizittisoundclub/posts/ed-ecco-pronte-la-registrazione-delle-performance-delledizione-2021-di-osimuosim/1193650075569151 From this perspective, the way Don Loopis defines himself: imperfectionist, untimely, undisciplined, hieratic, is not an aesthetic affectation but a poetic statement. The Art Brut he claims does not simply coincide with experimental or avant-garde research; rather, it is an attempt to free artistic gesture from the logic of cultural conditioning, technical perfection, and codified aesthetics. A practice that seeks within sound a primary, instinctive, irregular dimension capable of preserving the urgency of creative impulse before it is normalized, turned into consumption, or reduced to recognizable language. In this sense, error, noise, fragmentation, and imperfection are not concealed, but become part of the work itself and of its expressive force. Dubuffet spoke of works invented in all their phases by the author, grounded in personal impulses. This is precisely what happens in Don Loopis’ most recent works: compositions built through instantaneous layering, intuitive looping, electronic drifts, and improvisations that seem to emerge from a liminal zone between consciousness and instinct. Albums such as Minimalooping, Eeee, or Musiche per Paesaggi Immaginari clearly reveal this research. Donatello Pisanello’s Bandcamp gathers an extensive discography spanning ambient, drone, live looping, onkyōkei, and electroacoustic improvisation. In Il Crollo della Mente Bicamerale, inspired by Julian Jaynes’ theories on the origin of consciousness, instantaneous composition through live looping becomes almost a phenomenology of the sonic mind: internal voices, obsessive repetitions, perceptual fractures, psychic landscapes that continuously form and dissolve. Even in the most recent works released in 2026 — such as Nimu, Nimbusonorum, 8_Koan, Effugit, Vexata Quaestio, or Timore e Tremore — this tension toward a music that refuses to reassure or simplify listening continues to emerge, opening instead perceptual spaces. In the latest work, Ludo, ergo sum, Don Loopis transforms imperfection into sonic language. Noise, fragmentation, saturation, and electronics never seek balance or formal cleanliness, but preserve something instinctive, physical, and almost ritualistic. Even within the most radical experimentations, a rhythmic memory resurfaces — one that does not break with the past of Salento folk music, but moves through it and deforms it until it becomes living, irregular, and untamed matter. At the same time, the organizational and curatorial work carried out through Zitti Zitti Sound Club becomes crucial. It is not merely about programming experimental music events, but about constructing an alternative sonic ecosystem capable of connecting international experiences of research, improvisation, and sound art with the Salento territory. A cultural practice that refuses the marginalization of experimentation and instead restores it to a collective and living dimension. Ultimately, this is where Donatello Pisanello’s path maintains its deepest coherence: in the conviction that sound is never separated from place, body, memory, and human relationship. Pizzica, electronic drones, feedback, environmental noise, minimal loops — all belong to the same expressive continuum. There is therefore no fracture between tradition and experimentation. Rather, there is an attempt to free sound from the cultural hierarchies that decide what should or should not be considered music. And perhaps it is precisely in this gesture that Don Loopis’ Music Brut finds its most authentic meaning: bringing listening back to an original, imperfect, intuitive, and radically human state. Good listening: https://pisanello.bandcamp.com/album/ludo-ergo-sum
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Il racconto del Boomernauta Parte terza: Games Transp.; Il Sogno dei Gamartivist PARROT-52 Il Boomernauta ci rivela la strategia adottata dai Gamartivist e dal loro movimento, che si basava sulla costruzione di un’alleanza con i nonumani attraverso i Games T. L’obiettivo era formare gruppi d’azione multispecie in grado di contrastare il morbo nekomemetico e, come conseguenza indiretta, rovesciare il regime della Gov Q e il sistema capitalistico. Tuttavia man mano che ci si avvicinava alla fine del XXII secolo questa strategia sembrava perdere ogni efficacia. Sebbene i nonumani resistessero con successo al contagio, non sembravano disposti a ricreare con gli umani le condizioni di un comune globale. Forse mancava la fiducia nell’umanità ritenuta responsabile del disastro in corso. Inoltre, le élite del potere, rappresentate dai Grandi Malati, continuavano ad aggravare la situazione con i loro enormi progetti finalizzati alla Grande Fuga. Pian piano cominciava a emergere un’intuizione: un giorno, l’esperienza dei Games T avrebbe potuto offrire ad altre specie la possibilità di acquisire le capacità della metatecnica. In effetti, accanto alla speranza portata dai Gamartivist, cominciava a diffondersi una certa delusione tra gli attivisti che si battevano per una sovversione di un presente privo di futuro. Fin dall’inizio dell’integrazione affettiva tra le specie, manifestata attraverso le TAM e successivamente amplificata dai Games T, i Gamartivist avevano teorizzato che solo una rivoluzione multispecie avrebbe potuto arrestare la pandemia e forse preservare almeno una parte delle reti vitali. La loro visione consisteva nell’utilizzare appieno le potenzialità dei Games T per creare gruppi di esseri viventi e luoghi eterogenei e diversificati da cui avrebbe preso il via un movimento globale contro il morbo nekomemetico. Poi ci sarebbe stata una campagna organizzata dal basso, dai gruppi multispecie che includevano non solo il basso, ma addirittura l’infimo nel mondo dello slime: il microscopico e il viscidume. La campagna si sarebbe diffusa come una lenta colata di lava, avvolgendo gradualmente tutte le menti e i corpi umani nel tentativo di isolare e sconfiggere il morbo nekomemetico in una battaglia incerta. Probabilmente molti umani delle classi dominanti, e in particolare i Grandi Malati, sarebbero stati refrattari a ogni influenza. La lotta comunque non sarebbe stata diretta frontalmente contro di loro, tanto era evidente che la loro dominazione non avrebbe potuto sopravvivere a un’estinzione o una riduzione drastica del morbo nekomemetico. In questa nuova situazione sarebbe diventato impossibile continuare nei modi di vita – lavoro, consumismo, comportamenti quotidiani ecc. – che erano indispensabili al sistema-mondo del capitalismo, specie nel Nord globale. Con l’emergere del pericolo rappresentato dal morbo nekomemetico e la consapevolezza delle necessarie trasformazioni dei modi di vita, le sfere dirigenti della Gov Q avrebbero potuto reagire in modo ostile e aggressivo. Prevedibilmente, avrebbero scatenato resistenze e rappresaglie feroci tramite la WorldForce a livello globale e i SecurServ a livello locale. Le ritorsioni si sarebbero rivelate mortali per tanti umani e non, ma impotenti a bloccare un’azione che si sarebbe svolta in ambienti dove né le armi fisiche né la potenza di calcolo quantistico sarebbero state efficaci e questo lasciava aperte tutte le ipotesi di un capovolgimento di tendenza. Quella dei Gamartivist era una teoria attraente, ma, col tempo, avevano dovuto confrontarsi con la realtà dei fatti e ammettere che la loro strategia non stava ottenendo i risultati sperati. Nonostante i nonumani cercassero di resistere alla setticemia di Gaia in modi diversificati e talvolta con successo, non mostravano né l’interesse né la volontà di ricostruire una nuova comunità che includesse l’umanità. In effetti, se l’umanità fosse stata ridotta all’impotenza o minacciata da una quasi-estinzione, per molti dei nonumani sopravvissuti questo sarebbe stato il punto finale dei trattamenti crudeli e delle sofferenze a loro inferte. Quel comune all’interno di Gaia, di cui sognavano i Gamartivist, forse era esistito nella notte dei tempi, sino al lento emergere di una specie che aveva innescato una dinamica nuova, originata dalla metatecnica. D’altronde le tecniche, anche se in forme più semplici, erano presenti in diverse specie come parte dei loro comportamenti di sopravvivenza, difesa, costruzione e cura. Queste capacità si erano sviluppate ed erano state tramandate di generazione in generazione con l’apparente lentezza dell’adattamento evolutivo. Tuttavia, alle sfere di potere della Gov Q, questo non interessava, l’importante era la produzione/estrazione in massa di animali, vegetali e delle risorse del substrato di Gaia il cui consumo/uso/sfruttamento/distruzione venivano incentivati in funzione della razionalità capitalista. Le élite avevano distorto il significato e l’uso della metatecnica a proprio vantaggio, osannandola come onnipotente, ma la vera onnipotenza si manifestava nella diffusione del morbo nekomemetico. Nonostante vi fosse una connessione evidente tra l’uso sconsiderato della metatecnica e la diffusione del contagio, le élite negavano questa relazione e continuavano imperterrite a insistere sul soluzionismo tecnologico. Per confondere le idee arrivavano al punto di rinfacciare ai Gamartivist e agli hacker della Sfera Autonoma di utilizzare la bio-rete, le TAM e i Games T. Tuttavia, vista la situazione globale e le loro responsabilità pregresse, le sfere della governance avevano perso molta credibilità ed erano sempre più costrette a ricorrere alle militarizzazioni dei territori che ancora controllavano. Ad un certo punto mi interrogai sul possibile impatto che la disgregazione delle comunità umane potesse avere sul funzionamento delle TAM e dei Games T e sulle bio-reti che costituivano la loro infrastruttura. Queste reti erano state progettate per operare in modo autonomo, utilizzando energie naturali ed erano capaci di riconfigurarsi e auto-ripararsi grazie alla supervisione dell’IA integrata. Sorgeva quindi la domanda se le diverse specie, guidate dalle IA e grazie alle esperienze acquisite, avrebbero potuto continuare a utilizzarle senza l’intervento umano e se ciò avrebbe portato a nuove dinamiche e sinergie, aprendo la strada a percorsi evolutivi diversi e imprevisti. C’era la possibilità che una o più specie potessero oltrepassare le soglie della metatecnica e in tal caso, grazie alla lezione appresa di quanto successo agli umani, avrebbero potuto generare una remissione della patologia di Gaia. Forse avrebbero saputo proteggersi dal virus nekomemetico ed evitare il tragico destino che sembrava attendere l’umanità. L’Asinara Via via che l’utilizzazione dei Games T si diffonde e perdura si cominciano a percepire mutamenti minimi in certi comportamenti e tecniche usate dai nonumani… Secondo il Boomernauta, ci sono segnali che stiano iniziando a utilizzare autonomamente la bio-rete e i Games T per stabilire nuove relazioni tra di loro, senza coinvolgere o informare gli umani. La situazione rischia di sfuggire di mano anche ai Gamartivist e agli altri sviluppatori della bio-rete. I Gamartivist dedicavano particolare attenzione alle diverse componenti della biosfera e alcuni di loro possedevano conoscenze più o meno approfondite su certe specie. Tra di loro c’erano sia ricercatori che autodidatti con esperienze pratiche sul campo. Sorprendentemente, c’erano anche coloro che, avendo lavorato in luoghi di sfruttamento, allevamento, tortura e massacro di animali, avevano deciso attivamente di passare dalla parte opposta della barricata. Tutti particolarmente attenti a ogni minimo cambiamento. Ci fu chi notò che certe specie agivano in modo imprevisto con modalità non più conformi ai comportamenti conosciuti e considerati immutabili e poi cominciò a documentarle. Tuttavia, anche per persone esperte e interessate, era difficile se non impossibile comprendere appieno la natura di tali fenomeni. Fra i primi, i Gamartivist birdwatcher avevano notato nel parco dell’Asinara, un’isola al largo della Sardegna1, che certi uccelli stavano modificando i modelli di nidificazione. Poi le segnalazioni si moltiplicarono, anche in provenienza da altri ecosistemi in diversi luoghi in tutti i continenti dove, con l’aiuto della bio-rete e dei Games T, si svolgeva la ricerca di un comune interspecie. Un po’ dappertutto c’erano una quantità di altri segni che riguardavano famiglie, generi e specie diverse, o almeno così sembrava anche se restava il dubbio di una allucinazione collettiva. Si trattava spesso di cambiamenti minimi che sfuggivano a molti, ma che non parevano casuali perché col tempo si notò che venivano ripetuti e anche trasmessi fra generazioni. In alcuni casi sembravano solo comportamenti a prima vista bizzarri o comunque inusuali. Animali prima considerati selvatici, o che comunque si tenevano a distanza dagli umani, si autorizzavano libertà stravaganti e sembravano addirittura prendersi gioco di questi ultimi. Per esempio come io stesso constatai a mie spese, le volpi, che già precedentemente si erano dimostrate ladre seriali di scarpe e di panni colorati, pareva che generalizzassero questo comportamento. Ormai, probabilmente grazie a una migliore percezione non perdevano più un’occasione per sottrarre oggetti e introducevano questo agire nei Games. Ancora più strano il fatto che poi si scambiassero gli oggetti rubati fra loro (o forse con altri nonumani) secondo criteri e finalità per me assolutamente incomprensibili. Non solo i mammiferi o i volatili erano implicati e certe famiglie in cui i cicli di riproduzione sono più corti rispetto alla scala umana queste modifiche dei comportamenti divennero rapidamente evidenti. I cambiamenti non avvenivano solo in seno a una specie, ma anche nelle relazioni fra specie, come si poteva notare nei luoghi ad alta densità di popolazione dove un vertiginoso aumento delle interazioni e degli scambi sociali diventava ormai palese. C’era una presunzione che negli scambi autonomi fra nonumani fossero meno efficaci perché si pensava che le interfacce non fossero del tutto prive di un qualche antropocentrismo e privilegiassero l’interazione bidirezionale con le persone. Poco si sapeva di come avrebbero funzionato in modo multidirezionale fra nonumani. Gli sviluppatori Gamartivist e i semio-hacker riconoscevano la loro limitata comprensione dell’intelligenza cognitiva ed emozionale delle diverse specie nonumane, ma non avevano previsto che le IA basate sul deep learning multispecie avrebbero colmato ampiamente queste lacune. Nel frattempo si moltiplicavano i segnali che molti nonumani pur partecipando ancora agli scambi con gli umani, stessero intraprendendo strade alternative e apparentemente non sempre comprensibili anche per i Gamartivist. Ecco una sintesi di alcune osservazioni fatte a quell’epoca (siamo nella seconda parte del XXII secolo). Come prevedibile i primati, come scimpanzé, bonobo e oranghi, sembravano mostrare le trasformazioni comportamentali e cognitive più significative e stavano imparando rapidamente a utilizzare strumenti tecnologici, a partire da quanto avevano imparato nell’uso della bio-rete e in particolare con la partecipazione ai Games T. Balene e delfini stavano sviluppando nuove forme di coordinazione sociale, d’apprendimento e di comunicazione a distanze più ampie. I corvi, noti per la loro intelligenza e capacità di risolvere problemi complessi, stavano imparando nuove strategie di ricerca del cibo e di comunicazione incrociata con altri volatili. Fra gli invertebrati, i cefalopodi, come polpi e calamari, stavano arricchendo le loro straordinarie capacità mimetiche, mettendo in atto nuove forme di comunicazione tramite segnali visivi per sfuggire alle catture. Le api utilizzavano la bio-rete per migliorare le loro abilità di movimento, orientamento e adattamento alle condizioni ambientali e per comunicare informazioni sulla presenza di nettare ed evitare zone contaminate dai pesticidi. Persino le meduse sembravano integrare nuove capacità di evitare le zone inquinate. I più imprevisti erano i plasmodi di slime mold, organismi unicellulari che possono unirsi per formare strutture multicellulari temporanee, che riuscivano ad affinare ulteriormente le loro capacità di esplorazione dei labirinti evitando di ritornare su percorsi già esplorati. Fra i Gamartivist tutti questi segnali di un presunto inizio di autonomia destarono una certa curiosità leggermente condiscendente e compiaciuta al tempo stesso. In un primo tempo la presero disinvoltamente e minimizzarono, pensando che i nonumani, essendo per definizione meno razionali, potevano ben aver qualche sbandamento se inseriti in un contesto così pervasivo come quello dei Games T. In seguito si resero conto che c’era qualcosa di più significativo dietro questi segnali e compresero che i nonumani stavano realmente sviluppando una forma di autonomia e che le loro azioni erano parte di un processo di trasformazione più ampio. Ma ormai era troppo tardi per reagire adeguatamente. Nota 1. L’Asinara, che aveva un lontano triste passato di prigione, da un secolo e mezzo non era più abitata stabilmente da umani, il Boomernauta mi aveva poi spiegato che era diventata uno dei tanti ecosistemi scelto dai Gamartivist per entrare in contatto nella bio-rete con una fauna selvatica grazie a TAM e Games.
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Il racconto del Boomernauta Epilogo Il racconto del Boomernauta torna sul progetto di abbandono della Terra da parte delle élite. Tempi che si accorciano. L’entrata in funzione dell’ascensore aveva permesso di cominciare la costruzione della prima colonia spaziale. Nel contempo, nonostante il peggioramento di Gaia causato da tutte queste attività, la Gov decide di mantenere in qualche modo una sua presenza sulla Terra. L’affluenza attorno al grande incavo che accoglie la stazione dell’ascensore aumenta… Lasciando per un momento da parte le disillusioni di quanti puntavano su un’alleanza coi nonumani per superare la madre di tutte le crisi, vorrei ora tornare alla realtà della Grande Fuga. Nei decenni di sviluppo e diffusione delle TAM e dei Games T la setticemia di Gaia, a parte certi parziali rallentamenti locali, non si era fermata. Anzi. E poi era arrivata la gran mazzata del fallimento del tentativo dei Gamartivist e del loro movimento autonomo, di bloccare il morbo nekomemetico, che continuava imperterrito la sua corsa. Si era entrati in una spirale in cui i collassi, in termini di clima, abitabilità e stabilità sociale, si alimentavano a vicenda creando l’impressione di una fase completamente fuori controllo. Questo scenario era stato previsto anche dagli algoritmi della Gov Q, che addirittura avevano tentato di determinare con una certa precisione le date della perdita di controllo di alcune regioni importanti. Le sfere di comando della Gov Q si rendevano conto che la Grande Fuga era diventata una questione di vitale importanza a breve termine. Non c’era più il lusso di avere decenni per mettere in atto il piano di salvataggio delle élite e dei suoi vassalli. Era evidente che la Gov Q doveva concentrarsi su un grande sforzo produttivo per raggiungere l’obiettivo di costruire e mettere in funzione la prima colonia spaziale in L5, il punto stazionario lagrangiano di cui abbiamo già discusso in precedenza.Mi astengo dal raccontare i dettagli delle operazioni militari speciali condotte dalla WorldForce per mantenere o riprendere il controllo di territori con risorse vitali per la Grande Fuga. Queste azioni venivano svolte nel tentativo di ottenere le risorse necessarie in modo discreto, evitando di attirare troppa attenzione. Nel mentre, erano in corso intense campagne mediatiche volte a far credere che la Grande Fuga fosse un’azione benefica per l’umanità, finalizzata a stabilizzare una nuova situazione. Eravamo rimasti alle sperimentazioni dei climber e, intanto, nonostante le condizioni sempre più avverse, i manager erano riusciti a raggiungere la fase cruciale della messa in opera del loro progetto. L’ascensore spaziale era diventato operativo dopo un periodo di rodaggio e funzionava a pieno regime. Questo mezzo di trasporto rivestiva un ruolo fondamentale nel trasferimento di materiali e componenti verso la Colonia L5. C’era inoltre un intenso flusso di tecnici e squadre addette alla costruzione e al montaggio dell’infrastruttura necessaria. Una parte significativa dei metalli e delle materie prime necessarie venivano estratte direttamente dall’asteroide di destinazione dell’ascensore spaziale, dove erano presenti officine robotizzate in grado di fabbricare i componenti richiesti. L’asteroide era ricco di minerali e terre rare fondamentali per numerose produzioni. Da lì partivano cargo spaziali di grandi dimensioni, che, grazie alla bassa gravità, richiedevano quantità di energie relativamente basse per decollare. I cargo trasportavano componenti prefabbricati e manufatti di varie dimensioni verso la Colonia L5. Qui era stato inizialmente assemblato un modulo di servizio in cui erano alloggiati gli operatori di turno. Era una situazione lavorativa simile a quella delle vecchie piattaforme offshore di estrazione di combustibili fossili, dove squadre di tecnici specializzati si avvicendavano ogni tre o quatto settimane. A ritmi estremamente accelerati con turni 24/24 7X7 e spingendo al massimo l’automazione (i robot facevano una buona parte del lavoro), il montaggio della prima grande struttura a doppio cilindro lunga una sessantina di chilometri e con un diametro di sette venne terminata in un tempo record ed era in attesa dei primi coloni spaziali. Sulla Terra c’era uno stato di crisi e complessità estreme per la Gov Q. Da una parte, la necessità di gestire i pochi candidati ufficiali per la Grande Fuga e assicurare il loro trasferimento sicuro verso la colonia spaziale rappresentava una sfida senza precedenti. Dall’altra, era essenziale mantenere un certo controllo sulla popolazione rimanente per garantire il funzionamento continuo del sistema di evacuazione delle élite. Nonostante le difficoltà, la Gov Q si trovò di fronte a una decisione cruciale: stabilire una presenza significativa e un management operativo delle tre sfere principali (politica, finanziaria/economica e di sicurezza) sulla Terra anche dopo la partenza delle élite. Questa scelta era guidata dalle indicazioni degli algoritmi quantistici, che sottolineavano l’importanza di mantenere un presidio strategico per affrontare gli scenari sempre più oscuri e incerti. Tuttavia, l’operazione si rivelava estremamente complessa e impegnativa, poiché la situazione globale si degradava. La situazione attorno alla grande conca dell’astroporto e dell’ascensore spaziale era caratterizzata da una tensione palpabile. Nonostante la militarizzazione completa della zona e il controllo esercitato dalla WorldForce, la regione dell’Africa equatoriale che ospitava l’infrastruttura sembrava avere un’attrazione magnetica su umani e non provenienti da diverse parti, sia vicine che lontane. La Gov Q aveva lanciato progetti di costruzione d’un secondo e un terzo cavo spaziale lungo la linea equatoriale in Sudamerica e in Asia e anche lì le regioni circostanti stavano diventando poli di grande attrazione. Se ricordi quanto dicevo all’inizio del mio racconto sulle scene di fuga già molto complesse e che riguardavano semplicemente la caduta di regimi fantoccio in paesi periferici come il Vietnam e l’Afghanistan, ti puoi ben immaginare cosa ci si poteva aspettare da un segnale di abbandono dell’intero pianeta, che veniva proprio dalla classe che aveva detenuto il potere negli ultimi secoli. Questo sembrava essere un ulteriore problema che la Gov Q doveva affrontare. Nel Far Far West si spara L’accelerazione dei preparativi per la Grande Fuga porta alla rapida operatività e popolazione di L5, la prima colonia umana nello spazio. La composizione sociale di L5, sviluppata da Q.Oracle, includeva anche una presenza significativa di rappresentati dell’ex-aristocrazia operaia per gestire la robotistica e l’automazione necessarie per l’autosufficienza produttiva. Tuttavia, dopo l’entusiasmo iniziale, la situazione si deteriora. I peggioramenti sulla Terra generano su L5 timori riguardo alla possibile interruzione dei legami con il pianeta madre. L’idea dell’isolamento spaziale mina il clima sociale e politico all’interno della colonia… Non sto ora a raccontarti nel dettaglio come, oltre alla costruzione di ascensori e alla progettazione di colonie spaziali, la Gov Q avesse pianificato la costruzione di una base logistica sulla Luna che sarebbe stata essenziale per proiettarsi verso Marte. Diverse missioni avevano già visitato il pianeta rosso per raccogliere tutte le informazioni necessarie a un progetto di terraformazione. La Gov e le élite avevano come obiettivo finale quello di possedere un intero pianeta da utilizzare, riducendo al minimo la loro presenza rimanente sulla Terra. Successivamente avrebbero lasciato che la setticemia di Gaia facesse il suo lavoro purificatore come sostenuto da vari movimenti ur-fascisti e Deep Green, ciascuno con le proprie motivazioni. Questo processo, naturalmente, si sarebbe esteso su una scala temporale lunga, spaziando attraverso diverse generazioni umane. Una volta completata la presunta purificazione e con una popolazione ridotta a uno stato in cui non sarebbe più stata una minaccia per Gaia, avrebbero potuto risbarcare sulla Terra secondo le loro convenienze, forse con il supporto dei discendenti dei loro avamposti. Secondo le proiezioni di Q.Oracle1, una serie di catastrofi imminenti, principalmente di natura climatica, ma con conseguenze sociali difficili da calcolare anche per le IA quantistiche, avrebbe reso gran parte dei territori inabitabili per molte specie viventi. Sembrava l’annuncio d’una apocalisse, ma in fondo era una forma di reazione di Gaia per far retrocedere la setticemia. Nel frattempo, la migrazione verso L5, la prima colonia spaziale, era ormai quasi completata, suscitando grandi festeggiamenti per il successo di questa impresa. I nuovi abitanti, in gran parte membri dell’élite, manifestarono un senso di sollievo e sicurezza dopo aver vissuto a lungo in una situazione di pericolo e paura, trovandosi finalmente in un luogo protetto.Dopo un periodo iniziale di adattamento, il funzionamento della colonia iniziò a entrare in una fase di routine, o quanto meno di stabilità. Fu proprio allora che cominciarono a manifestarsi i primi scricchiolii sociali, nonostante le nuove modalità di gestione politica prevista per le colonie umane nello spazio. Non c’era dubbio che quelle comunità avrebbero dovuto essere amministrate in modo completamente diverso da quello terrestre. Tuttavia né Q.Oracle né alcun centro di studi e ricerca avrebbe mai immaginato di trovarsi di fronte a situazioni tanto paradossali. Gli algoritmi e i dirigenti presumevano che in una comunità sospesa nello spazio la coesione sarebbe sorta naturalmente. Tuttavia, il mondo delle disuguaglianze sociali e delle discriminazioni, che si erano intensificate durante i secoli di dominazione capitalistica sulla Terra, non poteva essere cancellato istantaneamente dalla mente delle élite coinvolte nella Grande Fuga. La capacità di mantenere privilegi e proprietà era ormai appesa a un filo: il cavo dell’ascensore spaziale. L’isolamento della colonia e l’omogeneità politica dei suoi abitanti non favorivano divisioni o conflitti di classe. Per garantire il futuro funzionamento di L5, su indicazione di Q.Oracle, furono reclutati gli elementi più meritevoli e affidabili dell’aristocrazia tecno-operaia globale. La selezione si basò sulla competenza professionale e sull’adesione politica, valutando l’attaccamento alla tradizione e il servilismo verso il potere che caratterizzava storicamente tale classe. Attraverso procedure informatiche mirate, si cercò di formare e omogeneizzare una collettività in grado di servire le élite fuggite verso il loro paradiso astrale surrogato. Forse i manager della Gov Q non si resero conto che questa operazione, prevista per la colonizzazione di un pianeta come Marte, non avrebbe avuto la stessa efficacia in un ambito così ristretto come L5. Ma è anche verosimile che, se la colonizzazione di Marte fosse stata effettivamente realizzata come previsto da visionari autori di fantascienza quasi due secoli prima2, la Gov Q avrebbe dovuto affrontare anche in questo caso sgradevoli sorprese e difficoltà addirittura maggiori. Gli equilibri all’interno della colonia si rivelarono subito difficili. I tecno-servitori, per quanto salvati dal caos, trattati meglio che sulla Terra e assistiti nel loro quotidiano da una panoplia di robot e servo-meccanismi funzionali semi-autonomi, non sembravano soddisfatti del loro ruolo. Aspiravano a uscire dal ghetto dorato in cui si sentivano confinati per arrivare a co-dirigere la sfera Ecofin. L’aumento delle minacce al cavo spaziale da parte del caos in crescita sulla Terra alimentava la loro inquietudine e agitazione. In fin dei conti il potere delle sfere della Gov Q in L5 si manteneva solo nella prospettiva di riuscire a gestire la colonia come stato transitorio, prima di stabilirsi su Marte e poi magari un giorno tornare sulla Terra. Quando sulla Terra tutto si aggravava, su L5 i periodi di fibrillazione cominciarono a infittirsi. Iniziò a diffondersi fra i coloni spaziali il timore che la loro permanenza non sarebbe stata più transitoria, ma definitiva. Questo era quanto mai destabilizzante. La Gov Q aveva riprodotto su L5 le stesse strutture di comando terrestri, ma senza prospettive future questo non sarebbe bastato ad assicurare l’ordine locale. Se anche L5 avesse potuto sopravvivere autonomamente nel caso in cui i collegamenti con la Terra si fossero definitivamente interrotti, né la WorldForce né alcun SecurServ mercenario sarebbero potuti intervenire dall’esterno, e i principi stessi di accumulazione e proprietà sarebbero diventati caduchi. Si entrò da quel momento in un nuovo contesto dove le gerarchie precedentemente stabilite sulla Terra non avevano più ragione d’essere. Cominciarono periodi di turbolenze che si placavano solo quando si intuiva che la struttura stessa della colonia era messa in pericolo, ma poi riprendevano. Gli shuttle che collegavano la colonia con la stazione d’arrivo del cavo spaziale situata sull’asteroide in posizione geostazionaria si erano ridotti e la loro perennità non sembrava più assicurata. Fra l’altro, i nuovi arrivati portavano notizie sempre più inquietanti sullo stato della Terra e delle difficoltà della Gov Q nel proseguire il programma spaziale e completare la costruzione delle colonie gemelle a L5 e della base lunare destinata al progetto della colonizzazione marziana. Tuttavia il pericolo di sopravvivenza di L5 non sembrava immediato, le auto-produzioni industriali e alimentari che erano state previste nell’anello agricolo esterno della colonia erano quasi completamente automatizzate e i tecno-operatori dovevano solo supervisionare e intervenire in caso di manutenzione eccezionale. Si confermava che il funzionamento generale era più o meno conforme a quanto progettato inizialmente. Sembrava quindi che i coloni di L5 potessero disporre di cibo più che sufficiente e di beni durevoli. Grazie agli shuttle continuavano anche a ricevere materie prime dall’asteroide dell’astroporto di arrivo dell’ascensore spaziale. Avevano inoltre una capacità di poter catturare altri piccoli asteroidi da cui poter estrarre metalli e altri materie prime in caso di bisogno. I sistemi di produzione di energia solare e quelli di riciclaggio erano stati previsti per assicurare per diverse generazioni la sopravvivenza dei coloni, l’apparato industriale avrebbe inoltre permesso una capacità di manutenzione e assicurato il miglioramento e un certo sviluppo delle strutture. Ma nonostante ciò, l’ansia si diffondeva man mano che l’esistenza stessa del cavo dell’ascensore spaziale era minacciata dal peggioramento della setticemia di Gaia. Quale sarebbe stata la durata di vita reale di L5? Che prospettive si sarebbero potuti dare per continuare la specie altrove se le interazioni con la Terra si fossero interrotte? Che senso avrebbe avuto la vita e la riproduzione in queste condizioni che parevano senza prospettive a medio termine? Le voci che si diffondevano nella colonia spaziale, portate dai nuovi arrivati, riguardo ai nonumani, che stavano evolvendo sulla Terra e acquisendo un potere alieno, generavano timore e incertezza per il loro destino. Se queste voci fossero state vere, ci si chiedeva quale sarebbe stata la sorte dei futuri abitanti della colonia spaziale, abbandonati a un potere sconosciuto e imprevedibile. L’esistenza di altri esseri viventi capaci di competere sul piano della metatecnica era una prospettiva inquietante, che gettava ulteriori ombre sul futuro della colonia spaziale e suscitava preoccupazioni sulla sopravvivenza e l’autonomia delle generazioni successive. Note 1. Q.Oracle: cfr. glossario. 2. Qui immagino che il nostro facesse soprattutto riferimento a opere come la Trilogia di Marte di K.S. Robinson (Fanucci editore), dove i marziani – e cioè gli umani nati su Marte – a un certo punto si ribellano alla dominanza terrestre. Wormhole Il Boomernauta racconta di quando cadde in un tunnel spazio-temporale e fu catapultato in una terra e in un’epoca sconosciuta. Si trova quindi in un futuro imprecisato in cui incontra un clan di umani tornati quasi a una vita primitiva. Questi individui gli spiegano che forze misteriose e immateriali, da cui cercano di sfuggire, governano parte del territorio. Secondo il Boomernauta queste forze erano generate da nonumani terrestri, attraverso tecnologie con cui controllavano gli umani restanti, in modo da impedire di (ri)diventare una minaccia per Gaia. In questa prospettiva, solo un numero limitato di umani veniva lasciato in una sorta di libertà, mentre la maggioranza era concentrata in zone di estrazione e sfruttamento totale. Nel sortilegio che mi costrinse a viaggiare nel tempo mi capitò un giorno la s/ventura di cadere in un tunnel spaziale, uno di quei wormhole che collegano due diverse regioni dello spaziotempo. La caduta, oltre a sottoporti alla sgradevole sensazione del precipitare nel vuoto tipica di certi incubi, ti lascia alla fine nella perfetta incoscienza dell’epoca e del luogo in cui sei stato trasportato. Dopo l’indescrivibile turbamento provocato dal passaggio nel tunnel mi trovai improvvisamente in una radura rischiarata da una luce mattutina dove si respirava un’aria pura. L’unico segno di un’eventuale presenza umana era un filo di fumo non molto distante. Poco dopo emerse una figura femminile dai tratti asiatici sommariamente vestita. Sembrava che Chan, questo era il suono che pareva corrispondere al suo nome come mi sembrò di capire in seguito, avesse l’aria di chi si è appena svegliata. Con cautela, si mise alla ricerca di legna, probabilmente per ravvivare un fuoco che stava spegnendosi. Tuttavia, appena notò la mia presenza, fu presa da una paura che la spinse a fuggire immediatamente. La scena mi lasciò perplesso perché, osservando attentamente l’ambiente circostante, non riuscivo a capire in quale epoca mi trovassi. Se avessi basato la mia interpretazione solo sulla vista, avrei potuto credere di essere finito in un’era preistorica del cosiddetto Homo sapiens. Tuttavia, con sforzo, riuscii ad avvicinarmi agli altri individui accampati vicino al fuoco e, in qualche modo, intuii che erano nostri lontani discendenti che vivevano in una condizione simile a quella dei nostri antenati più remoti. Lo dedussi notando degli oggetti e utensili che non potevano appartenere all’epoca preistorica. Erano fatti di materiali e presentavano lavorazioni che non esistevano all’epoca dei nostri antichi progenitori. Intravidi gadget che somigliavano a torce LED con pannelli solari, evidenziando tecnologie che erano state sviluppate solo successivamente al XX secolo. Altri oggetti, quasi irriconoscibili, venivano utilizzati come amuleti, mentre alcuni utensili meccanici sembravano mantenere ancora la loro funzione originale. Osservando l’abbigliamento delle persone, notai che indossavano un misto di abiti rudimentali e di altri fatti con tessuti industriali e forse sintetici. Mi resi conto che Chan e gli altri membri del clan mostravano una marcata incertezza riguardo ai confini del territorio sicuro intorno al loro accampamento. Pareva che questi limiti fossero aleatori rendendo difficile determinare fino a dove si potessero spingere per procacciarsi un sostentamento con modalità che ricordavano quelli dei cacciatori-raccoglitori. Per qualche ragione misteriosa, che proprio non saprei spiegarti, il periodo a mia disposizione in questo spaziotempo fu abbastanza limitato. Non saprei più dire se fossero passate ore o giorni quando senza apparente motivo o spiegazione, fui risucchiato indietro verso il punto da cui ero venuto. Grazie all’UBT1 ebbi lunghi scambi con questi discendenti, tornati a una condizione quasi primitiva e riuscii ad avere una percezione approssimativa, ma abbastanza completa della loro storia ed esistenza che mi lasciò stupefatto. Avevano gli atteggiamenti tipici di chi vive un’angoscia permanente per la propria sopravvivenza immediata. Tuttavia non era né l’antica paura degli Hominini verso animali feroci o situazioni pericolose, né lo stress che la fine dell’era capitalista e la setticemia di Gaia avevano indotto nelle moltitudini dei dominati. Da quello che riuscii a capire si trattava piuttosto del timore di incappare in zone-trappola in cui ogni individuo perdeva la propria identità e la propria essenza. Queste zone erano caratterizzate da un’iper-sollecitazione dell’attenzione, con visioni vorticose di dettagli insignificanti che rendevano impossibile concentrarsi. Le persone venivano sopraffatte da emozioni sconosciute, di origine indeterminata, che le confondevano e le destabilizzavano e infine la loro volontà veniva prima indebolita e poi si affievoliva sino a quasi scomparire. Una volta penetrati in queste zone-trappola perdevano ogni controllo ed erano in balìa di forze indescrivibili, di invisibili entità a cui erano incapaci di resistere. I membri del clan di Chan mi fecero confusamente capire che erano sottomessi all’azione di flussi immateriali, animali e organici: olfattivi, feromonici, visivi, uditivi, tattili, vibratori, coreografici, ipnotici ed elettromagnetici. Smarrivano la loro autonomia e non erano più padroni di loro stessi e della loro vita individuale e collettiva. In questo stato diventavano inclini a subire sfruttamenti, coercizioni, cancellazioni parziali o totali di memoria o trattamenti talvolta letali, di cui non conoscevano le logiche. Mi resi conto che le condizioni di vita erano profondamente diverse rispetto al passato. La popolazione umana era drasticamente ridotta, e i sopravvissuti si trovavano ad affrontare una realtà completamente trasformata Sembrava che solo una piccola percentuale di individui prigionieri delle zone-trappola, che erano sfere d’influenza pervase dalle tecnologie nonumane, fosse poi rilasciata previo cancellazione parziale della memoria per reintegrare Gaia e vivere in un’apparenza di libertà. Sono certo che dietro questa libertà controllata esistessero forme nascoste di regolazione e di controllo destinate a prevenire qualsiasi riapparizione del morbo nekomemetico. Chi non veniva rilasciato nella natura pare fosse trasferito in zone speciali che potrebbero essere definite città estrattive. Erano agglomerati in cui venivano concentrati per l’estrazione fluidi organici, lavoro, energia e quant’altro si potesse ottenere dai loro corpi e dalle loro menti utilizzando forme di cooperazione forzata. Anche se io non riuscii a vedere tutto ciò, i miei interlocutori sostenevano che probabilmente le tecnologie nonumane avevano bisogno di tali contributi e di tali energie per far funzionare i misteriosi dispositivi delle zone-trappola. Alla ricerca di una decifrazione razionale cercai di farmi spiegare come tutto ciò potesse accadere. Chiesi chi potessero essere i soggetti responsabili di queste zone d’inibizione di volontà e sentimenti quali fossero tutte le loro finalità. Tuttavia non furono in grado di fornire una risposta chiara e sembravano non avere piena coscienza della loro condizione: erano come in balìa di elementi di cui sapevano poco o nulla. In ogni caso i miei neo-primitivi interlocutori erano probabilmente un caso anomalo. Non erano stati rilasciati dopo aver subito i trattamenti che avvenivano nelle zone-trappola perché in questo caso non sarebbero stati consapevoli del controllo dei nonumani. Sembra proprio che fossero fuggiti e scampati da un campo estrattivo e che temessero di esserne reintegrati. Anche se nessuno sembrava dar loro la caccia direttamente, i miei interlocutori intuivano che l’ingresso in una zona-trappola avrebbe significato una condanna a essere nuovamente sottomessi a questo ciclo opprimente di coercizione estrattiva, da cui molti non uscivano vivi. Dalla tua espressione intuisco che mi vorresti chiedere quale fosse la differenza fra questa condizione delle zone-trappola e delle città estrattive e quella del sistema capitalista, specie quello della fase neoliberista, nel quale tu vivi tuttora? Non so se si tratti di una domanda ironica, (il Boomernauta ride) effettivamente da un certo punto di vista il paragone tiene… Ciononostante, in quel mondo il condizionamento e lo sfruttamento aveva origini diverse da quelle umane. Poiché non riuscivo a spiegarmi chiaramente cosa stesse accadendo, ho formulato un’ipotesi per cercare di comprendere la situazione. Secondo la mia teoria, quei nonumani terrestri che erano ormai dotati di capacità metatecniche le utilizzavano per il controllo e il contenimento precauzionale degli umani. Dall’insieme di informazioni raccolte mi sembrava, infatti, che avessero concepito e implementato una macchina ciclica il cui fine fosse di controllare e organizzare gli umani in un limbo privo di morbo nekomemetico. Questa macchina si autoalimentava con le energie, i fluidi e i flussi estratti dagli umani stessi ed era molto diversa da quella di produzione-distruzione del capitalismo. Era piuttosto un modo di utilizzare gli umani per contenere il loro potere e la loro demografia e per evitare che diventassero di nuovo contagiati e pericolosi per Gaia. Questa logica era profondamente diversa dalla razionalità capitalista, che spesso aveva dimostrato una mancanza di scrupoli nel far scomparire sia le specie “utili” che quelle considerate inutili nel perseguimento del profitto. Mentre il capitalismo si concentrava sull’accumulazione e sullo sfruttamento illimitati delle risorse, sembrava che i nonumani adottassero una prospettiva più olistica, mettendo al centro la guarigione di Gaia. Il wormhole in cui ero stato risucchiato mi aveva spinto in un lontano futuro, impedendomi di seguire con continuità quanto successo nello spaziotempo, ma nonostante questo non mi sembrava proprio che sulla Terra fossero arrivati invasori spaziali. L’ipotesi più verosimile restava quella che i nonumani avessero (ri)preso il controllo della biocenosi2, il comune della vita nella biosfera, grazie al raggiungimento di metatecniche incomprensibili e invisibili per i pochi umani rimasti. Sembrava che, una volta allentatosi il giogo umano a causa della setticemia di Gaia e del caos susseguente, i nonumani, fossero entrati in una fase d’evoluzione, accelerata dall’ingegneria genetica che avevano subito e dalla full immersion nella bio-rete di TAM e Games T. Mi era sembrato che avessero trovato, nell’utilizzo delle tecnologie ereditate dagli umani, modalità che permettevano loro di continuare a evolversi senza sconvolgere nessun equilibrio dentro Gaia, neanche quelli chimici e fisici della materia inorganica e inanimata. In altre parole, pareva fossero riusciti a evitare il contagio nekomemetico. Note: 1. Secondo quello che poi mi ha spiegato si trattava dell’implant Universal Bionic Translator che gli era stato fatto in uno dei suoi viaggi temporali e che agiva direttamente permettendogli di capire qualsiasi linguaggio umano e di parlare direttamente in quella lingua. 2. Il termine usato dal Boomernauta era derivato dal greco antico βίος (bíos = vita) e κοινός (koinós = comune).
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Il racconto del Boomernauta Epilogo – Quello che la Gov Q non aveva previsto PARROT-52 Secondo il Boomernauta, l’aggravarsi del morbo nekomemetico era correlato alle convulsioni finali della Gov Q. Nonostante Q.Oracle avesse previsto la catastrofe ecologica, la Gov Q non aveva voluto riconoscere l’esistenza del morbo nekomemetico, e questa fu la causa principale della sua la caduta. Durante questo periodo critico i nonumani, coinvolti dalle moltitudini della Sfera Autonoma nel disperato tentativo di salvare l’umanità, trassero vantaggio dalla situazione. L’immersione nei sistemi avanzati della bio-rete era stata la scintilla che aveva portato i nonumani a immettersi in un processo di evoluzione autonoma verso la metatecnica. Dopo l’incredibile visione scaturita dalla mia caduta nel wormhole, ho avuto un’intuizione e ora vorrei tornare al racconto delle vicende finali della Gov Q. Durante il breve periodo della loro storia, gli umani avevano costruito una vasta gamma di macchine, sia materiali che cognitive. Sin dall’inizio, utilizzando le tecnologie disponibili in ogni epoca, avevano creato imponenti megamacchine tecno-sociopolitiche. Quella quantistica, messa in funzione dalla Gov Q e costruita sulle esperienze delle epoche capitaliste precedenti, ambiva a governare Gaia, digitalizzando e controllando la sua complessità con poteri che si espandevano proporzionalmente all’espansione stessa dell’umanità. Nelle convulsioni irrefrenabili dovute alla malattia di Gaia la megamacchina quantistica si era trasformata in un irrefrenabile moltiplicatore esponenziale del contagio nekomemetico. Q.Oracle aveva previsto la fase caotica, dovuta alla setticemia di Gaia, ufficialmente definita alla COP 137 come «il rapido e irreversibile degradarsi della biosfera incompatibile con la presenza di miliardi di umani». Tuttavia, secondo gli algoritmi quantistici, a quel punto le élite, e il loro indispensabile seguito, avrebbero dovuto già aver massicciamente abbandonato la Terra per le colonie spaziali e iniziato l’occupazione di Marte. Secondo i piani della Grande Fuga era previsto che milioni di umani avrebbero colonizzato il pianeta rosso nel XXIII secolo, mentre la totalità delle moltitudini subordinate, salvo i pochi prescelti dell’aristocrazia tecno-operaia destinati a servire le élite in fuga, sarebbe rimasta sulla Terra. Neanche Q.Oracle sarebbe stato in grado di prevedere l’evoluzione del succedersi dei collassi e le conseguenze sulla perennità della presenza umana. La Gov Q avrebbe comunque lasciato sulla Terra molti bot-manager, net-manager e presidi di management umano, di cui il maggiore, a prova di cataclismi e di attacchi di qualsiasi tipo (anche nucleare pareva), era situato in un’ampia zona attorno all’incavo da cui partiva l’ascensore spaziale. L’obbiettivo delle élite era di mantenere una loro presenza minima, continuando a monitorare dallo spazio le evoluzioni, mentre il grosso dell’umanità avrebbe subito lo sconvolgimento climatico tropical/infernale e sarebbe entrata in un caos le cui dimensioni e caratteristiche erano impossibili da calcolare. Per la Gov Q era inoltre essenziale mantenere il cavo intatto e l’ascensore spaziale in funzione per continuare a estrarre, dov’era ancora possibile, gli elementi vitali necessari al realizzarsi della Grande Fuga, che sarebbe durata a lungo, se non indefinitamente. All’interno della Gov c’era una non troppo segreta speranza di potere invertire la rotta e tornare un giorno sulla Terra, una volta che l’effetto della setticemia di Gaia si fosse attenuato a causa della drastica riduzione delle popolazioni. Per poi ricominciare forse un altro ciclo consumistico-pandemico… La IA Q.Oracle non aveva però saputo prevedere tutta la terribile sequenza dei collassi. Io non saprei darti delle ragioni oggettive di una tale svista da parte di un dispositivo così potente, che per un secolo e in condizioni difficili aveva gestito la Grande Fuga, il più grande progetto nella storia dell’umanità1. L’insufficienza degli algoritmi era probabilmente dovuta al rifiuto della Gov Q di ammettere l’ipotesi del morbo nekomemetico, pur riconoscendo la responsabilità umana nella degradazione biosferica. Sono certo che tale rifiuto fosse dettato da motivi politici. Quando nella Sfera Autonoma si comprese che la lotta contro il morbo nekomemetico era una priorità superiore rispetto alla lotta contro il capitalismo, l’AltaSfera Ecofin della Gov Q riconobbe il pericolo intrinseco in questa strategia. Il capitalismo, e la Gov Q che ne era l’ultimo avatar, sapeva benissimo difendersi dai suoi nemici e recuperarne a suo vantaggio le idee, ma era anche consapevole che una lotta vaccino contro il morbo nekomemetico condotta dal 90% dell’umanità le sarebbe stata fatale. Aveva quindi deciso di negare completamente l’esistenza del virus e il conseguente aspetto patologico del degrado delle reti della vita e dell’ambiente (la setticemia di Gaia). Questa fu la cantonata politica della Gov Q che anche l’IA la più sofisticata integrata in Q.Oracle non aveva potuto correggere. Con la caduta della Gov Q, avvenuta in un anno imprecisato del XXIII secolo, il progetto MSM, ideato per attuare la Grande Fuga delle élite, si arrestò bruscamente. A quel punto L5, la prima colonia spaziale, era ormai abitata ed entrata in una fase realmente operativa mentre la colonizzazione di Marte era ancora a uno stadio embrionale. La prospettiva per L5 a quel punto sembrava incerta, poiché si temeva che potesse rimanere sospesa nello spazio senza un destino chiaro. La possibilità di un imprevisto bombardamento meteorico o la disgregazione interna, che era già iniziata, rappresentavano due minacce che potevano portare alla sua distruzione. Quest’ultima ipotesi sembrava particolarmente probabile, considerando che gli abitanti di L5 facevano parte di un’élite completamente impreparata a gestire una situazione così imprevista. Q.Oracle aveva ormai raggiunto HAL 90002 nel limbo macchinico, ma, in ogni caso, neanche la più avanzata IA avrebbe potuto prevedere che la bio-rete avrebbe fornito un terreno fertile per l’evoluzione dei nonumani. Questi ultimi, sfruttando le esperienze acquisite attraverso le TAM e i Games Transp, erano riusciti a trarre vantaggio da queste conoscenze e a integrarle nel loro sviluppo. Tali tecnologie, benché inizialmente nate dai tentativi infruttuosi della Gov Q di approfondire i livelli di influenza sui corpi delle moltitudini (il progetto Man2Man), erano poi state prese in mano e utilizzate nella Sfera Autonoma. Questa svolta aveva suscitato la speranza di un’utopia concreta: un’alleanza multispecie contro il morbo nekomemetico che affliggeva l’umanità. Nonumani e pocoumani, stimolati dalle esperienze della bio-rete, sembrava che stessero pragmaticamente facendo della caduta della civilizzazione un’opportunità per aprire l’era in cui altre specie avrebbero varcato le soglie della metatecnica. E probabilmente stavano riuscendo là dove tutti i movimenti della Sfera Autonoma avevano fallito a più riprese: arrestare il morbo nekomemetico senza dover rinunciare alla metatecnica. I nonumani avevano quindi istintivamente interiorizzato che, se la contaminazione nekomemetica avesse allentato la presa allora la setticemia di Gaia, che li minacciava direttamente, avrebbe cominciato a entrare in remissione. E da lì, utilizzando, tra l’altro, le tecnologie lasciate in eredità dagli umani e in cui erano stati profondamente coinvolti, avevano iniziato ad assicurarsi che i cicli vitali, la riproduzione, le migrazioni, le catene alimentari e le competizioni fra specie non fossero più corrotte da umani infetti. Questo avveniva non senza fluttuazioni nelle colonizzazioni dei biotopi. La competizione continuava a esistere, ma i nonumani, profondamente segnati dagli orrori inflitti dalla cosiddetta civilizzazione, temevano più di ogni altra cosa che un’ennesima variante del morbo nekomemetico li contagiasse. Avevano quindi orientato le tecnologie della bio-rete per fare in modo che i reduci della specie umana fossero protetti da loro stessi senza accorgersi di nulla o quasi. Quello che ho osservato e intuito durante il mio viaggio al seguito della caduta nel wormhole, conferma che avessero sviluppato una metatecnica che non solo era immateriale, ma anche invisibile per i sopravvissuti. Sembrava che procedessero in modo antitetico rispetto all’approccio umano basato sull’esibizione di potenza e dominio. Avevano anche evitato lo scoglio della dipendenza tecnologica con un movimento globale di decostruzione selettiva, mostrando grande abilità nel fare in modo che gli umani non se ne rendessero troppo conto come era apparso evidente nel mio incontro con il clan di neo-primitivi. Nel volgere di un tempo sufficientemente lungo3 i nonumani erano riusciti a controllare la bio-rete, trasformandola progressivamente, per costruirne una propria che alimentavano con le loro energie. Con questa macchina, indecifrabile per gli umani, sembravano riuscire a mantenere una certa omeostasi all’interno dei loro biomi (le zone della biosfera in cui vivevano). Attraverso l’interazione con i fattori biotici e la complessità del sistema, miravano a migliorare lo stato di Gaia e prevenire ulteriori crisi. Ti stai chiedendo se in fondo in tal modo non si era tornati a un lontano passato preistorico, visto che la situazione non sembrava poi molto diversa da quella naturale che esisteva prima dell’emergere di una famiglia di primati in grado di possedere la metatecnica. Comunque, anche ammesso che questo ritorno a delle non meglio definite origini fosse stato un fine, il che era improbabile, esso non sarebbe stato possibile senza la messa in opera di nuove capacità metatecniche necessarie per impedire agli umani sbandati e nel caos di riorganizzarsi, e di ricominciare un nuovo ciclo pandemico-distruttivo. Perseverare humanum est… Potrei definire le modalità del movimento dei nonumani verso la loro metatecnica con la figura retorica grazie-contro4 gli umani. Grazie perché fu grazie ai movimenti della Sfera Autonoma, che in un ultimo disperato tentativo di sottrarsi a un orizzonte distruttivo li coinvolsero nell’avventura della bio-rete, che furono spinti all’uso delle tecnologie. Contro perché una volta entrati nell’ingranaggio, per sopravvivere avevano dovuto, per prima cosa, utilizzarlo contro gli umani. Ora, questo secondo termine della figura retorica può prestarsi a false interpretazioni. Non si trattava di combattere gli umani come nemici, ma piuttosto di evitare che si ripetesse la tragedia della setticemia di Gaia i cui postumi sarebbero durati millenni. Da quello che ho potuto capire nella mia breve e unica incursione in quel futuro distante le tecnologie nonumane sembravano essere soprattutto immateriali ed emozionali. Sebbene fossero temute non sembravano avere le finalità di un genocidio della specie umana. Al contrario di quanto aveva fatto quest’ultima, il loro scopo non era di usare la tecnologia per distruggere, ma per permettere a Gaia, se non una guarigione immediata, perlomeno una recessione della setticemia che la stava minando. Note 1. Superiore, pare, anche a quello del ponte sullo stretto di Messina…;-) 2. Hal 9000 è un supercomputer dotato di intelligenza artificiale che controlla la nave spaziale Discovery One in 2001: Odissea nello spazio (libro di A. Clarke e film di S. Kubrick). Venne drammaticamente eutanasiato dopo aver cercato di uccidere l’equipaggio. Il Boomernauta mi ricordò che all’epoca girava voce che HAL fosse l’acronimo, sfasato di una lettera, di IBM. 3. Qui il Boomernauta non riuscì a essere più preciso, ma mi assicurò che secondo lui certe specie nonumane riuscirono ad arrivare a capacità meta-tecniche in tempi molti più brevi degli umani. 4. Credo, senza esserne certo che grazie-contro fosse un occhiolino un po’ sarcastico al dentro-contro (il capitalismo) del movimento operaista della sua gioventù. La Biomacchina neghentropica Il Boomernauta racconta come il tentativo dei Gamartivist di ribaltare la situazione critica alleandosi coi nonumani si fosse concluso con un fallimento nonostante la massiccia partecipazione della Sfera Autonoma. Era ormai troppo tardi riguadagnare la fiducia dei nonumani, poiché questi percepivano il pericolo imminente che si avvicinava da ogni parte. Ma queste esperienze tecnologiche intime avevano dato ai nonumani un’opportunità unica di avvicinamento alle soglie della metatecnica. Riuscirono finalmente a varcarle e ad assemblare, in tempi e spazi sconosciuti, una nuova biomacchina neghentropica. Questa megamacchina aveva il compito principale di ridurre il disordine e il caos (entropia), offrendo così una speranza di sopravvivenza per molte reti della vita all’interno di Gaia. Allo stesso tempo, il passaggio tecnologico compiuto dai nonumani avrebbe generato nuovi livelli di comunicazione e cooperazione all’interno del sistema. In questo contesto, con il miglioramento dello stato di Gaia e il rapido declino della civilizzazione umana, si assiste alla nascita di nuove forme di organizzazione del vivente. Nonostante gli apici tecnologici raggiunti nella bio-rete con le TAM e i Games T, il tentativo di creare un’alleanza multispecie intrapreso dai movimenti della Sfera Autonoma era fallito per ragioni politiche e non tecniche. Ancora una volta, la tecnologia aveva mostrato i suoi limiti, la sua perenne sussidiarietà. Quali che fossero le intenzioni dei Gamartivist, era ormai l’intera umanità che era stata privata della fiducia da parte del resto di Gaia. Nonostante le iniziative dei movimenti antispecisti o i memi dei salvataggi di animali intrappolati da rifiuti plastici, era ormai troppo tardi per riconquistare la fiducia e il rispetto perduti nel corso di millenni. Gli sforzi estremi compiuti per ricostruire il legame con il comune di Gaia, di cui ti ho raccontato, si rivelarono altrettanto insoddisfacenti. Per quanto riguarda la mia esperienza la tecnologia è sempre stata sussunta alla politica, ma può essere sorprendente e nell’imprevedibilità dei suoi usi e dei suoi utenti ogni tanto può farci dubitare della sua subordinazione. Nello stesso tempo (ri)diventando autonomi, i nonumani non si opposero mai frontalmente alla testardaggine umana nel credere che la loro metatecnica sarebbe stata la chiave di ogni soluzione. Depotenziarono la bio-rete e le altre tecnologie, esautorando gli umani e lasciando che le contraddizioni esistenti facessero il loro lavoro o, al limite, si aggravassero. Due furono i fattori che entrarono in gioco nella costruzione della loro biomacchina neghentropica nonumana, capace di una forma di auto-organizzazione. Primo fattore La bio-rete e le sue applicazioni avanzate, come le app faro, le TAM e i Games T, avevano offerto ai nonumani un’opportunità senza precedenti di comunicare con l’umanità divisa partendo dai propri istinti, emozioni e comportamenti. Forse, cominciando a esercitare la loro influenza, avevano preso consapevolezza di possedere capacità oggettivamente in grado di superare tutti gli strumenti del neuromarketing, delle neuroeconomie e dei nudge che teste d’uovo o premi Nobel potessero aver ideato per mantenere il dominio sulle classi subalterne. Le loro straordinarie capacità di sentire, in certi casi superiori a quelle umane, avevano finalmente trovato un modo per essere messe in pratica, agendo direttamente sull’umanità attraverso canali di comunicazione che permettevano loro di intervenire con pertinenza e precisione assolute sulle menti umane. L’umanità intera subì l’impatto di queste nuove influenze che la destabilizzavano, agendo sia a livello individuale che collettivo. Tuttavia, in un’epoca caratterizzata da un caos dilagante, è difficile determinare con precisione come e quando le conseguenze di tali flussi perturbanti si diffusero. Nessuno ebbe una chiara coscienza di questo potenziale dei nonumani, salvo qualche caso isolato di persone particolarmente sensibili che erano marginalizzate quando non addirittura prese per folli. Non ho idea delle modalità e dei tempi che occorsero ai nonumani per metabolizzare la bio-rete, le TAM, i Games Transp, le interfacce e il resto delle tecnologie lasciate dagli umani. Comunque, partendo da questa base e dalle loro esperienze, riuscirono a creare una biomacchina neghentropica che si contrapponeva alla tendenza naturale all’entropia, il disordine, e modificava un sistema rendendolo più ordinato. La principale funzione di questa biomacchina, creata dai nonumani, era contrastare la diffusione incontrollata della setticemia di Gaia, che minacciava l’equilibrio del pianeta. Per raggiungere questo obiettivo, era necessario intervenire sui Grandi Malati e sugli umani più infettati, che agivano come principali agenti dell’entropia. È forse così che si spiegano gli strani fenomeni di controllo e cattura di cui mi avevano parlato i neo-primitivi, incontrati all’uscita dal wormhole. È comprensibile che per gli umani, in un momento di regressione e vulnerabilità come quello in cui si trovavano, l’azione della biomacchina neghentropica fosse misteriosa e non identificabile anche quando metteva in gioco la loro sopravvivenza. Le interferenze e le influenze che ne derivavano potevano renderli deboli, indifesi e impotenti, senza che avessero una chiara comprensione di ciò che stava accadendo. Ai tempi della Grande Fuga erano circolati rumori che la Gov Q, a partire dalla colonia spaziale o da qualche base segreta sulla Luna, si stesse preparando a esercitare un controllo a distanza sulle popolazioni terrestri per opporsi all’azione neghentropica dei nonumani. In realtà si trattava di fake perché la Gov Q si era già praticamente dissolta con il fallimento della Grande Fuga e la colonia spaziale L5 era lei stessa in gran difficoltà. I nonumani invece, pur agendo attivamente, riuscivano a nascondere l’origine dei flussi che emanavano per rendere invisibili le loro nuove capacità tecnosemiotiche. Questa sarebbe stata la condizione per guarire gli umani accompagnandoli nel loro declino relativo o assoluto… Secondo fattore Il secondo fattore non era meno importante del primo. Nel passaggio alla metatecnica del grazie-contro l’altro aspetto fondamentale era costituito dall’apertura di nuovi canali di comunicazione fra nonumani. Salvo rari casi questo non aveva sconvolto gli equilibri e la convivenza o la competizione fra specie, ma aveva aggiunto una forma di coscienza collettiva di un comune in pericolo. Molti percepivano collettivamente la gran minaccia della malattia di Gaia. Sembrava che i nonumani avessero sviluppato una percezione più acuta del morbo nekomemetico anche rispetto ai Gamartivist e a tutti quelli, numerosi ormai, che ne avevano preso coscienza. Per affrontare questa minaccia comune avevano iniziato a utilizzare le tecnologie della bio-rete. Tuttavia non posso dirti esattamente come questa cooperazione fosse cresciuta e si fosse sviluppata nel corso di numerose generazioni1, né di come i nonumani fossero stati in grado di sostituire la base tecnologica da cui erano partiti per costruire la loro. È certo che questo contatto intimo e questo appropriarsi delle tecnologie della bio-rete aveva senz’altro influito sulla loro evoluzione. Ma la rivelazione di questa mia unica escursione in un lontanissimo futuro mi aveva permesso di assistere a qualcosa che rappresentava una seconda e forse dernière chance della metatecnica di emergere con l’evoluzione del vivente sulla Terra. Non si sarebbe potuta definire una civilizzazione, termine del passato umano che aveva come radice la città (civitas), e per comodità l’ho chiamata biocenizzazione2. Mi sembra importante sottolineare che la biocenizzazione sembrava essere il risultato di una lotta vinta contro la sepsi di Gaia anche se, nel lungo periodo del suo emergere nelle reti della vita, tante specie, generi e famiglie si erano spente o fortemente indebolite come era successo per quella umana. Anche le più violente rivoluzioni che avevano cambiato il corso della storia, erano pranzi di gala3 se confrontate a quanto successe per arrivare alla biocenizzazione. Forse perché questa volta non c’era di mezzo solo l’avvenire dell’umanità, ma quello di Gaia. Era stata una rivoluzione in cui l’umanità aveva perso ogni supremazia continuando a indebolirsi sino a (ri)diventare solo una delle tante componenti della biosfera. Nonostante il passato umano fosse ancora rilevante, l’aspetto cruciale era la formazione di alleanze multispecie che aprissero la strada alla biocenizzazione. Le drammatiche origini della situazione di collasso erano meno importanti della direzione verso cui si stava dirigendo un futuro in cui la biomacchina neghentropica si sarebbe occupata delle popolazioni umane rimaste. Nella dinamica che aveva portato alla nascita della biocenizzazione, la parte più rivoluzionaria degli umani aveva sinceramente tentato di abbandonare la posizione di dominio per cercare un’alleanza con il resto di Gaia. Qualcosa di simile alle rotture di schieramenti di classe avvenute nelle precedenti rivoluzioni del XX secolo, in cui una parte dell’intellighenzia si era unita alle classi oppresse ribelli. Paragonare la biocenizzazione agli ultimi sussulti delle rivoluzioni umane ne avrebbe però sminuito la portata, si era trattato piuttosto di una svolta epocale di lungo periodo. Nella caduta della civilizzazione qualcosa richiamava alla mente le fantasie sugli sbarchi alieni su cui la fantascienza aveva ampiamente speculato nel suo periodo di massima popolarità, verso la metà del XX secolo. In quel periodo, molte persone in tutto il mondo erano convinte di avvistare dischi volanti e UFO alieni solcare i cieli terrestri. Quel fenomeno era così diffuso che persino Carl Gustav4 scrisse un saggio sulle visioni archetipiche scatenate dai traumi dell’epoca, come i devastanti bombardamenti alla fine della Seconda Guerra Mondiale e le migliaia di esplosioni nucleari. Quindi, non dovrebbe sorprendere che, durante le convulsioni di Gaia sofferente, si sia cercata la salvezza attraverso il contatto con alieni terrestri. Il periodo successivo alla caduta dell’Impero Romano, in cui la civilizzazione retrocedette di secoli, potrebbe dare una pallida idea di ciò che accadde dopo il fallimento della Grande Fuga pianificata dalle oligarchie globali e di quello della rivoluzione multispecie guidata dai movimenti antagonisti delle Sfera Autonoma. Le differenze erano enormi, ma al di là del contesto storico delle invasioni barbariche, che certamente non erano paragonabili al caos causato dalla patologia di Gaia, era sorprendente notare che altri aspetti corrispondevano: il decadimento urbano, la scomparsa dell’amministrazione centrale, le crisi economiche con conseguenti carestie ed epidemie, l’analfabetismo e la perdita di conoscenze scientifiche, filosofiche e artistiche, l’instabilità politica e i conflitti. E poi anche in quella lontana epoca il crollo dell’Impero Romano era avvenuto anche per la «perdita di coesione sociale dovuta all’enorme squilibrio nella distribuzione della ricchezza: lusso eccessivo per pochissimi privilegiati e povertà estrema per la grande massa dei contadini e del proletariato urbano e la mancanza di consenso nei confronti del governo centrale, causata anche dalla degenerazione burocratica: da una parte corruzione sistematica, dall’altra eccessivo peso fiscale che finiva per gravare sui ceti meno abbienti»5. Note 1. Il Boomernauta qui non specifica di quali generazioni di nonumani si tratti perché tra la vita dell’effimera che dura 1 minuto e mezzo e quella di una cozza artica, fino a 220 anni, la differenza è grande. Ma quando gliel’ho fatto notare ha sorriso e non mi ha risposto. 2. Biocenizzazione: cfr. glossario. 3. Ovviamente il Boomernauta faceva riferimento alla famosa frase di Mao «La rivoluzione non è un pranzo di gala; non è un’opera letteraria, un disegno, un ricamo; non la si può fare con altrettanta eleganza, tranquillità e delicatezza…» uno dei suoi riferimenti di gioventù anche se diceva di non aver mai militato nei movimenti maoisti. 4. Come era evidente il Boomernauta, che a suo tempo aveva letto C.G. Jung, conferma che si trattava di Un mito moderno, un saggio del 1958 che CGJ aveva dedicato ad aspetti psicologici onirici archetipali sull’apparizione di Oggetti Volanti Non identificati (OVNI o UFO in inglese). Più recentemente un altro libro – WU MING, UFO 78, Einaudi, Torino 2022 - sembra confermare in pieno una delle tesi di CGJ: quella della relazione fra l’aumentare degli avvistamenti e particolari contingenze. La guerra fredda per CGJ e il 1978 italiano, l’anno chiave della tragedia politica del rapimento Moro che chiude il lungo ’68 italiano. 5. Ho messo le virgolette perché il Boomernauta, per dimostrarmi che quello che era avvenuto all’epoca antica calzava con quello che sarebbe accaduto a quella contemporanea, mi aveva fatto leggere questa descrizione su Wikipedia. Cfr. https://it.wikipedia.org/wiki/Caduta_dell%27Impero_romano_d%27Occidente. Il cerchio si chiude Il Boomernauta conclude il suo racconto sottolineando la determinazione dei nonumani nel facilitare il declino della civilizzazione, al fine di prevenire una potenziale rinascita del morbo nekomemetico. La caduta della Gov Q aveva causato ulteriori disastri, compresi conflitti e l’uso di armi nucleari. La decadenza degli umani sembrava irreversibile e persino la loro abilità linguistica rischiava di indebolirsi. La strategia dei nonumani era infatti di riportare gli umani a uno stato quasi primordiale per ridurne la pericolosità. E probabilmente con l’intenzione di farceli rimanere. A meno che… Senza l’intervento dei nonumani probabilmente i collassi di tante reti della vita sarebbero stati ancora più terrificanti, ma in ogni caso il loro interferire e poi la loro lunga marcia verso la metatecnica non facilitò la vita agli umani rimasti. La mia ipotesi è che i nonumani avessero concentrato i loro sforzi su due aspetti. Il primo era consistito nel depotenziare la metatecnica esistente. Questo era avvenuto molto lentamente a partire dall’uso delle bio-reti. Ci vollero molte generazioni per integrare progressivamente, distorcendolo e modificandolo, l’apparato tecnologico ereditato dagli umani. Questo percorso non era paragonabile all’inizio della storia umana, ma aveva piuttosto l’aspetto di un’evoluzione derivata da un nuovo orientamento dei flussi abitualmente scambiati sulla bio-rete che diventavano progressivamente indipendenti dalle tecnologie umane. Il secondo aspetto consisteva nell’evitare i comportamenti che avevano generato e diffuso il morbo nekomemetico tra gli umani. Ciò implicava un processo evolutivo che mirasse a prevenire l’attivazione dei meccanismi e delle contaminazioni che avevano scatenato la pandemia. E questa era forse la sfida più ardua; nell’accedere alla metatecnica i nonumani sarebbero stati in grado di non lasciarsi andare coscientemente a quegli usi impropri che, generando il morbo nekomemetico, avevano condotto al declino della civilizzazione?In tutte queste difficoltà i nonumani avevano perlomeno il vantaggio di sviluppare, sperimentare e mettere in opera le loro nuove capacità tecnologiche in una situazione favorevole al loro agire. Nelle ultime convulsioni, prima di scomparire nel vuoto siderale, la Gov Q aveva scatenato l’acme del contagio nekomemetico e, nel tentativo disperato di mantenere la Grande Fuga e di difendere l’ascensore spaziale, aveva autorizzato l’uso della forza nucleare da parte della WorldForce e dei SecurServ. Questi ultimi ricorsero all’uso di questa forza di cui facevano parte le micro-testate a fusione impiegate senza restrizioni. Queste armi colpivano principalmente regioni, città e insediamenti considerati potenzialmente ribelli o pericolosi. A quel punto le popolazioni si erano comunque già ridotte, l’umana in particolar modo, per l’aumento vertiginoso della mortalità come conseguenza diretta della setticemia di Gaia. Inoltre, si verificava un crollo delle natalità a causa delle condizioni sfavorevoli che scoraggiavano la procreazione e dei fattori biologici legati alla diminuzione della fertilità. Ma soprattutto, dominavano il caos e la guerra. La restrizione delle tecnologie umane da parte della nuova agency nonumana avvenne in modo graduale, attraverso un movimento costante che nel corso dei mesi, degli anni e dei decenni le rendeva progressivamente meno efficienti. Ho potuto constatare personalmente che sin dai primi collassi dovuti alla setticemia di Gaia l’innovazione aveva subito un brusco rallentamento. Il declino della metatecnica umana era evidente, poiché la capacità di inventare nuove tecniche e far evolvere quelle esistenti andava gradualmente perduta. Nel contesto di deterioramento globale a livello sociale, ecologico ed economico, l’attenzione si concentrava principalmente sulla conservazione delle tecnologie esistenti. L’obiettivo principale era preservare la sopravvivenza, concentrandosi sulle tecniche necessarie per far fronte alla situazione critica. Intanto nel corso di una lunga fase i nonumani, grazie anche all’apporto dei pocoumani, cominciarono a sviluppare attitudini alla metatecnica diventando sempre più autonomi rispetto all’uso della bio-rete. Mentre la presenza umana continuava a rarefarsi, le residue tecnologie umane seguirono questo andamento di declino. E poi toccò alle tecnologie elettrotecniche e termodinamiche e altre delle epoche precedenti. Divenne difficile riparare oggetti semplici come motori, caldaie, pompe e altri dispositivi termodinamici e a combustione. Tutto ciò accompagnava il caos in cui viveva l’umanità in cui conflitti, catastrofi ambientali e altri flagelli conseguenti continuavano a decimare i superstiti. Le peggiori distopie cinematografiche della mia gioventù, come Mad Max, avrebbero potuto dare solo una pallida idea della caduta della civilizzazione. Ebbi solo qualche informazione piuttosto vaga su questo periodo, ma pare che i tempi fossero abbastanza lunghi almeno sul piano della storia umana e contrassegnati da improvvisi salti verso il basso. Per uno strano caso, in una delle mie peregrinazioni temporali, mi ritrovai in prossimità di quello che rimaneva della Silicon Valley quando tutte le reti improvvisamente smisero di funzionare quasi contemporaneamente. Né elettricità, né qualsiasi altro fluido materiale o meno cessò di scorrere nelle reti. Anche se, qui e là, famiglie o piccole comunità disponevano di generatori o sistemi autonomi di produzione di energia, il crollo fu comunque pesante e portò un ulteriore colpo ai sopravvissuti di quella regione, in cui paradossalmente solo i marginali riuscivano a cavarsela alla meno peggio. Oltre alla setticemia di Gaia, sospetto fortemente che anche i nonumani contribuissero a completare l’opera in modo meno appariscente con le loro misteriose tecniche lente à la gutta cavat lapidem. La specie umana non era forse nell’irresistibile fase discendente della parabola della civilizzazione? Una situazione che ricordava un vecchio racconto di FS: Fiori per Algernon1 dove il protagonista, Charlie, una persona mentalmente limitata, accetta di subire un procedimento sperimentale per aumentare la sua intelligenza. La sua mente progredisce rapidamente al punto di superare quella dei ricercatori che lo avevano indotto su quella strada. In seguito si verifica però che gli effetti della cura erano solo temporanei, e di lì a poco Charlie inizia a perdere le sue capacità intellettuali, tornando al suo stato iniziale ed entrando in depressione. Questa sembrava essere la parabola dell’umanità: si era sottoposta alla cura della metatecnica senza saperla utilizzare. Partiti da una condizione simile a quella di altre specie, gli umani erano arrivati a un apice in cui erano ebbri di una metatecnica creduta onnipotente al punto da rendere irresistibile il morbo nekomemetico, che si impossessava delle loro menti. A partire da quel momento era cominciata la regressione inesorabile in cui tutto si disfaceva con cadute vertiginose. Alla fine probabilmente, com’era avvenuto per il povero Charlie, le loro capacità erano decadute. Il complesso tecnologico che aveva permesso l’espansione della specie andava a pezzi, non essendoci più la capacità di mantenerlo in funzione. Pare addirittura che, in certe zone, la scrittura fosse usata da pochi e si stesse tornando alla tradizione orale. Molto, molto tempo dopo, con un ulteriore diradarsi delle popolazioni, anche le capacità di esprimersi col linguaggio cominciavano a restringersi, come avevo potuto constatare durante la mia esperienza del wormhole. Infatti quando incontrai Chan e il suo gruppo, l’IA del mio traduttore universale di tutte le lingue parlate nel corso della storia umana, ebbe qualche difficoltà2. Non ho potuto ricostruire tutto il processo utilizzato dai nonumani per gestire il decadimento degli umani, ma ti ripeto che sono convinto che intervennero. All’inizio continuarono a servirsi autonomamente delle TAM e dei Games T e furono facilitati in questo dalle interfacce Transpecie e dalle capacità di Intelligenza Artificiale Multispecie introdotte dai Gamartivist. Da lì a capire che in tal modo avrebbero potuto contenere la setticemia di Gaia, limitando la presenza e l’intelletto umani, il passo fu breve. Questo avveniva soprattutto nelle aree territoriali o meno, dove la carica virale era altissima. Molto spesso si trattava del NORD dove la Gov Q aveva difeso i suoi presidi sino agli ultimi istanti della sua esistenza. Ciononostante non si poteva dire che questa iniziativa dei nonumani fosse animata da un qualsiasi spirito vendicativo. Successivamente alla fase di caos iniziale, caratterizzata dai collassi e dalla caduta della Gov Q e dal forte declino demografico, l’azione regolatrice sugli umani iniziò a prendere forma. Le cose accadevano in modo che non saprei se definire, non senza un’involontaria ironia, naturale, anche se avevano conseguenze spiacevoli o tragiche. Questa era la straordinaria efficacia della tecnica nonumana/pocoumana, che funzionava così perfettamente da sembrare magica.Durante quella fine dei tempi, che in realtà non era tale, pochi umani conservavano una vaga memoria dell’epoca in cui avevano creduto di essere i padroni assoluti di Gaia. Forse, questa mancanza di consapevolezza rendeva la loro situazione meno deprimente ed era un modo per sfuggire alla triste realtà che li circondava. Poi, una volta trascorso un periodo abbastanza lungo dalla un’epoca ormai considerata mitologica come quella del diluvio, tutto venne quasi dimenticato dalla scarsa discendenza umana. La debolezza delle popolazioni era così estrema che il mito di Noè era stato ribaltato: non erano più gli umani a preparare e guidare l’arca salvatrice. Era come se la speranza di un riscatto provenisse da una fonte esterna, da forze misteriose che agivano al di là del loro controllo. Non sapevano neanche come i nonumani, che loro stessi avevano involontariamente istradato verso la metatecnica, se la fossero cavata e avessero traghettato anche loro. Ma di fatto erano guariti dalla pandemia nekomemetica. La specie, che nel suo periodo più buio era arrivata a memificare il reale, aveva perso ogni controllo dei memi e viveva senza nostalgie in un limbo in cui anche la religione sembrava per incanto svanita, liberandoli da un ulteriore incubo. I nonumani avevano comunque fatto in modo che la specie da loro sfiduciata potesse ritrovare le origini. Con le loro tecnologie raffinate e trasparenti avevano ricreato perfettamente la rete dei luoghi e momenti primordiali per gli umani che avevano lasciato in libertà. L’avevano fatto per (ri)dare a questi neo-primitivi la possibilità di sentirsi parte di Gaia, un senso di appartenenza che avevano perso durante i millenni della pandemia nekomemetica. Esercitando questo sottile controllo, i nonumani cercavano di impedire che quella strana specie tanto pericolosa, fosse tentata di ripetere il fatal error di un’altra avventura metatecnica. A meno che in una notte di tempesta un fulmine inducesse a rompere l’incantesimo. Note: 1. Il Boomernauta mi aveva poi confessato di aver letto Fiori per Algernon (Flowers for Algernon) è un racconto di fantascienza del 1959 di Daniel Keyes, https://it.wikipedia.org/wiki/Fiori_per_Algernon 2. Il Boomernauta poi mi disse che riuscì a superare le difficoltà e ricorrendo traduttore multispecie inventato al tempo delle interfacce Transp dai Gamartivist
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Il racconto del Boomernauta Pandemia Memetica: L’ascesa dell’Altasfera; Dalla Cina con amore gR_55_I5_4_GrE3n_XP_TeT-R4_P-0-D Il Boomernauta fa un suo compendio politico dell’epoca della Gov Neolib descrivendone la genesi e il funzionamento basati sul meccanismo di base Stato-capitale. In seguito il nucleo economico finanziario, rappresentato da Ecofin (il capitale), è determinato a cogliere l’occasione al volo per cominciare a prendere le distanze dalla Terra e trasformarsi in AltaSfera Ecofin1 (alias il capitale spazializzato). Tuttavia, consapevoli del rischio di apparire come un semplice controllo a distanza o una fuga delle élite, le autorità diffondono prospettive di una migrazione di massa verso altri pianeti. Nel capitolo successivo, durante una delle sue prime avventure nel tempo, il Boomernauta si ritrova in Cina nei primi anni del decennio 2030. In quel paese, che era ormai il più avanzato nell’integrazione di tecnologie e vita, il governo, molto più interessato a egemonizzare la produzione mondiale che a calmare le convulsioni della biosfera, decide di sfruttare un incredibile dispositivo che piega il tempo per far lavorare tutti di più… ma i corpi si ribellano… L’ascesa dell’Altasfera Nella Gov Neolib, lo Stato e il capitale erano profondamente interconnessi, formando un sistema complesso in cui le sfere di governo e di potere economico convergevano sempre di più. La relazione tra Stato e capitale era intrinseca, come le due fasi di un dispositivo fisico, in cui l’una non poteva esistere senza l’altra. Questo legame totalizzante era presente in ogni Paese, sebbene la gestione di tale relazione potesse variare da una nazione all’altra. Le macchine a due teste Stato-capitale esercitavano la sovranità politica, economica e militare adattandosi ai mezzi e agli obiettivi di ogni istanza nazionale. Incentivavano produzione, consumo e, talvolta, distruzione attraverso conflitti e guerre. All’interno di ogni macchina bicefala, non esisteva sempre un equilibrio armonioso e frequentemente si manifestavano tensioni significative: non essendo allineati, l’esercizio del governo e l’accumulazione del capitale generavano spesso conflitti di interesse e divergenze. La tendenza globale di fondo era di uno spostamento del potere verso il capitale, il quale tendeva a globalizzarsi. Ma ben presto si evidenziarono le contraddizioni poiché il capitale non poteva prescindere dagli Stati. Durante la prima Grande Crisi finanziaria del XXI secolo2, gli Stati erano infatti risultati essenziali nel salvataggio del capitale, attraverso prelievi di risorse dalle classi subalterne e povere; questa era stata un’ulteriore conferma dell’indissolubilità delle due fasi, pena la caduta del sistema binomiale. Ma ora, di fronte al profilarsi d’un collasso ecologico globale, non ci si sarebbe trovati davanti a un si salvi chi può generale? E chi avrebbe avuto i mezzi per salvarsi e abbandonare la nave che affondava se non i techno-tycoon? La crisi economica non aveva frenato, ma anzi accelerato il processo di privatizzazione dei servizi e dei beni pubblici, che era diventato uno dei principali elementi caratterizzanti della Gov Neolib. Questo fenomeno, insieme alla deregolamentazione dei flussi finanziari, aveva contribuito alla concentrazione del potere economico nelle mani di una ristretta oligarchia. Nei media ufficiali questo insieme era denominato Ecofin, un termine che si voleva liscio e neutro usato per evitare la definizione troppo marxisteggiante di capitale o capitalismo. Ecofin comprendeva i potenti techno-tycoon, che rappresentavano dei veri e propri pezzi da novanta nel sistema. L’entità (o piuttosto la fase) Ecofin era animata dalla classica razionalità capitalista dell’accumulo senza limiti e nel passaggio verso la globalizzazione e aveva tendenza e interesse a fare del mondo un grande e unico mercato. Al top delle valorizzazioni borsistiche c’erano ovviamente le imprese dei techno-tycoon (Grandi Piattaforme, Tecnologie dell’informazione o della vita ecc.) che conferivano a questa sfera una dimensione immateriale e bio-neurale. Nonostante tutto Ecofin sarebbe stata incapace di gestire territori e sicurezza ed era costretta a mantenere una relazione complessa e contraddittoria con gli Stati. Da un lato gli Stati-Nazione con la loro territorialità spesso egoista e bellicosa rappresentavano un ostacolo alla volontà di espansione globale di Ecofin. Dall’altra parte, però, Ecofin beneficiava di monopoli sull’estrazione di risorse fondamentali e delle privatizzazioni di servizi pubblici e sociali, amputando organi essenziali del corpo vivente degli Stati A causa di questo groviglio inestricabile di interessi comuni e conflitti fra Stati e capitale, man mano che si avanzava nell’epoca Neolib, ad alcuni sembrava che si fosse sulla strada di un ritorno al feudalesimo. Questa percezione poteva essere giustificata dalla crescente disuguaglianza di diritti e tutele legali tra le classi subordinate e la nobiltà ovvero le élite, nonché dalle incoerenze evidenti, come il fatto che Paesi in guerra mantenessero flussi finanziari e rapporti commerciali fra di loro. Anche sotto la Gov Neolib, come era successo in precedenti fasi del capitalismo, le strategie di conquista delle grandi entità Stato-capitale, intrinsecamente imperialiste, generavano profonde contraddizioni che sfociavano inevitabilmente in conflitti distruttivi. L’identità stessa della razionalità capitalista era caratterizzata dalla triade produzione-consumo-distruzione. Durante la guerra, si produceva per distruggere e, alla fine, per ricostruire. Tuttavia, in questo periodo, iniziarono a sorgere dubbi sulla possibilità che questa successione ciclica di produzione e distruzione potesse continuare a riprodursi eternamente. Il preoccupante stato di malessere della biosfera si presentava come l’anomalia che minacciava il futuro della Gov Neolib. In tale frangente fu proprio in seno all’oligarchica mondiale Ecofin che ci si ricordò del mito di Mont Pèlerin3 da cui tutti loro erano discesi, e ci si propose di riprendere dell’altitudine, politica e fisica, sfruttando proprio la sfera logistica spaziale che i techno-tycoon stavano preparando in vista del loro futuro movimento verso la High Frontier: una destinazione che sarebbe servita per cominciare a trasferire progressivamente certi centri di comando di Ecofin verso una sfera di postazioni geostazionarie di cui erano incaricati i techno-tycoon. Questa operazione sarebbe stata mediatizzata come la fase preparatoria di una futura grande colonizzazione dello spazio denominata Migrazione Spaziale di Massa, o Massive Spatial Migration (MSM)4. In seguito si sarebbe trattato di sperimentare la vita in colonie spaziali con volontari scelti all’interno della Gov, poi di realizzare una base logistica sulla Luna e infine di trasferire massicciamente verso Marte le risorse umane e tecnologiche (cosiddette) strategiche. C’erano diversi vantaggi in questo approccio progressivo, detto delle tre fasi. Innanzitutto avrebbe sottratto da sabotaggi e distruzioni tutte le infrastrutture tecnologiche determinanti, che potevano essere trasferite nello spazio dove sarebbero state alimentate direttamente dall’energia solare. Inoltre, esso costituiva un primo passo nel distanziamento e nella lunga preparazione del grande salto per i privilegiati che avrebbero potuto far uso degli ascensori spaziali. Ecco come nacque la denominazione di AltaSfera Ecofin5: essa formalizzava il termine alte sfere economiche-finanziarie comunemente utilizzato nei media mainstream, che andava oltre la semplice designazione delle nuove forme di organizzazione del capitale, ed era un modo di suggerire la possibilità di una presa di distanza dalla Terra stessa. Un capitale spazializzato insomma. C’era una lunga storia di osmosi tra Ecofin, che ora puntava alla conquista dell’High Frontier, e le sfere del potere politico degli Stati sovrani, anzi questo faceva proprio parte del funzionamento delle macchine Stato-capitale. In questa fase, però, i ruoli si scambiavano più apertamente che nel passato. L’AltaSfera Ecofin poteva esercitare ogni tipo di lobbying in ogni Stato Sovrano e spesso piazzava i suoi membri nei rispettivi governi nazionali6 o nelle istanze della Gov globale. Inversamente il personale politico si poteva riciclare con una certa libertà nelle istanze globali di Ecofin. In questa complessità che vedeva in gioco l’imperialismo delle grandi macchine Stato-capitale e l’AltaSfera Ecofin, gli Stati di media e bassa potenza erano oltrepassati nella loro condizione di entità politiche tradizionali, diventando in gran parte soggetti alle direttive e agli interessi di agenti esterni. Quando questo percorso neanche tanto sotterraneo arrivò al suo apice essi divennero post, i Post-Stati (PoSt/ati). Questo termine sottolineava che tali Stati, spesso semplici simulacri delle democrazie rappresentative o neo-autocrazie, disponevano di una sovranità limitata. I PoSt/ati mantenevano il monopolio dell’uso della forza e della violenza per il controllo delle popolazioni e dei territori. Questo ruolo era suddiviso tra la polizia, responsabile del controllo interno, e l’esercito, responsabile della difesa esterna. Anche in questo campo arrivarono le privatizzazioni e già prima che l’entropia della biosfera accelerasse, in molti dei PoSt/ati l’emergenza, ormai divenuta norma, aveva indotto gli ADN militari e polizieschi a diventare ricombinanti. I tratti distintivi e le funzioni associate di questi corpi si mescolarono e si sovrapposero, modificando e potenziando la filiera già esistente di milizie, polizie ed eserciti privati. Un nuovo e potente filone di servizi, detto dei Security Service Providers (SecurServ), si sviluppò come la principale componente dell’industria della sicurezza, affiancandosi a quella dell’armamento e rafforzando questo settore strategico, senza il quale la Gov Neolib sarebbe crollata. Naturalmente tutto il settore era sotto la cupola dell’AltaSfera Ecofin che ne traeva profitti impensabili in altri compartimenti economici. Oltre all’eterna questione delle guerre territoriali, i SecurServ erano essenziali per la repressione delle popolazioni visto il declino che aveva caratterizzato il controllo soft del neurocapitalismo neolib. Questo declino era facilmente spiegabile: le condizioni di vita stavano decadendo. Quando le persone lottavano per soddisfare i loro bisogni primari, non c’era neuro-persuasione di alcuna platform che tenesse, e tale situazione creava un terreno fertile per sommosse e rivolte di vario genere. Nel timore di non riuscire a contenere questi sfoghi effimeri, ma violenti, i SecurServ vennero dotati, dai fondi pubblici che garantivano gli interessi privati, di capacità tecnologiche e operative di dissuasione e distruzione assolutamente sproporzionate rispetto alle popolazioni esasperate. I SecurServ intervenivano anche nelle guerre locali tra i PoSt/ati, alimentando ulteriormente il ciclo di violenza e conflitto. Ora però torniamo alle problematiche della High Frontier. Le limitazioni per sfuggire in massa all’attrazione terrestre erano uno dei grandi quesiti dei techno-tycoon nel preparare la fuga verso lo spazio. E non si trattava di una metafora dell’affetto che i techno-tycoon e i loro fedeli provavano per il pianeta, come alcuni potrebbero pensare, ma della cocciuta forza newtoniana. A partire dal XIX secolo, l’idea di un ascensore spaziale cominciò a prendere forma, e quando le tecnologie dei nanomateriali resero fattibile tale progetto, le industrie dei techno-tycoon iniziarono a sperimentare questa nuova possibilità. Avevano il progetto di costruirne diversi, ed eventualmente di combinare questa tecnologia con quella delle catapulte elettromagnetiche, per sostituire progressivamente i costosi e inefficienti vettori a combustibile fossile. Gli ascensori spaziali erano il veicolo indispensabile per realizzare il programma delle Tre Fasi di cui ti accennavo: le colonie umane nello spazio, la base logistica lunare e la colonizzazione di Marte. Un fondamento iniziale per l’esplorazione spaziale e la colonizzazione sarebbe stato costituito da una rete di basi in orbita geostazionaria, supportate da uno o più ascensori spaziali. Si sarebbe poi affrontata la fase di costruzione delle colonie spaziali per intraprendere la grande avventura del nuovo e immenso far west. In un primo tempo solo pochi tecnici avrebbero potuto accedere alla High Frontier per effettuare i test e garantire la robustezza del sistema. Si promettevano, in seguito, molte opportunità per coloro che desiderassero partecipare e lasciare la Terra (a condizione di meritarlo). Solo pochi decenni più tardi, quando certe istallazioni spaziali della High Frontier erano state messe in opera e le condizioni di vita sulla Terra erano divenute sempre più precarie, si iniziò veramente a lavorare su un progetto di migrazione su larga scala riservato alle élite. Come accennato, l’iniziativa della Massive Spatial Migration proveniva principalmente dai techno-tycoon del Nord, con un’attenzione particolare da parte dell’Impero di Sbieco, il più grande Stato imperialista durante l’era neolib. L’idea di marketing dietro la Massive Spatial Migration, alias Grande Fuga, era quella di presentarla come l’inizio della colonizzazione umana dello spazio. I techno-tycoon avevano creato un’immagine mediatica che enfatizzava l’importanza dei punti stazionari lagrangiani come punti di partenza per questa colonizzazione. La narrativa alimentata dai techno-tycoon suggeriva che la Massive Spatial Migration sarebbe stata il primo passo di tale colonizzazione con prospettive di futura terraformazione di Marte e di altri pianeti. Questo mito, in teoria, aveva lo scopo di catturare l’immaginazione delle masse, creando una visione romantica e avventurosa di un futuro in cui l’umanità avrebbe conquistato nuovi mondi. Tuttavia, il contesto di deterioramento della Terra e l’impotenza dell’umanità nel trovare soluzioni efficaci erano in contrasto con i discorsi democratici, ottimistici e visionari della Massive Spatial Migration. Questa contraddizione aveva generato diffidenza nelle moltitudini subordinate, dando origine al termine caricaturale della Grande Fuga, che personalmente preferisco rispetto alla definizione ufficiale pomposa e falsa. Era evidente che gli ostacoli per la realizzazione del progetto non si limitavano alla sfera tecnologica, ma coinvolgevano anche la sfida di gestire e controllare la complessità sociopolitica di un’umanità fortemente colpita dai crescenti collassi ecologici. Effettivamente, nonostante i travestimenti marketing, era difficile mascherare che la MSM fosse veramente una Grande Fuga delle élite, anche se questo termine venne messo al bando. Nel contesto della Gov Neolib, la Cina e gli Stati Uniti, noti rispettivamente come l’Impero di Mezzo e l’Impero di Sbieco, erano le due grandi macchine imperialiste che, nonostante l’incipiente apocalisse ambientale, si contendevano potere e influenza. In realtà molti dei loro dirigenti (specie i dignitari dell’Impero di Sbieco) volevano solo assicurarsi un posto nella Grande Fuga. Nondimeno, la situazione in entrambi i Paesi era caratterizzata da un’instabilità interna crescente e per una bizzarra coincidenza entrambi incapparono in strani e straordinari incidenti di percorso che ridussero considerevolmente il loro peso e portarono a una nuova fase di Governance. Note: AltaSfera Ecofin: cfr. glossario. Il Boomernauta si riferisce alla Grande Crisi che ebbe inizio nel 2008 conosciuta anche come crisi dei mutui subprime che ebbe origine negli Stati Uniti nel settore immobiliare, in particolare nel mercato dei mutui ipotecari a rischio (subprime). La crisi si diffuse rapidamente a livello globale, poiché i prodotti finanziari legati ai mutui subprime erano stati venduti e distribuiti in tutto il mondo. I fallimenti delle istituzioni finanziarie, come la Lehman Brothers, e la conseguente crisi di fiducia portarono a una grave recessione economica a livello mondiale. Il Mont Pèlerin è una montagna situata in Svizzera, vicino alla città di Montreux. Il Boomernauta qui si riferisce al Colloquio di Mont Pèlerin, organizzato dall’economista Friedrich Hayek, che ebbe luogo nel 1947. Fu un incontro di economisti, politici e intellettuali di orientamento liberale e conservatore dove si costituì la piattaforma ideologica del neoliberalismo. MSM: cfr. glossario. Per il Boomernauta è chiaro che in generale fa riferimento al capitale/capitalismo nelle sue varianti post-industriali e poi, come vedremo, quantistica utilizzando i termini AltaSfera Ecofin, o semplicemente Ecofin o AltaSfera. AltaSfera ha il doppio significato di designare le oligarchie e la spazializzazione man mano che si avvicina il tempo della Grande Fuga. Si veda anche il glossario. D’altronde nei primi decenni del XXI, in piena fase neolib, la finanza, che aveva ancora i piedi su terra e non si era trasformata in AltaSfera, aveva già imposto le proprie istanze di gestione ed i propri governatori a vecchi Paesi scalcagnati quali l’ormai crollante culla della democrazia o la penisola del Vitello. Dalla Cina con amore Nell’Impero di Mezzo già dai primi decenni del XXI secolo la penetrazione delle tecnologie nella vita era la più avanzata ed era letteralmente impossibile viverci senza essere immersi nel bioipermedia. Ma nella débâcle ecologica che minacciava da vicino la Gov Neolib, la Cina, che pure era coinvolta, restava per certi versi un indecifrabile continente disciplinare. Per chi stava in basso sembrava che il Paese facesse un po’ banda a parte e non fosse completamente integrato, specie dal punto di vista finanziario, al resto del mondo anche se questa si sarebbe rivelata una prospettiva illusoria. Al punto che i techno-tycoon locali, fra i più ricchi del mondo, avevano difficoltà a emanciparsi dal PoSt/ato gestito dal Partito. I dirigenti del Partito, si dicevano molto più preoccupati dal benessere dei lavoratori, dall’organizzazione di produzione e consumo e dall’affermarsi del Paese come la più grande potenza tecnologica che da un’egoistica salvezza spaziale o marziana. La simbolica nave ammiraglia tecnologica era Grande Balzo, il più potente computer quantistico mondiale. Ma come tutte le potenti corazzate anche Grande Balzo avrebbe trovato il suo siluro hacker. E quando venne craccato ci si accorse che al suo interno girava un modulo software che per comodità chiameremo time machine. Benché il laboratorio nazionale di informatica quantistica di Hefei1, che lo aveva progettato, rivendicasse per Grande Balzo una potenza di calcolo miliardi di volte superiore a quella dei supercomputer tradizionali, in realtà questa manna restava teorica e non completamente utilizzata. Nonostante la prodezza tecnologica della sua architettura e i suoi 127K qubits, i cinesi si erano Free Software Foundation, anche se certo non ne gradivano la trasparenza e le regole FOSS2. Tutto ciò era di dominio pubblico, nessuno però sapeva che in una start-up della Innoway di Pechino, la Silicon Valley cinese, era stato sviluppato un software capace di cambiare la percezione del tempo dandogli una piega diversa. Questo flusso veniva trasmesso a un utente tramite una app e un dispositivo mobile denominato time glasses3, una speciale versione di occhiali smart. Il sistema richiedeva però una grande potenza di calcolo per ogni singolo utente e solo un megacomputer quantistico avrebbe potuto pilotare una moltitudine di utenti simultanei. Intuendo le prospettive biopolitiche dei time glasses, l’amministrazione cinese prese il controllo della start-up e lanciò il progetto Lunga primavera. L’obiettivo ufficiale era il miglioramento della qualità di vita delle maestranze e quello ufficioso, l’aumento della produttività. Indossando i time glasses connessi, ogni maestranza poteva lavorare perlomeno dieci o dodici ore al giorno, avendo l’impressione che ne fossero trascorse solo sette od otto, nonostante il suo corpo restasse ancorato all’UTC4. Per la fase sperimentale vennero scelte delle volontarie nelle grandi fabbriche della Rabbitconn a Shenzhen; si trattava perlopiù di giovani donne addette alla catena di assemblaggio degli smartphones a cui era stato promesso il premio di un giorno off. Nel periodo di test si limitarono le durate delle giornate lavorative e fu un successo. Le partecipanti alla fine del loro turno erano più distese e di buon umore, anche se poi, bene o male, la stanchezza fisica riaffiorava. Quando alla Rabbitconn si sparse la voce di questa app straordinaria i volontari si moltiplicarono, tanto che fu difficile accontentare tutti subito. Rari erano quelli che restavano piuttosto riservati perché intuivano che, nonostante le dichiarazioni ufficiali, si trattasse di far passare la pillola di giornate eterne e di ore straordinarie non pagate. Ed infatti andò proprio così: il governo lanciò in gran pompa il progetto Lunga primavera, integrandolo al programma dei Crediti Sociali (SCS)5. Ogni lavoratore che aderiva avrebbe ricevuto 50 punti nella red list dei meriti, mentre il pagamento delle ore straordinarie fu rimesso in causa. Come previsto, i manager allungarono le giornate di lavoro e regolarono la time machine al massimo quando c’erano periodi di punta della produzione in fabbrica Negli stabilimenti, le timide proteste vennero subito messe a tacere dai sindacati governativi, in modo che il sistema potesse essere allargato ad altri settori. Il vero obiettivo del governo, infatti, non erano solo gli operai delle grandi fabbriche già in via di robotizzazione, ma tutti i lavoratori di qualsiasi condizione e non solo i salariati. Nel mirino c’erano le attività cognitive, che includevano anche il telelavoro. Precari e free lance potevano usufruirne e nella Innoway dove fra gli startupper ormai vigeva la regola 996: lavoro dalle 9 di mattina alle 9 di sera, 6 giorni alla settimana, il sistema avrebbe funzionato alla grande. Il governo contava su questo dispositivo così disrupting per consolidare l’egemonia cinese che si stava affermando, mentre gli Stati Uniti stavano in una guerra civile cronica che li stava indebolendo e paralizzando. In realtà c’erano parecchi problemi dello stesso tipo anche in Cina, fra l’altro causati dalle grandi opere di modifica del territorio fra i quali l’immensa Diga delle Tre Strozze. Tuttavia il governo cinese e il suo gigante distaccamento di SecurServ strettamente controllati dal Partito, poco integrati all’AltaSfera Ecofin e al suo progetto High Frontier (o forse legati da un entanglement quantistico6), facevano del loro meglio per tenere la situazione sotto controllo e nascondere al massimo i problemi. Quello che interessava ai dirigenti cinesi era il previsto grande balzo in avanti della produzione. Poi, esportando il sistema nel resto del globo grazie agli accordi con i techno-tycoon, il controllo mondiale delle nuove modalità di quel che resterebbe della produzione sarebbe stato assicurato. Dopo un periodo di espansione quasi geometrica dei time glasses in ogni settore produttivo, emersero i primi rumori su qualche scompenso sociale. Le giovani operaie con famiglia si lamentavano, per esempio, che restando per gli straordinari non si rendevano più conto di quando era l’ora di andare a far la spesa e che spesso arrivavano a casa troppo tardi per preparare la cena. E le fidanzate non riuscivano a spiegare al partner come avevano potuto bucare l’appuntamento amoroso. Negli startupper della Innoway si diffondeva invece la cultura del materasso7, messo sotto la scrivania e su cui stendersi un momento prima di crollare mantenendo la ormai consolidata tradizione del no sleep, no sex, no life. Una maledizione che li perseguiva con lo stesso accanimento con cui loro correvano dietro al miraggio di Jack But il mitico fondatore di Aladdin, il più famoso dei techno-tycoon cinesi. La perturbazione dei ritmi biologici fondamentali prodotta dalla distorsione quotidiana del tempo stava producendo però un altro tipo di disturbo ancora più inquietante. Dopo brevi momenti di catatonia i soggetti tenevano propositi a prima vista incoerenti o deliranti che, però, se si faceva attenzione, rivelavano una forma di reazione lucida a una vita quotidiana di quattordici ore di lavoro. Forze disorganizzate e sotterranee esplodevano in modo incontenibile in reazione a un sistema che nel processo di produzione generava una forte carica schizofrenica contro cui il sistema stesso avrebbe poi scatenato tutto il peso della sua repressione8. Queste crisi erano un tentativo d’uscire dall’insostenibile spaesamento temporale, volontariamente accettato per aderire al sogno collettivo a cui erano stati esortati negli ultimi discorsi della compagna Guo segretaria dell’ufficio politico del Comitato Centrale del Partito. Ma ora, il sogno si era trasformato in incubo. Gli specialisti governativi avevano assimilato il fenomeno a una nuova forma di burn-out che era già molto diffuso in Cina a quell’epoca. Avevano comunque raccomandato di ridurre gli sbalzi eccessivi e improvvisi nei cambiamenti di percezione del tempo per cercare di mantenere l’essenziale degli aumenti di produttività. Ma ancora una volta gli esperti si sbagliarono. Non si trattava di burn-out, ma di un processo schizo che solo l’attività rivoluzionaria impedisce di trasformarsi in produzione reale di schizofrenia9. E fu questo il pulsante che fece scattare l’improvviso passaggio fra i due poli, ordine e caos, che fanno parte di un’alternanza storica per i cinesi. E quando grande fu la confusione sotto il cielo: la situazione divenne eccellente. In un primo momento più che di una ribellione si era trattato di un rifiuto talmente totale e biologico che aveva provocato un aumento vertiginoso di suicidi, ma soprattutto un’ondata di schizofrenia come reazione alla modifica della percezione del tempo a fini di aumento della produttività. Che fosse una forma schizo era stata la prima diagnosi del Ministero della Sanità cinese che però nello stesso tempo era impotente tanto a contenerla che a curarla. Non si potevano trattare gli schizo-tempestosi10 come si faceva con i normali pazzi o come il PCC (Partito Comunista Cinese) faceva con certi avversari politici, cioè rinchiudendoli negli ospedali psichiatrici. Erano veramente troppi e fare un tentativo in questo senso avrebbe portato al risultato inverso di quello desiderato. Gli schizo-tempestosi erano agitati e farneticanti. Sentivano voci che suggerivano loro di volere tutto e subito. Soprattutto subito visto che dopo il trattamento ricevuto, il tempo non aveva più la valenza a cui erano stati educati nell’infanzia. Il tempo era una dimensione fondamentale, immaginatevi se per esempio mediante un artificio foste costretti a vivere, o anche semplicemente a lavorare con una dimensione in meno, magari in due dimensioni come in un fumetto o su uno schermo. Non sareste traumatizzati anche voi? Erano ufficialmente considerati malati gravi dalle istituzioni, ma la stessa cosa non avveniva nelle interazioni con il resto della popolazione. Nonostante l’emarginazione a cui erano sottoposti, in realtà le loro allucinazioni si muovevano nel profondo, e intorbidavano le acque sociali. Ed i primi segnali di esasperazione cominciarono a manifestarsi. Né il governo cinese né il resto della governance mondiale, visto che molti Paesi per non perdere terreno nei confronti della Cina avevano aderito al franchising di Lunga Primavera, pur rendendosi conto dell’impasse, non volevano rinunciare ai benefici che la distorsione del tempo apportava loro in termini molto concreti di profitto. Secondo loro il Progetto avrebbe smentito anche Marx: non ci sarebbero state cadute del saggio di profitto! Non poterono o non vollero vedere che gli schizo-tempestosi, pur non avendo le facoltà di organizzare le masse con le loro allucinazioni desideranti, erano inconsciamente riusciti a compattare classi che erano divise e che ormai si ribellavano un po’ dovunque. Una specie di avanguardia schizofrenica e caotica nello stesso tempo. Nel frattempo, grandi masse appoggiarono l’avanguardia delirante in un modo imprevisto: il movimento Tang Ping, ispirato al rifiuto del lavoro rivendicato dagli autonomi europei e diretto erede dei giapponesi Hikikomori e dei partecipanti alla Great Resignation11, entrò magicamente in non-azione. Tutto si fermò all’improvviso e nulla più funzionò mentre cominciò a scatenarsi il combattimento degli schizo-tempestosi. Delirante e confusa fu la lotta, ma anche fulminea e selvaggia. Gli schizo-tempestosi, che vi si erano gettati a corpo morto, sembravano tanto insensibili al dolore e alle amputazioni che la repressione infliggeva loro, che sia il governo cinese che la finanza mondiale dovettero cedere prima che il caos li travolgesse. Tutti furono liberati da quel giogo immateriale della manipolazione del tempo. La malattia schizo-temporale cessò come per incanto e anche una parte delle malattie autoimmuni che da essa dipendevano. Note: Credo che il Boomernauta facesse riferimento al fatto che la Cina avesse continuato a investire in questo settore. Già per quanto riguarda la nostra epoca pare che si trattasse di un miliardo di dollari nel laboratorio nazionale di Hefei per le scienze dell’informazione quantistica con esperti provenienti da una serie di discipline come la fisica, l’ingegneria elettrica e la scienza dei materiali.S. Pieranni, Red Mirror, Laterza, Bari, 2020 p. 138. Free & Open Source Software. Si veda anche il glossario. Time glasses: cfr. glossario. Il tempo coordinato universale o tempo civile, abbreviato con la sigla UTC. Social Credit System, sistema dei crediti sociali un’iniziativa creata dal Governo cinese al fine di sviluppare un sistema nazionale per classificare la reputazione dei propri cittadini. https://it.wikipedia.org/wiki/Sistema_di_credito_sociale. Qui il Boomernauta utilizza questo termine che poi ricorrerà spesso in seguito. Eccone una breve spiegazione. L’entanglement quantistico è un fenomeno che descrive la correlazione quantistica tra due o più particelle. In un sistema entangled, la descrizione quantistica delle proprietà di ogni particella non può essere descritta in modo indipendente, ma solo come parte di un sistema globale Questo significa che quando due particelle quantistiche sono entangled, le proprietà quantistiche di una particella possono essere istantaneamente influenzate dalle proprietà dell’altra particella, anche se le particelle sono fisicamente separate l’una dall’altra a una qualsiasi distanza. Qui il Boomernauta forse si esprime in senso ironico sul fatto che comunque esisteva un legame fra la finanza cinese e la Gov Neolib. Espressione derivata dalla sottocultura d’impresa della multinazionale delle telecom Huawey. Qui il Boomernauta fa riferimento a due intellettuali della sua epoca: G. Deleuze, F. Guattari, L’Anti-Œdipe, Editions de minuit, Parigi 1973 p. 42. Il Boomernauta aveva letto G. Deleuze, Pourparlers 1972-1990, Editions de Minuit, Parigi 1990, p. 38 Dall’inglese Stormy-schizo. Il Boomernauta fa riferimento a una tendenza socio-economica in cui i lavoratori si dimettono volontariamente in massa dai loro posti di lavoro. La prima ondata iniziò attorno al 2020 negli Stati Uniti durante la pandemia di COVID-19 e poi diffusasi in Europa e in particolare in Italia. Non riuscendo a ottenere protezioni ed aumenti mentre aumentava il costo della vita, molti lavoratori della giovane generazione preferiscono abbandonare tutto: qualcosa che includeva una rassegnazione pessimistica ed una difesa della propria dignità.
- selfie da zemrude
# 1 Cronache del Boomernauta ed. Mimesis Letture in attesa delle pubblicazioni a puntate settimanali del libro di Giorgio Griziotti Nei primi giorni di novembre 2025 cominceranno su AhidaOnline | Selfie da Zemrude le pubblicazioni a puntate settimanali del libro di Giorgio Griziotti – (per gentile concessione di) ed. Mimesis - Cronache del Boomernauta. Questo è il primo di quattro inviti con letture significative del libro in oggetto. Buon ascolto. Hanno collaborato: Giorgio Griziotti (autore del libro), Martino Saccani (illustratore), Franco Oriolo (consulente musicale), Jason Mc Gimsey (consulente creativo), Giuliano Spagnul (Consulente mo(n)di del fantastico), Tiziana Saccani (revisore testi). Letture: Corrado Gambi (attore/regista teatrale). Musiche: Behind Bars Collective. Coordinamento editoriale: Maurizio 'gibo' Gibertini Puoi ascoltare il podcast al seguente link: https://www.ahidaonline.com/podcast/episode/19ad837b/cronache-del-boomernauta-ed-mimesis-letture-in-attesa-delle-pubblicazioni-a-puntate-settimanali-del-libro-di-giorgio-griziotti












