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Tre testi da Lumina ex Ade Lumina ex Ade, di Silvia Tripodi, è appena uscito da Aragno nella collana «i domani»: del libro qui si pubblicano tre frammenti che possono solo tratteggiarne vettori tematici, linguaggio piano, meccanismi del non detto, svolte emotive. È taciuto e indefinito ma non impercorribile, per esempio, nel primo testo, il riferimento a «questi tre» (oggetti? cospiratori? persone di trinità?) e l’oscillazione tra singolare e plurale delle forme verbali. È poi inquietante, nel secondo brano presentato, la menzione del missile russo RS-28 Sarmat associata alla natura fantasmatica delle parole dall’Amleto shakespeariano. Così come l’estinzione che abita il terzo testo, dove daccapo troviamo un fantasma, oltre a una chiusa memorabile in sorriso. Anche solo queste tre poesie prefigurano, di tutto il libro, alcune più o meno piccole spie che fanno immaginare l’opera nella sua interezza come qualcosa di simile a un diario non ottuso bensì obliquo, che – quasi ossessivamente e senza troppo obbedire a sintassi e cronologie – raccoglie indizi su storia, percezioni e identità contemporanee, in forma allucinatoria sì, ma «come si prova a illuminare un oggetto / mettendosi di sbieco». Come si rigira un oggetto tra le dita per vedere se da qualche parte che cosa sono questi tre resiste alla classificazione non è un tre di sedie non è un tre di pietre che cosa hanno in comune qui è uno solo e non si moltiplica non entra in questa filiazione non si lascia declinare al plurale senza rompersi quando si voltano gli uni verso gli altri non funzionano come nomi comuni non sono un genere sotto cui i tre si allineano e allora proviamo dal lato della creatura come si prova a illuminare un oggetto mettendosi di sbieco ma anche qui non si lascia ingannare ciò che accade a qualcosa sono certe qualità come il colore nero delle piume del corvo o dei capelli dell’uomo * Costruire un RS-28 Sarmat morire per dormire e con quel sonno poter calmare i dolorosi battiti del cuore le offese naturali di cui è erede la carne prima dell’alba essere un fantasma vuoi forse consigliarmi di farmi suora vuoi portare al mondo la tua capacità di intermediazione di interpolazione e a seconda di come è disposto il vettore nello spazio allora lo spettro si muove per trarre il massimo vantaggio dalla paura il suo moto in una o due dimensioni descrive l’andamento armonico del serpente * In principio metti la spunta al mio cuore ricorda ci troviamo ancora su un piano di immanenza potenzialmente già estinti nel mi fai impazzire ultra vivi nel vorrei stare dentro di te un minimo spazio per il transito ti intervisterò come fossi un fantasma rallegriamoci Silvia Tripodi nel 2014 ha vinto il Premio Lorenzo Montano (poesia inedita) e nel 2015 la prima edizione del Premio Elio Pagliarani con la silloge Voglio colpire una cosa (Zona, 2016). I suoi libri: Punu (Arcipelago Itaca, 2018), La più recente fine di un racconto (Tic, 2020), Ellora (ikonaLíber, 2020), Le bocche (Zacinto, 2021) e Totem (Tic, 2022). Suoi testi sono presenti nell’antologia Voci della poesia italiana contemporanea 2000-2025 (Carocci, 2026).
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Rubrica Ombre Rosse Opposizione Consensuale: Pillon – amore senza freni Marco Morosini Una volta tanto la distribuzione italiana non può essere troppo biasimata per la sua storica inclinazione a estendere (e spesso modificare) i titoli originali. Pillion, dell'esordiente inglese Harry Lighton, anche sceneggiatore, diventa così Pillion – amore senza freni: i doppi sensi conseguenti e le immagini di lancio ci portano a farci scoprire che «pillion» è il termine che identifica il sellino posteriore di una motocicletta, su cui siede il passeggero. Il divieto ai minori di 18 anni e le clip del trailer (che Mymovies, uno dei principali motori di informazione cinematografica, ha prontamente rimosso) sembrano obbedire a ragioni di mercato, suggerendo la possibilità che la relazione tra lo statuario motociclista e l'introverso assistente del traffico possa essere bene corroborata da congiungimenti ad alto tasso di erotismo. Per nostra fortuna le cose non stanno esattamente così. Quando ho iniziato a scrivere non ero mai stato realmente innamorato Harry Lighton Lighton, che ha impiegato cinque anni a realizzare il suo primo lungometraggio, era rimasto folgorato dal romanzo Box Hill di Adam Mars-Jones ambientato negli anni'70, il fondale quello dei gay bikers britannici. Storia dura dall'esito tragico. Ha trascorso una settimana prima delle riprese correndo tutto il giorno in motocicletta. Seduto dietro. Le emozioni, diverse da quelle che prova il pilota, sono arrivate. Portandolo a confezionare questa che è comunque in qualche modo una declinazione della commedia romantica, attraversandone ogni obbligatoria prescrizione. Ray è il motociclista alfa Nudo sotto la pelle (qualcuno ricorda il film del '68 con Alain Delon e Marianne Faithfull?) di poche parole e di imperscrutabili sentimenti. Colin dopo gli insulti dei proprietari delle auto che ha multato canta a cappella col padre in quartetto, in un pub sufficientemente malinconico. Nello stesso locale però appare Ray e tra i due scatta quel cortocircuito che li porta velocemente in un angolo di strada. Si può filmare un rapporto orale senza volgarità? Si può. Quando Colin si ritrova per la prima volta seduto sul pillion avvinghiato al suo pilota, con sotto la sella i 210 cavalli di una BMW RR, gli occhi che bucano la visiera del casco si illuminano di felicità. Ray e Colin incarnano perfettamente le due polarità dell'universo BDSM: bondage, dominazione, sadismo, masochismo. Uno è un beneducato dominatore naturale, l'altro un introverso sottomesso per vocazione. Il loro è di conseguenza un rapporto sano e consensuale. E forse Colin non è poi così timido. La sua famiglia appoggia con partecipazione la sua omosessualità ancora acerba, la madre mettendo pacatamente in campo le preoccupazioni che ogni madre nutre in ordine al destino dell'unico figlio. La famiglia di Ray sono i veri componenti del Gay Bikers Motorcycle Club: sfrontati, allegri, affettuosi con il nuovo arrivato. Hanno delle regole, hanno un'etica. Lighton mette in scena un racconto stratificato che ci spinge a scavare oltre la superficie della commedia queer politicamente corretta anche nelle immagini di impatto. Riesce ad attraversare i frangenti più performativi aggirandone tutti i trabocchetti, privilegiando la spinta a cercare di decifrare le ragioni di una relazione (come tutte) asimmetrica. Che (come tutte) deve attraversare le forche caudine del salto di qualità. Ci lascia indagare sugli sguardi: in quello di Ray sprazzi di solitudine e tormento interiore, in quello di Colin lo stupore della crescita e della scoperta di sé. Riesce a spostarci in un attimo da coordinate dai perfetti tempi comici a imprevedibili affondi nell'intimità. Impartendo una significativa lezione su come sia possibile raccontare liberamente una materia complessa, sfidando senza nessuna rinuncia pregiudizi e pruderie. Mantenendo saldamente la barra del rispetto e della libertà di scelta mette in evidenza che il baricentro di tutta la narrazione ha un nome: consenso. Con ciò rendendo estendibile la lezione a tutti coloro che in epoca recente ritengono che la definizione consenso libero e attuale possa essere egregiamente sostituita da volontà contraria. A fronte di 6 milioni e 400 mila donne che dai 16 ai 75 anni (Istat 2025) almeno una volta nella vita hanno subito una violenza sessuale. Consigliata la visione all'avv. Bongiorno1. Nota 1. Presidente della Commissione Giustizia del Senato e relatrice della Legge contro la violenza sulle donne, art. 609bis c.p. Marco Rigamo è nato e vive a Padova. Attivista politico, dagli anni '70 ha attraversato tutte le stagioni del conflitto sociale e qualche strettoia giudiziaria, partecipando nel nuovo millennio alle carovane internazionali di sostegno ai diritti delle comunità Zapatiste e Palestinesi. Ha pubblicato scritti in tema di attualità politica, giustizia e carcere. Ha curato in collettivo la pubblicazione dei volumi La settima chiave – Le Tute Bianche nella carovana zapatista, Neos Edizioni, 2001 e Processo Sette Aprile – Padova trent'anni dopo, voci della città degna, Manifestolibri, 2009. Da sempre appassionato di cinema ha pubblicato le sue recensioni sulle riviste Duel, ZeroNetwork, Global Magazine e sulle testate online Global Project e DinamoPress. Consensual Opposition: Pillion by Marco Rigamoenglish version by Matilde Moro For once, Italian distributors cannot be blamed too much for their tendency to extend (and often modify) original titles. Pillion, by british debutant Harry Lighton, who also wrote the screenplay, thus becomes Pillion – amore senza freni (litt: Pillion – Love Without Brakes): the resulting wordplays and promotional materials lead us to discover that Pillion is the term used to describe the rear seat of a motorcycle - where the passenger sits. The 18+ rating and the trailer clips (which Mymovies, one of the italian leading film information engines, promptly removed) seem to obey market rules, suggesting the possibility that the relationship between the statuesque motorcyclist and the introverted traffic assistant may be well corroborated by highly erotic encounters. Fortunately for us, this is not exactly the case. When I started writing, I had never really been in love Harry Lighton Lighton - who took five years to make his first feature film - was struck by Adam Mars-Jones' novel Box Hill, set in the 1970s, against the backdrop of British gay bikers. It is a harsh story with a tragic ending. He spent a week before filming riding a motorcycle all day long. Sitting behind. The emotions - different from those felt by the riderm - came flooding in. This led him to create what is, in some ways, a variation on the romantic comedy, fulfilling all the necessary requirements. Ray is the alpha biker, Naked Under the Skin (does anyone remember the 1968 film with Alain Delon and Marianne Faithfull?), a man of few words and inscrutable feelings. After being insulted by the owners of the cars he has fined, Colin sings a cappella with his father in a quartet. The venue is a suitably melancholic pub. Yet, Ray shows up in the same pub – and the second their eyes lock, it’s like a live wire snapping. The world glitches out, and next thing you know we find them again a shadowy street corner. Can oral sex be filmed without vulgarity? Yes, it can. When Colin finds himself sitting on the pillion for the first time, clinging to his rider, with the 210 horsepower of a BMW RR beneath the seat, his eyes - piercing through the visor of his helmet - light up with pure happiness. Ray and Colin perfectly embody the two poles of the BDSM universe: bondage, domination, sadism, masochism. One is a well-mannered, natural dominator, the other an introverted, submissive by vocation. Their relationship is therefore healthy and consensual. And perhaps, Colin is not so shy after all. His family actively supports his still-developing homosexuality, with his mother calmly expressing the concerns that every mother has about the fate of her only child. Ray's family are the real members of the Gay Bikers Motorcycle Club: bold, cheerful, affectionate towards the newcomer. They have rules, and they have ethics. Lighton stages a layered story that pushes us to dig beyond the surface of politically correct queer comedy, even in the striking images. He manages to navigate the most performative moments, avoiding all the pitfalls, favoring the urge to try to decipher the reasons behind an asymmetrical relationship (like all relationships). Which (like all relationships) must go through the gauntlet of a quantum leap. He lets us investigate the characters' gazes: in Ray's, flashes of loneliness and inner torment; in Colin's, the wonder of growing up and discovering oneself. He manages to shift us in an instant from perfectly timed comic moments to unpredictable plunges into intimacy. The movie ends up teaching a significant lesson on how it is possible to freely discuss a complex subject, challenging prejudice and prudery without compromise. By firmly maintaining respect and freedom of choice, it highlights that the center of gravity of the entire narrative has a name: consent. This makes the lesson applicable to all those who, in recent times, believe that the definition of free and current consent can be admirably replaced by contrary will. This is in the face of 6.4 million women between the ages of 16 and 75 (Istat 2025) who have suffered sexual violence at least once in their lives. Recommended viewing for lawyer Bongiorno1. Note 1. Chair of the Senate Judiciary Committee and rapporteur for the Law against violence against women, Art. 609-bis of the Italian Penal Code. Marco Rigamo was born and lives in Padua. A political activist since the '70s, he has passed through every era of social clashes and several legal hurdles, partaking in 2000s international caravans supporting Zapatista and Palestinian communities. He published writings on current political affairs, justice, and the prison system, and-as a constituent in a crew-he edited the volumes La settima chiave – Le Tute Bianche nella carovana zapatista (Neos Edizioni, 2001) and Processo Sette Aprile – Padova trent'anni dopo, voci della città degna (Manifestolibri, 2009). A lifelong cinema enthusiast, his reviews have been featured in the journals Duel, ZeroNetwork, and Global Magazine, as well as on the online platforms Global Project and DinamoPress.
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L’animalità come misura standard per la disumanizzazione del nemico La fabbrica psicologica della disumanizzazione dei palestinesi nella società israeliana Cheryl Kass Tel Aviv, 9 ottobre 2023. Due giorni dopo l’attacco di Hamas, il ministro della Difesa Yoav Gallant si presenta in conferenza stampa e annuncia l’assedio totale alla Striscia. La formula con cui motiva l’ordine resterà negli atti di guerra e nei fascicoli giudiziari dell’Aia: «Ho ordinato un assedio completo della Striscia di Gaza. Niente elettricità, niente cibo, niente carburante, tutto è chiuso. Stiamo combattendo animali in forma umana e agiremo di conseguenza» (Cfr. Roberto Iannuzzi, Il 7 ottobre tra verità e propaganda, Eurilink University Press, Roma 2024, p. 56). Quattro parole, animali in forma umana, bastano per riassumere ciò che a Gaza accadrà nei mesi successivi: la formula colloca due milioni e trecentomila persone fuori dal cerchio della specie. Nelle stesse ore l’ex ambasciatore di Israele alle Nazioni Unite Dan Gillerman descrive i palestinesi come: «animali orribili e disumani» (Ivi). Il presidente dello Stato, Isaac Herzog, dichiara qualche giorno più tardi che «è un’intera nazione che è responsabile; questa retorica sui civili non consapevoli, non coinvolti, non è assolutamente vera», prima di firmare a pennarello i proiettili d’artiglieria diretti su Gaza (Ivi). Il premier Benjamin Netanyahu ricorre al passo biblico di Amalek, che ordina lo sterminio che include bambini e lattanti (Ivi). La Corte internazionale di giustizia, nell’ordinanza cautelare del 26 gennaio 2024, citerà proprio le parole di Herzog e Gallant fra gli indizi seri di incitamento al genocidio (Cfr. Gideon Levy, citato in R. Iannuzzi, op. cit., p. 59). Nulla di tutto ciò è un’esplosione improvvisa di rancore. La possibilità che un ministro pronunci pubblicamente la formula animali in forma umana senza essere espulso dalla vita pubblica appartiene a un percorso lungo, depositato negli anni nei manuali scolastici come nei sermoni rabbinici, nei talk show come nei regolamenti militari. Lo storico Raz Segal, su Jewish Currents del 13 ottobre 2023, parla per Gaza di «un caso da manuale di genocidio» (Cfr. R. Segal, A Textbook Case of Genocide, in Jewish Currents, 13 ottobre 2023, cit. in R. Iannuzzi, op. cit., p. 58); pochi giorni dopo lo storico israelo-americano Omer Bartov, sul New York Times, parla di intento genocida riconoscibile (Ibid.). Quel che interessa qui è il piano psicologico del consenso. Come ha potuto, una società democratica e altamente scolarizzata (ma ideologicamente indirizzata), accogliere senza scandalo la negazione dell’umanità di un intero popolo? Otto modi di disimpegnare la coscienza Lo psicologo sociale Albert Bandura, in Disimpegno morale. Come facciamo del male continuando a vivere bene (Erickson, Trento 2017), ha elaborato il quadro più preciso per rispondere a questa domanda. Bandura parte da un’osservazione che apre il primo capitolo: «Una comprensione esauriente della moralità deve spiegare non solo come le persone riescano a comportarsi moralmente, ma anche come possano comportarsi in modo inumano e tuttavia continuare a nutrire rispetto per se stesse e sentirsi a posto» (Albert Bandura, Disimpegno morale, Erickson, Trento 2017, p. 13). Lo psicologo di Stanford individua otto meccanismi attraverso i quali le autosanzioni morali vengono selettivamente disattivate dall’autore di una condotta lesiva, raggruppati in quattro punti del processo di autoregolazione. Sul versante del comportamento agisce un primo grappolo di operazioni psichiche. La giustificazione morale legittima un mezzo lesivo investendolo di un fine sacro, come l’autodifesa o la sopravvivenza del popolo; il confronto vantaggioso, sua parente stretta, fa apparire l’azione un male minore rispetto a un male temuto: «la convinzione che le proprie azioni lesive impediranno una sofferenza umana maggiore di quella che causano fa apparire altruistico il proprio comportamento» (Ibid., p. 15). Il linguaggio eufemistico completa l’opera: «Le formule eufemistiche, nelle loro forme addolcite e contorte, dissimulano un comportamento nocivo con un linguaggio innocuo riuscendo così a spogliarlo di qualunque umanità» (Ivi). Quando l’esercito israeliano parla di intelligence-based strikes o di zone umanitarie sta facendo precisamente questo lavoro: rivestire di lessico tecnico un macello quotidiano. Vale ricordare che il 10 ottobre 2023 il portavoce delle IDF dichiarava, riguardo alle operazioni in atto, che «l’enfasi è sui danni, non sulla precisione», mentre Gallant scandiva: «Ho ridotto tutte le restrizioni: uccideremo tutti coloro contro cui combattiamo; useremo ogni mezzo» (R. Iannuzzi, op. cit., p. 57). Il linguaggio si addolcisce verso l’esterno, mentre verso l’interno la formula si fa ferina. Sul piano dell’agency operano lo spostamento e la diffusione della responsabilità. Il primo trasferisce la colpa sull’autorità superiore, lungo una catena per cui il soldato eseguiva un ordine ricevuto dall’ufficiale, e l’ufficiale obbediva al gabinetto di guerra collegialmente responsabile. La seconda spalma la responsabilità su un collettivo così ampio da rendere indistinguibili gli autori del danno. Già a metà Novecento Hannah Arendt aveva osservato in La banalità del male (Feltrinelli, Milano 1992) come il regime burocratico nazista avesse perfezionato proprio questa dispersione: il funzionario diventa un anello e l’anello scompare nella catena. La macchina militare israeliana, con i suoi protocolli automatizzati di targeting e con sistemi come Lavender o Where’s Daddy? che algoritmizzano la scelta dei bersagli, porta questa dispersione a un grado nuovo. La colpa si dilata in un’infrastruttura statistica. Quanto al risultato, compare la minimizzazione del danno, per cui il conteggio dei morti viene contestato o ricondotto al Ministero di Hamas. Sulla figura della vittima agiscono infine l’attribuzione del biasimo e la disumanizzazione vera e propria. L’attribuzione del biasimo afferma che i palestinesi si sono attirati la rappresaglia con il loro voto del 2006 e, in fondo, con la loro mera presenza dentro un perimetro proibito. La disumanizzazione è il cuore di tutto: «I perpetratori escludono coloro che maltrattano dal proprio concetto di umanità, spogliandoli delle qualità umane o attribuendo loro caratteristiche animalesche. Il fatto di rendere subumane le proprie vittime indebolisce gli scrupoli morali legati al fatto di trattarle duramente» (A. Bandura, op. cit., p. 16). Bandura aggiunge altrove un’osservazione decisiva per chi voglia spiegare la normalizzazione della violenza: «La deumanizzazione indebolisce le autocostrizioni morali minando la prosocialità (cooperazione, aiuto verso l’altro senza richiesta di ricompensa), riducendo l’empatia per le sofferenze altrui ed escludendo le persone svalutate dal concetto di umanità» (Ibid., p. 61). La frase di Gallant, dunque, non è la radice del processo: ne è il sigillo pubblico, il momento in cui la macchina psicologica viene legittimata dal vertice politico. La vittima eterna e il suo doppio Per quanto coerente, lo schema di Bandura va innestato su una storia specifica. Lo ha mostrato la storica israeliana Idith Zertal in Israel’s Holocaust and the Politics of Nationhood (Cambridge University Press, Cambridge 2005). Zertal descrive come la Shoah sia stata progressivamente trasformata in una risorsa politica permanente, capace di immunizzare lo Stato di Israele rispetto alla critica del mondo: «Attraverso Auschwitz [...] Israele si è reso immune alla critica e impermeabile a un dialogo razionale con il mondo circostante» (Idith Zertal, Israel’s Holocaust and the Politics of Nationhood, Cambridge University Press, Cambridge 2005, p. 4). Auschwitz, scrive Zertal, è stata invocata per: «questioni che la società israeliana ha rifiutato di affrontare, risolvere e pagare, trasformando così Israele in una zona crepuscolare astorica e apolitica, dove Auschwitz cessa di appartenere al passato e diviene un presente minaccioso e una possibilità costante» (Ivi). Il meccanismo psicologico è quello che lo psicoanalista turco-americano Vamik Volkan definisce chosen trauma: il trauma fondatore di un gruppo, trasmesso di generazione in generazione, diviene cifra identitaria e licenza preventiva di violenza (Cfr. Vamik D. Volkan, Transgenerational Transmissions and Chosen Traumas. An Aspect of Large-Group Identity, in Group Analysis, vol. 34, n. 1, 2001). La conseguenza, sul piano interno, è una siege mentality costantemente coltivata, descritta dallo psicosociologo Daniel Bar-Tal come uno dei capisaldi del socio-psychological repertoire degli israeliani in un conflitto intrattabile (Cfr. Daniel Bar-Tal, Intractable Conflicts. Socio-Psychological Foundations and Dynamics, Cambridge University Press, Cambridge 2013). Bar-Tal ha mostrato come il vittimismo collettivo percepito, anche quando il rapporto reale di forza è sbilanciato a proprio favore, rafforzi il senso morale di sé e abbatta nello stesso movimento l’empatia per l’avversario, legittimando preventivamente le azioni offensive che si compiono (Cfr. Daniel Bar-Tal, Lily Chernyak-Hai et al., A sense of self-perceived collective victimhood in intractable conflicts, in International Review of the Red Cross, vol. 91, n. 874, 2009). Il volume scritto con Yona Teichman, Stereotypes and Prejudice in Conflict. Representations of Arabs in Israeli Jewish Society (Cambridge University Press, Cambridge 2005), documentava già due decenni or sono come l’arabo, e in particolare il palestinese, fosse rappresentato in larga parte del materiale scolastico israeliano come minaccia indistinta, quasi mai dotata di un volto individuale. La preparazione lunga: scuola, schermi, divise Sui banchi di scuola, la sociolinguista Nurit Peled-Elhanan ha analizzato un campione di manuali in uso nel sistema pubblico israeliano in Palestine in Israeli School Books. Ideology and Propaganda in Education (I.B. Tauris, London 2012), rilevando come il palestinese vi compaia quasi esclusivamente come rifugiato indistinto o come terrorista latente, raramente come soggetto storico. Lo storico Ilan Pappé, in Dieci miti su Israele (Fazi, Roma 2017), ha ricostruito come quel quadro educativo sia il prodotto di una costruzione mitologica del 1948 che ha rimosso la pulizia etnica e fissato la storia secondo l’asse terra senza popolo, popolo senza terra: «la disinformazione storica [...] ha permesso l’oppressione di un popolo e legittimato un regime coloniale e di occupazione» (Ilan Pappé, Dieci miti su Israele, Fazi, Roma 2017, p. 9). Sui media, gli studi del politologo Neve Gordon raccolti in A Villa in the Jungle. The Arab Awakening through the Lens of the Israeli Media (Bloomsbury, London 2024) hanno mostrato come la stampa e la televisione israeliane lavorino su una metafora che lo stesso Ehud Barak rese celebre nel 1996: Israele come villa nella giungla. La metafora produce due effetti simultanei. Riconferma la propria appartenenza al mondo civile e relega il fuori, gli arabi, in una zona selvaggia e indistinta. La metafora coloniale incontra la psicoanalisi: in I dannati della terra (Einaudi, Torino 2000) Frantz Fanon aveva descritto questa operazione come la prima necessità del colono, zoologizzare il nativo per giustificare la propria violenza pacificatrice. Il meccanismo si è semplicemente trasferito sui canali digitali. Una ricerca pubblicata da Sivan Givon-Benjio su Political Psychology nel 2026 mostra che, dal 7 ottobre, la suscettibilità degli adulti israeliani alle informazioni propagandistiche è risultata significativamente più elevata fra chi era esposto a media nazionali rispetto a chi consultava fonti internazionali, e che il livello di disumanizzazione esplicita dei palestinesi si correlava in modo robusto con l’esposizione a hasbara digitale (Cfr. Sivan Givon-Benjio et al., Susceptibility to misinformation and propaganda during wartime. Evidence from the Israeli–Palestinian conflict, in Political Psychology, 2026). Nell’esercito, infine, la macchina educativa del tohar ha-neshek, la purezza delle armi, funziona da fronte interno: garantisce al soldato lo specchio di una soggettività morale anche mentre compie azioni che la negano. È la tesi di James Eastwood in Ethics as a Weapon of War. Militarism and Morality in Israel (Cambridge University Press, Cambridge 2017), il quale osserva che: «anziché fornire uno strumento per limitare la violenza militare, l’etica è diventata parte di un assetto che rende più facile per l’esercito commettere violenza» (James Eastwood, op. cit., p. 3). L’esercito più morale del mondo è una formula che opera producendo il consenso al proprio operato mentre lo certifica. Dall’analogia nazi al diniego del genocidio Sul piano del lessico pubblico, dal 7 ottobre 2023 si è imposta in Israele un’altra mossa decisiva. Hamas è stato denominato, in modo ricorrente e in sede istituzionale, nazista. La giurista Smadar Ben-Natan, su Journal of Palestine Studies, ha mostrato come questa analogia faccia un lavoro doppio. La prima funzione è rievocare l’unica esecuzione capitale legalmente compiuta dallo Stato di Israele, quella di Adolf Eichmann nel 1962, riaprendo oggi la strada a una pena di morte specifica per palestinesi. La seconda, e qui sta il punto, è teorica: «fondere terrorismo e nazismo proietta Hamas come nemico assoluto per legittimare la pena di morte e, nello stesso tempo, funziona come mezzo di negazione del genocidio» (Smadar Ben-Natan, The New Nazis. The Changing Discourse on the Death Penalty in Israel Since October 7, in Journal of Palestine Studies, vol. 55, n. 1, 2026, p. 6). Chiamare nazista il proprio nemico permette di proseguire un genocidio chiamandolo legittima difesa. La proiezione, in senso psicoanalitico, è completa: si attribuisce all’altro l’identità del proprio passato persecutore e si guadagna così la licenza dell’azione totale. L’effetto su Israele come collettività si misura nei sondaggi. Un’indagine dell’Israel Democracy Institute del marzo 2024 rilevava che il 68 per cento degli ebrei israeliani considerava troppo limitato il quantitativo di forza usato a Gaza, mentre il 36 per cento dichiarava di accettare l’idea di un’arma nucleare contro la Striscia. La giornalista Cecilia Sala, in I figli dell’odio (Mondadori, Milano 2024), riporta una conversazione con due coloni di Hebron rappresentativa del clima: «tutti vogliono la distruzione di Hamas e sempre più israeliani vogliono anche la distruzione dei palestinesi. Mi dicono: gli abitanti della Striscia di Gaza hanno votato per Hamas e quindi sarebbero corresponsabili dei crimini di Hamas» (Cecilia Sala, I figli dell’odio, Mondadori, Milano 2024, p. 14). Bandura riconoscerebbe qui, sovrapposti, l’attribuzione del biasimo alla vittima e la diffusione della responsabilità collettiva. Il bambino di Gaza che ha votato Hamas nel 2006, quando aveva tre anni o non era ancora nato, ne è oggetto. La spaccatura interna e la guarigione mancata Una società simile non è monolitica. Esiste un Israele che resiste alla disumanizzazione. Lo testimoniano le confessioni dei soldati raccolte da Breaking the Silence, le mobilitazioni dei riservisti contro la riforma giudiziaria del 2023, l’attivismo intellettuale di Ilan Pappé e Gideon Levy, le inchieste di organizzazioni come B’Tselem. Chi sceglie quella via paga però un prezzo in termini di rottura politica e di esilio interno. Lo stesso Pappé scrive che siamo di fronte al: «inizio della fine del progetto sionista come lo conosciamo» (Ilan Pappé, La fine di Israele, Fazi, Roma 2024, p. 11). La voce critica resta minoritaria e oggi viene marchiata dentro Israele come tradimento. La radicalizzazione descritta da Cecilia Sala, con il kahanismo armato di Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich entrato nel governo, è la versione attiva del processo psicologico descritto da Bandura: «il disimpegno morale, quando è promosso dal vertice, smette di essere un meccanismo individuale e diventa programma di Stato». Lo psicoanalista Erich Fromm, in Anatomia della distruttività umana (Mondadori, Milano 1975), aveva chiamato necrofilia sociale l’incanto collettivo verso l’annientamento dell’altro come via di guarigione del proprio dolore. Quel che si verifica a Gaza dal 7 ottobre 2023 è la versione contemporanea di quella diagnosi. Il trauma reale del massacro di Hamas viene curato attraverso l’inflizione di un danno smisuratamente più grande sul popolo palestinese, e la cura prende forma pubblica nei discorsi dei ministri come nei talk show notturni, nei manuali scolastici come nei cori delle curve da calcio descritti in Israeli football clubs and the post-October 7 2023 national emotional ecology (Sport in Society, 2025). Una chiusura perturbante Animali in forma umana. La formula del 9 ottobre 2023 ha avuto la fortuna di tutte le definizioni autorizzate dal potere: ha autorizzato ciò che si voleva fare già prima di pronunciarla. Bandura osserva che il disimpegno morale: «non modifica i criteri morali. Fornisce piuttosto, a coloro che si disimpegnano moralmente, i mezzi per eludere i criteri morali, sottraendo alla moralità i comportamenti lesivi e alleggerendo la propria responsabilità» (A. Bandura, op. cit., p. 17). Il cittadino israeliano medio, dopo il 7 ottobre, non ha cessato di amare i propri figli o di considerarsi parte di una democrazia. Ha solo escluso, dal proprio concetto di umanità, due milioni e trecentomila palestinesi. La sospensione selettiva è il vero meccanismo del genocidio in atto. Riconoscere quella sospensione e restituire i nomi a chi è stato sottratto al genere umano è il primo gesto critico possibile. Da qui occorre ricominciare a contare i morti uno per uno, con i loro nomi e i loro luoghi. Da lì, e da nessun’altra parte, ricomincia la possibilità di pensare la pace. Animality as a Standard Measure for the Dehumanization of the Enemy The Psychological Factory of the Dehumanization of Palestinians in Israeli Society By Lavinia Marchetti Tel Aviv, 9 October 2023. Two days after Hamas’s attack, Defense Minister Yoav Gallant appeared at a press conference and announced a total siege of the Gaza Strip. The formula he used to justify the order will remain in war records and International Court of Justice files: «I have ordered a complete siege of the Gaza Strip. No electricity, no food, no fuel—everything is closed. We are fighting animals in human form and will act accordingly» (Roberto Iannuzzi, Il 7 ottobre tra verità e propaganda, Eurilink University Press, Rome 2024, p. 56). Four words—animals in human form—summarise what will happen in Gaza in the following months: the expression places two million three hundred thousand people outside the circle of the species. In the same hours former Israeli UN ambassador Dan Gillerman described Palestinians as «horrible and inhuman animals» (Ibid.). President Isaac Herzog declared a few days later that «an entire nation is responsible; this rhetoric about unaware, uninvolved civilians is absolutely false» before signing artillery shells aimed at Gaza (Ibid.). Prime Minister Benjamin Netanyahu invoked the biblical passage on Amalek, ordering extermination that includes «children and infants» (Ibid.). The International Court of Justice, in its provisional measures order of 26 January 2024, will cite Herzog’s and Gallant’s words among the serious indications of incitement to genocide (Gideon Levy, cited in R. Iannuzzi, op. cit., p. 59). Nothing of this is a sudden explosion of rancor. The possibility that a minister could publicly utter the phrase animals in human form without being expelled from public life belongs to a long‑term trajectory, deposited over years in school textbooks, rabbinic sermons, talk‑show discourse, and military regulations. Historian Raz Segal, in Jewish Currents of 13 October 2023, called the Gaza case «a textbook case of genocide» (R. Segal, A Textbook Case of Genocide, Jewish Currents, 13 Oct 2023, cited in R. Iannuzzi, op. cit., p. 58); days later Israel‑American historian Omer Bartov wrote in the «New York Times» about recognizable genocidal intent (ibid.). What matters here is the psychological plan of consensus: how could a democratic, highly educated (yet ideologically directed) society accept, without scandal, the denial of humanity to an entire people? Eight Mechanisms for Moral Disengagement Social psychologist Albert Bandura, in Moral Disengagement: How We Do Harm While Living Well (Erickson, Trento 2017), offers the most precise framework for this question. He opens the first chapter with an observation that frames the whole analysis: «A comprehensive understanding of morality must explain not only how people behave morally, but also how they can act inhumanely while still maintaining self‑respect and feeling okay about themselves» (Bandura, p. 13). Bandura identifies eight mechanisms through which moral self‑sanctions are selectively switched off by perpetrators of harm, grouped into four stages of self‑regulation. On the behavioural side, a first cluster of psychic operations works. Moral justification invests a harmful means with a sacred end—self‑defence or the survival of the people; advantageous comparison makes the action appear a lesser evil compared with a feared greater evil: «the belief that one’s harmful actions will prevent a larger human suffering makes the behaviour appear altruistic» (Bandura, p. 15). Euphemistic language completes the work: «euphemistic formulas, in their softened and twisted forms, conceal a harmful behaviour with innocuous language, thereby divesting it of any humanity» (ibid.). When the Israeli army talks of intelligence‑based strikes or humanitarian zones it performs precisely this job: technical jargon dresses up daily slaughter. It is worth recalling that on 10 October 2023 the IDF spokesperson, regarding ongoing operations, said «the emphasis is on damage, not on precision» while Gallant declared: «I have lifted all restrictions: we will kill everyone we fight; we will use every means» (R. Iannuzzi, op. cit., p. 57). The language sweetens outwardly, while internally the formula becomes feral. On the agency level, displacement and diffusion of responsibility operate. The former transfers blame to a higher authority along a chain—soldier follows officer’s order, officer obeys the collegially responsible war cabinet. The latter spreads responsibility over a collective so vast that the perpetrators become indistinguishable. Already in the mid‑20th century Hannah Arendt observed in The Banality of Evil (Feltrinelli 1992) how the Nazi bureaucratic regime perfected this dispersion: the official becomes a link, and the link disappears in the chain. The Israeli military, with its automated targeting protocols and systems such as Lavender or Where’s Daddy? that algorithmically select targets, takes this dispersion to a new degree. Guilt dilates into a statistical infrastructure. Regarding outcomes, minimisation of harm appears, with casualty counts contested or attributed to Hamas. On the victim’s figure act attribution of blame and outright dehumanisation. Attribution of blame states that Palestinians attracted the retaliation with their 2006 vote and, ultimately, with their mere presence in a prohibited perimeter. Dehumanisation is the core: «perpetrators exclude those they mistreat from their concept of humanity, stripping them of human qualities or attributing animal traits. Making victims sub‑human weakens moral scruples about treating them harshly» (Bandura, p. 16). Bandura adds elsewhere a decisive observation for those who wish to explain the normalisation of violence: «Dehumanisation weakens self‑imposed moral constraints by undermining prosociality (cooperation, help without expectation of reward), reducing empathy for others’ suffering and excluding the devalued from the concept of humanity» (p. 61). Gallant’s phrase, therefore, is not the root of the process; it is the public seal, the moment when the psychological machine is legitimised by the political apex. The Eternal Victim and Its Double For the scheme to function, it must be embedded in a specific historical story. Israeli historian Idith Zertal, in Israel’s Holocaust and the Politics of Nationhood (Cambridge UP 2005), shows how the Shoah has been progressively transformed into a permanent political resource that immunises the State of Israel against external criticism: «By means of Auschwitz … Israel rendered itself immune to criticism, and impervious to rational dialogue with the world around her» (Zertal, p. 4). Auschwitz, Zertal writes, is invoked for «issues which Israeli society has refused to confront, resolve, and pay the price for, thus transmuting Israel into an ahistorical and apolitical twilight zone, where Auschwitz is not a past event but a threatening present and a constant option» (Ibid.). The psychological mechanism is what Turkish‑American psychoanalyst Vamik Volkan calls chosen trauma: the founding trauma of a group, transmitted generation after generation, becomes an identity marker and a preventive licence for violence (Volkan 2001). The internal consequence is a constant siege mentality, described by sociopsychologist Daniel Bar‑Tal as one of the pillars of the «socio‑psychological repertoire» of Israelis in an intractable conflict (Bar‑Tal 2013). Bar‑Tal has shown how perceived collective victimhood, even when the real balance of force is skewed in one’s favour, strengthens a moral self‑image and simultaneously erodes empathy for the opponent, pre‑legitimising offensive actions (Bar‑Tal et al. 2009). The volume co‑authored with Yona Teichman, Stereotypes and Prejudice in Conflict (Cambridge UP 2005), already documented how, two decades ago, the Arab—especially the Palestinian—was represented in most Israeli school material as an indistinct threat, rarely given an individual face. The Long‑Term Preparation: Schools, Screens, Uniforms On school desks, sociolinguist Nurit Peled‑Elhanan analysed a sample of textbooks used in the Israeli public system in Palestine in Israeli School Books. Ideology and Propaganda in Education (I.B. Tauris 2012), finding that Palestinians appear almost exclusively as indistinct refugees or latent terrorists, rarely as historical subjects. Historian Ilan Pappé, in Dieci miti su Israele (Fazi 2017), reconstructed how this educational picture is the product of a mythological 1948 construction that erased ethnic cleansing and fixed history on the axis land without a people, people without a land: «historical misinformation … has allowed the oppression of a people and legitimised a colonial and occupying regime» (Pappé, p. 9). In the media, the studies of political scientist Neve Gordon collected in A Villa in the Jungle. The Arab Awakening through the Lens of the Israeli Media (Bloomsbury 2024) have shown how Israeli press and television work on a metaphor that Ehud Barak popularised in 1996: Israel as a villa in the jungle. The metaphor produces two simultaneous effects. It reconfirms Israel’s belonging to the civilised world and relegates the outside, the Arabs, to an indistinct wilderness. The colonial metaphor meets psychoanalysis: in I dannati della terra (Einaudi 2000) Frantz Fanon described this operation as the first necessity of the coloniser—to zoologise the native in order to justify his peaceful violence. The mechanism has simply transferred to digital channels. A research article by Sivan Givon‑Benjio in Political Psychology (2026) shows that, from 7 October onward, Israeli adults’ susceptibility to propagandistic information was significantly higher among those exposed to national media than among those consulting international sources, and that explicit dehumanisation of Palestinians correlated robustly with exposure to digital hasbara (Givon‑Benjio et al., 2026). In the army, finally, the educational machine of tohar ha‑neshek (purity of weapons) functions as an internal front: it guarantees the soldier a mirror of moral subjectivity even while he performs actions that deny it. This is the thesis of James Eastwood in Ethics as a Weapon of War. Militarism and Morality in Israel (Cambridge UP 2017), which observes that «rather than providing a means for easier for the military to commit» (p. 3). The claim of possessing the world’s most moral army is therefore a formula that operates by producing consent for its own deeds while certifying them. From Nazi Analogy to Genocide Denial On the level of public lexicon, since 7 October 2023 Israel has repeatedly called Hamas Nazi. Jurist Smadar Ben‑Natan, in Journal of Palestine Studies, has shown how this analogy performs a double work. The first function is to revive Israel’s only legally executed capital punishment case—the 1962 execution of Adolf Eichmann—re‑opening today the road to a death penalty specifically for Palestinians. The second, and here lies the point, is theoretical: «conflating terrorism with Nazism casts Hamas as an absolute enemy to legitimize the death penalty while serving as a means of genocide denial» (Ben‑Natan, p. 6). Labeling the enemy as Nazi allows the continuation of genocide under the banner of legitimate self‑defence. The psycho‑analytic projection is complete: the other is assigned the identity of the group’s historic persecutor, thereby gaining a licence for total action. The effect on Israel as a collective is measurable in polls. A March 2024 survey by the Israel Democracy Institute recorded that 68 % of Israeli Jews considered the amount of force used in Gaza far too limited, while 36 % said they accepted the idea of a nuclear weapon against the Strip. Journalist Cecilia Sala, in I figli dell’odio (Mondadori 2024, p. 14), reports a conversation with two Hebron settlers that captures the climate: «Everyone wants the destruction of Hamas and increasingly also the destruction of the Palestinians. They tell me: the residents of the Gaza Strip voted for Hamas and therefore would be co‑responsible for Hamas’s crimes». Bandura would recognise here the overlapping attribution of blame to the victim and the diffusion of collective responsibility. The Gaza child who voted for Hamas in 2006, when he was three years old or not yet born, becomes the object of that attribution. The Internal Split and the Unhealed Wound A society of this kind is not monolithic. There is an Israel that resists dehumanisation. It is testified by the soldiers’ testimonies collected by Breaking the Silence, the reservists’ mobilisations against the 2023 judicial‑reform bill, the intellectual activism of Ilan Pappé and Gideon Levy, and the investigations of organisations such as B’Tselem. Those who choose this path, however, pay a price in political rupture and internal exile. Pappé himself writes that we are facing the «beginning of the end of the Zionist project as we know it» (Ilan Pappé, The End of Israel, Fazi, Rome 2024, p. 11). The critical voice remains a minority and today is labelled within Israel as treason. The radicalisation described by Cecilia Sala—armed Kahanism represented by Itamar Ben‑Gvir and Bezalel Smotrich entering the government—is the active version of the psychological process outlined by Bandura: when moral disengagement is promoted from the top, it ceases to be an individual mechanism and becomes a state programme. The psychoanalyst Erich Fromm, in Anatomy of Human Destructiveness (Mondadori, Milan 1975), called social necrophilia the collective enchantment with the annihilation of the other as a way of healing one’s own pain. What is happening in Gaza from 7 October 2023 is the contemporary manifestation of that diagnosis. The real trauma of Hamas’s massacre is “cured” through the infliction of a vastly larger damage on the Palestinian people, and the cure takes public form in ministers’ speeches, late‑night talk shows, school textbooks and even in the chants of football‑club crowds described in Israeli Football Clubs and the Post‑October 7 2023 National Emotional Ecology («Sport in Society», 2025). A Disturbing Closure Animals in human form. The 9 October 2023 formula benefitted from every definition authorised by power: it authorised what had already been intended before it was uttered. Bandura notes that moral disengagement «does not alter moral criteria. Rather, it provides those who disengage morally with the means to evade moral standards, stripping harmful behaviour of moral weight and lightening one’s own responsibility» (A. Bandura, op. cit., p. 17). The average Israeli citizen, after 7 October, did not cease loving his children or seeing himself as part of a democracy. He simply excluded, from his concept of humanity, two million three hundred thousand Palestinians. Selective suspension is the real mechanism of the genocide in progress. Recognising that suspension and restoring the names of those stripped of the human genus is the first possible critical act. From that moment, the dead must be counted one by one, with their names and locations. Only then, and nowhere else, does the possibility of imagining peace begin again.
- konnektor
Regno unito: Starmer, con le spalle al muro La parabola politica di Keir Starmer costituisce la media distopica di ciò che oggi è un leader politico nel panorama europeo e occidentale. Si tratta, infatti, del tipico esponente di una classe dirigente caratterizzata dall’assoluta mancanza di idee di fronte alla crisi sistemica del capitalismo storico e di prospettive intelligenti di uguaglianza e giustizia per affrontare il futuro non solo delle classi lavoratrici, ma direttamente del genere umano. Una classe dirigente assetata di potere e asservita a interessi privati, minoritari e classisti. Ferocemente aggrappata alla poltrona e determinata a impedire ogni alternativa reale e ogni opzione di cambiamento. Questo testo è stato pubblicato su «Sidecar», il blog della «New Left Review». Le elezioni locali e regionali tenutesi di recente nel Regno Unito hanno fatto da barometro delle tensioni politiche in atto in una Gran Bretagna scontenta. Si tratta dei peggiori risultati mai registrati in elezioni di medio termine da parte del partito al governo. Hanno stretto la morsa attorno al primo ministro laburista in difficoltà a meno di due anni dal ritorno al potere del partito a Westminster con un programma vacuo presentato sotto lo slogan «Change». È quasi certo che Starmer se ne andrà, che sia entro i prossimi giorni, settimane o mesi. Salvo imprevisti, il Partito Laburista, nonostante la sua enorme maggioranza alla Camera dei Comuni, non andrà da nessuna parte, in tutti i sensi, fino alle elezioni generali del 2029. Anche il Partito Conservatore, ora all’opposizione, ha registrato perdite consistenti. In queste elezioni comunali i due partiti di governo del sistema politico britannico hanno pareggiato al terzo posto, avendo ottenuto il 17% della quota di voto nazionale proiettata dalla BBC, perché gli elettori scontenti hanno optato per i partiti rivali emergenti. Apparentemente, si tratta di un altro tassello lungo la strada verso una politica a cinque (o sei, o sette) partiti, adattata al sistema di Westminster progettato solo per due. Finora, l’attuale destra ricostituita sta traendo il massimo vantaggio dall’instabilità politica, sia in Gran Bretagna che altrove, ma l’incertezza offre a chiunque l’opportunità di sorprendere. Sul campo e nelle intenzioni di voto, Reform UK, di Nigel Farage, è in ascesa (26%); così come, un gradino più in basso, i Verdi populisti di sinistra di Zach Polanski (18%), che stanno mettendo in ombra il Your Party di Corbyn, in difficoltà; mentre, in Scozia e Galles, i nazionalisti civici hanno sferrato il colpo di grazia al laburismo celtico. Erano in palio circa cinquemila seggi di consigliere comunale in centotrentasei dei trecentodiciassette comuni dell’Inghilterra. La maggior parte delle grandi aree urbane era in fase di rinnovo — tutta Londra, le West Midlands, l’area tra il Merseyside e il West Yorkshire, così come il Tyneside e il Wearside nel nord-est — oltre ai consigli di contea nelle zone rurali dell’East Anglia e sulla costa meridionale. In totale, il Partito Laburista ha perso 1.500 dei 2.500 seggi che difendeva e il controllo di 38 consigli comunali, compresa la città in bancarotta di Birmingham, che è il comune più popolato d’Europa, dove Reform è ora il partito di maggioranza, sebbene si siano registrate anche vittorie per i Verdi e gli indipendenti sostenitori di Gaza. Il fatto che in molte zone fosse in gioco solo un terzo dei seggi ha evitato al Partito Laburista una sconfitta ancora più pesante. Nella Grande Manchester, roccaforte municipale di Andy Burnham che aspira alla leadership laburista, Reform ha conquistato ventiquattro dei venticinque seggi di consigliere in palio a Wigan, e i Verdi diciotto dei trentadue nella città di Manchester, ma il Partito Laburista continua a detenere maggioranze (ridotte) in entrambi i comuni. Gli strateghi laburisti saranno più preoccupati per Londra, l’attuale vero bastione del partito. Prima delle elezioni la mappa elettorale della capitale era tinta di rosso laburista, con un’enclave conservatrice isolata a Kensington e Chelsea, macchie di blu tory e arancione liberaldemocratico nelle aree suburbane e il fastidio di un partito dissidente a Tower Hamlets, il comune più povero di Londra. Ma giovedì, più della metà dei consigli comunali laburisti sono rimasti in grigio, con il cosiddetto “no overall control”, ovvero senza nessun partito che abbia conquistato più della metà dei seggi, in gran parte a causa dei progressi dei Verdi. Con una campagna incentrata sulla crisi abitativa, i Verdi hanno conquistato Hackney, Waltham Forest e Lewisham con la maggioranza assoluta e hanno vinto anche due elezioni alla carica di sindaco. La solidarietà del leader dei Verdi Polanski a Gaza ha attirato una valanga mediatica di accuse di antisemitismo, nonostante sia l’unico leader ebreo di un importante partito politico britannico e abbia lui stesso subito abusi antisemiti. Dopo il voto, Polanski ha dichiarato «morto» il sistema bipartitico e ha affermato che «la nuova politica è Verdi contro Reform». Reform ha ottenuto poco meno di mille e cinquecento seggi e quattordici amministrazioni comunali. Prima delle elezioni, il portavoce per gli Affari interni, Zia Yusuf, ha affermato che un governo guidato da Reform avrebbe costruito nuovi centri di detenzione – nelle aree che votano per i Verdi – per ospitare fino a ventiquattromila migranti privi di documenti. Proprio come i conservatori di Johnson nel 2019 con il loro «Get Brexit Done», hanno ottenuto buoni risultati nelle zone che avevano votato a favore dell’uscita dall’Unione Europea un decennio fa, ovvero le ex roccaforti regionali della classe operaia un tempo fedeli al Partito Laburista, il cosiddetto «Red Wall» [Muro Rosso], nonché le contee conservatrici dell’Inghilterra orientale. Un voto di protesta a metà legislatura? Sì, ma i sondaggi di opinione per le prossime elezioni generali puntano nella stessa direzione. L’ultimo sondaggio MRP condotto a livello di circoscrizione da Electoral Calculus colloca Reform a 188 seggi (in forte aumento rispetto ai 5 del 2024), il Partito Conservatore a 159 (+38), il Partito Laburista a 86 (-326), i Verdi a 71 (+67) e i liberaldemocratici centristi a 61 (-11). Sarebbe una straordinaria inversione di tendenza per il Partito Laburista, che passerebbe da una schiacciante vittoria nel 2024 (412 dei 650 seggi della Camera dei Comuni) al suo peggior risultato dalla Grande Depressione (86 seggi). I seggi londinesi di Starmer e del vice primo ministro David Lammy, così come quello di Shabana Mahmood a Birmingham, passerebbero ai Verdi. Diversi altri ministri dell’attuale governo, tra cui la ministra degli Esteri Yvette Cooper nel West Yorkshire, sarebbero sconfitti da Reform. Risultati del genere rappresenterebbero ovviamente anche una scossa sismica per la destra britannica. Il partito Reform si troverebbe a 138 seggi dalla maggioranza alla Camera dei Comuni, e dovrebbe quindi formare una coalizione con i conservatori. I Verdi dovrebbero unirsi ai liberaldemocratici e ai nazionalisti scozzesi per costituire una «terza forza» nel Parlamento che uscirà dalle urne, ma sembra che il prossimo Parlamento apparterrà a una destra ricostituita. Ciononostante, Reform ha perso terreno nei sondaggi dallo scorso autunno, quando sembrava che avrebbe ottenuto la maggioranza alla Camera dei Comuni, riducendo i conservatori ad appena due dozzine di seggi. La percentuale di voti prevista per Reform è scesa da circa il 35% al 24%, contro il 21% assegnato ai conservatori, il 17% ai laburisti, il 15% ai Verdi, il 13% ai liberali, il 3% allo SNP [Scottish National Party] e l’1% al Plaid Cymru. Ciò significa il 45% per la destra di Reform e i conservatori e il 49% per il resto dei partiti, il che comporta margini davvero stretti a tre anni dalle elezioni generali, soprattutto tenendo conto dei capricci del voto tattico in un sistema maggioritario a turno unico in cui il vincitore prende tutto. In Scozia e Galles le difficoltà del Partito Laburista si sono rivelate una benedizione per i partiti nazionalisti civici. Il Partito Nazionale Scozzese, indipendentista, ha conquistato un quinto mandato nel Parlamento scozzese, mentre il Plaid Cymru ha spezzato la lunga egemonia laburista in Galles. Ha vinto infatti le elezioni ottenendo 43 seggi nel Parlamento gallese, mentre Reform si è aggiudicato il secondo posto conquistandone 34, in base al nuovo sistema proporzionale. Il Partito Laburista è rimasto con meno di dieci seggi. Il primo ministro Eluned Morgan, sconfitta nella circoscrizione di Ceredigion Penfro, all’estremità occidentale del Galles, ha affermato che il partito deve «tornare ad essere il partito della classe operaia». In Scozia l’SNP ha ottenuto 58 seggi, mentre il Partito Laburista e Reform 17 ciascuno. Vedendo come stavano andando le cose, il leader del Partito Laburista scozzese, Anas Sarwar, ha chiesto le dimissioni di Starmer settimane prima delle elezioni, quando si è riaccesa la polemica su Mandelson. La nomina di Mandelson, ex «uomo di fiducia» di Blair nel New Labour, a ambasciatore del Regno Unito a Washington è saltata all’inizio di quest’anno a seguito di nuove rivelazioni sui suoi legami con Jeffrey Epstein. Mandelson è indagato dalla polizia per le accuse di aver divulgato a Epstein informazioni governative sensibili per i mercati, mentre ricopriva la carica di ministro del Commercio sotto il governo di Gordon Brown. Morgan McSweeney, stretto alleato di Mandelson, è stato costretto a dimettersi dalla carica di capo di gabinetto di Starmer l’8 febbraio. Successivamente, il 16 aprile, «The Guardian» ha riferito che Mandelson non aveva superato l’indagine volta a verificare il corretto trattamento da parte sua di informazioni riservate, ma era stato scagionato dal Ministero degli Esteri. Starmer, un ex procuratore generale con un senso esagerato della propria rettitudine, aveva precedentemente insistito sul fatto che fosse stata seguita la procedura corretta. Ha risposto alle prove che indicavano il contrario licenziando l’alto funzionario del Ministero degli Affari Esteri che le aveva presentate, il quale ha immediatamente reagito in un’audizione televisiva davanti a una commissione parlamentare, denunciando pressioni da parte del governo. Le azioni di Starmer hanno fatto infuriare gli alti funzionari dell’amministrazione, le stesse persone che hanno dato il via all’uscita di scena di Johnson nel 2022. Sfortunato e ipocrita, Starmer ha i peggiori indici di gradimento di qualsiasi primo ministro britannico da quando questi sono stati utilizzati per la prima volta, negli anni ’70. Il Partito Laburista va alla deriva in un paese in cui l’economia ristagna sotto l’austera ortodossia del ministro del Tesoro, Rachel Reeves, i salari sono cronicamente bassi, gli alloggi sono vertiginosamente costosi e l’inflazione è di nuovo in aumento a causa dell’attacco statunitense-israeliano contro l’Iran. (Il Partito Laburista ha autorizzato i bombardieri pesanti statunitensi a utilizzare la base della RAF situata a Fairford, nel Gloucestershire, nonché la base congiunta di Stati Uniti e Regno Unito situata a Diego Garcia, nell’Oceano Indiano, per quello che Starmer ha descritto uno «scopo difensivo specifico e limitato»). I prezzi sono aumentati notevolmente alle stazioni di servizio e nei supermercati e le compagnie aeree hanno cancellato centinaia di voli per razionare il carburante. La società di sondaggi Ipsos afferma che gli elettori sono più pessimisti riguardo all’economia rispetto alla crisi finanziaria del 2008 o alla ripresa dell’inflazione del 2022-2023. La reazione di Starmer alla sconfitta elettorale è consistita in una breve dichiarazione davanti alle telecamere, in cui ha affermato che «giorni come questo non indeboliscono la mia determinazione a realizzare il cambiamento che ho promesso», e in un’intervista concessa a «The Observer», in cui ha dichiarato di voler guidare il Paese per i prossimi dieci anni. Sabato il suo team ha organizzato dei servizi fotografici con due veterani del New Labour, ora assunti con funzioni di consulenza. Gordon Brown, artefice della «morbida» regolamentazione del Partito Laburista sulla City, ha portato il partito alla sconfitta nell’umiliante periodo successivo alla crisi finanziaria del 2008. La veterana Harriet Harman ha costretto i deputati laburisti a non opporsi ai tagli alle politiche di welfare proposti dai conservatori e dai liberaldemocratici nel 2015 per dimostrare agli elettori che il partito stava «ascoltando». Starmer ha insistito sul fatto che le loro nomine fossero «davvero orientate al futuro». In un discorso pronunciato lunedì, ha lanciato l’esca di legami più stretti con l’Unione Europea al suo partito filoeuropeista, promettendo «un grande balzo in avanti» nelle relazioni con l’Unione, pur escludendo una nuova adesione al mercato unico o all’unione doganale. Martedì ha comunicato con tono aspro al suo governo che non era stata avviata alcuna procedura formale per destituirlo dalla guida del Partito Laburista, per cui sarebbe rimasto in carica. Gli ostacoli normativi, per non parlare della mancanza di idee, hanno finora dissuaso chi è scontento di Starmer dal lanciare una vera e propria sfida alla sua leadership, ma nel fine settimana è emersa una potenziale candidatura e oltre 80 deputati laburisti, tra cui un ministro senza portafoglio, hanno chiesto a Starmer di dimettersi. E adesso? A differenza dei conservatori, i cui deputati di base agiscono spesso come un club per soli uomini e possono avviare un voto di sfiducia e rimuovere un candidato dalla lista che viene inviata ai membri del partito, le barriere burocratiche del Partito Laburista sono progettate per tenere a bada i potenziali rivali di chi è alla guida dello stesso. Nel 2021 Starmer e la destra laburista hanno imposto una modifica al regolamento del partito, che raddoppiava la soglia delle nomine dei deputati che un candidato deve raccogliere, dal 10 al 20 per cento del gruppo parlamentare, una delle misure incluse in un pacchetto volto a impedire qualsiasi recrudescenza del corbynismo. I sostenitori dell’ex segretaria del partito Angela Rayner e del segretario alla Salute blairiano Wes Streeting hanno riferito in forma anonima ai media che il loro candidato dispone degli 81 deputati necessari per lanciare una candidatura, ma non si è ancora verificato niente di coerente in tal senso. Rayner deve ancora saldare un debito in sospeso con le autorità fiscali e potrebbe finire per sostenere Burnham, un ex ministro del New Labour che ha perso contro Corbyn nel 2015. Burnham ha bisogno che i deputati guadagnino tempo dopo che il Comitato Esecutivo Nazionale (NEC) del partito gli ha impedito di tentare il ritorno in Parlamento attraverso le recenti elezioni suppletive a Manchester. Nel frattempo, Streeting è penalizzato dal suo legame con Mandelson. «The Sunday Times» di Murdoch, portavoce del centrismo neoliberista, ha messo in guardia contro una contesa per la leadership nel Labour. Il giornale ammette che Starmer è stato una «delusione disperante», ma ritiene che le alternative sarebbero peggiori. Tuttavia, sembra che non ci sia futuro per l’«incorruttibile» Starmer e il suo grigiore, mentre il governo laburista e i deputati di base aspettano che l’altra parte faccia la prima mossa. Il Partito Laburista non ha mai destituito un leader contro la sua volontà mentre era alla guida del governo e nessuno vuole sporcarsi le mani. Ma si troverà un modo per sbarazzarsi di Starmer. Testi consigliati Tom Hazeldine, El Nuevo Laborismo al timón, «Diario Red/New Left Review» 148. Perry Anderson, ¿Ukania Perpetua?, «NLR» 125. Daniel Finn, Contracorrientes: Corbyn, el Partido Laborista y la crisis del Brexit, «NLR» 118; El mismo filo de la navaja: Starmer contra la izquierda, Torturar la evidencia, lawfare y mediafare en Reino Unido, e Starmer vs. Corbyn: de los usos políticos del antisemitismo, tutti pubblicati su «El Salto». Tom Hazeldine è editor presso la testata «New Left Review», dove tiene inoltre una rubrica per il blog «Sidecar». Scrive per «The Guardian», «Red Pepper» e «Tribune». ● Traduzione di Mauro Trotta
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Il racconto del Boomernauta Parte terza: Games Transp Verso l’autonomia di un Comune sconosciuto. Un’egemonia nascosta EX_TRAX_ION In questa parte del racconto del Boomernauta si intravede una possibile svolta imprevista nell’avventura multispecie basata sulla bio-rete. Grazie ai Games T, i Gamartivist e un loro vasto entourage iniziano a comprendere meglio la gravità della situazione di Gaia. Si preoccupano fra l’altro di un nuovo fenomeno: le varie specie coinvolte nei Games T mostrano un crescente disinteresse per gli umani e sembrano addirittura volerli escludere. Pareva così allontanarsi la speranza nata nella Sfera Autonoma di contenere il morbo nekomemetico e arrestare la setticemia di Gaia. I sottili cambiamenti di comportamento osservati in diverse specie facevano presagire che il declino dell’umanità apriva nuove possibilità per i nonumani. Millenni di civilizzazione sembravano sul punto di crollare, ma forse non nel modo previsto… L’umanità, che aveva cercato rifugio nei Games T per sopravvivere alla profonda malinconia generata dalle TAM, si trovava ora disorientata di fronte all’emergere dell’autonomia nonumana che si stava sviluppando inaspettatamente. Questo atteggiamento imprevisto li faceva sentire ancora più alienati da una Gaia gravemente sofferente, ma a cui nessun essere poteva essere considerato estraneo, nemmeno virus e batteri, poiché senza di loro la vita stessa non sarebbe stata possibile. Si creava così un paradosso: i virus, i batteri, i protozoi e altre forme di vita microscopiche avevano dato origine alla vita stessa, mentre gli umani sembravano voler porre fine non solo alla propria esistenza, ma anche a una parte significativa della vita emersa nell’intero processo evolutivo che si era sviluppato nel corso di milioni di anni. Erano, nonostante tutto, parte di Gaia e non potevano farne a meno, mentre Gaia poteva fare a meno di loro. L’incomprensione dei mutamenti in corso nei nonumani causava disorientamento e inquietudine. Dopo essere stati esposti ai flussi emotivi e affettivi delle TAM e aver preso parte attiva ai Games T, i nonumani interagivano sempre più frequentemente tra loro in modi nuovi e indecifrabili. I Gamartivist più esperti riuscivano in qualche modo a percepire gli ologrammi semiconcreti che si manifestavano durante questi scambi. Tuttavia, questi ologrammi apparivano loro come ectoplasmi o creature aliene, generando un senso di inquietudine. Nel migliore dei casi, queste creature, su cui le armi ludiche o gli approcci degli umani non avevano alcun effetto, li ignoravano completamente. In questa situazione i gamers T si sentivano sempre meno indispensabili o anzi addirittura esclusi, ma non per questo desideravano tornare ai tempi dei Reality Games e ancor meno ai vecchi videogames; erano oramai troppo abituati e dipendenti dagli scambi multispecie nella bio-rete. Oltre a funzionare da palliativo rispetto al continuo avanzare delle degradazioni del quotidiano, i Games T come le TAM avevano rappresentato dei tentativi di fermare la pandemia nekomemetica con un antidoto che prometteva agli umani di reintegrarsi in Gaia e di controllare il morbo che li affliggeva. Ora questa speranza sembrava allontanarsi, poiché i nonumani non si prestavano più al gioco e li stavano escludendo. Per di più oltre a essere emarginati nei Games si trovavano di fronte a comportamenti per loro incomprensibili e inusuali anche nel reale (ma qual era ormai il reale?) da parte di molte specie. Avevano l’impressione che i nonumani mostrassero indifferenza o addirittura una certa arroganza nei loro confronti, soprattutto quelli che in passato erano schivi e non si lasciavano avvicinare. Ma c’erano ancora incertezza e dubbi su questi fenomeni. Si chiedevano se non si trattasse di proiezioni e paure di chi, venendo in contatto intimo con il resto di Gaia attraverso la bio-rete, provava un giustificato senso di colpa, per i comportamenti passati. Erano ovviamente le classi subalterne, meno contagiate, che più subivano il giogo algoritmico del Gov Q. Guidate dai Gamartivist, queste classi avevano addirittura cercato alleanze con le forme naturali di resistenza opposte dai nonumani. Avevo sentito parlare di lanci di bombe di semi di Amaranto di Palmer1 e altre piante resistenti ai pesticidi nei campi OGM per sabotare le grandi produzioni di soia. In un altro ambito era stata stabilita una comunicazione avanzata con i cefalopodi che, grazie alla loro capacità di esplorare e monitorare gli ambienti acquatici in cui si verificano le contaminazioni, permettevano di trovare le zone inquinate e di intervenire molto più velocemente ed efficacemente. Anche le piante abituate a rilasciare sostanze chimiche nel terreno o nell’aria per avvertire le altre specie vegetali dell’attacco di parassiti o di malattie, ora fornivano queste informazioni nella bio-rete, ma questi purtroppo restavano epifenomeni2. I nonumani nelle loro manifestazioni, spesso interpretate come indifferenza o ostilità, sembravano non fare distinzioni di classe, fra Grandi Malati e portatori quasi asintomatici del morbo nekomemetico. Fenomeni simili all’aggressività mostrata dalle api si moltiplicavano su una scala che coinvolgeva classi, ordini e famiglie di nonumani. I pocoumani transgenici, in particolare, non perdevano un’occasione per prendersela con gli umani. Sembravano in misura di intervenire spesso e in modo ostile proprio in quelle funzioni vitali per cui erano stati artificialmente modificati. Il loro latte umanizzato per neonati diventava allergenico, i loro tessuti causavano rigetto e così via. Tuttavia in tali comportamenti non traspariva alcuna intenzionalità verso un qualsiasi fine. Questo avveniva ormai anche nei nonumani domestici, alleati di sempre, anche se in modo più attenuato, ma punteggiato da stramberie, che solo dei fini conoscitori degli umani, quali erano, potevano permettersi. C’erano i casi dei cani di artisti plastici che sviluppavano una passione improvvisa per la pittura e iniziavano a dipingere con le zampe, creando opere d’arte uniche e inconsuete. Dei gatti manifestarono una passione per l’astronomia trascorrendo le notti a fissare le stelle dal balcone e comunicando con altri gatti attraverso misteriosi segnali. Un pappagallo sembrava aver acquisito la capacità di comporre e cantare canzoni complesse, diventando una vera e propria star musicale tra gli altri animali domestici della zona, senza parlare dei conigli architetti che spostavano oggetti, creavano percorsi intriganti e nascondigli complessi o utilizzavano altri elementi presenti per trasformare l’ambiente delle loro gabbie.I Gamartivist, e le moltitudini che li avevano accompagnati, si trovavano comunque davanti al rischio di fallimento della loro teoria di alleanza rivoluzionaria multispecie. Non riuscendo a capire ciò che stava succedendo, molti cominciarono a perdere fiducia e a sentirsi impotenti. Senza dimenticare che, vista la situazione generale della biosfera, quasi tutti erano sempre più costretti a occuparsi della propria sopravvivenza, il che richiedeva tempo ed energie. Anche per tali ragioni infatti le varie forme di cooperazione funzionavano sempre meno, sia che si trattasse di quelle pilotate dagli algoritmi quantistici delle sfere Ecofin, che di quelle tipiche della Sfera Autonoma e condotte dal basso. Queste ultime avevano continuato a svilupparsi per più di un secolo e avevano influenzato modi d’essere e rapporti sociali contrastando l’etica individualista neolib a lungo dominante. Le cooperazioni dal basso e il comune come modo di produzione non avevano però mai trovato né la teoria, né le modalità, né la forza politica per battersi contro il morbo nekomemetico anche quando ne avevano riconosciuto l’esistenza e la capacità di contaminazione. Solo recentemente i Gamartivist avevano creduto di vedere una luce in fondo al tunnel nelle alleanze e prospettive di rivoluzione multispecie. Tuttavia l’atteggiamento globale dei nonumani non stava andando nel verso sperato e i Games T si stavano trasformando da barlume di speranza in motivo di sconforto. Alcuni si incamminarono, da soli o a piccoli gruppi, verso realtà parallele lasciando i sentieri battuti poiché pensavano che la partita fosse probabilmente persa. Intuii che alcuni di loro, giunti al punto di non ritorno, forse per la prima volta percepirono veramente quali fossero stati gli equilibri di Gaia nel corso del tempo; si interrogarono su quale soglia, nella transizione graduale verso esperienze soggettive più complesse, si fosse innescata la metatecnica che li aveva resi diversi dalle altre specie (questo era perlomeno quello che pensavano). Intuirono quindi che sarebbe stato impossibile e inutile cercare di determinare un inizio. I tempi in cui questo passaggio si era effettuato erano stati certamente infinitamente più lunghi del periodo d’incubazione di quel morbo nekomemetico, che poi alla fine aveva trovato nel capitalismo il brodo di coltura ideale. Si chiedevano inoltre se altre specie non sarebbero potute arrivare per prime alle soglie della metatecnica e se non fosse stato il caso che aveva favorito gli ominidi. Magari questa volta non sarebbe più toccato ai mammiferi e certamente non ai primati. Sebbene questi ultimi non avessero elaborato (in tempo?) i meccanismi di coscienza retroattiva tipici della metatecnica, avevano in comune con Homo alcuni dei tratti genetici e comportamentali, le capacità sociali, la gerarchia di dominanza, l’utilizzazione dello stress e la difesa di un territorio. Non c’erano quindi forti probabilità che, una volta varcato il punto di transizione della metatecnica, queste specie vicine avrebbero di nuovo innescato il ciclo infernale del morbo nekomemetico? Essendo convinti di un tramonto definitivo dell’umanità, alcuni dei ricercatori della Sfera Autonoma si misero a ipotizzare su quali modi un’altra civiltà – ma questo termine aveva ancora un senso? avrebbe potuto succedere alla loro. Qualcuno pensava che il cambiamento sarebbe addirittura potuto partire da altri e diversi meccanismi di cooperazione genetica, come l’endosimbiosi, anche se queste ipotesi non erano suffragate da alcun indizio. Altri pensavano che nella loro fase terminale gli umani stessero inconsciamente cercando di passare il testimone ad altre specie. In alcuni dei Gamartivist tale idea era diventata quasi una sorta di strana fierezza: «noi abbiamo fallito causando la setticemia di Gaia, ma altri potranno riuscire meglio di noi pur utilizzando una loro metatecnica». Poiché non avevano sottomano intelligenze extraterrestri, cercarono quelle che nei Games T si erano rivelate più lontane da loro. Come ti dicevo non solo non si sarebbe certamente trattato di mammiferi o neanche di vertebrati, ma forse sarebbe toccato a esseri senzienti non caratterizzati dalla separazione corpo-cervello e questi si trovavano proprio nel viscidume e in particolare nei cefalopodi. Non essendo io un biologo non cercherò di portare qui le loro argomentazioni, anche perché poi sarebbe un esercizio puramente filosofico visto che, neanche nei miei viaggi temporali sono riuscito a saperne di più in questo senso. Sta di fatto che i Gamartivist speravano che la bio-rete, le TAM e i Games T, con le quali i nonumani erano stati intimamente e attivamente implicati nelle tecnologie, fossero la scintilla che avrebbe fatto nascere un nuovo ciclo nella vita di Gaia. Come in una parodia della fisica quantistica3, bio-rete, TAM e Games T assumevano il ruolo dell’osservatore che rende impossibile la conoscenza di una realtà oggettiva dei nonumani. E il loro incontro con questo osservatore avrebbe forse dato il via a una trasformazione imprevedibile nell’evoluzione delle reti della vita. Così si potevano interpretare gli innumerevoli e misteriosi cambiamenti dei loro comportamenti. Non vi erano prove concrete che le specie nonumane stessero ripercorrendo il percorso evolutivo degli ominidi o dei loro predecessori immediati. Tuttavia, considerando la fase avanzata della setticemia di Gaia, nella quale erano state involontariamente coinvolte, sembrava plausibile che stessero cercando una via di scampo. Il coinvolgimento intimo nella bio-rete, a cui gli umani li avevano indotti, sembravano guidarli verso una scorciatoia che potenzialmente avrebbe potuto condurli sulla via della metatecnica, l’ultima e remota possibilità ancora disponibile. L’osserva- zione dei recenti cambiamenti nei comportamenti suggeriva la possibilità che stessero cercando un’alternativa per affrontare la situazione. Per innescare la prima ed esclusiva metatecnica esistita in Terra c’erano volute centinaia di migliaia di anni e il contributo di molte specie ormai scomparse della tribù degli Hominini. Questo processo stava giungendo a una fase critica in cui la setticemia di Gaia avrebbe scatenato una tempesta di distruzione, spazzando via innumerevoli specie non colpevoli degli eventi in corso. In un estremo tentativo i Gamartivist avevano cercato di interrompere questa dinamica. Non avevano agito solo per altruismo: speravano innanzitutto di salvare sé stessi e gli altri umani guaribili, ma avevano almeno capito, al contrario dei Grandi Malati, che un’improbabile salvezza sarebbe potuta venire solo da tutte le reti della vita. Il risultato che si delineava usando i Games T però non sembrava essere quello da loro sperato. Il peso dei secoli dominati dai Grandi Malati si faceva sentire in modo oppressivo. Tuttavia anche prima dell’era capitalista e sin dagli albori gli umani avevano implicitamente impedito l’emergere dello stesso processo in qualsiasi altra specie usando la metatecnica come strumento di dominazione. L’implacabile morbo nekomemetico li aveva spinti a praticare da sempre il dominio sulla natura e poi, con l’industrializzazione di questo dominio, la situazione era precipitata. Vista nei tempi lunghi della vita di Gaia la parentesi umana, che sembrava chiudersi, era stata estremamente breve. Il declino dell’umanità non avrebbe pregiudicato l’emergere di altre esperienze del vivente e forse avrebbe aperto la strada a forme completamente diverse di metatecnica, non più di natura umana. Non vi erano indizi certi che dopo tale distruzione una o più specie nonumane riuscissero a compiere nuovi processi per ripassare la soglia della metatecnica, pur avendo perso le tracce della prima. Tuttavia, nulla poteva essere escluso, e sembrava che la scomparsa o il declino degli esseri umani potesse essere una condizione per l’innesco di un nuovo processo evolutivo. Grazie all’attenta e prolungata osservazione del comportamento dei nonumani da parte dei Gamartivist e di altri ricercatori autonomi, sembrava che le intuizioni e le supposizioni precedenti stessero trovando conferma. Non vi era più alcun dubbio che altri esseri viventi stessero seguendo un percorso evolutivo accelerato, inconsapevolmente facilitato dalle tecnologie dei Games T e della bio-rete. Questo coinvolgimento non era un fatto completamente nuovo: nelle tribù Hominini altre sottotribù avevano partecipato alla divergenza evolutiva che era sfociata nella metatecnica di sapiens. Ma solo quest’ultimo era sopravvissuto e aveva contribuito alla scomparsa dei cugini neandertalensi pur conservandone un’impronta genetica. La situazione attuale presentava un elemento distintivo: le specie coinvolte nei mutamenti di comportamento accelerati appartenevano a diverse famiglie, ordini e classi biologiche, il che rendeva impossibile l’incrocio tra di loro. Questo fatto sollevava l’ipotesi che le recenti tecnologie della bio-rete avessero influenzato direttamente il processo evolutivo, consentendo alle specie nonumane di acquisire un vantaggio biologico e di accelerare il loro percorso verso la metatecnica. Dove avrebbe portato questa trasmutazione in corso? Era compatibile con la continuità della presenza umana sulla Terra, oppure avrebbe potuto svilupparsi solo con una sua estinzione nel prevalere della setticemia di Gaia? Tuttavia una tale estinzione non avrebbe avuto conseguenze profonde e diffuse, coinvolgendo anche altre specie potenzialmente in grado di entrare in cicli di metatecniche non più umane? E poi veniva la questione centrale: se queste specie nonumane o pocoumane fossero arrivate in fondo alla scorciatoia e avessero iniziato una nuova biomizzazione4, avrebbero saputo tirar profitto dalla lezione subita dagli umani? In altre parole: come avrebbero reagito se il morbo nekomemetico che si era manifestato sin dall’inizio della metatecnica umana fosse riemerso? Avrebbero saputo riconoscerlo subito? Oppure avrebbero di nuovo lasciato correre la pandemia ricominciando a infettare la linfa di Gaia? Note 1. Un’erba resistente al glifosato ed altri pesticidi che infestava naturalmente i campi OGM. Gli attivisti avevano pensato di aiutare questa infestazione gettando grandi quantità di semi di Amaranto Palmer nelle coltivazioni OGM. 2. Facendo una ricerca avevo trovato anch’io una citazione di questa azione di lancio di bombe di semi dal Boomernauta. in: L. Balaud, A. Chopot, Nous ne sommes pas seuls, Seuil, Parigi 2022. 3. Credo che il Boomernauta facesse riferimento a questo https://it.wikipedia.org/wiki/Paradosso_del_gatto_di_Schr%C3%B6dinger e Interpretazione di Copenaghen. 4. Mi sembra che il Boomernauta usasse questo termine per indicare l’equivalente nonumano della civilizzazione umana.
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Moriremo nelle resse dei Black Friday Friday black di Nana Kwame Adjei-Brenyah – libro edito nel 2018 – è un ritratto distopico degli attuali Stati Uniti, una raccolta di dodici racconti capaci di rappresentare quale realtà si potrebbe arrivare a vivere, se si portassero alle estreme conseguenze cattive abitudini già sufficientemente esasperate quali il consumismo, le disuguaglianze di classe, l’uso incontrollato delle armi da fuoco o le tensioni razziali. […] «dopo ventotto minuti di camera di consiglio, una giuria di pari aveva assolto George Wilson Dunn da tutte le imputazioni a suo carico. Era stato incriminato con l’accusa di aver tagliato la testa con una motosega a cinque bambini neri davanti alla biblioteca Finkelstein di Valley Ridge, in South Carolina. La corte aveva deliberato che, dal momento che i bambini se ne stavano fondamentalmente a ciondolare lì davanti e non erano dentro la biblioteca a leggere come ci si può aspettare dai membri produttivi della società, era ragionevole che Dunn si fosse sentito minacciato da quei cinque giovani neri ed era dunque nel pieno dei suoi diritti quando aveva protetto sé stesso, i dvd presi in prestito dalla biblioteca e i suoi figli andando a prendere nel cassone della Ford F-150 la sua motosega Hawtech PRO lunga 45 centimetri con motore da 48 cm3». L’opera di questo giovane scrittore nato a New York da immigrati di origine ghanese, esplora anche temi inerenti l’identità nera quando si relaziona con questioni sociali contemporanee. Nana Kwame Adjei-Brenyah ci racconta di mondi dove si viene modificati alla nascita con dei chip: «Ragazzi, per favore scrollate fino al capitolo 41 e imparatelo bene», dice il professor Harper. «Gli alunni toccano il display dei digiquaderni. È un capitolo di trentotto pagine. A leggerlo non ci provo nemmeno. Guardo qualche video inserito nel testo, gente che fa cose che si facevano una volta: un uomo lancia tre palle in aria, una donna con un vestito svasato piroetta su una gamba sola. Dopo tre minuti i miei compagni hanno finito il capitolo. I loro chip LeggiRapido gli rendono la lettura facile/veloce. LeggiRapido permette a chi è ottimizzato di assorbire le parole più rapidamente di quanto io riesca anche solo a vederle. Essendo non-modificato alla nascita, mentre loro leggono io guardo e basta. I capitoli li studio dopo, per conto mio». Di mondi dove durante il Black Friday i clienti morsicano i commessi: «Si sentono ululare esseri umani famelici. La nostra saracinesca stride e sferraglia quando la scuotono e la tirano, infilando fra le sbarre le dita sudicie che sembrano vermi. Io sono seduto sul tetto di un piccolo gabbiotto di plastica dura. Tengo le gambe penzoloni vicino alle finestre, dentro sono appese le giacche di pile. In mano ho l’attrezzo per prenderle, un’asta di metallo lunga due metri e mezzo con un becco di plastica all’estremità per staccare le stampelle dagli stand più alti. La uso anche per respingere a bastonate le orde del Venerdì. È il mio quarto Black Friday. Il primo anno, un tipo del Connecticut mi ha dato un morso sul tricipite strappandomi la carne. La bava scottava. Ho lasciato per dieci minuti il reparto per farmi ricucire. Adesso sul braccio sinistro ho un sorriso tutto dentellato. Una falce, un semicerchio, la mia cicatrice fortunata del Venerdì». Mondi dove è normale morire nella ressa del Black Friday: «Un’ottantina di persone si riversano dentro l’ingresso come una mandria di bufali impazziti, facendosi largo con le unghie e con i denti. Scansando stand e corpi. Avete mai visto la gente che scappa da un incendio o da una sparatoria? È identico, solo con meno paura e più fame. Dal mio gabbiotto vedo una bambina di cinque o sei anni scomparire inghiottita dall’ondata di consumatori smaniosi. Resta faccia a terra, scomposta, con delle impronte di scarpe lerce sul giaccone rosa. Lance si avvia verso il corpicino rosa. Trascina un transpallet e ha in mano un enorme spazzolone. Spinge lo spazzolone contro il fianco della bambina e cerca di farla scivolare sul transpallet, per poi spostarla nel settore che abbiamo riservato ai cadaveri. Appena la tocca, una donna con un foulard grigio lo scansa con uno spintone e tira su la bambina, rimettendola in piedi. Immagino che la madre stia spiegando che la figlioletta non è ancora morta. […] L’altr’anno, il morbo del Venerdì Nero ha fatto 129 vittime». Mondi dove il morbo del Venerdì Nero divora il cervello dei clienti: «Buona parte dei clienti non riesce a esprimersi con parole vere: il morbo del Venerdì Nero gli ha già mangiato quasi tutto il cervello. […] Vicino alle casse, una tipa sulla trentina si toglie la scarpa col tacco e la usa per colpire un bambino alla mascella prima che riesca ad acchiappare il pile. Esamina l’etichetta, vede che è una M e lo ributta in testa al bambino col buco a forma di tacco sulla guancia». Mondi dove la gente è disposta a morire per un paio di jeans in offerta: «Il nostro punto vendita ha tre corpi nel settore cadaveri. Il primo è arrivato un’ora dopo l’apertura. Una donna si è arrampicata sulla parete dei jeans cercandone un secondo paio della sua taglia. Urlava e scuoteva la scaffalatura di legno con una tale violenza che per poco non l’ha fatta cadere addosso a Duo e a tutti gli altri che stavano in quel reparto. Con la sua asta Duo l’ha spinta via dalla parete. Cadendo, la donna si è spaccata l’osso del collo. Un’altra donna le ha strappato gli SkinnyStretch dalle mani morte. Lance è arrivato col transpallet, lo spazzolone e un po’ di salviette di carta». L’autore affida la speranza di un futuro migliore ai protagonisti delle storie – personaggi che lottano per conservare la sanità mentale in un mondo, da tempo, allo sbando –, ma non dimentica il muro di energia nucleare che ci sta correndo incontro, e questo nonostante sia un muro che abbiamo già visto più volte, che conosciamo bene, compresi gli effetti devastanti che è capace di produrre: «Si vede una luce lontana. Poi un rombo come un lungo tuono lento. Il rombo non si interrompe: diventa sempre più forte, e poi talmente forte che non si sente altro. La luce lontana cresce, sulle prime è giallina, e all’inizio sembra qualcosa che dovrebbe venirti in aiuto, come un altro sole. Poi diventa più alta di qualunque palazzo, più grossa di una montagna. Si capisce che sta mangiando il mondo, e qualunque cosa sia ti sta venendo addosso. Velocissima. E quando diventa accecante, ormai sei terrorizzato e mortificato. Nel guardarla, ti rendi conto che è il tipo di cosa che dovresti poter vedere una volta sola. Una cosa che capita una volta e mai più. Noi l’abbiamo vista tantissime volte, ma ancora piango, perché quando arriva capisco per certo che siamo esseri infiniti. Quello che si prova è un senso di infinitezza, nel sapere che tutte le cadute e gli slanci, tutta la dolcezza e la morte che siano mai esistite verranno vinte dal muro di energia nucleare che ti corre incontro». Marco Sommariva (Genova 1963) è autore di numerosi romanzi e testi di critica letteraria. www.marcosommariva.com We will Die in the Black Fridays Stampedes By Marco Sommariva Friday Black by Nana Kwame Adjei-Brenyah – book published in 2018 – offers a dystopian portrait of the United States today: a collection of twelve stories showing the kind of reality we might end up inhabiting if already dangerously exaggerated tendencies such as consumerism, class inequality, the unchecked use of firearms and racial tension were pushed to their extreme consequences. […] «after twenty-eight minutes of deliberation, a jury of peers had acquitted George Wilson Dunn on all counts. He had been indicted for beheading five Black children with a chainsaw outside the Finkelstein Library in Valley Ridge, South Carolina. The court had ruled that, since the children were essentially just loitering out front and were not inside the library reading, as one might expect of productive members of society, it was reasonable for Dunn to have felt threatened by those five young Black people and that he was therefore fully within his rights when he protected himself, the DVDs he had borrowed from the library, and his children by going to the bed of his Ford F-150 and retrieving his 45-centimetre Hawtech PRO chainsaw with a 48 cc engine». The work of this young writer, born in New York to immigrants of Ghanaian origin, also explores questions of Black identity in relation to contemporary social issues. Nana Kwame Adjei-Brenyah tells us of worlds in which people are implanted with chips at birth: «Guys, please scroll down to Chapter 41 and learn it properly», says Professor Harper.«The students tap the screens of their digi-notebooks. It’s a thirty-eight-page chapter. I don’t even bother trying to read it. I watch a few videos embedded in the text, people doing things people used to do: a man tosses three balls into the air, a woman in a flared dress pirouettes on one leg. After three minutes my classmates have finished the chapter. Their QuickRead chips make reading easy/fast for them. QuickRead allows optimised people to absorb words faster than I can even see them. Since I was unmodified at birth, while they read I can only sit and watch. I study the chapters later, on my own». Worlds where, during Black Friday, customers bite the shop assistants: «You can hear ravenous human beings howling. Our shutter squeals and rattles as they shake it and yank at it, poking filthy fingers through the bars like worms. I’m sitting on the roof of a small booth made of hard plastic. My legs dangle beside the windows; inside, the fleece jackets hang on display. In my hand I’ve got the tool for taking them down, a two-and-a-half-metre metal pole with a plastic hook at the end for lifting hangers off the higher racks. I use it to beat back the Black Friday hordes, too. This is my fourth Black Friday. The first year, some guy from Connecticut bit my triceps and tore away flesh. His saliva burned. I left the department for ten minutes to get stitched up. Now I’ve got a jagged grin on my left arm. A sickle, a semicircle, my lucky Friday scar». Worlds where it is normal to die in the Black Friday stampedes: «Around eighty people come pouring through the entrance like a herd of maddened buffalo, forcing their way in with nails and teeth. Dodging stands and bodies. Have you ever seen people running from a fire or a shooting? It’s exactly the same, only with less fear and more hunger. From my booth I see a girl of five or six disappear, swallowed up by the surge of frantic consumers. She ends up face down, limbs splayed, with dirty shoe prints on her pink jacket. Lance heads towards the little pink body. He’s dragging a pallet truck and carrying an enormous push broom. He presses the broom against the girl’s side and tries to slide her onto the pallet truck so he can move her to the section we’ve set aside for corpses. The moment he touches her, a woman in a grey scarf shoves him aside and hauls the girl back to her feet. I imagine the mother explaining that her little daughter is not dead yet. […] Last year, Black Friday disease claimed 129 victims». Worlds where Black Friday disease devours the customers’ brains: «Most customers can no longer express themselves in real words: Black Friday disease has already eaten almost all of their brains. […] Near the tills, a woman in her thirties takes off her high-heeled shoe and uses it to smash a child in the jaw before he can grab the fleece. She checks the label, sees it’s a size M, and flings it back at the child with the heel-shaped hole in his cheek. Worlds where people are willing to die for a pair of jeans on offer: «Our store has three bodies in the corpse section. The first arrived an hour after opening. A woman climbed the wall of jeans looking for a second pair in her size. She was screaming and shaking the wooden shelving so violently that she nearly brought it down on Duo and everyone else working in that department. Using his pole, Duo pushed her away from the wall. As she fell, she broke her neck. Another woman tore the SkinnyStretch jeans from her dead hands. Lance showed up with the pallet truck, the broom and a few paper towels». The author places the hope of a better future in the hands of the protagonists of these stories — characters struggling to preserve their sanity in a world that has long since gone off the rails — yet never forgets the wall of nuclear energy racing towards us, even though it is a wall we have already seen many times, one we know well, including the devastating effects it can unleash: «You see a distant light. Then a rumble like a long, slow roll of thunder. The rumble doesn’t stop: it grows louder and louder, then so loud that nothing else can be heard. The distant light swells; at first it is yellowish, and at first it seems like something that ought to be coming to help you, like another sun. Then it grows taller than any building, bigger than a mountain. You understand that it is eating the world, and whatever it is, it is coming straight at you. Very fast. And when it becomes blinding, by then you are terrified and crushed. Looking at it, you realise it is the kind of thing you should only ever be able to see once. The kind of thing that happens once and never again. We have seen it countless times, yet I still cry, because when it comes I know for certain that we are beings without end. What you feel is a sense of boundlessness, in knowing that every fall and every surge, all the sweetness and all the death that have ever existed, will be overcome by the wall of nuclear energy racing towards you». Marco Sommariva, (Genoa 1963) is the author of numerous novels and literary criticism. www.marcosommariva.com English translation Serena Duchi
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Il Nemico non è chi ha fame ma chi ci affama! (Sull’uccisione di Bakary Sako) G. Taietti L’uccisione di Bakary Sako non può essere ridotta a un semplice fatto di cronaca né liquidata genericamente dentro la categoria della «guerra tra poveri». Quello che è accaduto porta con sé un elemento che non può essere attenuato o aggirato: il carattere profondamente razzista della violenza subita. Qui non siamo davanti soltanto a un episodio di degrado sociale o a una rabbia indistinta esplosa casualmente. C’è l’intenzionalità di colpire un uomo nero, un migrante, una persona costretta a vivere quotidianamente condizioni di sfruttamento, sacrificio, precarietà e continue umiliazioni. Sarebbe ipocrita evitare di nominare ciò che emerge con sempre maggiore evidenza nelle periferie e nei quartieri popolari: un fascismo diffuso, penetrato nel linguaggio quotidiano, nei comportamenti e nella cultura sociale. Un fascismo che non si manifesta soltanto nei simboli o nelle organizzazioni dichiaratamente neofasciste, ma soprattutto nella progressiva disumanizzazione di alcune vite considerate sacrificabili, inferiori o meno degne di rispetto. Da anni istituzioni e politica alimentano questo clima attraverso propaganda securitaria, criminalizzazione dei migranti e narrazioni costruite sull’emergenza permanente. Il risultato è che il razzismo diventa sempre più accettabile, quasi normale, soprattutto dentro contesti impoveriti e attraversati dalla paura. Quando per anni si costruisce consenso indicando negli ultimi il nemico, si crea inevitabilmente un terreno fertile per la violenza. E fa impressione — anche se forse non dovrebbe più sorprendere — vedere come concetti sempre più vicini a immaginari xenofobi e apertamente nazionalisti entrino ormai con naturalezza dentro spazi istituzionali e sindacali collegati agli apparati della sicurezza dello Stato. Il convegno organizzato dal SIULP Torino sulla cosiddetta remigrazione, con la partecipazione di Roberto Vannacci e il sostegno di dirigenti sindacali delle forze dell’ordine, rappresenta da questo punto di vista un segnale inquietante. Ancora più significativa è stata la presenza del SAPPE, sindacato della polizia penitenziaria, che ha aderito pubblicamente all’iniziativa. Non si tratta più di provocazioni marginali o slogan isolati. Linguaggi fondati su esclusione, sicurezza permanente e costruzione del migrante come nemico sociale penetrano sempre più apertamente dentro strutture che dovrebbero garantire diritti e tutela democratica. E tutto questo avviene mentre il Paese attraversa impoverimento, precarietà e tensione sociale crescente. Invece di affrontare le cause materiali delle disuguaglianze, si alimenta la guerra orizzontale tra poveri, consolidando un immaginario aggressivo e disumanizzante. Quanto accaduto a Taranto con l’uccisione di Bakary Sako mostra in maniera drammatica fin dove possa spingersi questo processo quando razzismo, violenza e disumanizzazione vengono progressivamente normalizzati dentro una società attraversata dalla rabbia e dall’assenza di prospettive collettive. Perché quando concetti come remigrazione diventano discutibili ma accettabili dentro strutture vicine agli apparati repressivi e di sicurezza, emerge un processo culturale molto più profondo: la progressiva legittimazione di una società fondata sull’esclusione, sulla paura e sulla selezione di quali vite meritino tutela e quali invece possano essere lasciate all’abbandono. Bakary Sako, come migliaia di altri lavoratori migranti, apparteneva a quella parte invisibile della società che regge interi settori economici attraverso lavoro durissimo, sfruttamento e condizioni di vita spesso disumane. Persone costrette a subire ricatti, angherie, precarietà assoluta e assenza di reali tutele. Eppure proprio queste vite continuano a essere raccontate come un problema, come corpi estranei, come presenze tollerate soltanto finché utili economicamente. Taranto, da questo punto di vista, non rappresenta un’eccezione. È una città attraversata da decenni di devastazione sociale, sfruttamento e abbandono istituzionale. Quartieri interi vengono lasciati vivere in una condizione permanente di precarietà, senza prospettive, senza spazi reali di aggregazione, senza ascolto e senza partecipazione. E dentro questo vuoto cresce inevitabilmente rabbia sociale, sfiducia e disgregazione collettiva. L’uccisione di Bakary Sako non può essere separata da questo contesto. Non per giustificare ciò che è accaduto, ma perché episodi simili diventano sempre più frequenti dentro una società che ha distrutto progressivamente ogni forma di solidarietà. Il neoliberismo non ha soltanto smantellato lo Stato sociale; ha demolito l’idea stessa di comunità. Le persone non vengono più spinte a riconoscersi in una condizione comune, ma a combattersi reciprocamente: giovani contro anziani, lavoratori contro disoccupati, italiani contro migranti, poveri contro altri poveri. Ed è dentro questo scenario che cresce una parte sempre più ampia delle nuove generazioni dei quartieri popolari. Ragazzi e adolescenti immersi fin da piccoli in dinamiche di conflitto permanente, precarietà e assenza di futuro. Non per questo vanno giustificati comportamenti violenti o distruttivi. Ma sarebbe ipocrita fingere di non vedere come a molti di loro venga negata qualunque forma reale di riconoscimento sociale, culturale e umano. E colpisce quanto ormai perfino il linguaggio educativo e istituzionale sembri contribuire a normalizzare una visione sempre più militarizzata delle relazioni sociali. Negli ultimi mesi hanno suscitato forti polemiche alcuni questionari e attività scolastiche rivolti agli studenti sul tema della guerra, della sicurezza e dei conflitti, come nel caso dell’iniziativa promossa dall’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza che chiedeva ai ragazzi persino come si comporterebbero in caso di guerra o se sarebbero disposti ad arruolarsi. Non è soltanto il contenuto delle domande a colpire, ma il clima culturale che queste riflettono: il conflitto viene sempre più interiorizzato come condizione normale delle relazioni umane e sociali. Dentro questo scenario, episodi drammatici come l’uccisione di Bakary Sako rischiano inoltre di diventare il pretesto per imporre anche a Taranto un modello simile a quello fallimentare sperimentato a Caivano: una gestione del disagio sociale fondata soprattutto su repressione, controllo, militarizzazione del territorio, carcere ed espulsione. Invece di affrontare le cause profonde dell’abbandono sociale, della povertà educativa, della precarietà e della disgregazione collettiva, si risponde trasformando interi quartieri popolari in spazi permanentemente sorvegliati, dove la sicurezza sostituisce i diritti sociali e il conflitto viene gestito quasi esclusivamente attraverso strumenti repressivi. Il rischio è che la rabbia prodotta da anni di impoverimento e marginalizzazione venga affrontata non come una questione sociale e politica, ma come un problema di ordine pubblico. E così i quartieri popolari finiscono per essere raccontati sempre più come territori da controllare, contenere e disciplinare, anziché come comunità da ascoltare, sostenere e coinvolgere realmente nei processi di trasformazione sociale. Così anche le nuove generazioni finiscono per crescere dentro una cultura che tende a leggere i rapporti quotidiani attraverso logiche di contrapposizione permanente, competizione e difesa identitaria. In una società attraversata da precarietà, paura e assenza di prospettive collettive, l’altro rischia sempre più di essere percepito non come parte di una condizione comune, ma come rivale, minaccia o nemico da cui difendersi. È forse qui che andrebbe osservato con maggiore attenzione anche ciò che emerge simbolicamente dentro alcuni comportamenti e linguaggi dei gruppi giovanili della Città Vecchia. Non soltanto la violenza in sé, ma il modo in cui questi ragazzi costruiscono la propria identità. Colpisce, ad esempio, un meme pubblicato da uno dei componenti del branco: «Non sono superiore ma con voi non ho nulla in comune». Una frase che non rivendica apertamente superiorità morale o sociale, ma una separazione radicale. Non il desiderio di sentirsi migliori, ma la volontà di affermarsi come altro, come gruppo incompatibile con chi viene percepito come esterno. È un’identità che non appare individuale ma collettiva: quelli della Città Vecchia. Una forma di appartenenza territoriale costruita dentro rabbia, chiusura e conflitto. È un meccanismo che, in scala locale e deformata, ricorda il nazionalismo aggressivo che oggi si sta espandendo in tutta Europa. Comunità impoverite e impaurite vengono spinte a percepirsi come assediate; la crisi sociale viene trasformata in conflitto identitario; il disagio collettivo non trova più sbocchi solidali o politici e si converte in ostilità verso l’altro. Cambiano le dimensioni, ma la logica resta simile: costruire appartenenza attraverso il nemico. E forse è proprio questo uno degli aspetti più inquietanti e meno esplorati dell’intera vicenda. Perché se non si comprendono fino in fondo le forme contemporanee attraverso cui si costruiscono rabbia, identità e senso di appartenenza dentro territori segnati dall’abbandono sociale, si continuerà a leggere questi episodi soltanto come emergenze di ordine pubblico, senza vedere il processo più profondo di disgregazione culturale e politica che li alimenta. Per anni politica, istituzioni e gran parte dell’associazionismo hanno continuato a intervenire nei quartieri popolari in modo superficiale, autoreferenziale e spesso distante dalla vita reale degli abitanti. Eventi, progettualità, iniziative culturali e percorsi costruiti troppo spesso senza una relazione concreta con chi vive quotidianamente il territorio. Si arriva nei quartieri già convinti di sapere cosa serva, senza la capacità di ascoltare davvero le contraddizioni, le fragilità e persino le diffidenze che attraversano quelle comunità. Un tempo si parlava di con-ricerca: una pratica certamente difficile, ma capace di costruire un rapporto reale tra chi operava sul piano culturale o politico e chi viveva quotidianamente il quartiere nelle sue contraddizioni. Non significava intervenire dall’esterno con progetti già definiti, ma condividere esperienze, ascoltare bisogni concreti e costruire percorsi insieme agli abitanti. Ed è forse proprio questo che oggi manca sempre di più: la capacità di creare relazioni autentiche, continue e radicate nel territorio. Perché un quartiere non si salva attraverso operazioni estetiche, vetrine urbane o processi di riqualificazione pensati soprattutto per attrarre investimenti, turismo o nuove rendite economiche. Quando la trasformazione urbana avviene senza coinvolgimento reale degli abitanti, il rischio è che chi ha sempre vissuto quei territori finisca per sentirsi ulteriormente escluso, estraneo e respinto dentro il proprio stesso quartiere. La vera urgenza allora non è semplicemente recuperare la Città Vecchia, ma impedire che intere comunità continuino a essere abbandonate e private di qualunque possibilità reale di partecipare alle decisioni che riguardano il proprio territorio. Significa ricostruire legami, spazi di aggregazione, ascolto e protagonismo popolare. Significa smettere di considerare gli abitanti come destinatari passivi di decisioni prese altrove e riconoscerli finalmente come parte centrale di qualunque trasformazione possibile. Perché senza questo passaggio continueranno a crescere soltanto rabbia, sfiducia e violenza sociale. E una società che smette di costruire solidarietà finisce inevitabilmente per produrre paura, odio e guerra tra poveri. The Enemy is not those who are hungry, but those who make us hungry! by Franco Oriolo The killing of Bakary Sako cannot be reduced to a simple news story nor generically dismissed as part of a “war among the poor.” What happened carries an element that cannot be softened or avoided: the deeply racist nature of the violence inflicted upon him. This is not merely an episode of social decay or an indistinct outburst of anger that exploded by chance. There was a deliberate intention to target a Black man, a migrant, a person forced to live every day under conditions of exploitation, sacrifice, precarity, and constant humiliation. For this reason, it would be hypocritical not to name what is becoming increasingly evident in peripheral and working-class neighborhoods: a widespread fascism embedded in everyday language, behaviors, and social culture. A fascism that manifests not only through symbols or openly neo-fascist organizations, but above all through the progressive dehumanization of certain lives considered expendable, inferior, or less worthy of respect. For years, institutions and politics have fueled this climate through security propaganda, the criminalization of migrants, and narratives built around permanent emergency. The result is that racism becomes increasingly acceptable, almost normal, especially within impoverished contexts shaped by fear. When consensus is built for years by pointing to the most vulnerable as the enemy, fertile ground for violence is inevitably created. And it is striking — even if perhaps it should no longer surprise us — to see how concepts increasingly close to xenophobic and openly nationalist imaginaries now enter naturally into institutional and trade union spaces connected to the State’s security apparatuses. The conference organized by SIULP (Italian United Union of Police Workers)Torino on so-called remigration, featuring Roberto Vannacci (former army special forces officer, now leader of a racist far-right group) and supported by union leaders from law enforcement sectors, represents an alarming signal in this regard. Even more significant was the participation of SAPPE, the prison police union, which publicly endorsed the initiative. These are no longer marginal provocations or isolated slogans. Languages based on exclusion, permanent security, and the construction of migrants as social enemies are penetrating ever more openly into structures that should instead guarantee rights and democratic protection. And all of this is happening while the country experiences growing impoverishment, precarity, and social tension. Rather than addressing the material causes of inequality, a horizontal war among the poor is being encouraged, consolidating an aggressive and dehumanizing imaginary. What happened in Taranto with the killing of Bakary Sako dramatically reveals how far this process can go when racism, violence, and dehumanization become progressively normalized within a society marked by anger and the absence of collective perspectives. Because when concepts such as remigration become discussable — though controversial — within structures close to repressive and security apparatuses, what emerges is a much deeper cultural process: the progressive legitimization of a society founded on exclusion, fear, and the selection of which lives deserve protection and which can instead be abandoned. Bakary Sako, like thousands of other migrant workers, belonged to that invisible part of society that sustains entire economic sectors through exhausting labor, exploitation, and often inhumane living conditions. People forced to endure blackmail, abuse, absolute precarity, and the absence of real protections. Yet these same lives continue to be portrayed as a problem, as foreign bodies, as presences tolerated only insofar as they remain economically useful. From this point of view, Taranto is not an exception. It is a city shaped by decades of social devastation, exploitation, and institutional abandonment. Entire neighborhoods are left to survive in permanent conditions of precarity, without prospects, without real spaces for gathering, without listening, and without participation. And within this void, social anger, distrust, and collective disintegration inevitably grow. The killing of Bakary Sako cannot be separated from this context. Not to justify what happened, but because similar episodes become increasingly frequent within a society that has progressively destroyed every form of solidarity. Neoliberalism has not only dismantled the welfare state; it has demolished the very idea of community. People are no longer encouraged to recognize themselves within a shared condition, but rather to fight each other: young against old, workers against the unemployed, Italians against migrants, poor against poor. And it is within this scenario that an increasingly large part of the younger generations in working-class neighborhoods is growing up. Children and adolescents immersed from an early age in dynamics of permanent conflict, precarity, and absence of future. This does not justify violent or destructive behavior. But it would be hypocritical to pretend not to see how many of them are denied any real form of social, cultural, and human recognition. It is also striking how even educational and institutional language now seems to contribute to normalizing an increasingly militarized vision of social relations. In recent months, questionnaires and school activities concerning war, security, and conflict have sparked strong controversy, such as the initiative promoted by the Authority for Children and Adolescents which asked students how they would behave in the event of war or whether they would be willing to enlist. What is disturbing is not only the content of the questions, but the cultural climate they reflect: conflict is increasingly internalized as a normal condition of human and social relations. Within this scenario, dramatic episodes such as the killing of Bakary Sako also risk becoming the pretext for imposing in Taranto a model similar to the failed one experimented in Caivano: a management of social hardship based above all on repression, control, militarization of the territory, imprisonment, and expulsion. Instead of addressing the deep causes of social abandonment, educational poverty, precarity, and collective disintegration, the response consists in transforming entire working-class neighborhoods into permanently surveilled spaces, where security replaces social rights and conflict is managed almost exclusively through repressive instruments. The risk is that the anger produced by years of impoverishment and marginalization will be treated not as a social and political issue, but as a public order problem. Working-class neighborhoods thus end up being portrayed increasingly as territories to control, contain, and discipline, rather than as communities to listen to, support, and genuinely involve in processes of social transformation. As a result, younger generations grow up within a culture that increasingly interprets everyday relationships through the logic of permanent opposition, competition, and identity-based defense. In a society marked by precarity, fear, and the absence of collective perspectives, the other is increasingly perceived not as part of a shared condition, but as a rival, a threat, or an enemy from whom one must defend oneself. Perhaps it is precisely here that one should more carefully observe what symbolically emerges within certain behaviors and languages among youth groups in the Old City. Not only the violence itself, but the way these young people construct their identity. One example is a meme posted by one member of the group: «I am not superior, but I have nothing in common with you». A phrase that does not openly claim moral or social superiority, but rather a radical separation. Not the desire to feel better than others, but the will to affirm oneself as different, as a group incompatible with those perceived as outsiders. It is an identity that appears not individual but collective: quelli della Città Vecchia (those from the Old City). A form of territorial belonging built through anger, closure, and conflict. This mechanism, on a local and distorted scale, resembles the aggressive nationalism currently spreading across Europe. Impoverished and frightened communities are pushed to perceive themselves as under siege; social crisis is transformed into identity conflict; collective hardship no longer finds solidarity or political outlets and instead turns into hostility toward the other. The scale changes, but the logic remains similar: constructing belonging through the enemy. And perhaps this is one of the most disturbing and least explored aspects of the entire affair. Because if we do not fully understand the contemporary forms through which anger, identity, and the sense of belonging are constructed within territories marked by social abandonment, these episodes will continue to be interpreted merely as public order emergencies, without recognizing the deeper process of cultural and political disintegration that fuels them. For years, politics, institutions, and much of the non-profit sector have continued intervening in working-class neighborhoods in superficial, self-referential ways often detached from the real lives of residents. Events, projects, cultural initiatives, and programs have too often been designed without any concrete relationship with those who actually live the territory every day. People enter these neighborhoods already convinced they know what is needed, without the capacity to truly listen to the contradictions, fragilities, and even distrust that run through these communities. There was once talk of co-research: certainly a difficult practice, but one capable of building a real relationship between those operating on the cultural or political level and those living daily within the neighborhood’s contradictions. It did not mean intervening from outside with predefined projects, but sharing experiences, listening to concrete needs, and building paths together with residents. And perhaps this is precisely what is increasingly missing today: the ability to create authentic, continuous, and deeply rooted relationships within the territory. Because a neighborhood cannot be saved through aesthetic operations, urban showcases, or redevelopment processes designed mainly to attract investment, tourism, or new economic profits. When urban transformation occurs without the real involvement of residents, the risk is that those who have always lived in these territories will end up feeling even more excluded, alienated, and pushed aside within their own neighborhood. The real urgency, then, is not simply to recover the Old City, but to prevent entire communities from continuing to be abandoned and deprived of any real possibility of participating in decisions concerning their own territory. It means rebuilding bonds, spaces for gathering, listening, and popular protagonism. It means stopping the treatment of residents as passive recipients of decisions made elsewhere and finally recognizing them as the central part of any possible transformation. Because without this step, only anger, distrust, and social violence will continue to grow. And a society that stops building solidarity inevitably ends up producing fear, hatred, and war among the poor.
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In ricordo di Nanni Balestrini Uliano Balestrini Paolozzi In occasione del settimo anniversario della scomparsa di Nanni Balestrini riproponiamo un testo in suo ricordo. Le scale Saliamo piano le scale larghe in penombra. Un silenzio irreale rotto all’improvviso da alcuni rimbombi lontani. Due, tre, quattro rampe e siamo nell’ampio corridoio del reparto. Il buio è intervallato da fasci di luce provenienti da alcuni ingressi delle stanze a sinistra e a destra. Si avvicina la sagoma di una giovane infermiera. Ci parla sottovoce con un filo di commozione: – Ero passata e mi pareva tranquillo. Sono ripassata una mezz’ora dopo e non respirava più. Entriamo nella piccola stanza illuminata da un neon basso. È lì, sotto un lenzuolo che lascia scoperti i piedi nudi e la testa. Lei lo bacia sulla bocca con discrezione. Poi appoggia le spalle al muro e recita sottovoce la sua preghiera.Resto ai piedi del letto. Gli prendo i piedi tra le mani. Sono tiepidi. Mi viene in mente una cosa assurda. Che forse non è morto. Muovo due, tre passi. La sua testa immobile mi pare come rimpicciolita. Lo prendo per le spalle e lo scuoto leggermente, due, tre volte. No, non è vivo. Gli chiudo del tutto gli occhi, gli sistemo i capelli, lo bacio sulla fronte. Lei ha gli occhi lucidi. È concentrata su di lui e su se stessa. Penso al lungo e lento strascico divenuto man mano agonia.Usciamo nel corridoio. Mi pare ancora più buio. Si riavvicina l’infermiera. È gentile e premurosa. Ci informa sulla procedura. Lei pare non ascoltarla e sussurra: – Chissà il casino domani. Con la gente e i giornali… L’infermiera ci guarda interrogativa. Potrei non risponderle ma poi le dico: – Era un poeta. Niente da dire Dopo la scoparsa di Nanni ho curato e pubblicato un testo: nanni balestrini – millepiani. Nanni Balestrini è stato poeta, scrittore e artista visivo di fama internazionale. Nella sua figura si riassume un’intera stagione di storia e di cultura, italiana ed europea, di compresenza e reciproca influenza tra avanguardie artistiche e avanguardie politiche: quel magico tempo degli «intellettuali militanti» che hanno agito dentro una temperie di lotte operaie e giovanili che hanno fatto epoca, e che hanno segnato il destino delle successive generazioni. Per oltre sessant’anni Balestrini ha progettato e organizzato un infaticabile lavoro culturale, utilizzando una molteplicità di piani: poesia, narrativa, cinema, audiovisivo, teatro, musica, collage, pittura, scultura, editoria, impegno politico. Balestrini, cioè, uomo-rete dei millepiani. Come epigrafe ho scelto due righe che a mio parere riassumono in modo perfetto tutto ciò che è stato l’operare nella sua vita: «Io, non ho niente da dire. Voglio raccontare e combinare le cose dette da altri, e stare a vedere cosa succede». Che cos’è per Balestrini la poesia La poesia fa male generazioni di ipocriti di insegnanti di imbecilli di baciapile di pedagoghi di pedofili di perecottari di animebelle puzzolenti hanno continuamente cercato di in cularci con una visione edificante patetica piagnucolosa buonista di quella cosa che per sua natura è un affronto all’esistente per mezzo della parola micidiale e inesorabile indecorosa e sfrontata impudica e corrosiva la poesia è l’apocalisse del linguaggio è un urlo selvaggio che strappa brandelli di cervello ammuffito fa sanguinare i corpi anestetizzati dai soldi trafigge i cuori impotenti cancerizzati la poesia è un’ interminabile apocalisse o non è la poesia è continua esplosione è continua rivoluzione è continuo rifiuto è continua distruzione della merda accumulata dal perbenismo criminale dell’homo economicus globalizzato la poesia è sputare parole infuocate avvelenate nei suoi occhietti melensi la poesia è la pioggia di sangue di fuoco di piscio che sommergerà l’infame razza bastarda del maschio bianco occidentale con le sue bombe le sue banche i suoi culi griffati la poesia è anche farla finita con tutti i miserabili sciacalli che sulle sofferenze che hanno dato una mano a infliggere intonano inni pietosi agli squartati e ai fuggiaschi mentre li derubano anche dei pacchi dono la poesia è una roba che non ve l’immaginate nemmeno La poesia è il giubileo delle energie vitali che dilagano sul pianeta avvelenato La poesia fa malissimo cagatevi sotto la bestia dell’apocalisse è arrivata Nanni B. uomo d’ingegno, non di istituzioni Letizia Paolozzi Quando eravamo giovani, quando ci divertivamo a vivere, quando andavamo di qua e di là. Riavvolgere il nastro dell’esistenza? Nei tempi crudeli del virus, l’operazione sa di ridicolo. Non stringi nulla di reale a pescare nei ricordi. Come giocassi in borsa, oppure al lotto, il pensiero magico si impadronisce di te. Ma non importa, provi comunque. E allora, Nanni B. fu povero, inventivo, protervo. Tacere appartenne al suo stile. Mai imbarazzato dall’inclinazione al silenzio, convinto di non inibire gli altri, ogni volta puntò su qualcuno, qualcuna che funzionasse da ripetitore, capace di ascoltare e apprezzare. Lesse i testi di amici poeti, romanzieri, narratori, critici. Non riuscì mai a immaginarsi senza il suo insieme di relazioni, legami, rapporti: Piero Manzoni, Luigi Pestalozza, Luigi Nono, Emilio Vedova, Ingeborg Bachmann, Maria Corti, Emilio Villa; poi gli autori/autrici che leggerete su questo libro di «Machina»; poi ancora i compagni di Potere operaio. Tanti? Pochi in fondo dal momento che la sua visuale si limitò a loro. E con loro progettò, propose, varò leggere imbarcazioni. Sempre agili, sempre adatte a reggere l’urto. Fino a scomparire, improvvisamente, dall’orizzonte. Una volta, si scoperse attratto dalla fenomenologia: do you remember la dimensione corporea della coscienza, il linguaggio secondo Maurice Merleau-Ponty? Se la cavò senza rimpianti, eppure, imparò a radicarsi nel cuore del mondo vissuto. Evitò di puntare su un ego spropositato rifiutando il tono solenne del condottiero sulla statua equestre. Cominciò ad agire prima del ’68, continuò dopo il ’77. Ebbe scambi con diversi modelli di comunicazione. Non si sognò di negare la tradizione benché preferisse trovarsi in anticipo sui tempi. Si proiettò in avanti navigando tra i generi. Rimase stretto alla classe operaia nonostante l’avanzare del vetrinismo protestatario di Ai Weiwei, gli strepiti neo-barocchi di Matthew Barney, il postmoderno della coppia Fedez-Ferragni. Sfuggì alla macina della mercificazione. Con il linguaggio provò a cambiare lo stato delle cose presenti. Non da solo, sempre in gruppo. Difese i propri ritmi. Non conobbe l’ideologia minoritaria. Si mosse dalla scrittura di un testo alla preparazione di una tela all’esaltazione di un oggetto, simile in questo – forse non solo in questo – agli inuit che saltavano da una struttura sociale all’altra a seconda delle stagioni. Ascoltò sino allo sfinimento la canzone Azzurro (Celentano, Pallavicini, Conte). Si affidò all’utopia tuttavia non perse l’aspro profilo della concretezza. La vecchiaia non gli suscitò ansia, disperazione, lamenti. Non prese sul serio il suo corpo. Lo trascurò. Si ritagliò un suo modo di vivere. Difese per anni i rapporti applicando alla lettera il monito di Adorno: l’infedeltà, l’irriflessività dei sentimenti equivale a sottomettersi alla società dei consumi, dunque, siate fedeli. Non inciampò nel maschilismo, non occhieggiò alla schiera degli uomini prepotenti. Fu d’accordo con le donne del MeToo. Si intrattenne con i discorsi sulla parità. Ci ficcò una determinata quantità di moralismo. Mai fece parte della classe dirigente, eppure la costeggiò, le passò accanto. Miracolosamente. Senza compromettersi. Votò Pci, Pds, Ds, Pd senza entrare nel merito dei problemi, trattati anzi da questioni di lana caprina. La politica la tagliò con l’accetta: stai di qua o stai di là. Fu un oppositore da anni Sessanta. Eversivo, con l’aiuto delle parole, poco o niente si appassionò alle lotte per il potere. Quando andò in Cina, ne rimase entusiasta. Anche lui, come Antonio Rezza, appartenne al genere di «persone che amano quello che amano fare». Mai marginale, sempre aggrappato alla concretezza, alla cronaca dei fatti, scelse un modo seriamente giocoso di prendere le cose. Quel modo aiuterebbe, se ancora fosse qui. Ritratto di un poeta Giosetta Fioroni Il poeta Nanni Balestrini è bello. Ha gli occhi socchiusi, lievemente strizzati come di fronte a una eccessiva luminosità. Dalle palpebre filtrano circolari raggi azzurri che si allungano tra le ciglia.I capelli biondi e lisci sono spruzzati d’oro.La bocca è atteggiata a un perenne immobile sorriso, anzi un accenno di sorriso. Il volto soave esprime un sentimento di tenero distacco, di gentile supremazia. I lineamenti sono composti, armonici. Una fredda mobilità anima i gesti misurati che non rivelano nulla. Un velo protegge questo nulla, la decisione del nulla, l’ironia del nulla. Ma, ogni tanto, il velo si solleva e qualcosa di molto ingegnoso, complesso, stratificato e multiplotraspare. Si può intravedere, ma solo intravedere, tutta l’attenzione. La furiosa, capillare attenzione di cui è dotato. Possiede una lente nascosta nelle pieghe, nel drappeggio. Una lente di ingrandimento. La muove da sempre, recondito. La sposta languidamente, in ispirato sonnambulismo, su molteplici forme. La punta su eventi minimi e grandi. Il tempo e la storia non fanno parte del gioco. Nanni espatriò in Francia per evitare l’arresto ordinato nel quadro dell’inchiesta denominata 7 aprile. In quel periodo scrisse i 49 sonetti poi pubblicati col titolo Ipocalisse. Di questi qui di seguito Passaggio. Passaggio pieno di mosche nel paese immobile diluita dimentica la fase precedente si dividono in lupi nella gabbia e sciacalli intorno strillano la fine della non fa niente senza attesa ne che mai più le ri vedrò anche se sembra sparita se nero spenge e tutto finisce per perdersi senza fine ma quante parole rifioriscono incessanti il giardino dipinto pippoli ad esempio il melone vada come vada indelebile e soprattutto e lì appoggiato leggermente senza toccare ora che non sono lunga fila leggera filamenti lungo le bruscamente interr senza l’ombra tutto passa senza afferrare quando ci siamo l’ultima volta situazione confusa nessun contatto l’importante sembrava cosi mentale mentre ritagliando tutto e poi ci siamo e poi non c’era la rotolando dal in fondo alla azzurro liquefazione con tracce di e altre tracce tutto disfandosi quando tutto cambia non la voglia di o la mia rovesciata verticale aprendosi da una parte all’altra mancava poco nel paesaggio necessario mancava molto nel passaggio possibile contorni sfocati movimento perpendicolare non è finita pentiti solo di non averlo fatto abbastanza senza lineamenti passando oltre appariva ogni tanto lungo la dove consunta appena lì così morti colori mordi appena a testa in giù sempre più forte attraversando ma è tutto vero basta toccare non trovando altre parole questo e tutto per ora in questo momento e come se fossimo già invece siamo appena e ciò che è più strano è che uno non se lo immagina bene dove potrebbe essere arrivata la lunga attraversata Risolte le questioni giudiziarie tornò in Italia qualche anno dopo e ci vedemmo a Milano con Primo Moroni nella sua libreria Calusca. Nanni aveva combinato con la casa editrice Sugarco la pubblicazione di un libro sul ventennale del ’68. Ci mettemmo al lavoro e ne venne fuori L’orda d’oro, un libro non dimenticato che qui ricordo in un passaggio che ho scritto poco dopo la morte di Primo, nel 1998. Primo… mi piacevano i nostri appuntamenti perché avevano sempre il sapore complice e furtivo di chi progetta e costruisce, sia pur contro i mulini a vento. E mi ricordo questa complicità disperata, negli anni della prima stesura de L’orda d’oro. Già, gli anni Ottanta, anni maledetti di solitudine, circondati dal deserto, dall’esilio, dalla galera, dall’eroina, dal tradimento. In quelle stanze piene di libri trasportati con grandi valigie, automobili, furgoni, e ammucchiati alle pareti fino al soffitto. I nostri libri, salvati dai roghi dell’odio e della paura dei nemici, dalla dimenticanza derivata dal sentimento di una irreparabile sconfitta dei nostri vecchi compagni. Io, ragazzo di bottega, a catalogare, selezionare, predisporre il materiale grezzo. Tu a scrivere incessantemente con una scalcinata macchina meccanica con il tasto della a rotto, che dovevi risollevare dal rullo con il dito quasi a ogni parola. E Nanni, silenzioso, in fondo al grande tavolo, alla regia, a leggere, correggere, aggiungere, tagliare, spostare, rimontare, segnalare lacune e incongruenze, suggerire migliorie. Così per ore, giorni, settimane e mesi tra Roma e Milano. Una catena di montaggio come disse Sergio Bologna che per alcuni giorni ci ospitò nella sua casa. Già con Gli invisibili, e poi con L’orda d’oro, avevamo contribuito a riaprire faticosamente dei pertugi in quell’industria culturale che era stata complice del massacro del movimento. Occorreva insistere, e Nanni in questo era segugio ostinato, tenace. In occasione del ventennale della morte di Primo Moroni Nanni gli dedicò questa poesia. A Primo Prima non c’era niente le parole volavano via i fogli appassivano i libri s’impolveravano poi Primo ha aperto i grandi occhi sulle pagine gonfie di visioni e verità con Primo le voci rimbalzano compagne da cori lontani sempre più vicine con Primo nessuno era più solo nella lotta tutti si parlavano tutti ascoltavano tutti con Primo la storia del movimento è adesso il mito moderno di un mondo che cambia senza fine con Primo l’orda d’oro galoppa l’orizzonte lontano illumina e splende Di seguito una poesia che Nanni ha dedicato agli anni Ottanta C’è chi loda il letamaio Qual è il segno culturale del nostro tempo il bello di cattivo gusto cioè la merda le belle pubblicità di merda i bei abiti di merda il bell’erotismo di merda le belle barche di merda i bei romanzi di merda il bel giornalismo di i bei talk show di merda insomma tutti i belli super professionali di merda prodotti dalla cultura spettacolo di merda con quella incancellabile e richiesta vena di cattivo gusto cioè di merda diciamo la cultura dei professionisti di massa di merda che lavorano per le masse di merda è difficile diciamo noi disobbedire al proprio tempo ci sono tempi che danno licenza di buon gusto e tempi di merda che la tolgono e chi contravviene alla merda se va bene sarà apprezzato dai posteri oggi i buoni professionisti della merda selezionati dai grandi media di merda sanno mettere insieme colori immagini di merda luci effetti di merda tridimensionali belli bellissimi sanno organizzare i bei dibattiti sado-maso di merda le belle inchieste tutte ritmo e suspense ma mettendoci quel tanto di cattivo gusto cioè di merda che hanno coltivato invece che soffocare per piacere allo spettatore massa di merda e senza un po’ di cattivo gusto cioè di merda oggi si campa male a noi tocca vivere nella cultura spettacolo di merda del bello di cattivo gusto cioè di merda ben retribuiti e puniti ogni giorno dalla fama di merda è difficile disobbedire al proprio tempo di merda non curarsi del suo segno culturale di merda oggi uno che non ha successo perché guarda in alto e comunque non nel letamaio non viene guardato dalla merda come un’intelligenza esigente come il portatore di una grande ambizione ma come un corpo estraneo alla merda vivere in sintonia con la cultura di massa di merda è vivere nel migliore dei mondi di merda oggi possibile è quasi impossibile sottrarsi alla cultura del proprio tempo di merda i compensi agli intelligenti perché producano merda per i rozzi e volgari sono ottimi e tutti più o meno ci siamo adeguati alla merda. Cip ciop Negli ultimi anni io e Nanni facevamo il Natale insieme, a casa mia. Solo noi due. All’inizio cucinavamo insieme, poi, ci ho pensato io. Cucinavo sempre pesce e apparecchiavo col meglio che avevo. Lui arrivava puntuale. Posteggiava la sua auto rossa in divieto di sosta e saliva con lo champagne. Dopo aver parlato come al solito di lavoro ci buttavamo sui piatti, in silenzio. Arrivati al secondo io gli dicevo: Cip. E lui mi rispondeva: Ciop. Ridevamo e facevamo un brindisi. L’ultimo aprile Era l’ultimo suo aprile. Era a casa, in una pausa tra un ospedale e l’altro. Seduto sul divano del salottino guardava fisso dalla finestra socchiusa le foglie fresche del vecchio platano. Sbottò di colpo: «Non se ne può più di questi leghisti, fascisti, razzisti. Dobbiamo fare qualcosa di più duro di quel che abbiamo fatto finora. Non ce ne facciamo niente di questi vecchi intellettuali decotti di sinistra. Abbiamo visto come è andata a finire con «alfabeta 2». Tempo sprecato. E questi giovani intellettuali? Quasi tutti professorini presi solo dai loro interessi di carriera accademica, sono solo dei piccoli individualisti narcisisti. Niente. C’ho pensato su: rifacciamo «Compagni,». Non devo chiedere il permesso a nessuno, l’ho fatta io, la testata è mia». Rimasi un attimo interdetto. «Compagni,» – conosciuta e denominata «Compagni virgola» – era una rivista che Nanni aveva fatto nel 1970 con il supporto economico di Giangiacomo Feltrinelli, e dell’editore aveva pubblicato una lunga intervista in concomitanza con la sua entrata in clandestinità. Ne erano usciti solo due numeri. Un grande formato e una grafica elegante e austera, in bianco e nero. Di fatto era una rivista ascrivibile all’area politica di Potere operaio. Rifarla oggi? Con una testata dal sapore così desueto? Sembrava un’idea del tutto inattuale, commercialmente fuori target. Glielo dissi. Ma lui era convintissimo del contrario: «Proprio perché le cose stanno come stanno bisogna fare un’operazione di schieramento culturale militante, non opinionistico. Basta con le buone maniere. E bisogna fare un prodotto cartaceo, non in elettronica. Dobbiamo tornare e stare nelle edicole, e con una proposta non effimera. Fai fare subito dalla tipografia dei preventivi per una tiratura minima di 30.000 copie. Stesso formato e fogliazione della testata originale. Io chiamo subito Toni, Piperno e gli altri. Intendeva i vecchi di Potere operaio, quelli rimasti». Mah… mi incammino verso l’ufficio con un unico pensiero in testa: e adesso? dove si trovano i soldi? Mentre faccio i preventivi lui fa il giro dei siti internet e compra per 300 euro le uniche due copie della rivista disponibili. Il giorno dopo vado a trovarlo. Si alza dal divano, va in cucina e torna con una bottiglia di champagne e due flute. – Ma Nanni… non puoi bere… – Ti immagini… due dita… Ho sentito tutti, e ci stanno tutti… Brindiamo a «Compagni,». Sarà un rivistone. Nessuno si ribella Nessuno si ribella ci infangano la vita ci mordono le budella ci strappano il futuro i ricchi ci rubano tutto la scuola l’ospedale la scienza anche il mangiare e nessuno che si ribella la vita non era bella ma qualcosa ci restava adesso i ricchi vogliono tutto ma nessuno qui si ribella ci lasciano miseria fame tristezza e vuoto se crepiamo tanto meglio proprio nessuno che si ribella a furia di lasciarli fare ci dovremo tutti suicidare per farli ancora più ingrassare perché nessuno qui si ribella non c’è proprio più niente da fare per non farci più massacrare come pecore mandate al macello non c’è n’è una che si ribella bisognerà proprio aspettare che ci portino via proprio tutto anche la voce per protestare tanto nessuno qui si ribella Una delle ultime poesie di Nanni, secondo me tra le più belle e di straordinaria attualità. Istruzioni preliminari il nostro mondo sta scomparendo i tramonti succedono ai tramonti si può sentirne lo strappo silenzioso scorrere il sangue la vita che fugge su fogli di carta corrosi sbiaditi accarezzando le parole ancora visibili accarezzando le parole ancora visibili supreme famose finzioni si dissolvono su fogli di carta corrosi sbiaditi i tramonti succedono ai tramonti in una realtà caotica ostile immensa non sappiamo chi siamo né dove andiamo non sappiamo chi siamo né dove andiamo le vecchie certezze se ne vanno in una realtà caotica ostile immensa supreme famose finzioni si dissolvono la nostra urgenza di ordine si annulla in un reticolato di possibilità infinite in un reticolato di possibilità infinite proviamo ogni volta con parole diverse la nostra urgenza di ordine si annulla le vecchie certezze se ne vanno tutto si ramifica si scompone si mescola gli esperimenti non producono un sì o un no gli esperimenti non producono un sì o un no ma un continuo flusso di probabilità tutto si ramifica si scompone si mescola proviamo ogni volta con parole diverse nessuna ricerca di risposte assolute poiché ogni sviluppo è segnato dalla discontinuità poiché ogni sviluppo è segnato dalla discontinuità rottura radicale e definitiva con l’evoluzionismo nessuna ricerca di risposte assolute ma un continuo flusso di probabilità il punto è dove la catena può essere spezzata la contraddizione principale muta continuamente la contraddizione principale muta continuamente nella violenza che stravolge la quotidianità il punto è dove la catena può essere spezzata rottura radicale e definitiva con l’evoluzionismo teoria materialista della contingenza il tempo in cui l’uno si spacca in due il tempo in cui l’uno si spacca in due guardando l’evento da prospettive parziali teoria materialista della contingenza nella violenza che stravolge la quotidianità nella durata mutevole delle congiunture forze eterogenee si compongono su una linea comune forze eterogenee si compongono su una linea comune secondo una relazione non predeterminata nella durata mutevole delle congiunture guardando l’evento da prospettive parziali scomporre e ricomporre in equilibri alternativi la scrittura come un flusso non come un codice la scrittura come un flusso non come un codice costruzioni associative e accumulative scomporre e ricomporre in equilibri alternativi secondo una relazione non predeterminata arricchisce il significato rendendolo plasmabile la forma liberata dalla palude delle sintassi la forma liberata dalla palude delle sintassi sequenza di immagini sparate come slogan arricchisce il significato rendendolo plasmabile costruzioni associative e accumulative rendere partecipe il lettore azzerando il linguaggio contro l’abuso la convenzione lo svuotamento di senso contro l’abuso la convenzione lo svuotamento di senso non più dominanti e dominati ma forza contro forza rendere partecipe il lettore azzerando il linguaggio sequenza di immagini sparate come slogan l’attacco va minuziosamente preparato secondo una prospettiva rivoluzionaria secondo una prospettiva rivoluzionaria un altro mondo sta apparendo l’attacco va minuziosamente preparato non più dominanti e dominati ma forza contro forza si può sentirne lo strappo sonoro correre il sangue la nuova vita che arriva Sergio Bianchi ha fondato e poi codiretto il progetto editoriale DeriveApprodi. Ha curato numerosi saggi. È inoltre autore di due romanzi: La gamba del Felice (Sellerio) e il recente Aggrappàti al cielo (Milieu). Ha ideato e realizzato le riviste online «Machina» e «ahida». Attualmente è curatore della collana «settanta» per Milieu.
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Perché gli Emirati Arabi Uniti lasciano l’OPEC Hananya Goodman La presenza degli Stati Uniti come attore privilegiato in Medio Oriente ha costituito storicamente un enorme fattore di destabilizzazione regionale e una fonte di degrado politico di tutti gli Stati della zona, i cui esempi più significativi si trovano nel colpo di Stato organizzato da britannici e statunitensi contro Mohammad Mosaddegh nel 1953, punto zero della traiettoria dell’Iran negli ultimi decenni, dalla Rivoluzione islamica alla guerra attuale, e nella costruzione dell’attuale Stato genocida israeliano negli ultimi cinque decenni. In questo senso, la decisione degli Emirati Arabi Uniti di abbandonare l'OPEC, data la loro stretta vicinanza agli Stati Uniti e a Israele, è stata definita un vero e proprio terremoto nel mercato petrolifero, ma il suo impatto sulla politica internazionale potrebbe essere ancora più profondo. Martedì 28 aprile gli Emirati Arabi Uniti (EAU) hanno annunciato che avrebbero lasciato l'Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC) e la sua organizzazione gemella, l'OPEC+. La notizia è stata considerata un vero e proprio terremoto nel mercato petrolifero. Se si considera la questione dal punto di vista politico e in relazione agli affari internazionali, gli effetti potrebbero tuttavia essere ancora più marcati. Perché gli EAU lasciano l'OPEC? Il momento in cui avviene l'uscita degli EAU dall'OPEC è importante, ma la guerra israelo-statunitense contro l'Iran non è il fattore principale di questa decisione. La dichiarazione degli Emirati in cui annunciano la loro decisione è vaga nei dettagli, il che ci porta a speculare sui motivi reali. Il comunicato ufficiale degli EAU afferma quanto segue: Questa decisione riflette la visione strategica ed economica a lungo termine degli Emirati Arabi Uniti e la trasformazione del loro profilo energetico, compresi gli investimenti accelerati nella produzione energetica nazionale, e rafforza il loro impegno a svolgere un ruolo responsabile, affidabile e lungimirante nei mercati energetici globali […]. Questa decisione è il risultato di una revisione approfondita della politica di produzione degli Emirati Arabi Uniti e della loro capacità produttiva attuale e futura. Si basa sul nostro interesse nazionale e sul nostro impegno a contribuire in modo efficace a soddisfare le pressanti esigenze del mercato. Diversi fattori hanno portato a questa decisione. Gli Emirati Arabi Uniti sono da anni insoddisfatti dell’OPEC. Hanno limitato la produzione di petrolio seguendo le linee guida dell’organizzazione, basate sulle decisioni prese dal leader de facto dell’organizzazione, l’Arabia Saudita. Ma gli Emirati Arabi Uniti hanno priorità diverse da quelle dei sauditi, sia nella produzione di petrolio che nelle questioni regionali. L'Arabia Saudita sta esercitando forti pressioni per diversificare la propria economia nell'ambito del suo piano "Visione 2030". Quando questo piano sarà pienamente attuato, se mai lo sarà, Riyadh potrebbe essere meno preoccupata di mantenere più alti i prezzi del petrolio e, di conseguenza, di limitare la produzione. Ma per ora, gli Emirati Arabi Uniti e altri paesi dell'OPEC hanno ceduto ai sauditi e hanno ridotto le loro quote di produzione petrolifera. Ciò non ha sempre soddisfatto Abu Dhabi, che è meno preoccupata per i prezzi più alti e spesso preferirebbe vendere un volume maggiore di greggio, il che ha generato tensioni tra i due produttori nel corso di questo decennio. Queste tensioni si sono acuite negli ultimi anni, man mano che le prospettive regionali dei due paesi si sono allontanate e la loro rivalità è cresciuta, cosa che si è manifestata in modo più evidente nelle loro operazioni militari per conto terzi condotte in Sudan e nello Yemen. Nonostante i tentativi di mostrare un'apparenza di unità, la tensione è stata messa ancora più a nudo dalla guerra con l'Iran. Gli Emirati Arabi Uniti sono stati i più attivi tra i paesi arabi nell'esortare Israele e gli Stati Uniti a sconfiggere militarmente l'Iran in modo decisivo. L'Arabia Saudita è stata un attore chiave, seppur in modo e, nel coinvolgere il Pakistan nella mediazione tra i due paesi, il che ha seminato ulteriore incertezza sulle informazioni dubbie, circolate settimane prima, secondo cui i sauditi avrebbero esercitato pressioni affinché l'aggressione statunitense si intensificasse. Gli Emirati Arabi Uniti sono stati colpiti dall'Iran più di qualsiasi altro paese del Golfo, a causa della loro più intensa collaborazione con Israele (una collaborazione che ha incluso l'invio di truppe militari e batterie del "Cupola di Ferro" negli Emirati) e della loro posizione bellicista nei confronti dell'Iran, che si è tradotta anche in una pressione esplicita esercitata sugli Stati Uniti per ottenere aiuti nel dopoguerra. Gli Emirati Arabi Uniti vogliono uno swap valutario attuato dagli Stati Uniti, che permetta loro di far fronte ad alcune delle perdite subite a causa della guerra. Sebbene la richiesta intenda in qualche modo ricordare a Washington che, se questa richiesta venisse respinta, gli Emirati Arabi Uniti dispongono di carte da giocare, come ricorrere alla vendita di petrolio in yuan cinesi o optare per la vendita di titoli del Tesoro statunitense, cosa che non sarebbe gradita agli Stati Uniti, è anche un segnale sulla direzione che gli emiratini vorrebbero prendere per risolvere la questione della loro sicurezza in futuro. In questo senso, l'uscita dall'OPEC mira anche a concedere una vittoria al presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che da tempo disprezza pubblicamente l'organizzazione, ritenendo che il cartello eserciti un controllo eccessivo sul mercato petrolifero, in contraddizione con la sua predilezione per il laissez-faire e il libero mercato. Creare un rivale per l'OPEC? L'influenza dell'OPEC è in declino da decenni. Un tempo il cartello rappresentava oltre la metà delle esportazioni mondiali di petrolio, ma da allora la sua quota è scesa a circa il 40%. Gli Emirati Arabi Uniti erano il terzo maggiore esportatore di petrolio dell'organizzazione, dietro all'Arabia Saudita e all'Iraq. La loro uscita significa che l'OPEC perde circa il 15% della sua capacità, controllando ora circa il 30% delle esportazioni totali. In definitiva, la diminuzione della quota petrolifera dell'OPEC comporterà un mercato più aperto in cui un numero maggiore di produttori importanti perseguirà i propri rispettivi programmi, ma questo processo era già in atto da tempo. L'uscita degli Emirati Arabi Uniti non è altro che un ulteriore passo in questa direzione. A breve termine, l'uscita degli Emirati Arabi Uniti dall'OPEC non avrà alcun effetto sul mercato petrolifero mondiale né sull'attuale crisi. Gli Emirati Arabi Uniti, come tutti gli altri Stati arabi del Golfo, erano già ben al di sotto del loro obiettivo di produzione a causa della chiusura dello Stretto di Ormuz e della distruzione delle infrastrutture provocata dall'Iran. Non possono aumentare la loro produzione, anche se lo volessero. A lungo termine, invece, avrà un effetto, poiché gli Emirati Arabi Uniti producono una quantità significativa di petrolio e ora avranno la libertà di aumentare la loro produzione a loro discrezione, una volta ripristinata la loro capacità di farlo. È qui che le dimensioni politica ed economica iniziano a interagire, il che potrebbe generare nuovi risultati. Di seguito esaminerò più approfonditamente cosa tutto ciò significhi dal punto di vista politico, ma in termini di mercato energetico mondiale, il desiderio degli Emirati Arabi Uniti di allearsi con Israele e gli Stati Uniti potrebbe essere legato a un cambiamento nel mercato. Le esportazioni di petrolio degli Stati Uniti sono aumentate enormemente dalla metà degli anni 2010, avendo ricevuto un nuovo impulso dalla guerra lanciata contro l’Iran. Allo stesso modo, le esportazioni di gas naturale da Israele si sono intensificate, aumentando dell’86% tra il 2021 e il 2025. Sebbene non disponga delle riserve di gas naturale dei principali paesi produttori (Russia, Iran e Qatar), la crescente importanza della produzione di gas naturale di Israele lo ha reso molto meno dipendente dalle importazioni di energia, nonostante la sua relativa mancanza di riserve petrolifere. Ciò ha anche contribuito a consolidare la dipendenza di Egitto e Giordania dai loro accordi di pace con Israele, dato che quest'ultimo fornisce gran parte del gas naturale consumato da entrambi i paesi. Dato che gli Emirati Arabi Uniti si appoggiano così saldamente alla loro alleanza con Israele e gli Stati Uniti e dispongono di grandi riserve sia di petrolio che di gas naturale, è plausibile che possa nascere un'associazione energetica destinata a rivaleggiare con l'OPEC. Le divisioni politiche che caratterizzano la regione Qui la posta in gioco va ben oltre le semplici preoccupazioni energetiche. La divisione tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti affonda le sue radici in interessi divergenti e in una visione fondamentalmente diversa dell’ordine regionale e globale. L’Arabia Saudita sostiene la stabilità statale. Di norma opta per il sostegno ai governi esistenti e cerca con ogni mezzo di proteggere lo status quo, ogni volta che ciò sia possibile. Gli Emirati Arabi Uniti sono un attore influente sulla scena regionale e internazionale relativamente recente, essendo quindi più orientati al compromesso, meno conservatori nella loro strategia e più inclini a tracciare una strada diversa, quando vedono opportunità per espandere la loro ricchezza, il loro potere e la loro influenza. Ma ora, c'è una differenza più marcata a seguito della guerra con l'Iran. Gli Emirati Arabi Uniti hanno abbracciato pienamente l'alleanza tra Stati Uniti e Israele in un momento in cui la maggior parte del resto della regione si è resa conto che gli Stati Uniti sono un partner inaffidabile. I sauditi, in netto contrasto, stanno compiendo passi per allontanarsi dalla dipendenza quasi esclusiva che li lega agli Stati Uniti. Gli Emirati Arabi Uniti, al contrario, hanno abbracciato pienamente l’alleanza tra Stati Uniti e Israele in un momento in cui l’Arabia Saudita e gran parte del resto della regione si sono rese conto che gli Stati Uniti sono un partner inaffidabile e che Israele è una minaccia regionale. Gli Emirati Arabi Uniti hanno criticato pubblicamente altri Stati arabi per non aver tenuto testa all’Iran in modo sufficientemente deciso e, sebbene sostengano ufficialmente una risoluzione diplomatica del conflitto, hanno chiarito di puntare sull’escalation bellica fino a quando l’Iran non sarà schiacciato. Nel frattempo, l'Arabia Saudita ha collaborato strettamente con alleati come il Pakistan, l'Egitto e la Turchia per cercare una soluzione diplomatica alla guerra. Gli Emirati Arabi Uniti hanno recentemente espresso il loro malcontento al riguardo, reclamando i 3,5 miliardi di dollari dovuti dal Pakistan. L'improvvisa richiesta di pagamento ha esaurito quasi un quinto delle riserve valutarie del Pakistan e ha messo a rischio il piano di salvataggio proposto dal Fondo Monetario Internazionale. Non è un caso che, poco dopo, l'Arabia Saudita abbia depositato 3 miliardi di dollari nel fondo di riserva del Pakistan. Pubblicamente, il Pakistan ha affermato che si trattava di una transazione di routine, ma è chiaro che ciò è falso: le informazioni indicano che, in privato, i pakistani sono furiosi. I sauditi, in netto contrasto con gli Emirati Arabi Uniti, stanno adottando misure per diversificare le loro reti di sicurezza e per allontanarsi dalla dipendenza quasi esclusiva dagli Stati Uniti. Washington ha dimostrato di essere un partner inaffidabile che, di fatto, può generare più rischi di quanti ne sia in grado di proteggere. Almeno, questa sembra essere l'opinione saudita. Anche gli Emirati Arabi Uniti hanno avvicinato l'India, mentre Israele ha cercato con grande impegno di rafforzare i propri rapporti con Nuova Delhi. Queste alleanze sempre più profonde stanno cominciando ad assumere le sembianze di una guerra fredda regionale, ma affermarlo sarebbe un'esagerazione. Mentre cresce la rivalità tra gli Emirati e l'Arabia Saudita, si constata anche che continuano a esserci aree di interesse comune, e l'Iran è una delle più importanti. I sauditi sembrano essersi resi conto che la Repubblica Islamica sopravviverà a questa guerra e che ciò significherà che avrà la capacità di interrompere il traffico nello Stretto di Ormuz, ora concepito come uno strumento del proprio arsenale diplomatico in modo molto più chiaro rispetto alle mere minacce di farlo brandite in passato. Riad sarà anche furiosa con Teheran per aver compiuto rappresaglie contro il suo territorio, ma l’Arabia Saudita non ha mantenuto la sua supremazia nella regione agendo in modo impulsivo, per quanto il principe ereditario Mohammed Bin Salman possa essere incline a occasionali atti di brutalità nei confronti dei dissidenti e degli oppositori politici sauditi. Il principe ereditario sa che il suo regno dovrà convivere con l’Iran nel lungo periodo. Sa anche, a questo punto, che è probabile che l’Iran esca da questa guerra occupando una posizione regionale più solida di quella che aveva quando vi è entrato, così come sa che le probabilità che la Repubblica islamica possieda un’arma nucleare sono aumentate notevolmente a causa delle azioni avventate dei regimi di Netanyahu e Trump. Gli Emirati Arabi Uniti hanno scelto una strada diversa per affrontare la questione dell’Iran. Considerando quanto male siano andati le cose a Israele e agli Stati Uniti in questa guerra, sembra una scelta insensata da parte degli emiratini, ma la decisione spetta a loro. Tuttavia, il Consiglio di Cooperazione del Golfo continuerà ad esistere. È improbabile che gli Emirati Arabi Uniti entrino in guerra aperta con l’Arabia Saudita o con qualsiasi altro Stato arabo del loro vicinato. Nemmeno una guerra diretta con l’Iran è una prospettiva probabile per loro. Se non l’hanno fatto ora, quando gli Stati Uniti sarebbero stati dalla loro parte, è difficile immaginare che ciò possa accadere in un altro momento. Ci saranno altre questioni di cooperazione regionale a cui anche gli Emirati Arabi Uniti vorranno prestare attenzione. In generale, a nessuno degli Stati arabi del Golfo piace trovarsi in conflitto aperto, nemmeno diplomaticamente, con altri attori della regione. Succede di tanto in tanto, ma tutte le parti coinvolte si sforzano di presentare un'immagine di «unità fraterna», anche di fronte a estrema concorrenza e tensione. Tuttavia, l’uscita degli Emirati Arabi Uniti dall’OPEC è chiaramente un segnale della crescente rivalità con l’Arabia Saudita. Gli schieramenti di entrambi i paesi con i rispettivi alleati regionali e globali fanno presagire ulteriori tensioni tra loro. «Si consiglia di leggere Jeremy Schaill «Mientras el discurso de Trump sobre las negociaciones se desmorona, Irán establece sus propias condiciones para poner fin a la guerra», «La guerra contra Irán en la encrucijada: entrevista a Hassan Ahmadian, analista iraní»,Mitchell Plitnick, «Qué cabe esperar del frágil alto el fuego vigente en Irán y en el Líbano», «Trump tal vez desea abandonar la guerra con Irán, pero la primera ronda de negociaciones ha puesto de manifiesto retos inminentes», Arron Reza Merat, «Los equilibrios estratégicos de la guerra contra Irán», Sidecar/New Lef Review, «El laberinto de la escalada bélica en Irán y Oriente Próximo: Entrevista a Trita Parsi», Kate McMahon, «El objetivo de Israel en Irán no es conseguir un cambio de régimen, sino provocar el colapso total del Estado iraní», Farsi Giacaman, «Israel está aplicando la “doctrina de Gaza” en el Líbano e Irán», tutti pubblicati su Diario Red. Ervand Abrahamian, «Iran Under Fire», NLR 157, Susan Watkins, «Israel después de Fordow», NLR 155, y «Fuerzas de trabajo en Oriente Próximo», NLR 45. Ervand Abrahamian, «Under Fire », NLR 157, Susan Watkins, «Israele dopo Fordow», NLR 155, e «Forze di lavoro in Medio Oriente», NLR 45. · Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Mondoweiss e viene qui ripubblicato con l’esplicito consenso del suo editore.
- guerre
Stretto di Hormuz Il punto sulla guerra in corso Paul Hertz Un alto funzionario iraniano ha dichiarato a «Drop Site» che, sebbene l’Iran sia attivamente impegnato nella diplomazia indiretta con gli Stati Uniti attraverso mediatori, non ha intenzione di avviare colloqui diretti con gli Stati Uniti finché questi ultimi non revocheranno incondizionatamente il blocco dello Stretto. Ha poi sottolineato come l’America sia ormai di fatto diventata una forza destabilizzante per l’economia mondiale, situazione che in prospettiva strategica, avvantaggia chiaramente l’Iran. Le dinamiche in atto, poi, stanno riconfigurando in modo significativo la regione e la natura delle relazioni tra i paesi del Medio Oriente. E intanto l’Iran si sta preparando a una pianificazione strategica a lungo termine che gli permetterà di sopportare anche un confronto prolungato contrastando parte dell’impatto economico e delle difficoltà derivanti dalle catene di approvvigionamento Questo articolo è stato originariamente pubblicato su «Drop Site News» e viene qui ripubblicato con l’esplicito consenso del suo editore. Il presidente Donald Trump si sta affannando per trovare un modo per dichiarare la vittoria nella guerra contro l’Iran, oscillando tra richieste pubbliche di raggiungere un accordo e minacce di dare il via a una nuova ondata di bombardamenti massicci. Il blocco navale statunitense dello Stretto di Hormuz ha scatenato una crisi economica ed energetica mondiale, ma né il blocco né le minacce di Trump hanno provocato la capitolazione dell’Iran né hanno intaccato la sua determinazione a non rinunciare a nessuno dei suoi diritti di controllo del traffico marittimo nello Stretto. Un alto funzionario iraniano ha dichiarato a «Drop Site» che, sebbene l’Iran sia attivamente impegnato nella diplomazia indiretta con gli Stati Uniti attraverso mediatori, non ha intenzione di avviare colloqui diretti con gli Stati Uniti finché questi ultimi non revocheranno incondizionatamente il blocco dello Stretto. «In base alle valutazioni attuali, sembra probabile che si verifichi un altro attacco militare. Gli obiettivi [di Trump] con il blocco navale non sono stati raggiunti», ha affermato il funzionario. «Non può mantenere il blocco ancora per molto. Riteniamo che gli Stati Uniti si concentreranno su Hormuz, quindi è probabile che gli attacchi e le operazioni militari si estendano lungo la costa iraniana, insieme a una nuova ondata di omicidi [contro i leader iraniani], che potrebbero essere condotti congiuntamente con Israele». Il funzionario, che ha chiesto di rimanere anonimo poiché non è autorizzato a rilasciare dichiarazioni pubbliche, è a conoscenza diretta delle deliberazioni interne a Teheran. Trump, ha sostenuto, ha poche opzioni per trovare una via d’uscita dalla guerra che lui stesso ha provocato e che sta diventando sempre più impopolare. «Siamo riusciti, attraverso la gestione costante dello Stretto di Hormuz, che è rimasto sotto il nostro controllo, a trasformare efficacemente la pressione unilaterale imposta dagli americani in una pressione reciproca. Con il passare del tempo, le restrizioni imposte a questo luogo di passaggio strategico genereranno conseguenze sempre più diffuse su vari beni e materie prime, che si ripercuoteranno su scala mondiale», ha affermato. «Gli Stati Uniti sono diventati, di fatto, una forza destabilizzante per l’economia mondiale, specialmente per quanto riguarda il settore energetico. Questa evoluzione, vista da una prospettiva strategica, avvantaggia chiaramente e sostanzialmente l’Iran». Recentemente Trump ha annunciato che gli Stati Uniti avrebbero iniziato a «guidare» le navi mercantili bloccate nello Stretto fuori dalle acque iraniane. «Se, in qualche modo, si interferisce in questo processo umanitario, tale interferenza, purtroppo, dovrà essere affrontata con fermezza», ha scritto Trump su Truth Social. Il Comando Centrale degli Stati Uniti ha annunciato che si sarebbe dovuto sostenere quello che Trump ha chiamato «Project Freedom» [Progetto Libertà] con «cacciatorpediniere lanciamissili, oltre un centinaio di velivoli terrestri e marittimi, piattaforme senza equipaggio multidominio e 15.000 soldati». Trump ha pubblicato il suo annuncio poco prima dell’apertura delle contrattazioni sui futures del petrolio, scatenando speculazioni sul fatto che si trattasse, almeno in parte, di un tentativo di manipolare i mercati. Dopo il post di Trump, funzionari statunitensi hanno dichiarato a numerosi media che l’esercito americano non aveva intenzione di entrare nelle acque iraniane, ma che avrebbe risposto agli attacchi contro le navi che avessero tentato di uscire dallo Stretto. La mossa di Trump «ha come obiettivo principale quello di provocare l’Iran affinché compia un primo passo verso lo scontro, creando così un pretesto per l’escalation, il che gli consentirebbe di giustificare nuove azioni militari in risposta a un’ipotetica iniziativa iraniana», ha affermato il funzionario iraniano intervistato. Qualsiasi tentativo di alterare le «condizioni attuali» nello Stretto, ha avvertito, provocherebbe una risposta decisa da parte dell’Iran. «Qualsiasi nave mercantile che tenti di transitare su rotte designate come soggette a restrizioni senza previo coordinamento sarà immediatamente intercettata dalle forze iraniane. Se le navi militari statunitensi dovessero reagire, tali azioni incontrerebbero una risposta immediata e adeguata da parte dell’Iran», ha affermato il funzionario. «Trump ha di fatto trasformato [le navi mercantili civili] in strumenti di contrattazione nel suo gioco politico». La Marina del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (Islamic Revolutionary Guard Corps, i Pasdaran) ha poi iniziato a trasmettere avvertimenti a tutte le navi nello Stretto tramite una trasmissione VHF: «Se attraversate lo Stretto di Hormuz senza il permesso della Repubblica Islamica dell’Iran, sarete bersaglio di attacchi e sarete distrutti». Nonostante tutto ciò, i negoziati indiretti continuano, principalmente attraverso lo scambio di messaggi tramite funzionari pakistani. Trump ha descritto questo processo come se l’Iran lo stesse supplicando di raggiungere un accordo. «Ora devono piangere. È tutto ciò che devono fare», ha detto Trump il 29 aprile. «Devono solo dire: “Ci arrendiamo. Ci arrendiamo”». Trump ha definito la leadership iraniana «incredibilmente disorganizzata». Il 30 aprile l’Iran ha inviato ai mediatori pakistani il suo ultimo piano per porre fine alla guerra. «Questo piano si basa sulla definizione iniziale di un accordo per fermare e porre fine alla guerra e poi discutere i dettagli dell’attuazione nel corso di un periodo di trenta giorni», ha detto Esmail Baghaei, portavoce del Ministero degli Affari Esteri iraniano, in un’intervista alla televisione iraniana domenica scorsa. Baghaei ha respinto le richieste degli Stati Uniti affinché Teheran accetti condizioni sul suo arricchimento nucleare prima che vengano negoziate altre questioni. «L’Iran non ha mai negoziato sotto ultimatum o scadenze. Non si è mai lasciato mettere sotto pressione da queste scadenze artificiali e continua a fare così». Gli Stati Uniti hanno consegnato una risposta, che l’Iran ha affermato di stare esaminando, anche se domenica Trump ha dichiarato all’emittente televisiva israeliana Kan TV che la proposta dell’Iran «non è accettabile per me. L’ho esaminata, ho esaminato tutto: non è accettabile». Ha aggiunto: «Gli iraniani vogliono raggiungere un accordo, ma non sono soddisfatto di ciò che hanno offerto». La narrativa degli Stati Uniti sostiene che i leader iraniani siano divisi, confusi e desiderosi di raggiungere un accordo, ma che l’influenza malefica dei «radicali» del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche lo stia sabotando. «Ancora, vogliono raggiungere un accordo; sono decimati. Stanno passando un brutto momento cercando di capire chi sia il loro leader», ha affermato Trump lo scorso 2 maggio. Trump, dal canto suo, assume il ruolo di chi decide, respingendo con leggerezza le richieste dell’Iran o suggerendo che non sono ancora abbastanza buone. «Non hanno ancora pagato un prezzo abbastanza alto per ciò che hanno fatto all’umanità e al mondo negli ultimi quarantasette anni», ha scritto Trump su Truth Social. I funzionari iraniani raccontano una storia molto diversa. Ritengono che l’amministrazione Trump manchi di coordinamento, non disponga delle competenze diplomatiche necessarie per avviare e portare avanti questi negoziati e si trovi in uno stato di caos costante, mentre lotta per conciliare gli interessi degli Stati Uniti con l’agenda israeliana e fallisce completamente sia sul piano militare che su quello diplomatico. Teheran non ha deciso unilateralmente di presentare una proposta agli Stati Uniti, secondo l’alto funzionario iraniano. Nel tentativo di uscire dall’impasse, i mediatori pakistani hanno chiesto all’Iran di elaborare uno schema dettagliato per negoziare la fine della guerra, che Islamabad avrebbe poi consegnato alla Casa Bianca. «In sostanza, non riuscivano a far avanzare i negoziati», ha affermato il funzionario iraniano. Il 30 aprile, dopo una visita a Islamabad del ministro degli Esteri Abbas Araghchi e i successivi incontri con le figure chiave in Iran, Teheran ha presentato la sua proposta in quattordici punti. «Data l’evidente incapacità della squadra negoziale statunitense di far progredire le cose, abbiamo fatto un passo indietro e abbiamo comunicato formalmente, per iscritto e tramite intermediario, nostri schemi di proposte, che stabiliscono le condizioni per mantenere il cessate il fuoco e avviare possibili negoziati sulle questioni in sospeso», ha detto il funzionario iraniano. «Dall’inizio del cessate il fuoco, non ci sono stati progressi significativi nelle aree di disaccordo». La proposta iraniana prevede un accordo iniziale per porre fine a tutti gli attacchi militari da parte degli Stati Uniti e dell’Iran, un impegno che si applicherebbe anche a Israele, così come agli alleati dell’Iran. L’Iran vuole che questo accordo si applichi anche al Libano, dove Israele continua la sua offensiva militare nel sud del Paese nonostante il presunto cessate il fuoco. La proposta iraniana, secondo quanto dichiarato dall’alto funzionario a «Drop Site», reitera la richiesta dell’Iran di revocare incondizionatamente il blocco navale degli Stati Uniti e suggerisce un termine di trenta giorni per negoziare una risoluzione duratura del conflitto nello Stretto di Hormuz e per concordare un quadro negoziale per porre fine alla guerra. L’Iran riprenderebbe quindi formalmente i negoziati diretti con gli Stati Uniti sul futuro del programma nucleare iraniano, sulle sue riserve di uranio altamente arricchito e su altre questioni. Le condizioni fondamentali dell’Iran per accettare qualsiasi accordo rimangono le stesse: garanzie che gli Stati Uniti non riprendano la guerra, la revoca delle sanzioni economiche e lo sblocco di decine di miliardi di dollari di beni iraniani all’estero. L’Iran continua inoltre a sostenere che non accetterà il trasferimento del proprio uranio altamente arricchito negli Stati Uniti né in alcun altro Paese, ribadendo invece la propria offerta di diluirlo sotto la supervisione dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica. Tale offerta, secondo il funzionario iraniano, è subordinata al mantenimento da parte dell’Iran di riserve sufficienti per scopi di ricerca, medici e altri obiettivi non militari. Nella sua ultima proposta, l’Iran si è anche offerto di non rimuovere le macerie e i resti degli impianti nucleari bombardati dagli Stati Uniti per un periodo definito, anche se il funzionario non ha fornito dettagli specifici. Trump continua a insistere sul fatto che l’uranio altamente arricchito dell’Iran debba essere rimosso e che Teheran debba impegnarsi a porre fine completamente alle sue attività di arricchimento. «[Trump] ha definito la rimozione dell’uranio altamente arricchito e la cessazione completa dell’arricchimento come i suoi criteri di successo», ha detto il funzionario. L’Iran ha affermato che queste sono linee rosse da cui non si discosterà. «Le questioni sollevate sull’arricchimento o sui materiali nucleari sono puramente speculative e in questa fase non stiamo parlando di nient’altro che di fermare completamente la guerra e, di conseguenza, la direzione che prenderemo in futuro sarà determinata in futuro», ha dichiarato Baghaei nella conferenza stampa tenutasi lunedì a Teheran. «In questa fase, la nostra priorità è porre fine alla guerra», ha aggiunto. «L’altra parte deve impegnarsi ad adottare un approccio ragionevole e ad abbandonare le sue richieste eccessive nei confronti dell’Iran». Durante i colloqui diretti tenutisi a Islamabad l’11 e il 12 aprile, secondo le informazioni fornite dall’agenzia Axios, gli Stati Uniti hanno chiesto all’Iran una moratoria di vent’anni sull’arricchimento nucleare. Alcune informazioni suggerivano che l’Iran avesse risposto con un’offerta di sospensione di cinque anni, anche se il funzionario iraniano ha affermato che l’offerta iraniana era di durata ancora più breve. «È stato sottolineato nell’[ultimo] quadro negoziale che la questione del ritiro dell’uranio dall’Iran deve essere totalmente esclusa dall’agenda di qualsiasi negoziazione», ha aggiunto il funzionario. Strappare la sconfitta dalle fauci del successo Sebbene i negoziatori iraniani continuino a partecipare al processo diplomatico, Teheran rimane scettica sulle prospettive di raggiungere un accordo, a meno che non si verifichi un cambiamento drastico nell’approccio di Trump. «Fin dal primo giorno del cessate il fuoco, gli americani hanno modificato le nostre condizioni iniziali», ha affermato l’alto funzionario, riferendosi alla dichiarazione originale di Trump quando è stato annunciato il cessate il fuoco lo scorso 8 aprile. Il quadro in dieci punti presentato dall’Iran costituiva una «base praticabile su cui negoziare», aveva scritto Trump in quel momento. «Successivamente, abbiamo apportato nuovi aggiustamenti, dopodiché loro hanno inviato nuove revisioni e noi abbiamo nuovamente presentato le nostre opinioni all’interno di quel quadro», ha detto il funzionario iraniano, aggiungendo che Teheran è giunta alla conclusione che «un cambiamento nella situazione attuale richiede azioni sul campo affinché gli americani prendano più sul serio i negoziati per raggiungere un accordo». In momenti cruciali in cui sembrava possibile una ripresa della diplomazia, Trump ha intensificato la sua retorica bellicosa e si è impegnato a continuare il blocco navale a tempo indeterminato, sostenendo che stava «strangolando» l’Iran. «Trump ha davvero strappato la sconfitta dalle fauci del successo, perché il cessate il fuoco favoriva in modo sproporzionato gli Stati Uniti», ha affermato Trita Parsi, analista esperto di Iran presso il Quincy Institute, in un’intervista concessa a «Drop Site». Trump – ha sottolineato – avrebbe potuto alleviare la pressione sui costi e sull’approvvigionamento energetico mondiale ed erodere l’influenza iraniana attraverso un processo di negoziazione prolungato senza revocare immediatamente le sanzioni economiche, uno degli obiettivi centrali di Teheran. «Trump si trova in una situazione molto delicata. Più la sua retorica tende ad essere aggressiva, più afferma che gli iraniani sono disorganizzati, più ciò tende a riflettere il fatto che la sua stessa posizione negoziale è diventata tremendamente vulnerabile e si è indebolita». Nel frattempo, il presidente statunitense ha esagerato l’impatto del blocco sull’Iran, minimizzando al contempo la gravità delle conseguenze economiche globali, ha sottolineato l’alto funzionario iraniano. Non c’è dubbio che l’economia iraniana sia stata gravemente danneggiata dal blocco navale, ha aggiunto il funzionario, ma ha sottolineato che non si trova affatto in uno stato di collasso, come suggerisce Trump. «Abbiamo trasformato il tempo in un fattore che non gioca più solo a sfavore dell’Iran; piuttosto gli Stati Uniti subiranno danni sempre più significativi a causa del protrarsi del blocco», ha affermato il funzionario iraniano. «Man mano che la crisi si protrarrà ben oltre le sue previsioni iniziali, [gli Stati Uniti] perderanno progressivamente la loro capacità di influenzare il mercato e controllare i prezzi del petrolio e altri settori correlati». Parsi ha sottolineato che Trump sembra aver adottato previsioni errate, comprese quelle elaborate dal think tank neoconservatore Foundation for the Defense of Democracies, che lo ha convinto che il suo blocco navale avrebbe portato al tavolo dei negoziati un Iran indebolito e più flessibile. Trump ha iniziato ad affermare che l’infrastruttura petrolifera iraniana fosse sull’orlo di un collasso catastrofico. «Succederà qualcosa che la farà semplicemente esplodere», ha dichiarato Trump a Fox News il 30 aprile. «Dicono che manchino solo tre giorni perché ciò accada. Quando esploderà, non potrà mai più essere ricostruita com’era prima». Non si è verificata alcuna esplosione di questo tipo e gli esperti di energia hanno affermato che l’affermazione di Trump era errata. Successivamente la Casa Bianca ha copiato integralmente il testo della Foundation for the Defense of Democracies per giustificare l’inizio della guerra contro l’Iran, mentre il team di Trump pubblica ora grafici discutibili creati da questa fondazione sull’arricchimento nucleare iraniano. Nick Stewart, direttore generale delle attività di patrocinio presso il settore lobbying della Foundation for the Defense of Democracies, è stato recentemente inserito nel team di negoziazione con l’Iran guidato dall’inviato speciale Steve Witkoff e dal genero di Trump, Jared Kushner. «Credo che Trump stia cercando di mettere in atto un’azione militare di grande impatto, che non sia necessariamente vincente dal punto di vista strategico, ma che tatticamente dia l’impressione che egli controlli l’escalation, che domini e che abbia la situazione sotto controllo, per poi sedersi al tavolo delle trattative e raggiungere un accordo», ha affermato Parsi. «Gli iraniani non gli permetteranno di raggiungere questo obiettivo». Se Trump autorizzasse una nuova serie di bombardamenti e operazioni militari, i leader iraniani hanno affermato che lanceranno un’intensa serie di attacchi di rappresaglia in tutto il Golfo Persico e riprenderanno gli attacchi con missili balistici contro Israele. I responsabili militari di Teheran hanno dichiarato di aver approfittato del periodo di cessate il fuoco per ricostruire le loro difese ed elaborare nuove liste di possibili obiettivi, il che aggraverebbe ulteriormente la crisi economica ed energetica mondiale. «In realtà, [se Trump riprendesse gli attacchi militari], ciò potrebbe rivelarsi una benedizione per gli iraniani», ha detto Parsi, aggiungendo che l’Iran probabilmente amplierebbe i propri attacchi nel Golfo, in particolare contro gli Emirati Arabi Uniti, il più stretto alleato di Israele nel mondo arabo, che ha recentemente annunciato la propria uscita dall’OPEC. «L’Iran continua ad avere il controllo dell’escalation in questo scenario e non capisco perché una nuova ondata di bombardamenti e omicidi farebbe una grande differenza rispetto a ciò che ha fatto finora», ha sostenuto Parsi. «Al contrario, credo che gli iraniani abbiano perfezionato ulteriormente la loro strategia. Hanno più fiducia in ciò che possono ottenere esattamente». La strategia a doppio binario dell’Iran Nelle ultime settimane i leader politici e militari iraniani hanno proclamato la vittoria strategica sugli Stati Uniti, sostenendo che Trump si trovi in una situazione di stallo da lui stesso creata. «Trump deve scegliere tra un’operazione militare impossibile o un accordo sfavorevole con la Repubblica Islamica dell’Iran», ha dichiarato il dipartimento di intelligence dell’IRGC in un comunicato pubblicato domenica scorsa su X. «Il margine di manovra degli Stati Uniti per prendere decisioni si è ridotto». Il Kuwait non ha esportato nemmeno una goccia di petrolio greggio per tutto il mese di aprile, è la prima volta che ciò accade dalla Guerra del Golfo del 1991, e il panico si sta diffondendo nei paesi arabi del Golfo di fronte al destino prevedibile delle loro entrate da petrolio e gas e all’instabilità del futuro. Trump ha in programma di recarsi in Cina il 14 maggio. Pechino è la nazione più potente che ha un interesse sostanziale in ciò che accade nello Stretto di Hormuz e ha costantemente insistito con le sue richieste di raggiungere una risoluzione del conflitto. Il 2 maggio il governo cinese ha annunciato che avrebbe bloccato l’applicazione delle sanzioni statunitensi da parte delle raffinerie nazionali che importano petrolio iraniano, compresa la raffineria di Hengli, uno dei più grandi complessi petrolchimici del Paese. In un comunicato sulla decisione, il Ministero del Commercio cinese ha affermato di aver emesso l’«ordine di divieto», che impedisce l’applicazione delle sanzioni statunitensi al fine di «salvaguardare la sovranità nazionale, la sicurezza e gli interessi di sviluppo del Paese». «L’unica cosa che preoccupa [Trump] è quanto male stia andando l’economia e i problemi che ciò gli causerà, così come il grande fiasco che comporterà il doversi presentare a Pechino e affrontare i cinesi in questa posizione di assoluta vergogna e imbarazzo», ha affermato Parsi. «Continua a essere prigioniero della falsa illusione che l’embargo, in un modo o nell’altro, gli garantirà quel tipo di vittoria che riscriverà l’intera storia di queste ultime sette o otto settimane. Se attacca le esportazioni dell’Iran verso la Cina, non solo trasformerà questo conflitto regionale in un conflitto globale, ma farà salire ancora di più i prezzi del petrolio, un’azione che gli si ritorcerà contro più rapidamente che contro gli iraniani». Il funzionario iraniano ha dichiarato a «Drop Site» che, a causa della posizione incostante di Trump e data la situazione di precarietà economica creata dal blocco nello Stretto di Hormuz, Teheran sta agendo su due fronti: da un lato, sta partecipando a negoziati diplomatici indiretti volti a raggiungere un quadro di accordo consensuale per avviare colloqui diretti sulla fine della guerra; e, dall’altro, si sta preparando a uno scenario in cui non si raggiunga alcun accordo, la crisi nello Stretto continui e l’Iran si trovi ad affrontare la minaccia costante di attacchi statunitensi o israeliani. «Se riusciremo a gestire l’impatto del blocco marittimo nelle prossime settimane, è probabile che comincino a emergere gravi tensioni tra Cina e Stati Uniti, un fatto che cambierebbe la dinamica e la natura dei negoziati», ha affermato il funzionario iraniano. Teheran, ha detto, è «concentrata su questioni strategiche come l’accelerazione della cooperazione tra i paesi orientali per neutralizzare la pressione e l’influenza statunitensi». Nel corso della guerra, l’Iran ha intensificato i propri sforzi diplomatici per rafforzare i legami e le alleanze con diversi paesi. Il recente incontro tra Araghchi e il presidente russo Vladimir Putin è avvenuto dopo che il ministro degli Esteri iraniano aveva pubblicamente snobbato i funzionari statunitensi in seguito all’affermazione di Trump secondo cui era imminente un nuovo ciclo di colloqui con il vicepresidente JD Vance. L’Iran ha inoltre mantenuto stretti contatti con la Cina e si è coordinato con Pechino per il transito di merci attraverso lo Stretto di Hormuz durante il blocco statunitense. Teheran sta sviluppando un nuovo quadro per la gestione dello Stretto che, secondo le informazioni disponibili, prevede il divieto di accesso alle navi israeliane e un sistema di pedaggio per il passaggio sicuro. Il nuovo leader supremo dell’Iran, Mojtaba Jamenei, ha affermato in una dichiarazione letta dalla televisione pubblica iraniana lo scorso 30 aprile che l’Iran «garantirà la sicurezza nella regione del Golfo Persico e porrà fine all’abuso di questa via navigabile strategica da parte di forze ostili». Ha aggiunto: «Coloro che vengono da lontano con intenzioni avide e ostili non hanno posto in questa regione, se non sul fondo delle sue acque». Mentre Stati Uniti e Europa hanno denunciato i piani dell’Iran, Teheran si è concentrata a ottenere il sostegno dei propri alleati strategici per nuovo meccanismo. Parsi ha affermato che, sebbene alcuni paesi possano mostrarsi riluttanti all’idea di pagare pedaggi all’Iran, col tempo lo accetteranno come la nuova norma. «In fin dei conti, hanno bisogno del loro petrolio e pagheranno i tributi. E gli iraniani useranno il gettito, non necessariamente come qualcosa che sostituisca la totalità delle loro entrate, ma come uno strumento che obblighi i paesi a ristabilire i collegamenti finanziari con l’Iran, paesi che, altrimenti, avrebbero abbandonato il mercato iraniano a seguito delle sanzioni imposte dagli Stati Uniti», ha detto. «Ora gli iraniani hanno l’influenza necessaria per farli tornare. E per loro è di enorme valore poter garantire il mantenimento di questi contatti». I funzionari iraniani stanno informando da settimane i loro alleati regionali sulle proposte di Teheran relative allo Stretto, ma comprendono anche che è fondamentale ottenere il sostegno di Mosca e Pechino. «Né la Cina né la Russia hanno espresso formalmente alcuna opposizione», ha detto l’alto funzionario iraniano. «Dato che non esiste un precedente internazionale consolidato, qualsiasi pagamento dovrebbe essere definito in cambio di servizi. Queste considerazioni di natura consultiva sono già state messe in conto nella bozza del piano iraniano, che è attualmente in fase di completamento». Lunedì scorso, la Guardia Rivoluzionaria Islamica ha pubblicato una mappa in cui delineava quella che ha definito una nuova «zona di controllo» nello Stretto, con due linee rosse che si estendevano dalla costa meridionale dell’Iran fino ai porti degli Emirati Arabi Uniti. Un funzionario della Guardia Rivoluzionaria Islamica ha affermato che non si trattava di un cambiamento di politica, ma di un chiarimento delle zone in cui le navi dovrebbero seguire i protocolli iraniani per effettuare un passaggio sicuro. Il futuro di tutti questi piani dipende da come si evolverà la guerra in generale nei prossimi giorni e settimane. Gli Stati Uniti potrebbero tentare di riaprire lo Stretto con la forza, un’operazione che comporterebbe rischi estremi per Trump sia dal punto di vista tattico che politico e che sarebbe estremamente difficile, se non impossibile, da sostenere senza un totale cambio di governo a Teheran. È possibile che gli Stati Uniti e l’Iran raggiungano un accordo tramite negoziati, ma ciò porterebbe, quasi certamente, al mantenimento del controllo iraniano sul transito. Trump ha suggerito in alcune occasioni che potrebbe lasciare che siano altri paesi a decidere il destino dello Stretto, sostenendo che gli Stati Uniti non ne hanno bisogno. «Se questo nuovo scenario dovesse diventare controverso, in cui il rischio di guerra continua a incombere sullo sfondo, in cui non c’è piena accettazione e, di conseguenza, non si dispone nemmeno di un flusso continuo di petrolio, ciò garantirà che i mercati internazionali cerchino di ridurre l’importanza strategica dello Stretto di Hormuz», ha affermato Parsi. «In tale scenario, anche l’Iran ha bisogno di un’alternativa». Mentre lavora ai suoi piani futuri per la gestione dello Stretto di Hormuz, l’Iran si sta preparando anche a tale scenario. Sta negoziando l’ampliamento delle opzioni alternative di trasporto terrestre nella regione e sta organizzando la creazione di una rete di vie che attraversino il Pakistan e l’Afghanistan, un sistema commerciale parallelo al di fuori del dominio occidentale. L’Iran prevede che ciò gli consentirebbe di affermarsi come un centro di transito chiave nel cuore dell’Asia centrale e del Medio Oriente. «Si tratta di un passo avanti importante. Per anni non abbiamo prestato molta attenzione allo sviluppo delle infrastrutture di transito terrestre a causa della mancanza di necessità. Tuttavia, ora stiamo procedendo a un ritmo molto rapido e il livello di impegno dei paesi coinvolti in questi corridoi ci ha francamente sorpreso», ha affermato il funzionario iraniano. «Questa dinamica sta riconfigurando la regione e trasformerà in modo significativo il futuro del commercio e la natura delle relazioni tra i paesi del Medio Oriente». Questi percorsi terrestri alternativi non costituiscono solo una pianificazione strategica a lungo termine di Teheran, ma sono anche una risposta diretta al blocco dello Stretto di Hormuz che, secondo l’Iran, gli consentirà di sopportare un confronto prolungato contrastando parte dell’impatto economico e delle difficoltà derivanti dalle catene di approvvigionamento. «Il nostro volume di commercio marittimo è molto elevato, quindi, naturalmente, tramutarlo in trasporto terrestre non sarà facile», ha osservato il funzionario. Tuttavia, ha aggiunto: «In realtà, le cose stanno procedendo a un ritmo molto buono». 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Ervand Abrahamian, Under Fire, «NLR» 157 Susan Watkins, Israele después de Fordow, «NLR» 155, e John Chalcraft, Fuerzas de trabajo en Oriente pròximo, «NLR» 45. Jeremy Scahill è cofondatore e giornalista investigativo senior del sito web di informazione investigativa The Intercept, dove presenta anche un podcast settimanale di notizie, «Intercepted». Scahill è autore dei best seller Blackwater: The Rise of the World’s Most Powerful Mercenary Army (2008) e Dirty Wars: The World Is a Battlefield (2013). È coautore, insieme a David Riker, e produttore del lungometraggio documentario Dirty Wars (2013), candidato all’Oscar. Nel 2010 ha vinto il premio Izzy per i media indipendenti e nel 2013 il premio Windham-Campbell per la letteratura. La sua carriera di giornalista investigativo è iniziata a «Democracy Now!» e, nei primi giorni della guerra in Iraq nel 2003, già inviava reportage innovativi dall’Iraq, anche dalla prigione di Abu Ghraib. ● Traduzione di Mauro Trotta












