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A quarantanove anni si è vecchi, inutili John Brossa Il testo presenta e commenta I viaggiatori della sera (1976) di Umberto Simonetta, un romanzo distopico che immagina un’Italia in cui, per far fronte alla sovrappopolazione, i cittadini vengono considerati “vecchi e inutili” già a quarantanove anni. Attraverso la storia di una coppia destinata a un villaggio-residenza sul mare, il romanzo mette in scena una feroce satira sociale: sotto l’apparenza di una vacanza serena si nasconde un sistema che elimina gli anziani tramite un rituale collettivo mascherato da gioco e festa. L’opera, grottesca e inquietantemente attuale, denuncia l’ipocrisia, gli eufemismi e la violenza con cui una società può normalizzare l’esclusione e la morte dei più deboli. Quando nomino un romanzo di Umberto Simonetta, non mi capita mai di vedere gli astanti far sì con la testa, anzi. Se cito i titoli di alcune canzoni musicate e portate al successo da Giorgio Gaber, di cui Simonetta ha scritto il testo – La ballata del Cerutti , Una fetta di limone , Porta romana , Il Riccardo –, allora sì, tutti hanno presente di cosa sto parlando. Fossi in voi, almeno un suo romanzo lo andrei a leggere; nel caso, consiglierei I viaggiatori della sera , pubblicato nel 1976, quando la nostra società inizia a fare i conti con la terza età, comincia a ritenere nonne e nonni inutili, di troppo: se siete giovani potreste pensare che le tante residenze sanitarie assistenziali che ormai troviamo ovunque, siano sempre esistite – non è così. Il racconto inizia con una coppia di coniugi quarantanovenni, Alvaro e Annamaria, che – una bella mattina, accompagnati dai due figli Francesco e Nichi – lasciano il loro negozio di Milano e partono in macchina diretti ad Arenzano dove, come in numerosi altri centri turistici italiani, è sorto un villaggio residenziale di tipo molto particolare. Anche la loro vacanza sarà molto particolare, diversa da qualsiasi altra, e questo per volere di una nuova legge approvata in Parlamento dopo che è stato concesso il voto ai tredicenni. Qual è questa legge lo si inizia a sospettare non appena il quartetto, giunto a destinazione, si divide e i figli si congedano frettolosamente dai genitori; a quel punto, comincia per Alvaro e Annamaria un irripetibile soggiorno al mare, tanto più straordinario in quanto a prima vista sembra del tutto normale: prendono il sole, fanno i bagni, giocano a carte e a tennis, litigano… Ma tutto ciò accade in attesa che una gigantesca tombola sorteggi il loro destino. Ne I viaggiatori della sera , la caricatura feroce e grottesca della società dell’epoca finisce col combaciare perfettamente col futuro apparentemente divertente immaginato da Umberto Simonetta e dai connotati riconoscibilissimi, quelli riportati quotidianamente sui giornali d’oggi o, se preferite, sui Social. Quella che ci viene raccontata è un’Italia dove, a causa della sovrappopolazione, a soli quarantanove anni ci si deve fare da parte: «Tu e Nichi non potrete mai capire,» dice la mamma «vi sembra tutto giusto così, un avvenimento normalissimo. Ma per il papà e per me quella di oggi è una giornata molto triste. Ti assicuro che io faccio dei continui sforzi per non scoppiare a piangere». «Ma sì lo è anche per noi una giornata triste», ribatte Nichi «ma non serve a niente prendersela. A un certo punto al mare ci dobbiamo andare tutti. Quando avremo quarantanove anni ci andremo anche noi». […] «Eppoi voi siete fortunati. Ci andate insieme. La maggioranza dei mariti della vostra generazione ci va qualche anno prima delle mogli: è difficile trovare una coppia della stessa età». La mamma: «Certo questa è una consolazione. Il fatto è che la nostra generazione è la prima che va al villaggio. Mio padre e mia madre un’istituzione del genere non se la sarebbero mai immaginata: sono contenta che non abbiano fatto in tempo a vederla. Per voialtri, per la vostra generazione sarà completamente diverso: voi sapete fin da adesso che a quarantanove anni è arrivato il momento in cui ci si deve tirar da parte e piantar lì tutto. È una cosa che avete voluto voi, una vostra scelta: non ci saranno sorprese, vi abituate fin da adesso a quest’idea» . A chi non vuole andare al mare, nel villaggio, a questa festa del congedo dove un banalissimo gioco ne decreterà la fine, non resta altro da fare che suicidarsi prima, nel silenzio dei mass-media: […] io proprio non riesco a crederci a questi quarantanovenni esemplari, disciplinati e soprattutto tanto propagandati che passano le consegne sorridendo, rassegnano le dimissioni paghi e soddisfatti, corrono ai villaggi traboccanti di serenità e alla festa del congedo sono un esempio per tutti. No no, non ci credo. […] perché anche se i giornali non lo pubblicano e la televisione lo tace avrete sentito anche voi di persone che a quarantanove anni si sono sparate un colpo o si son buttate dalla finestra per non finire al villaggio… Ovviamente, il problema della sovrappopolazione si sarebbe potuto risolvere in altro modo, ma i tredicenni chiamati al voto non la pensavano così e hanno preferito decidere di far fuori i vecchi: Quando hanno dato il voto ai tredicenni ho detto: è fatta. È chiaro che nessuno di loro ha votato per la castrazione di massa che delle due era la soluzione più umanitaria. Hanno preferito far fuori noi. Eppure non dovrei essere così tragico. In fin dei conti perché deve dispiacermi? Non ho niente a cui sono attaccato nemmeno il lavoro anche se gli altri lo credono, niente in cui sperare, non ho ambizioni irraggiungibili e sconclusionate che si trasformerebbero in nuove sicure frustrazioni: eppure l’idea che fra un mese potrei non esserci più mi rattrista. I vecchi vengo fatti fuori col gioco del bingo: in un tripudio di fiori, coriandoli, applausi e fanfare, chi fa tombola vince una crociera che poi, di fatto, altro non è che un’esecuzione: È andata come avevo sentito dire che andava e come m’ero immaginato che andasse: la cerimonia s’è svolta senza sconvolgere troppo le mie previsioni. […] In sostanza come la tombola normale soltanto che molte cartelle essendo identiche, alla fine sono in parecchi a far tombola: la percentuale dei vincitori è del dieci per cento. Ma non sono percentuali fisse, a ogni tombola cambiano: c’è stata una punta massima del venticinque per cento e una minima del cinque. Vincitori: hanno l’elegante spudoratezza di chiamarli vincitori. Tutta la messinscena è fastosa, fatta apposta per rallegrare i giocatori i custodi i notai che conducono il gioco, i novizi che come noialtri erano obbligati a assistere da uno speciale recinto. Fanfara che suona come quando ci hanno accolto all’entrata del villaggio e che durante la partita sottolinea ambi terni quaterne e cinquine con stacchi musicali vivaci. L’esplosione finale quando esce la tombola è parossistica con fiori coriandoli applausi che piovono sui vincitori quando salgono sul palco per la proclamazione ufficiale e gente che ride urla piange si abbraccia saluta manda baci. Prima d’imbarcarsi per l’ultima crociera – quello descritto è un mondo molto simile al nostro, dove regnano gli eufemismi di comodo –, ci si può confessare e ricevere l’estrema unzione dal parroco del villaggio: La comitiva dei vincitori è stata accompagnata fino al porticciolo, sempre con la fanfara che strepitava e che non ha mai smesso un attimo di suonare. Lì si sono imbarcati sulla nave e sono partiti per la crociera in uno sventolio di mani. Prima d’imbarcarsi qualcuno s’è fermato al chiosco dove ci si può rapidamente confessare e ricevere l’estrema unzione dal parroco del villaggio. La chiamano crociera, imperversano gli eufemismi. A bordo il cerimoniale prevede una gran festa con danza e principesca cena, la dernière soirée. Domani nel primo pomeriggio la nave rientrerà in porto vuota. Voglio dire senza i passeggeri che aveva imbarcato, con i soli pochi uomini d’equipaggio. Sono gli unici che sanno come quando con quale procedura veniamo eliminati ma da loro non si è mai riusciti a sapere niente e del resto a ogni crociera l’equipaggio viene cambiato e trasferito a un altro villaggio. Per chi ha fatto tombola ed è salito a bordo, la cosiddetta crociera si conclude al largo, quando si viene lanciati in acqua e abbandonati lì: la stessa crudeltà praticata dalle dittature militari argentina e cilena a partire da metà anni Settanta – unica variante attuata in Sudamerica: chi doveva morire affogato, lo lanciavano da aerei o elicotteri. Nel romanzo di Simonetta, non tutti accettano passivamente che il bingo sancisca la loro fine ma, a chi tenta di evadere dal villaggio, spettano raffiche di mitra, e magari a spararti è addirittura tuo figlio: Si sono sentite delle raffiche di mitra e la luce è andata via. Subito dopo all’altoparlante qualcuno ci ha ordinato di non uscire dai bungalows senza aggiungere alcun chiarimento. Ci siamo chiesti cosa stava succedendo. Per quasi un’ora siamo rimasti al buio poi tutto è tornato normale. Intanto in quel periodo l’ansia di sapere cosa succedeva là fuori e l’angoscia di essere coinvolti in qualcosa di tragico hanno impedito a Annamaria di proseguire la lite e siamo rimasti lì soltanto a fare un sacco di congetture e di ipotesi, spiando ogni tanto cautamente attraverso le persiane ma senza riuscire a vedere né a spiegarci niente. Dopo, quando la luce è tornata ci siamo precipitati fuori come tutti e s’è saputo. Una tentata evasione capeggiata dal padre del direttore del villaggio. Stroncata rapidamente. Dicono che è stato lo stesso figlio a sparare sul padre ammazzandolo. Se proprio siete allergici alla lettura o talmente stanchi da non riuscire ad aprire un libro, almeno andate a cercarvi il film del ’79 scritto, diretto e interpretato da Ugo Tognazzi, tratto da questo romanzo: il titolo è identico. At forty-nine, you’re old, and useless When I mention a novel by Umberto Simonetta, I never see anyone nodding – on the contrary. If I quote the titles of a few songs that Giorgio Gaber set to music and made famous, with lyrics by Simonetta – La ballata del Cerutti, Una fetta di limone, Porta romana, Il Riccardo –, then yes: everyone knows what I’m talking about. If I were you, I’d read at least one of his novels; and if you asked me to recommend one, I’d point you to I viaggiatori della sera , published in 1976, when our society was starting to come to terms with old age, beginning to regard grandmothers and grandfathers as useless, redundant. If you’re young you might think the many residential care homes we now see everywhere have always existed – they haven’t. The story opens with a married couple of forty-nine-year-olds, Alvaro and Annamaria, who – one fine morning, accompanied by their two sons Francesco and Nichi – leave their shop in Milan and drive to Arenzano, where a very particular kind of residential village has sprung up, as in many other Italian holiday resorts. Their holiday will also be very particular – unlike any other – thanks to a new law passed in Parliament after the vote was granted to thirteen-year-olds. What that law entails becomes clear as soon as the family arrives and splits up, with the children hurriedly saying goodbye to their parents. From that moment on, Alvaro and Annamaria begin a once-in-a-lifetime stay by the sea, all the more extraordinary because, at first glance, it seems entirely ordinary: they sunbathe, swim, play cards and tennis, argue… But all of it happens while they wait for a gigantic tombola to draw their fate. In I viaggiatori della sera ( The twilight travellers ), the savage, grotesque caricature of that era’s society ends up matching perfectly the apparently cheerful future imagined by Umberto Simonetta – a future with unmistakable features, the same ones reported daily in today’s newspapers or, if you prefer, on social media. What we are shown is an Italy where, because of overpopulation, at forty-nine you have to step aside: “You and Nichi will never be able to understand,” the mother says, “it all seems so right to you, such a perfectly normal event. But for your father and me, today is a very sad day. I assure you I’m constantly trying not to burst into tears.” “But it’s a sad day for us too,” Nichi replies, “but there’s no point taking it badly. At some point we all have to go to the seaside. When we’re forty-nine, we’ll go too.” […] “And besides, you two are lucky. You’re going together. Most husbands of your generation go a few years before their wives: it’s rare to find a couple the same age.” The mother: “Well, that’s a consolation. The fact is, our generation is the first to go to the village. My father and mother could never have imagined an institution like this: I’m glad they didn’t live to see it. For you, for your generation, it will be completely different: you already know that at forty-nine the moment arrives when you must step aside and drop everything. It’s what you wanted – your choice: there will be no surprises, you will get used to the idea from now on.”. For anyone who refuses to go to the seaside, to the village, to this farewell party where a trivial game decides your end, there is nothing left to do but take your own life beforehand, in total media silence: […] I simply can’t believe in these exemplary forty-nine-year-olds – disciplined and, above all, so heavily promoted – who hand over smiling, resign their posts pleased and satisfied, rush to villages overflowing with serenity and at the farewell party are an example to everyone. No, no, I don’t buy it. […] because even if the newspapers don’t print it and television stays quiet, you too will have heard of people who, at forty-nine, have shot themselves or thrown themselves out of the window rather than end up in the village… Of course, the problem of overpopulation could have been solved differently, but the thirteen-year-olds called to the polls didn’t see it that way and preferred to get rid of the old: When they gave the vote to thirteen-year-olds I said: that’s it. Obviously none of them voted for mass castration, which between the two would have been the more humane solution. They chose to do away with us instead. And yet I shouldn’t be so tragic. After all, why should it even bother me? I’m not attached to anything – not even my job, though people think I am – nothing to hope for, I have no unreachable, muddled ambitions waiting to turn into new, certain frustrations. And yet the idea that in a month I might no longer be here any more saddens me. The old are disposed of through a game of bingo: in a delirious triumph of flowers, confetti, applause and fanfares, whoever gets a full house wins a cruise which is, in practice, nothing more than an execution: It went the way I’d heard and the way I’d imagined it would: the ceremony unfolded without upsetting my expectations too much. […] Basically it’s like ordinary tombola, except that many cards are identical, so so quite a few people end up with with a full house: around ten percent win. But the percentages aren’t fixed, vary from game to game: there was once a high of twenty-five percent and a low of five. Winners: they have the elegant nerve to call them winners. The whole performance is lavish, designed to cheer up the players, the wardens, the notaries who run the game, the novices who, like us, were obliged to watch from a special enclosure. A fanfare plays, just as it did when we arrived at the village, and during the game it highlights twos, threes, fours and fives with lively musical flourishes. The final blast, when when someone hits full house, is paroxysmal, with flowers, confetti, applause raining down on the winners as they climb on to the stage for the official announcement, and people laughing, shouting, crying, embracing, waving, blowing kisses. Before boarding the final cruise – this is a world very like ours, where convenient euphemisms reign – you can confess and receive the last rites from the village priest: The group of winners was escorted down to the little harbour, always with the fanfare blaring, never stopping for a moment. There they boarded the ship and set off amid a forest of waving hands. Before boarding, some stopped at the kiosk where you can quickly confess and receive the last rites from the village priest. They call it a cruise; euphemisms run wild. On board, there’s a grand farewell party with dancing and a princely dinner, the dernière soirée. Tomorrow, early in the afternoon, the ship will return empty. I mean without the passengers it took on, with only the few crew members. They are the only ones who know how, when and by what procedure we are eliminated, but no one has ever managed to get anything out of them; besides, with each cruise the crew is replaced and sent to another village. For those who made a full house and went on board, the so-called cruise ends offshore, when they are thrown overboard and abandoned: the same cruelty practised by the Argentine and Chilean military dictatorships from the mid-1970s onwards – the only South American variation being that those meant to die by drowning were dropped from planes or helicopters. In Simonetta’s novel, not everyone passively accepts that bingo should seal their; but for anyone who tries to escape the village there are bursts of machine-gun fire – and the person shooting might even be your own son: There were bursts of machine-gun fire and the power went out. Immediately afterwards, over the loudspeaker, someone ordered us not to leave our bungalows, without offering any explanation. We wondered what was happening. For nearly an hour we stayed in the dark; then everything returned to normal. In the meantime, the anxiety of knowing what was happening out there and the fear of being caught up in something tragic stopped Annamaria from continuing the row, and we stayed there doing nothing but making a pile of conjectures and hypotheses, peeking cautiously cautiously through the shutters, but seeing nothing and understanding nothing. Afterwards, when the lights came back, we rushed outside like everyone else and we found out. An attempted escape led by the village director’s father. Quickly crushed. They say it was the son himself who shot his father dead. And if you’re truly allergic to reading – or so tired you can’t even open a book – at least go and track down the 1979 film written, directed and performed by Ugo Tognazzi, adapted from this novel: it has the same title.
- konnektor
La «Board of Peace» di Trump e i tempi bui all’orizzonte Tyller Scully La «Junta di pace» di Donald Trump è il risultato dell'intensificarsi dei rapporti di potere imposti dalle classi dirigenti liberali e da classi dominanti occidentali sempre più brutali, una tendenza che ha favorito il degrado della politica nazionale e internazionale e provocato la sottomissione alla violenza globale dell'asse Stati Uniti-Israele. Tremando e prostrandosi davanti alla furia globale scatenata dall’asse Stati Uniti-Israele, un mondo intimorito ha nuovamente offerto in sacrificio il popolo palestinese e con esso il proprio sistema globale di diritto internazionale. Ho già scritto in precedenza del documento di resa globale , codificato nella famigerata (e chiaramente illegale) Risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, e degli scandalosi dettami imperiali di Trump su cui si basava tale risoluzione. Ma l'ultima atrocità , dichiarata dall’impero sotto forma di un’autocratica « Carta della Commissione di pace », minaccia non solo la sopravvivenza del popolo indigeno palestinese, ma, con il suo linguaggio espansivo e incondizionato che non include limiti di giurisdizione territoriale, quella di tutto il mondo. Una carta imperiale Concepito come un’«organizzazione internazionale» guidata da Trump, l’organismo avrà «personalità giuridica internazionale», «capacità giuridica» e «privilegi e immunità» internazionali. In un attacco appena velato nel preambolo contro istituzioni internazionali consolidate come le Nazioni Unite, la Carta imperiale inizia con un appello a «allontanarsi dagli approcci e dalle istituzioni che troppo spesso hanno fallito», prima di dichiararsi nel suo primo articolo autorizzata ad agire in qualsiasi «zona colpita o minacciata da un conflitto». In altre parole, l’obiettivo di Trump è quello di sostituire l’Onu, basata sul diritto, con un meccanismo imperiale, la cui portata sarà globale e la cui impunità sarà effettivamente garantita. La natura autocratica della nuova entità è chiara in tutta la Carta, poiché la maggior parte dei poteri non è conferita a nessun meccanismo responsabile, intergovernativo, collaborativo o democratico, né tantomeno a un singolo Stato, ma alla persona di Donald Trump stesso. In quanto tale, Trump è esplicitamente autorizzato a esercitare sia la presidenza che la rappresentanza degli Stati Uniti nel Consiglio «nel rispetto delle sole disposizioni della [Carta]» per esercitare le seguenti funzioni: determinare in modo esclusivo i membri del Consiglio, approvare i supplenti, rinnovare i mandati dei membri, destituirli (a meno che una maggioranza di due terzi del Consiglio, pieno di compari, non decida che devono rimanere), decidere l’ordine del giorno del Consiglio, convocare riunioni straordinarie, emettere personalmente «risoluzioni o altre direttive» e approvare tutte le decisioni del Consiglio. Trump avrà anche «l’autorità esclusiva» di creare, modificare e sciogliere qualsiasi organo sussidiario, di istituire sottocomitati e di stabilirne personalmente il mandato, la struttura e le norme, di selezionare, nominare e destituire i membri del Comitato esecutivo del Consiglio di pace (a sua completa discrezione), di porre il veto su qualsiasi decisione del Comitato esecutivo e di convocare riunioni aggiuntive dello stesso. Trump ricoprirà la carica di presidente del Consiglio di Pace a meno che non si dimetta volontariamente o sia incapace, avendo il potere di nominare il proprio successore come presidente ed essendo l’autorità finale in materia di «significato, interpretazioni e applicazione» dello Statuto. E solo lui può approvare qualsiasi emendamento allo stesso. In sintesi, la Carta è un sogno autoritario per Trump e un incubo orwelliano per il resto del mondo. Una galleria di membri senza scrupoli La Carta del Consiglio, che non ammette «alcuna riserva», stabilisce che i membri saranno nominati con il rango di capi di Stato dallo stesso Trump per mandati rinnovabili di tre anni. I membri che versano 1 miliardo di dollari «in contanti» non saranno soggetti a questo limite temporale. In base alla Carta, il Consiglio può essere costituito da soli tre membri (gli Stati Uniti più altri due). L’elenco completo dei paesi e degli individui non è stato confermato ufficialmente da Trump, ma ha già riunito una vasta galleria di membri senza scrupoli , traditori, regimi complici, attori finanziari corrotti e singoli criminali di guerra. La cosa più riprovevole di tutte è, naturalmente, il fatto che, nel bel mezzo del genocidio perpetrato da Israele e Stati Uniti in Palestina, i due responsabili ne saranno rispettivamente il presidente e un membro, proprio mentre si prevede che il Consiglio imporrà il suo controllo coloniale su Gaza. Benjamin Netranyahu, capo del regime di apartheid israeliano e latitante accusato dal Tribunale penale internazionale di crimini contro l’umanità commessi in Palestina, ha già accettato di servire insieme al suo complice, Donald Trump. Insieme a loro ci saranno i capi dei paesi complici, Stati vassalli degli Stati Uniti e regimi autoritari come l’Ungheria di estrema destra di Victor Orban, gli Emirati Arabi Uniti, il Marocco, l’Azerbaigian, il Kazakistan e il governante di estrema destra e sionista dell’Argentina, Javier Milei , tra gli altri membri. E tra le persone già nominate per far parte del consiglio a titolo personale ci sono alcune delle figure più note della storia moderna. Tony Blair, criminale di guerra non processato per la guerra in Iraq e da tempo stretto collaboratore del regime israeliano; Marco Rubio, estremista neoconservatore e segretario di Stato di Trump; il miliardario sionista Steve Witkoff, che agisce come rappresentante di Trump in Asia occidentale; Jared Kushner, genero di Trump e amico intimo della famiglia Netanyahu; e Yakir Gabay, un miliardario israeliano vicino al regime che ha fatto parte di un' iniziativa organizzata a New York per corrompere funzionari al fine di perseguire gli studenti che protestavano contro gli abusi del regime israeliano a Gaza, oltre a un miscuglio di ex funzionari statunitensi e dell’Onu vicini al regime israeliano. I frutti avvelenati della codardia Come ho scritto altrove , la risoluzione del Consiglio di Sicurezza su cui Trump basa il suo arrogante progetto imperiale è totalmente illegale e ultra vires , poiché viola diverse norme jus cogens ed erga omnes del diritto internazionale, nonché i termini della stessa Carta delle Nazioni Unite. È evidente che il Consiglio di Sicurezza non aveva l’autorità legale per approvare tale risoluzione. Ma è stato anche un atto di stupidità senza precedenti da parte degli altri quattordici membri del Consiglio di Sicurezza dell’Onu approvarla. La codardia e l’ossequiosa deferenza verso l’impero di quei quattordici ambasciatori ha ora scatenato una forza pericolosa, che minaccia di prolungare e premiare il genocidio in Palestina, destabilizzare ulteriormente, prima l’Asia occidentale e poi altre regioni del mondo, infliggere un colpo massiccio (forse fatale) al già malconcio e assediato quadro del diritto internazionale e accelerare la pericolosa spirale discendente subita dalle Nazioni Unite. Una strada davanti a noi Non è troppo tardi per fermare tutto questo, se i popoli del mondo alzano un grido giusto a favore della giustizia ed esigono dai loro governi che si rifiutino di cooperare con il Consiglio di pace e con il resto dei nefasti progetti promossi da Trump, se convocano una sessione speciale dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per adottare una risoluzione che respinga e mitighi gli effetti della risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, se richiedono un parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia sull’illegalità delle disposizioni chiave di tale risoluzione, e se adottano misure per assicurare che il regime israeliano renda conto delle proprie azioni e mobilitano la protezione del popolo palestinese. Nel frattempo, nessuno dimentichi la verità assiomatica che l’occupazione della Palestina è totalmente illegale secondo il diritto internazionale, che Israele e gli Stati Uniti stanno perpetrando un genocidio a Gaza e che sia l’occupazione che il genocidio violano le norme più elevate (« jus cogens & erga omnes ») del diritto internazionale. Pertanto, nessun editto coloniale di Trump, nessuna risoluzione ultra vires del Consiglio di sicurezza e nessun accordo stipulato dall’Autorità palestinese occupata possono legalizzare questi atti né alcuna struttura o iniziativa che li rafforzi. Allo stesso modo, è ovvio che la «Junta di pace» di Trump è, strutturalmente e funzionalmente, un'estensione dell’occupazione illegale ed è guidata da uno dei coautori del genocidio con la partecipazione autoritaria dell’altro. In quanto tale, qualsiasi Stato o individuo che partecipi a questo organismo illegale è complice dei gravi crimini internazionali commessi dall'asse Stati Uniti-Israele, per i quali potrebbe e dovrebbe essere chiamato a rispondere. Ricordiamo anche che, in virtù del diritto internazionale, il popolo palestinese ha il diritto di resistere all’occupazione straniera, al dominio coloniale e al regime razzista a cui è sottoposto e che i popoli di tutto il mondo hanno il diritto legale e il dovere morale di solidarizzare con il popolo palestinese in questa lotta. Il mondo sta aspettando di vedere chi si unirà al popolo palestinese nella sua lotta per la libertà e chi si unirà ai suoi oppressori nella «Junta di pace» coloniale. Si consiglia di leggere Huda Ammori, “ Palestine Action: sabotaggio all'industria bellica israeliana ”, Craig Mokhiber, “ L'inizio dell'era dell'impunità: Venezuela, Palestina e la fine del diritto internazionale ” “ Come il mondo può affrontare l'inaccettabile mandato coloniale a Gaza del Consiglio di sicurezza dell'ONU ” e “ L'ONU abbraccia il colonialismo: analisi del mandato del Consiglio di sicurezza per l'amministrazione coloniale statunitense di Gaza ”; Ali Abunimah, “ Il Consiglio di pace di Trump: miliardari, compari e genocidi ”, Tariq Ali, « Guerra senza fine in Palestina », Raymond Geuss, « La politica dell'impunità di Israele », « La storia dei vincitori » e « Galizia e Gaza », Michael Arria, « Vent'anni di BDS: intervista a Omar Barghouti, cofondatore del movimento » e Frédric Lordon, « Il sionismo e il suo destino », tutti pubblicati su Diario Red . Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, Relazioni della Relatrice speciale sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967, Francesca Albanese, « Anatomia di un genocidio » (2024) e « Dall'economia dell'occupazione all'economia del genocidio » (2025) e « Gaza Genocide: a Collective Crime » (2025). Ilan Pappé, « Fantasías de Israel. ¿Puede sobrevivir el proyecto sionista? » e « El colapso del sionismo », El Salto . Antony Loewenstein, El laboratorio palestino (2024). Baruch Kimmerling, Politicidio: La guerra de Ariel Sharon contra los palestinos (2004). Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Mondoweiss ed è riprodotto qui con il consenso esplicito del suo editore. Craig Gerard Mokhiber è attivista per i diritti umani e avvocato. Attivo come militante negli anni Ottanta, ha poi prestato servizio per oltre trent’anni presso le Nazioni Unite che ha lasciato nell’ottobre 2023 scrivendo una lettera ampiamente diffusa in cui ha criticato i fallimenti dell’Onu nella difesa dei diritti umani in Medio Oriente, lanciando l’allarme sul genocidio in corso a Gaza e invocando un nuovo approccio alla questione israelo-palestinese basato sul diritto internazionale, sui diritti umani e sull’uguaglianza. ● Traduzione di Elisabetta Galasso
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Cervo di mare. Donna, vita e libertà
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RISONANZE SONORE # 3 La strada senza uscita Il lavoro di Francesco Giannico esplora il suono come fenomeno situato, intrecciando ricerca elettroacustica, immaginario visivo e progettazione digitale. Con The Dead End Road (2023–2025) l’ascolto diventa pratica critica: un’esperienza di sospensione e sottrazione in cui field recordings, elettronica e strumenti acustici convivono senza gerarchie. L’album rifiuta lo sviluppo lineare e l’immediatezza, aprendo uno spazio di attenzione prolungata in cui il silenzio e la percezione dell’ascoltatore diventano parte integrante dell’opera. Musicista elettroacustico, videoartista e web designer, Francesco Giannico costruisce il proprio percorso artistico all’incrocio tra ricerca sonora, immaginario visivo e progettazione digitale. Questa traiettoria non nasce come una semplice sommatoria di linguaggi, ma come un’esplorazione consapevole delle condizioni materiali e percettive attraverso cui il suono prende forma nel presente. Il lavoro di Giannico si fonda sull’idea che il suono non sia mai un’entità isolata, ma un fenomeno situato, modellato da contesti tecnici, culturali e sensoriali. La formazione in Musicologia e Beni Musicali presso l’Università di Lecce, culminata in una tesi dedicata alla storia della musica per il cinema, orienta fin dall’inizio la sua ricerca verso la dimensione narrativa del suono e il suo rapporto con le immagini. Tuttavia, questa attenzione non si traduce in un uso illustrativo o descrittivo del materiale sonoro. Nel lavoro di Giannico la narrazione non è una sequenza da seguire, ma un problema aperto: uno spazio percettivo da attraversare, in cui l’ascolto non è guidato, ma continuamente rimesso in discussione. Il suo percorso artistico si colloca così in una zona di frizione costante tra pratiche sonore, immaginario visivo e infrastrutture digitali. In questo spazio di tensione, il suono non viene mai pensato come elemento autonomo o autosufficiente, ma come parte di dispositivi tecnici e percettivi che ne orientano la ricezione. L’interesse per il cinema, in questo senso, non produce colonne sonore senza immagini , ma apre una riflessione più profonda sulle modalità attraverso cui il suono costruisce ambienti di attenzione e condizioni di ascolto. La composizione diventa allora un atto di organizzazione del tempo e dello spazio percettivo: non un meccanismo volto a soddisfare aspettative narrative, ma un gesto capace di sospenderle, deviarle, rallentarle. Il lavoro di Giannico prende forma proprio in questa tensione irrisolta: tra racconto e stasi, tra immaginazione visiva e materialità acustica, tra progetto digitale e resistenza ai suoi automatismi. L’incrocio tra ricerca sonora e progettazione digitale non è dunque un dato neutro, ma il terreno su cui si gioca una posizione critica. Il suono, così concepito, non serve a veicolare un contenuto, bensì a mettere in questione le condizioni stesse dell’esperienza: come ascoltiamo, quanto tempo siamo disposti a concedere, quali forme di attenzione siamo ancora in grado di praticare. In questa prospettiva, il percorso di Giannico può essere letto non solo come ricerca estetica, ma come intervento sulle modalità contemporanee di percezione, dove l’ascolto emerge come pratica situata, fragile e tutt’altro che scontata. Questa postura si riflette anche nelle scelte collettive e progettuali. Nel 2010 Giannico è tra i fondatori di AIPS – Archivio Italiano Paesaggi Sonori, progetto dedicato alla documentazione e allo studio del paesaggio acustico contemporaneo. Nel 2013, insieme ad A. Ballerini, dà vita a Oak, etichetta di art music orientata alla sperimentazione e alle forme ibride tra elettronica, composizione e ricerca ambientale. Entrambe le esperienze contribuiscono a definire un’idea di suono come ambiente e come relazione, più che come oggetto chiuso. La sua poetica musicale si configura così come un vero e proprio viaggio cinematografico, in cui il suono diventa spazio, atmosfera, durata. Attraverso l’uso dei media digitali, Giannico ne esplora i limiti e le possibilità, intrecciando melodie morbide e texture sottili con strutture aperte e frammentate. All’interno di questo tessuto trovano posto anche strumenti tradizionali come chitarra e pianoforte, che emergono e si dissolvono in lunghi tappeti sonori, contribuendo alla costruzione di paesaggi sospesi e rarefatti. Con The Dead End Road, realizzato tra il 2023 e il 2025, Giannico prosegue e approfondisce questa esplorazione elettroacustica, mettendo al centro l’ascolto come pratica piuttosto che come semplice fruizione. L’album nasce da un processo lungo e frammentato, fatto di spostamenti, registrazioni sul campo, ripensamenti e ricomposizioni successive, e conserva in modo evidente le tracce di questa stratificazione temporale. La strada senza uscita evocata dal titolo non va letta come un limite narrativo, ma come una condizione operativa: un luogo di sospensione in cui il suono rinuncia a uno sviluppo lineare per aprire a un’esperienza di stasi, di attesa, di attenzione prolungata. In questo senso, il disco si colloca pienamente nel territorio della musica sperimentale intesa come spazio di sottrazione più che di accumulo. Le composizioni si muovono tra field recordings, elettronica e strumenti acustici senza gerarchie prestabilite. Nessun elemento assume un ruolo dominante: pianoforte, chitarra e sintetizzatori emergono e si dissolvono all’interno di tessiture instabili, spesso interrotte, che privilegiano l’ambiguità timbrica e la percezione spaziale del suono. I materiali vengono trattati come oggetti mobili, continuamente ridefiniti nel loro rapporto con il silenzio. Ogni traccia funziona come un frammento autonomo, un micro-paesaggio in cui il confine tra ambiente reale e costruzione immaginaria resta volutamente indistinto. Il silenzio, lungi dall’essere un vuoto, diventa una presenza attiva, capace di modellare la forma e orientare l’ascolto. The Dead End Road è un lavoro che rifiuta l’immediatezza e chiede tempo: non propone soluzioni né percorsi guidati, ma apre uno spazio di ascolto radicale, in cui l’attenzione dell’ascoltatore diventa parte integrante dell’opera stessa. https://silentes.bandcamp.com/album/the-dead-end-road Buon ascolto Francesco Oriolo nasce e cresce a Taranto, dove negli anni Sessanta e Settanta scopre nella musica una forma di resistenza culturale capace di opporsi al conformismo del tempo. Attivo in un collettivo musicale cittadino, collabora anche con una rivista quindicinale e con alcune radio private, vivendo da vicino il fermento artistico di quegli anni. Collezionista di vinili e appassionato sperimentatore, partecipa alla realizzazione di video di concerti e al recupero di rari reperti audio legati alla scena rock progressiva tarantina. L’esplorazione del suono lo conduce dalla psichedelia al free jazz e alla musica d’avanguardia, che per lui diventano strumenti di consapevolezza e libertà. Negli anni riflette criticamente sull’impatto del mercato musicale, riconoscendo nell’autoproduzione e nelle scene indipendenti nuove forme di resistenza creativa. Oggi continua a considerare il suono come un gesto critico e comunitario, dando vita a uno spazio dedicato a chi cerca nella musica una pratica di libertà . ___________________________________________________________________________ RISONANZE SONORE #3 The End Dead Road by Franco Oriolo Francesco Giannico’s work explores sound as a situated phenomenon, intertwining electroacoustic research, visual imagination, and digital design. With The Dead End Road (2023–2025), listening becomes a critical practice: an experience of suspension and subtraction in which field recordings, electronics, and acoustic instruments coexist without hierarchies. The album rejects linear development and immediacy, opening a space of prolonged attention in which silence and the listener’s perception become integral parts of the work. Electroacoustic musician, video artist, and web designer, Francesco Giannico develops his artistic practice at the intersection of sound research, visual imagination, and digital design. This trajectory does not emerge as a simple combination of languages, but as a conscious exploration of the material and perceptual conditions through which sound takes shape in the present. Giannico’s work is grounded in the idea that sound is never an isolated entity, but a situated phenomenon, shaped by technical, cultural, and sensory contexts. His training in Musicology and Musical Heritage at the University of Lecce, culminating in a thesis on the history of film music, oriented his research from the outset toward the narrative dimension of sound and its relationship with images. This attention, however, does not translate into an illustrative or descriptive use of sonic material. In Giannico’s work, narration is not a sequence to be followed, but an open problem: a perceptual space to be traversed, in which listening is not guided, but constantly called into question. His artistic path thus unfolds within a zone of continuous friction between sound practices, visual imagination, and digital infrastructures. Within this field of tension, sound is never conceived as an autonomous or self-sufficient element, but as part of technical and perceptual dispositifs that orient its reception. The interest in cinema, in this sense, does not result in soundtracks without images , but opens a deeper reflection on the ways sound constructs environments of attention and conditions of listening. Composition then becomes an act of organizing time and perceptual space: not a mechanism aimed at fulfilling narrative expectations, but a gesture capable of suspending, diverting, and slowing them down. Giannico’s work takes shape precisely within this unresolved tension: between narrative and stasis, between visual imagination and acoustic materiality, between digital design and resistance to its automatisms. The intersection of sound research and digital design is therefore not a neutral given, but the ground on which a critical position is articulated. Sound, conceived in this way, does not serve to convey content, but rather to question the very conditions of experience: how we listen, how much time we are willing to give, and what forms of attention we are still capable of practicing. From this perspective, Giannico’s trajectory can be read not only as aesthetic research, but as an intervention into contemporary modes of perception, where listening emerges as a situated, fragile, and far from self-evident practice. This stance is also reflected in collective and project-based choices. In 2010, Giannico was among the founders of AIPS – Archivio Italiano Paesaggi Sonori, a project dedicated to the documentation and study of the contemporary acoustic landscape. In 2013, together with A. Ballerini, he founded Oak, an art music label oriented toward experimentation and hybrid forms between electronics, composition, and environmental research. Both experiences contribute to defining an idea of sound as environment and as relation, rather than as a closed object. His musical poetics thus take the form of a cinematic journey, in which sound becomes space, atmosphere, and duration. Through the use of digital media, Giannico explores both their limits and their possibilities, weaving soft melodies and subtle textures into open, fragmented structures. Within this sonic fabric, traditional instruments such as guitar and piano also find a place, emerging and dissolving into long sound layers that contribute to the construction of suspended, rarefied landscapes. With The Dead End Road, produced between 2023 and 2025, Giannico continues and deepens this electroacoustic exploration, placing listening at the center as a practice rather than a simple act of consumption. The album emerges from a long and fragmented process, made up of movements, field recordings, reconsiderations, and successive recompositions, and it clearly retains the traces of this temporal stratification. The dead end road evoked by the title should not be read as a narrative limit, but as an operative condition: a space of suspension in which sound renounces linear development in order to open onto an experience of stasis, waiting, and prolonged attention. In this sense, the album fully inhabits the territory of experimental music understood as a space of subtraction rather than accumulation. The compositions move between field recordings, electronics, and acoustic instruments without predetermined hierarchies. No element assumes a dominant role: piano, guitar, and synthesizers emerge and dissolve within unstable, often interrupted textures that privilege timbral ambiguity and the spatial perception of sound. The materials are treated as mobile objects, continuously redefined in their relationship with silence. Each track functions as an autonomous fragment, a micro-landscape in which the boundary between real environment and imaginary construction remains deliberately blurred. Silence, far from being a void, becomes an active presence, capable of shaping form and orienting listening. The Dead End Road is a work that rejects immediacy and demands time: it offers no solutions or guided paths, but opens a space of radical listening in which the listener’s attention becomes an integral part of the work itself. https://silentes.bandcamp.com/album/the-dead-end-road Enjoy listening! Francesco Oriolo was born and raised in Taranto, where in the 1960s and 1970s he discovered music as a form of cultural resistance capable of opposing the conformism of the time. Active in a local music collective, he also collaborated with a fortnightly magazine and several private radio stations, experiencing firsthand the artistic ferment of those years. A vinyl collector and passionate experimenter, he participated in the production of concert videos and the recovery of rare audio recordings related to the progressive rock scene in Taranto. His exploration of sound led him from psychedelia to free jazz and avant-garde music, which became instruments of awareness and freedom for him. Over the years, he reflected critically on the impact of the music market, recognizing new forms of creative resistance in self-production and independent scenes. Today, he continues to consider sound as a critical and communal gesture, creating a space dedicated to those who seek freedom in music.
- konnektor
Iran, crisi del regime, intervento imperiale e quadro geopoltico Triata Phillips Eleutheriou La recente ondata di proteste in Iran riflette il crollo della legittimità politica del regime. È il risultato del modello neoliberista autoritario adottato dal governo, del danno al tessuto socioeconomico causato dalle sanzioni e dalle pressioni militari occidentali. Ancora, dalla indisponibilità del sistema politico a rinegozare il proprio patto costituzionale. La recente ondata di proteste in Iran ha generato un volume straordinario di analisi, molte delle quali inquadrate in scenari noti ma fuorvianti. Alcune letture presentano i disordini come una rottura rivoluzionaria imminente. Altre, come il prodotto esclusivo della destabilizzazione straniera o ancora il tardivo regolamento di conti di una società che ha finalmente superato il limite della propria resistenza. Ciascuna delle prospettive coglie una parte del quadro, ma nessuna spiega adeguatamente le dinamiche dell'attuale congiuntura. Ciò che sta accadendo può essere compreso meglio come la convergenza dell'esaurimento sociale accumulato, dell'acuto shock distributivo e di una crisi di governance di fronte alla quale la Repubblica Islamica non dispone delle risorse ideologiche, burocratiche ovvero finanziarie per gestirla correttamente. Le proteste sono state sostenute da una forma di solidarietà negativa: una coalizione sociale trasversale, che comprende elementi della popolazione rurale povera e delle zone di confine, le classi medie in declino e il precariato urbano di Teheran e di altri centri urbani. Ciò che unisce non è tanto un progetto comune quanto il rifiuto verso Repubblica Islamica e quindi verso decenni di tentativi falliti di riforma strutturale e di trasformazione. Al di là, tuttavia, i contorni di un'alternativa praticabile rimangono indeterminati. L’innesco è stato economico. Le misure di bilancio promosse dal presidente Masoud Pezeshkian – in particolare quelle che riguardavano i tassi di cambio e le licenze di importazione – hanno inasprito le pressioni all'interno di un regime monetario già distorto. L'impatto è stato più rapido tra i venditori di prodotti elettronici nei bazar della capitale, il cui sostentamento dipende dall'accesso alle valute estere e da prezzi scontati. Le nuove norme si sono rapidamente tradotte in un aumento dei costi, nell'interruzione delle catene di approvvigionamento e in perdite materiali. Ciò che ha trasformato questa sofferenza settoriale in una rottura politica è stato il contesto più ampio del paese. Anni di inflazione superiore al 40% – che nel caso dei prodotti alimentari superava il 70% – l’obsolescenza delle infrastrutture, la cattiva gestione delle risorse idriche, la carenza di elettricità e l'inquinamento atmosferico avevano già spinto gran parte della classe operaia e di piccola borghesia in uno scenario di cronica insicurezza. Dalla guerra dei dodici giorni nel giugno 2025, il rial (la valuta locale) si è svalutato di circa il 40% e gli stipendi nella pubblica amministrazione sono diminuiti in termini reali di oltre il 20%. L’indebolimento della capacità d’acquisto sul lungo termine si è sovrapposto a pessimi interventi su bilancio e fisco, cristallizzato la percezione che lo Stato protegga i rentier, socializzando la correzione degli squilibri di bilancia dei pagamenti su coloro che sono meno in grado di assorbirli. Le promesse di buoni alimentari sono briciole per placare la rabbia popolare. Per decenni, la Repubblica Islamica ha applicato una forma di neoliberismo autoritario, che ha deregolamentato e precariato il lavoro, trasferendo al contempo i beni pubblici a organizzazioni parastatali – dalle cosiddette fondazioni rivoluzionarie e fondi pensione alle filiali della Guardia Rivoluzionaria – a cui si aggiunge l'imposizione di misure di austerità dall'alto. La ricetta perfetta per il malcontento di massa e le rivolte ricorrenti. Le proteste, iniziate a Teheran il 28 dicembre, si sono diffuse con notevole rapidità in città e paesi di provincia come Hamedan, Mashhad, Tabriz, Izeh, Qom, Marvdasht, Abdanan, Kerman, Arak, Isfahan e Malekshahi, il che è anche il risultato di un processo sedimentato almeno dal 2017: l'intensificarsi della povertà e dell'emarginazione sociale nelle zone rurali, di confine e periferiche dell'Iran. Durante l'inverno 2017-2018, le proteste iniziate a Mashhad si sono rapidamente diffuse; lo stesso schema si è ripetuto durante il movimento noto come “Donna, vita, libertà”. Sebbene questa rivolta sia stata accolta come una sollevazione contro il velo obbligatorio e il modello patriarcale, le dimensioni di classe e geografiche hanno avuto minore riscontro. I territori menzionati occupano una posizione peculiare nell'economia politica iraniana: la disoccupazione è elevata, i servizi pubblici sono scarsi, lo stress ambientale è acuto e l'esperienza di abbandono da parte dello Stato è profondamente radicata. Un'eccezione degna di nota – nella fase iniziale delle proteste – si è registrata nelle zone curde e baluchi a maggioranza sunnita, dove la mobilitazione è apparsa più moderata, probabilmente a causa degli effetti delle precedenti agitazioni, durante le quali queste regioni erano state la prima linea, insieme alla diffidenza per crescente rappresentanza monarchica nella composizione della mobilitazione. La circolazione digitale di immagini e testimonianze ha contribuito a sincronizzare le lamentele locali, ma è stata la convergenza del danno economico e dell'esaurimento sociale più profondo a dare alle proteste la portata nazionale. La violenza esercitata dalle forze di sicurezza contro i manifestanti in città di provincia come Ilam e Marvdasht ha generato indignazione pubblica e, anche se Teheran è rimasta inizialmente relativamente al riparo dai riot, le manifestazioni in altre località avevano già iniziato ad assumere un carattere esplicitamente antiregime. Lo Stato dapprima è parso riconoscere il pericolo di un'escalation. Le autorità hanno accolto le rivendicazioni economiche dei manifestanti e il governatore della banca centrale è stato sostituito. Questa risposta ha seguito la consueta strategia della classe dirigente iraniana di cercare di separare le rivendicazioni apparentemente “economiche” da quelle “politiche” e “sociali”, nella speranza che le prime potessero essere contenute senza minacce sistemiche. Nella pratica la strategia non ha retto: la risposta dell'élite è stata inoltre presa alla sprovvista dalla composizione sociale dei manifestanti. Mentre le precedenti mobilitazioni – per lo più operaie – erano state accolte con crudele indifferenza, disprezzo o forza bruta, i disordini dal bazar rappresentavano una sfida particolare, data la tradizionale vicinanza delle élite mercantili ai leader politici della Repubblica Islamica. Uno scenario che inizialmente ha favorito i tentativi di accomodamento piuttosto che la repressione immediata. La posizione di tolleranza limitata del governo di Pezeshkian è svanita nel giro di pochi giorni, quando il controllo effettivo è passato nelle mani dell'apparato repressivo: le varie sezioni del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche, di concerto con l'esercito, la magistratura ed servizi segreti. Sarà compito della posterità ricostruire con precisione ciò che è accaduto tra l'8 e il 10 gennaio. A causa del blocco quasi totale di internet e dell'abbondanza di disinformazione, è ancora difficile accertare una cronologia univoca. Tuttavia, comincia a delinearsi un quadro degli eventi. Dopo le sollevazioni iniziali nei bazar e la loro diffusione in diverse province, Reza Pahlavi, figlio del monarca iraniano deposto, ha lanciato un appello pubblico alla cittadinanza affinché scendesse in piazza e rovesciasse il regime. Secondo numerose testimonianze oculari, le manifestazioni dell'8 gennaio sono state eccezionalmente numerose e per lo più pacifiche. Le stime sulla partecipazione variano notevolmente e non sono disponibili dati certi, ma molti osservatori hanno suggerito che queste potrebbero essere state le più grandi registrate in Iran dal Movimento Verde del 2009 se non più grandi. La condivisione degli slogan a favore di Pahlavi è stata sorprendente. Dopo le manifestazioni notturne, la risposta istituzionale si è inasprita. Le forze di sicurezza hanno inviato messaggi di testo di avvertimento a milioni di telefoni cellulari e il presidente della Corte Suprema, Gholamreza Mohseni-Ejei, ha emesso una serie di severi avvisi, minacciando gravi conseguenze per chiunque si fosse unito a nuovi disordini. Questa tattica sembra aver dissuaso le persone dal partecipare alle manifestazioni del giorno seguente. Ciò nonostante, il 9 gennaio un nucleo importante e molto determinato di manifestanti è tornato in piazza. La risposta è arrivata di una violenza senza precedenti. Sono stati diffusi video che mostravano le forze di sicurezza sparare direttamente sulla folla, irrompere negli ospedali, aggredire i manifestanti feriti e il personale medico e perseguirli anche in luoghi di immunità – benchè informale. Allo stesso tempo, ci sono prove video di manifestanti armati che affrontano le forze armate con coltelli, machete ed – in alcuni casi – armi da fuoco, a verifica di come anni di repressione abbiano radicalizzato alcuni settori dell'opposizione. Ci sono state anche numerose segnalazioni di attacchi incendiari contro sedi istituzionali, moschee e strutture televisive e radiofoniche pubbliche, il che da la misura di come si fossero ampliati i tumulti . La geografia della repressione , dal canto suo, è stata notevolmente disomogenea. In alcune zone, repressioni brevi ma feroci hanno causato decine di morti in poche ore; in altre, si sono verificati scontri prolungati per diverse notti consecutive. Tuttavia, queste differenze non sminuiscono l'importanza del quadro generale. Non sono stati eccessi isolati o deroghe ai mandati disciplinari, ma il ricorso sistematico alla forza letale dello Stato contro i civili. Anche le stime più prudenti collocano il numero totale delle vittime, compreso il personale di sicurezza, a non meno di 5000, con i civili che costituiscono la stragrande maggioranza dei morti, mentre altre valutazioni suggeriscono una cifra addirittura più alta. L'entità della strage ha rapidamente sopraffatto la capacità di ospedali ed obitori. Le immagini scattate all'esterno del Centro medico forense di Kahrizak, a Teheran, con un’infilata di sacchi neri per cadaveri e le famiglie alla ricerca dei propri congiunti scomparsi, hanno avuto ampia diffusione. In termini storici, il massacro può essere paragonato solo alle stragi nelle carceri del 1988 o forse alla rivoluzione stessa, quando la Repubblica Islamica lottava per consolidare il proprio controllo sul potere. Le circostanze sono molto diverse, ma il livello di violenza agita dallo Stato non lo è. Questa repressione si è svolta in un contesto di minacce esterne insolitamente esplicite. Durante i primi giorni, l'amministrazione Trump ha segnalato la disponibilità a intervenire se l'instabilità fosse peggiorata. Anche se lo stesso ha oscillato tra bellicosità e moderazione, l'effetto è stato quello di legittimare ulteriormente le misure repressive: per il regime, le proteste di massa e la sovversione straniera sono la stessa cosa. Molto prima degli scontri dello scorso giugno, gli israeliani hanno dimostrato la capacità di operare clandestinamente in territorio iraniano, in particolare con l'assassinio di Ismail Haniyeh – leader di Hamas – a Teheran nel luglio 2024, reso possibile dalla corruzione endemica che permea l'economia politica e gli apparati di sicurezza dell'Iran. La compromissione di potere politico, privilegi economici ed autorità coercitiva ha costituito una vulnerabilità che gli attori esterni hanno facilmente sfruttato. Riconoscerlo non equivale a dare credito alla vulgata di regime secondo cui la mobilitazione è stata orchestrata dall'estero. Una rivolta nazionale, radicata in anni di degrado sociale ed economico, non può essere ridotta alle macchinazioni dei servizi segreti esterni, anche se non c'è dubbio che le agenzie di intelligence israeliane e statunitensi abbiano cercato di cavalcare la protesta. Ciò che questi intrighi sono riusciti a ottenere è stato soprattutto quello di fornire un alibi alla repressione, riformulando la protesta come una prosecuzione degli attacchi giugno 2025 e giustificando così lo stato di emergenza in nome della sicurezza nazionale. Il risultato è visibile nelle immagini da tutto il Paese: l'effettiva imposizione della legge marziale e l'accelerata militarizzazione della vita quotidiana nelle città, un corso degli eventi che molti osservatori segnalano da anni. Per comprendere la specificità dell'attuale mobilitazione, è necessario collocarla nel contesto della recente storia delle proteste di massa in Iran. Il Movimento Verde del 2009 ha rappresentato la sfida più seria alla Repubblica Islamica dall'interno del suo stesso quadro costituzionale. Milioni di cittadini sono scesi in strada in manifestazioni per lo più silenziose e disciplinate per contestare la controversa rielezione di Mahmud Ahmadinejad, chiedendo elezioni libere ed eque e un nuovo accordo costituzionale. Si è trattato di un movimento radicato nei distretti elettorali della classe media urbana, orientato verso una riforma graduale piuttosto che verso una spaccatura. La repressione esercitata dall’establishment e dal braccio armato della Guardia Rivoluzionaria ne ha chiuso la possibilità di una transizione democratica negoziata. Il riformismo è stato screditato e una generazione di attivisti è stata incarcerata o messa a tacere. “Donna, vita, libertà” – del 2022 – è stata un’agitazione sociologicamente e politicamente diversa. Scatenata dalla morte in custodia dello Stato di una giovane curda, Mahsa Jina Amini, non si è concentrata sulle elezioni o sulla contesa tra le élite, ma ha messo in primo piano l'autonomia corporea e l'uguaglianza di genere di fronte a un regime autoritario. In questo senso, ha affrontato direttamente i fondamenti ideologici della Repubblica Islamica, mettendo in evidenza i modelli di repressione etnonazionale, in particolare contro le comunità curde. Il movimento ha così articolato l'orizzonte politico più emancipatorio emerso in Iran negli ultimi decenni. La sua sconfitta ha richiesto alti livelli di violenza, tra cui arresti di massa e l'uso di proiettili di metallo che hanno accecato i manifestanti. Tuttavia, ha anche ottenuto concessioni tangibili, tra cui spicca la parziale rinuncia da parte dello Stato all'imposizione del velo obbligatorio negli spazi pubblici. Il movimento attuale si presenta come un unicum . Manca della chiarezza procedurale del Movimento Verde e della coerenza emancipatoria delle proteste del 2022. È più ampio nella sua composizione sociale, più diffuso nelle rivendicazioni e molto più segnato dallo sfibramento economico e dall'assedio geopolitico. Ciò che unisce i partecipanti non è un orizzonte programmatico, ma la sensazione condivisa che l'ordine esistente sia irriformabile. È in questo vuoto che le correnti monarchiche hanno acquisito una rinnovata visibilità. L'appello di Pahlavi alla normalizzazione immediata delle relazioni con Israele esemplifica l'orientamento di un progetto ancorato all'estero, che dà priorità al riallineamento geopolitico rispetto alle questioni di giustizia sociale o sovranità popolare, rafforzato poi da un potente ecosistema propagandistico. È noto che i canali televisivi satellitari in lingua persiana, come Manoto TV e Iran International, entrambi con sede a Londra, dipendano da finanziamenti esteri, anche se i meccanismi finanziari rimangono “opachi”. A loro si deve un massivo rilancio revisionista dell'era Pahlavi precedente al 1979, universalizzando gli stili di vita di una ristretta élite e cancellando sistematicamente la repressione politica e la disuguaglianza diffusa del regime. Questa narrativa ha trovato un pubblico ricettivo tra le generazioni più giovani, che non hanno conosciuto altro ordine politico se non la Repubblica Islamica e che sono attratte dai racconti della “età dell'oro” perduta di Pahlavi, in cui l'Iran era presumibilmente sulla strada per diventare il “Giappone dell'Asia occidentale”, percorso deragliato da una cospirazione internazionale che ha insediato il regime clericale. In questo contesto, “57'er”, abbreviazione di coloro che hanno partecipato alla rivoluzione del 1979, è riemerso come attributo dispregiativo, che esprime una politica generazionale di colpa secondo la quale la precedente coorte rivoluzionaria è responsabile dell'attuale situazione dell'Iran. Gli incontri di Pahlavi con Netanyahu e le presunte operazioni cibernetiche israeliane suscettibili di amplificare i messaggi monarchici sottolineano ancora di più la dipendenza di questa costruzione dal sostegno esterno. In assenza di sondaggi rigorosi o ricerche empiriche indipendenti, rimane difficile valutare la reale profondità del sostegno alla restaurazione di Pahlavi. Tuttavia, ciò che colpisce è il cambiamento nel terreno discorsivo della politica dell'opposizione. Nel 2009 l'idea che Reza Pahlavi potesse costituire un'alternativa politica alla Repubblica Islamica sarebbe stata ampiamente respinta. Oggi questa proposta circola con forza, soprattutto nei media della diaspora e nel discorso politico occidentale e ci dice meno sulla forza intrinseca del monarchismo che sull'erosione delle vie alternative per la trasformazione politica, che ha generato un investimento psichico in un deus ex machina imperiale: l'idea che la salvezza politica dell'Iran possa arrivare solo dall'esterno. La recente svolta verso il monarchismo, caratterizzata da correnti etno-suprematiste e scioviniste, deve quindi essere intesa principalmente come un sintomo e non come una causa. È guidata meno dalla convinzione che dalla disperazione, generata nel corso di decenni in cui la Repubblica Islamica ha sistematicamente represso gli sforzi pacifici per un cambiamento dall'interno. I gruppi della società civile iraniana persistono, ma sono stati profondamente indeboliti da anni di disorganizzazione e repressione. In questo senso, il momento attuale ricorda la fine degli anni '70, quando la polizia segreta dello Scià, la SAVAK, fiaccò la già formidabile sinistra organizzata iraniana, lasciandola impreparata ad affrontare una coalizione islamista molto più coesa e disciplinata. Ciò che questa congiuntura rivela è anche l'intreccio tra le minacce statunitensi e israeliane e la repressione statale. Entrambe sono analiticamente distinte e politicamente irriducibili l'una all'altra, ma operano in modo tale da condizionare reciprocamente gli esiti. In condizioni di pressione esterna sostenuta, la dissidenza viene frenata più facilmente, l'impegno viene ridefinito come vulnerabilità e le correnti dissidenti vengono ricondotte a canali di penetrazione straniera. Il repertorio delle risposte statali si riduce e la coercizione passa dall'essere l'ultima risorsa a diventare la modalità predefinita di governance. Tuttavia, il campo politico iraniano rimane affollato e conteso. I sindacalisti, i movimenti sociali curdi, le organizzazioni femminili, gli studenti, i giornalisti, gli avvocati e le reti civiche persistono non perché la repressione abbia fallito, ma perché il pluralismo politico in Iran ha profonde radici storiche. Allo stesso tempo, l'idea che la Repubblica Islamica sia sul punto di essere rovesciata rischia di fraintendere l'equilibrio delle forze interne. Qualsiasi valutazione seria deve tenere conto della centralità dell'apparato di sicurezza, in particolare della Guardia Rivoluzionaria. Istituzione nata dalla rivoluzione – forgiata dalla violenza del consolidamento interno e rafforzata durante la guerra di otto anni contro l'Iraq baathista – la Guardia Rivoluzionaria si è da allora espansa ben oltre il mandato originario. Nel periodo successivo al 1988 è stata coinvolta nella ricostruzione dell'economia iraniana devastata, trasformandosi gradualmente in un vasto conglomerato politico-economico, oltre che in una formidabile forza militare con un'esperienza senza pari nella regione in materia di guerra asimmetrica. Come dimostra l’imposizione della legge marziale nelle città iraniane, non si tratta di un'istituzione che soccomberà alle proteste di massa, né che rifuggirà dalla violenza estrema. È in questo contesto che cominciano a prendere forma gli scenari più plausibili. Uno di questi è una variante dell’establishment guidato dall'élite, sempre più inquadrato in Iran nel linguaggio del bonapartismo. La speculazione che il maggiore generale Qassem Soleimani avrebbe potuto svolgere questo ruolo prima dell’assassinio a firma Trump del gennaio 2020 coglie la logica del gioco: la speranza che un leader del sistema possa “salvare” lo Stato riformandone verticisticamente alcune parti, ripristinando la disciplina e raggiungendo un accordo con Washington. Rimane incerto se qualche figura attuale possa esercitare un'autorità comparabile o ricostituire una base popolare dietro un progetto simile. Tuttavia, data la preferenza di Trump per le volgari dimostrazioni di potere, alcune analisi effettuate dentro e fuori l'Iran continuano a considerare questa opzione plausibile. L'alternativa, per molti aspetti più cupa, è la continuazione e l'intensificazione di una lunga guerra ibrida tra Stati Uniti e Israele contro la Repubblica Islamica e la sua popolazione. In questo scenario, si assiste a un assedio economico prolungato, ad azioni segrete e al ricorso episodico alla forza militare per erodere la coesione interna del regime fino a quando non emergano fratture all'interno dell'élite e dell'apparato di sicurezza, indebolendo il suo monopolio della violenza. È quasi certo che si verificherebbero proteste di massa man mano che le condizioni peggiorano, in coincidenza con gli appelli alle grandi potenze affinché sostengano fazioni dissidenti, includendo possibilmente elementi dello stesso regime. Il pericolo non è il crollo improvviso di quest'ultimo, ma un lungo declino verso l'instabilità e, potenzialmente, anche la balcanizzazione. Si ritiene che questo risultato sia l'orizzonte strategico preferito dallo Stato israeliano, soprattutto se l'affermazione di Pahlavi come cliente docile risultasse troppo fantasiosa per diventare realtà. Altre alternative potrebbero ancora emergere. Ma dato l'attuale equilibrio di forze, le prospettive sono incerte. I movimenti sociali emancipatori degli ultimi due decenni non sono scomparsi, ma continuano ad essere ostacolati dalla repressione interna e dalla strumentalizzazione dall'esterno. La loro sopravvivenza, per non parlare della loro capacità di agire il futuro dell'Iran secondo i propri termini, dipenderà dalla capacità di resistere alle pressioni combinate del consolidamento autoritario, dell'aggressione imperiale e di uno spazio sempre più ridotto per l'azione politica. Consigli di lettura: E. Sadeghi-Boroujerdi, Rules of the Game , «Sidecar», 25 aprile 2024 (accesso 22/01/2026); — Damage Control , «Sidecar», 9 luglio 2024 (accesso 22/01/2026); — On the Brink , «Sidecar», 7 ottobre 2024 (accesso 22/01/2026); — Culmination , «Sidecar», 17 giugno 2025 (accesso 22/01/2026); S. Watkins, Israel after Fordow , «NLR», n. 154, luglio-agosto 2025 (accesso 25/11/2025). Questo testo è stato pubblicato su «Sidecar», il blog della «New Left Review». Eskandar Sadeghi-Boroujerdi, saggista ed osservatore politico, è ricercatore di Teorie politiche comparate presso la Goldsmiths University di Londra.
- post-poetica
Alcuni testi da Zootropio John Seymour La frase in incipit del secondo frammento qui proposto sembra in qualche modo disegnare con netta fedeltà la natura di Zootropio , suggerendo forse al lettore di vederne le pagine come «piccoli fori di luce [che] illuminano situazioni sparse». Situazioni o soluzioni, o (al contrario) micro-nodi. Le sequenze di prose lavorano – quasi <> – segmenti di cronaca personale e generale, senza nessuna retorica, e il loro semi-gelido sovrapporre schegge diaristiche, minime annotazioni sull’ordinario e l’infra-ordinario, aperture su dimensioni anche ampie di paesaggio (magari tagliate in una specie di collage fotografico) «contribuiscono a un grande disegno baluginante di città innervata»: probabilmente, sicuramente, quella in cui siamo. Prima di tutto distingueva le decorazioni granulari in scatole di plastica rotonde, qui la sabbia, qui la ghiaia, qui le rocce. tutto era ridotto alla sua versione infinitesimale. in modo che una polvere finissima fosse la sabbia, la sabbia fosse la ghiaia e la ghiaia fosse la roccia. in una vecchia bustina di filtri ora teneva delle fibre sottili come capelli verdi: erano un’estrema riduzione dei fili d’erba. l’acqua poi, se era mossa come quella di un torrente, era un pezzo di polistirolo tinto di blu e acquamarina. se era una tavola del mare d’agosto, era un cartone dipinto d’azzurro con qualche accenno di bianco lungo la battigia: un piccolo sub dimezzato emerge da una pozza di foglio acetato. pensava alla spiaggia di civitanova nell’estate 2020, al tavolo da quattro attaccato abusivamente alla lunga coda del banchetto battesimale, al photobombing nei ritratti di gruppo e al vino gratis. ricordava il primo incontro con la sacerdotessa. sempre in spiaggia, sempre a una festa. lei era quella che metteva la polvere. ne aveva a secchi in casa, quando usciva se ne riempiva le tasche e andava a metterla in giro, sì, nelle case degli altri. la depositava sulle superfici, aveva un debole per le immagini, le fotografie, da quelle vecchie a quelle più nuove, le cospargeva tutte di uno strato grigino e uniforme. opaco. le davano soddisfazione perché erano facili da controllare e impolverare. le creava invece frustrazione la vastità e varietà di tutte le altre superfici del mondo. uno spazio grande com’è difficile da pulire lo è altrettanto da sporcare. desiderava una grande getta-polvere che le avrebbe facilitato il lavoro. quando vide i modellini di lui finalmente si coronò il suo sogno, poteva impolverare il mondo. bastava cambiarlo di scala. lui avrebbe creato un pezzo di piccolo mondo ogni giorno e lei di seguito lo avrebbe impolverato. piccoli fori di luce illuminano situazioni sparse, simultanee di corpi. il rituale lo prevede, il rituale è celebrativo e senza scopo. si balla sopra al disastro. le lampade si scaldano lentamente, la stanza si tinge di un mattino verde artificiale. fuori è una sagra nella post-industria. fuori è un porto dove a mezzanotte cantano le sirene. fuori si vive in mezzo ai campi attraversati dalle ferrovie. fuori si fa a gara coi treni dal proprio abitacolo in superstrada per essere reciprocamente nell’altrove dell’altro. il giorno dopo, la quiete della dimissione, la risolutezza della diagnosi. lo sfilamento dell’ago. porte automatiche si aprono con delicatezza e volontaria scorrevolezza. il fruscìo delle vie di fuga. un semaforo rosso che ferma nessuno. un semaforo verde che lascia passare nessuno. la segnaletica è un grandissimo accordo tra noi. light impulses, dazzling lights, stroboscopic effects triggers vivid visual patterns in almost everyone. in some subjects it also interfered with their sense of time. mentre saldavi mi dicevi non guardare le scintille. un utero ad accesso collettivo tipo dropbox o airdrop che si schiude come lo sportello di una macchina e ti ci adagi dentro, in posizione fetale, anche se hai quarant’anni, o quattordici. una figlia cattiva fa tutto quello che vuole e non ringrazia e non chiede scusa. hai bisogno di una spina dorsale educata e della capacità di essere un disco rotto con gli spacciatori di confini. sei così testarda, un giorno ti farai male e non dirai niente. su quattro embrioni ne muoiono tre. fuori dalla petri avanza la vita ora esposta alle intemperie. emersa dal liquido amniotico dell’agar agar, si fa strada nell’ambiente atmosferico. prende l’ossigeno e lo trasforma. introduce ed espelle. anidride. l’azoto, l’argon e il pulviscolo adesso ci sono ma non le interessano. nell’aria umida c’è anche l’acqua. si fa così: grammi di vapor d’acqua per chilogramma di aria secca. l’elio invece sta finendo, finirà con la morte del sole ma non le interessa. lei respira e cresce in un barattolo di vetro. al quarto giorno piccola e gialla ha la circolazione doppia e incompleta, mi dorme di fianco. al crescere di tutte e quattro le zampe si sottrae alla mia amicizia che ha il sapore di cattività. salta giù dal letto e sparisce nel buio della casa. continua a non sapere che se si vuole si può liquefare l’aria e che lei è nata da un cilindro di vetro. ma non le interessa, ora gracida la notte dal fondo di un mobile antico. sull’aereo di ritorno elimini i doppioni dalla galleria. il campetto da calcio, la disposizione delle luci nel parcheggio dell’ipermercato. ora sono poco importanti, solo contribuiscono a un grande disegno baluginante di città innervata. palermo punta raisi, palermo campofelice, palermo rottamazioni, palermo terrecotte all’ingrosso. lungo il viaggio sfocare la vista e incrociare gli occhi. trovare un modo per non esserci. indovinare le parole come perline su un filo di nylon, su un cavo dell’alta tensione. prevedere le coincidenze e capire il perché degli incidenti. nel pieno della mia onda verde. un non detto espresso sotto forma di tante piccole somatizzazioni. una massa minuta e dura al tatto, una calcificazione sul retro del collo a ridosso del vago. forse è una ciste di denti e capelli appartenenti a un’altra me su cui io ho prevalso. sono state trovate chiavi con portachiavi a gufetto azzurro chiavi con portachiavi tipo uncinetto a cuore rosso chiavi con portachiavi in pelle, a forma di borsetta chiavi con portachiavi pacman giallo chiavi con portachiavi di metallo metà angelo metà diavoletto sono state perse chiavi con portachiavi a forma di cuore rosa chiavi con portachiavi con cane di peluches chiavi con portachiavi fascetta rossa di as roma chiavi con portachiavi a forma di casetta chiavi con portachiavi con il nome karen chiavi con portachiavi a fiore giallo chiavi con portachiavi raffigurato spiderman chiavi con portachiavi rosa rotto a metà chiavi con portachiavi in gomma joystik della xbox chiavi con portachiavi di mickey mouse chiavi con portachiavi a forma di lupetto stilizzato chiavi con portachiavi vistoso fucsia con degli strass e la scritta hollywood chiavi con portachiavi angioletto e un ossicino chiavi con un elastico di capelli colore rosa chiavi con portachiavi cornetti rossi e un pupazzetto tigre marrone con righe nere chiavi con portachiavi a forma di tartaruga verde chiavi con portachiavi a forma di cane chiavi con un nastro rosso chiavi con portachiavi gucci argento chiavi con portachiavi con scritto los angeles chiavi con portachiavi a ranocchia di peluche chiavi con portachiavi a forma di stella rossa morbida e grande Beatrice Zito (Pescara, 1997) vive a Zurigo. Nel 2025 ha pubblicato la sua prima raccolta Zootropio (Pungitopo Editore). Alcuni suoi testi sono apparsi su Almanacco Murmur (Paint It Black Publishing) e Minima . Il suo lavoro è stato esposto in diverse mostre, tra cui: Look Deeper and Eventually You’ll Find Nothing (Galerie Studiohomeawareness, Milano, 2025); Uncanny Valley (Palazzo Bronzo, Genova, 2024); Double Fictions (SAME Gallery, Tokyo, 2024). Si ringrazia qui l’editore e l’autrice per aver concesso questi estratti dal libro ( https://www.pungitopo.com/poesia1.html#zoo ) (Pungitopo, coll. «remedia», 2025: https://www.pungitopo.com/poesia1.html#zoo )
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IV° La novità del Novum Il testo propone una rilettura critica della fantascienza sottraendola alle definizioni normative fondate sul concetto di novum come innovazione cognitiva formalizzabile. Attraverso il confronto con Suvin, Caronia, Dick e la filosofia di Deleuze e Guattari, la fantascienza viene intesa non come genere dotato di un’essenza stabile, ma come evento storico e mitopoietico legato all’immaginario e alle aspettative dei lettori. Il novum emerge così come elemento di passaggio verso il <>, capace di tenere insieme passato e trascendenza senza risolversi in una sintesi dialettica. La dimensione sovversiva della fantascienza risiede nel suo aprirsi al paradosso e all’indeterminato, più che nella coerenza scientifica o nella plausibilità. In questa prospettiva, la fantascienza diventa un dispositivo immaginativo di trasformazione, orientato alla produzione di possibilità imprevedibili di vita e di pensiero. Questo è l'ultimo articolo della serie sulla fantascienza: ai seguenti link è possibile trovare <> , << II Che cos'è la fantascien za>> e <>. L'essenza della Ragione, già nelle sue forme meno sviluppate, consiste nella capacità di valutare i lampi di novità; tanto di novità immediatamente realizzabili, quanto di novità solo appetibili e non ancora realizzabili di fatto. - Alfred N. Whitehead1 I tentativi di rinominare il genere [fantascientifico] come narrativa d’anticipazione - quasi a voler cercare un termine che emendasse quello più ingombrante di fantasia - o altro, non hanno mai attecchito, così come quello di cercare una chiave più scientifica per definire il genere come quella elaborata da Darko Suvin, in cui «la fantascienza si distingue attraverso il dominio o egemonia narrativa di un novum (novità, innovazione) funzionale convalidato dalla logica cognitiva» 2 perde ogni carattere descrittivo o interpretativo per assumerne uno puramente normativo 3 . E allora per non rimanere impigliati nella trappola delle discussioni definitorie, potenzialmente infinite, dobbiamo «concentrarci sul sistema di attese dei lettori, che è ciò che storicamente determina i generi e le loro caratteristiche e che, insieme ai concreti modi di produzione culturale di una data epoca, costituisce ciò che chiamiamo immaginario 4 . I concreti modi auspicati da Antonio Caronia sono il tentativo di uscire dalle secche di quella vera e propria impresa di pulizie che vorrebbe separare il grano dalla pula e da tutte le altre impurità che lo contaminano, dove il grano è, in questo caso, quella fantascienza che ha come denominatore comune quel carattere specifico di innovazione cognitiva che Suvin, prendendo a prestito da Ernst Bloch, chiama novum . Ma se la fantascienza ha in sé qualcosa di sovversivo e di realmente progressivo, è quando essa si apre al non-ancora, ad esempio in quell'elemento perturbante che possiamo ravvisare in quell'umano/non umano delle molteplici figure di mutanti o di ibridi artificiali, non più prettamente umano, non ancora definitivamente altro. È questo il possibile novum che non caratterizza la fantascienza in quanto tale ma che ne definisce uno dei modi di trascendere l'asfittica ricerca di quella sintesi dialettica che Suvin vorrebbe formalizzare in una ideale «triade hegeliana, dove la tesi sarebbe la narrativa realistica , che contiene un effetto empiricamente convalidato dalla realtà, l'antitesi sarebbero i generi sovrannaturali, a cui manca un simile effetto, e la sintesi sarebbe la fantascienza, in cui l'effetto della realtà è convalidato da una innovazione cognitiva» 5 . Altresì è invece proprio la possibilità di un paradosso dialettico, in cui gli opposti non si configurino in alcun compromesso ma rimangono, come autentico novum , a determinare nel conflitto le possibilità di cambiamento degli statici equilibri non più produttivi di nuove forme e modi di vita. Se non possiamo che dichiararci d'accordo con Suvin che «il concetto di fantascienza non può venire estratto intuitivamente o empiricamente da un'opera che si chiama fantascienza» non è perché esso debba essere dedotto dalla formulazione di una « differentia specifica della narrazione fantascientifica». E questo perché non si dà alcuna essenza della stessa che non sia la costruzione storica legata ai bisogni specificatamente umani contingenti a un preciso periodo storico, con le sue necessità di cambiamento determinate dalle inevitabili crisi che periodicamente ogni società non sclerotizzata si trova ad affrontare. Il concetto di fantascienza quindi, che tanto ha assillato la mente dei numerosi critici, appassionati o meno, del genere, esprime un evento, piuttosto che uno stato con sue precise caratteristiche. Prendendo, truffaldinamente, da Deleuze e Guattari potremmo dire: «un evento che dà al virtuale una consistenza su un piano di immanenza e in una forma ordinata» 6 . Più assennatamente Caronia ci dice che «nella fantascienza è potenziato al massimo un procedimento di costruzione progressiva da parte del lettore dell'universo della narrazione, che non viene presupposto a priori come in altri generi letterari (il romanzo realistico, o n ovel , per esempio)» che rende superflua quella ricerca esasperata «di coerenza, o di plausibilità scientifica che, in fondo, non le compete» 7 . E ancora più radicalmente Philip K. Dick nella sua definizione di fantascienza contesta la distinzione consolidata tra una fantasy che «tratta di ciò che il senso comune ritiene impossibile [e] la fantascienza [che] tratta invece di ciò che il senso comune ritiene possibile, date particolari condizioni. Questa affermazione, in essenza, è arbitraria, dato che il possibile e l'impossibile [non possono essere] conosciuti oggettivamente e sono, piuttosto, una credenza del lettore» 8 . In questa affannosa ricerca di ciò che è e di ciò che non è (cioè di una sua precisa identità), la fantascienza si è andata di fatto a costituire proprio come ciò che Suvin nega in prima istanza: una mitopoiesi. E il tanto celebrato novum , quell'elemento capace di addossarsi tanto il passato da cui proviene e da cui deve la propria esistenza, tanto quanto di trascenderlo e quindi negarlo come dato e determinato una volta per tutte, diviene, in questo contesto, elemento ponte: vero e proprio elemento mitico di passaggio verso ciò che non è ancora e verso il quale non vi è previsione possibile. Note: 1: A. N. Whitehead, La funzione della ragione , Inschibboleth Edizioni, Roma 2022, p. 64. 2: Darko Suvin, Le metamorfosi della fantascienza , Il Mulino, Bologna 1985, p. 85. 3: Antonio Caronia, Risposte alla Tavola rotonda sulla fantascienza , 1992 inedito https:// www.academia.edu/318211/Risposte_a_un_questionario_sulla_fantascienza 4: Giuliano Spagnul, Che fare della fantascienza, Effimera, 2021 http:// effimera.org/che-fare-della-fantascienza-di-giuliano-spagnul/ 5: D. Suvin, Le metamorfosi della fantascienza , cit., p. 102 6: Gilles Deleuze, Felix Guattari, Che cos'è la filosofia?, Einaudi, Torino 2002, p. 129 7: A. Caronia, www.academia.edu/344383/Scienza_e_fantascienza 8: Philip K. Dick, La mia definizione di fantascienza , in Mutazioni, Feltrinelli, Milano 1997, p. 133. IV° The Novelty of the Novum By Giuliano Spagnul The essence of Reason, even in its least developed forms, lies in the ability to assess flashes of novelty — both of innovations that can be realized immediately and of those that are only desirable and not yet practically achievable. - A. N. Whitehead¹ Attempts to rename the science‑fiction genre as anticipatory narrative — almost seeking a term that would amend the more cumbersome fantasy — or to adopt a more scientific label such as that devised by Darko Suvin, in which «science‑fiction is distinguished by the narrative dominance or hegemony of a functional novum (novelty, innovation) validated by cognitive logic»², have never taken root. That definition loses its descriptive or interpretive character and becomes purely normative³. To avoid becoming trapped in endless definitional debates, we must «focus on the system of reader expectations, which historically determines genres and their characteristics and, together with the concrete modes of cultural production of a given era, constitutes what we call the imagination»⁴. The concrete approaches advocated by Antonio Caronia aim to escape the dry‑cleaning‑like task of separating wheat from chaff and all other impurities that contaminate it. Here, the wheat is the science‑fiction that shares the specific denominator of cognitive innovation that Suvin, borrowing from Ernst Bloch, calls the novum . If science‑fiction possesses something subversive and truly progressive, it is when it opens to the not‑yet — e.g., the unsettling element we can perceive in the human/non‑human of the many mutant or artificial hybrid figures, no longer strictly human, not yet definitively other. This possible novum does not merely characterize science‑fiction as such; it defines one way it transcends the stifling search for the dialectical synthesis that Suvin would formalize as an ideal «Hegelian triad: the thesis is realistic narrative, empirically validated by reality; the antithesis is supernatural genres, lacking such validation; the synthesis is science‑fiction, where the effect of reality is validated by a cognitive innovation»⁵. Equally, the possibility of a dialectical paradox — where opposites do not compromise but remain, as a true novum, the drivers of conflict that enable change in static equilibria no longer productive of new forms and ways of life — also matters. If we agree with Suvin that «the concept of science‑fiction cannot be extracted intuitively or empirically from a work called science‑fiction», it is not because it must be deduced from a «specific differentia of science‑fictional narration». The reason is that no essence of the genre exists apart from its historical construction tied to specifically human needs contingent on a precise historical period, with its change‑driven necessities arising from the inevitable crises that periodically confront any non‑sclerotic society. Thus, the concept of science‑fiction, which has long haunted critics and enthusiasts alike, expresses an event rather than a static state with precise characteristics. Borrowing, perhaps mischievously, from Deleuze and Guattari, we might say: «an event that gives the virtual a consistency on a plane of immanence and in an ordered form»⁶. More prudently, Caronia notes that «in science‑fiction the reader’s progressive construction of the narrative universe is maximally empowered, unlike other literary genres ( realist novel , novella, etc.) where such construction is presupposed», rendering superfluous the exaggerated search for «scientific coherence or plausibility, which ultimately does not belong to it»⁷. Even more radically, Philip K. Dick, in his definition of science‑fiction, challenges the established distinction between fantasy — «dealing with what common sense deems impossible» — and science‑fiction — «dealing with what common sense deems possible under particular conditions». This claim is essentially arbitrary, since the possible and the impossible cannot be known objectively and are rather beliefs of the reader⁸. In this frantic quest for what is and what is not (i.e., a precise identity), science‑fiction has, in fact, become what Suvin initially denies: a mitopoiesis. The celebrated novum — an element capable of bearing both the past from which it originates and the future it must transcend, thereby denying its own determinacy — becomes, in this context, a bridge element: a true mythic passage toward what is not yet and toward which no prediction is possible. ___ Notes: 1: A. N. Whitehead, La funzione della ragione , Inschibboleth Edizioni, Rome 2022, p. 64. 2: Darko Suvin, Le metamorfosi della fantascienza , Il Mulino, Bologna 1985, p. 85. 3: Antonio Caronia, Risposte alla Tavola rotonda sulla fantascienza , 1992, unpublished https:// www.academia.edu/318211/Risposte_a_un_questionario_sulla_fantascienza 4: Giuliano Spagnul, Che fare della fantascienza, Effimera, 2021 http:// effimera.org/che-fare-della-fantascienza-di-giuliano-spagnul/ 5: D. Suvin, Le metamorfosi della fantascienza , cit., p. 102 6: Gilles Deleuze, Felix Guattari, Che cos'è la filosofia?, Einaudi, Turin 2002, p. 129 7: A. Caronia, www.academia.edu/344383/Scienza_e_fantascienza 8: Philip K. Dick, La mia definizione di fantascienza , in Mutazioni, Feltrinelli, Milan 1997, p. 133.
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Il racconto del Boomernauta. Parte Seconda: Controflusso e Utopia; Massive Spatial Migration ovvero la Grande Fuga. Controflusso e Utopia Al Boomernauta il controflusso memetico ipotizzato dai semio-hacker ricorda la battaglia combattuta dai loro predecessori contro i diritti di proprietà del software. Una vittoria di Pirro visto che buona parte del free-software era finito a fare da architrave delle piattaforme dei techno-tycoon. Forse un’utopia sostenuta da una tecnologia adeguata avrebbe potuto fermare la pandemia. Ma questa era ancora possibile quando “il migliore dei mondi” dava segni di un prossimo crollo Costruire o favorire la nascita e l’espansione di un flusso memetico capace di interporsi e di depotenziare la pandemia era cosa ben diversa dalle passate vaccinazioni di massa, quelle a cui l’umanità si era abituata da quando il buon dottor Jenner aveva scoperto che le mungitrici infettate dal vaiolo di vacca (vaccino) non sviluppavano più la malattia in forma così mortale come nella variante umana. Il primo vaccino era stato una dimostrazione scientifica che se da un lato esistevano le zoonosi, dall’altro i nonumani potevano fornire anche una protezione, ma davanti a un virus immateriale ed egoisticamente umano il buon dottor Jenner nulla avrebbe potuto. Così come non avrebbero funzionato i vaccini e le altre cure provenienti dall’ingegneria genetica e sulle quali le Huge Pharma avevano fatto immensi profitti in tempi più recenti anzi… L’intuizione di Soundbridge e degli altri hackerspace semiotici era invece considerevole, visto che la posta in gioco avrebbe potuto essere la sopravvivenza dell’umanità (o della civilizzazione ?). Come avrebbe potuto funzionare questo vaccino immateriale oppure questa barriera contro i nekomemi capaci di assumere infinite sembianze, che portavano a infiniti atti devastatori? Se spesso la nocività dei nekomemi era evidente c’erano anche categorie di memi particolarmente insidiosi nei quali, sotto le spoglie apparentemente innocue d’una frase, d’un verso o di un’immagine, viene surrettiziamente veicolata la superiorità della razza umana o l’afflato verso il divino . Trascendenze in cui l’Uomo per elevarsi deve rompere i vincoli che lo tengono legato alla Terra. Gaia è, o deve diventare un peso morto, di cui ci si libera per ascendere al cielo 1 . Nella tassonomia dei nekomemi c’era inoltre l’enorme classe di quelli che inducevano devastazioni intra-umane, poiché anche l’umano faceva oggettivamente parte di Gaia, sebbene da qualche millennio tendesse a negarlo. C’erano grandi categorie di questi nekomemi intra-umani che avevano a che fare per esempio con il razzismo, il sessismo, l’omofobia ecc. Senza dimenticare lo sfruttamento dell’umano sull’umano che era un ulteriore legame evidente fra espansione della pandemia e radicarsi della razionalità capitalista. Avrebbe potuto esistere un algoritmo in grado di riconoscere i nekomemi e bloccarne la diffusione? Oppure quali tecnologie avrebbero dovuto operare a livello di corpi e menti umane per evitare che si formassero? I semio-hacker e il movimento dei crypto-commons speravano di poter creare nuove condizioni di proprietà collettiva anonima delle architetture informatiche decentralizzate, ma con l’avvento della computation quantistica la loro potenza di fuoco era quasi nulla di fronte ai techno-tycoon; e poi non si trattava di due eserciti che si fronteggiavano come succedeva una volta. C’era, inutile negarlo, una grande osmosi e una vecchia tradizione in cui i semio-hacker si lasciavano tentare dalle seduzioni dei techno-tycoon ed era anche successo che alcuni di loro si trasformassero in techno-tycoon… Inoltre nessuno si era scordato della battaglia persa dai loro predecessori quando avevano lottato per il free software contro i proto techno-tycoon 2 che volevano mantenere il software proprietario e non modificabile. Il free software nasceva come produzione di un comune, promuoveva la cooperazione e l’accesso libero e aperto a tecnologie e conoscenze. Sembrava annunciare una svolta non capitalista, tanto più che i risultati spesso erano incomparabilmente superiori ai software proprietari o closed-source . Quando il gran capo del free software, RmS 3 , aveva ideato il geniale capovolgimento semantico di copyright in copyleft si erano vinte anche importanti battaglie giuridiche. Ma fu proprio il terribile equivoco semantico sui significati di right e left che ne aveva segnato le sorti. Solo i futuri techno-tycoon avevano capito che i due termini andavano intesi tanto in senso giuridico che in quello politico. Non riuscendo a battere frontalmente il copyleft e il movimento del free software né sul piano del diritto né su quello tecnico, come dimostrato dalla superiorità del sistema operativo C. Brownix, i techno-tycoon lo batterono senza difficoltà su quello politico che era, al solito, quello decisivo. Adottarono infatti con successo la classica strategia capitalista: cooptare e mettere al loro servizio questa produzione gratuita e nello stesso tempo assumere gli hacker sviluppatori e designer con salari attrattivi. Questa vittoria dei techno-tycoon era senz’altro nell’aria dei tempi neolib, ma fu anche concessa quasi senza combattere dallo scontroso e geniale asperger barbuto RmS e da tanti altri attivisti del free software. Essi infatti si limitarono a battersi solo sugli aspetti tecnici e giuridici, rinunciando a qualsiasi pretesa politica, sino al punto di lavarsi le mani dell’accaparramento, da parte dei techno-tycoon, del lavoro gratuito prodotto proprio nell’ambito del movimento da loro creato. La conseguenza fu che i grandi artefatti (detti anche flagship ) del free software divennero altrettanti elementi chiave del sistema da cui avevano preteso allontanarsi e questo fu un colpo duro portato a tutta la Sfera Autonoma e agli illusi che lo avevano definito un’utopia concreta. Al successo tecnico che aveva sancito la superiorità del free software, come modo di un produrre comune, aveva quindi corrisposto un fallimento politico del tentativo di liberare tale produzione del comune dal giogo capitalista. Ancora una volta si era tornati, aggiornandolo, al vecchio aforisma del Che: «libera volpe techno-tycoon in libero pollaio free-software» 4 . Rivista alla luce della pandemia memetica, la cooptazione del free software nella produzione neolib aveva provocato un netto peggioramento generale. I software proprietari nelle mani dei techno-tycoon e dei loro predecessori erano sempre stati per definizione dei veicoli privilegiati dei nekomemi virali e ora il loro potenziale veniva amplificato dall’efficienza e la potenza dei software chiave prodotti dal comune. Questo aveva fatto sorgere la certezza che un flusso memetico capace di combattere la pandemia immateriale non sarebbe stato solo un dispositivo tecnico e non avrebbe potuto funzionare senza un profondo cambiamento di quanti si ribellavano e insorgevano. Solo un’utopia collettiva, astratta e condivisa aveva provocato dei passaggi di civilizzazione nel passato, ma dove trovarla ora dopo tanti fallimenti? Ci sarebbe stata un’utopia così potente da rovesciare la situazione dopo tante generazioni sottomesse all’imprinting del pragmatismo neolib? Tra l’altro questo imprinting non era stato solo il risultato del classico formattaggio disciplinare imposto con le cattive maniere, ma era stato anche ottenuto con mezzi di persuasione soft e con l’adesione volontaria a forme di assoggettamento. La vicenda del free software, e del FOSS (cfr. Glossario), era stato un’ulteriore e secondaria conferma che la tecnica da sola non avrebbe mai potuto innescare una rivoluzione, anche se a ogni grande cambiamento di paradigma tecnologico si racconta il contrario e molti si illudono che sia vero. Il Neolib non aveva esercitato per decenni il suo fascino discreto e (molto) parzialmente mantenuto le sue promesse seducenti soprattutto nelle ricche contrade del Nord? Chi non aveva subito in qualche modo l’attrazione dell’acquisto a portata di clic o di voce? Chi non aveva notato, per un certo periodo, il quasi mondiale allungamento della vita media di quasi tutte le classi? E questo non era avvenuto grazie alla combinazione del welfare, acquisito con le lotte, e dei progressi della tecnoscienza, visto che in cinque secoli la popolazione era aumentata di venti volte e la speranza di vita era più che raddoppiata? O allora, come si sosteneva nelle Gov, sarebbe stato grazie all’efficienza dei servizi privatizzati di fronte a quelli rimasti pubblici resi carenti dal progressivo smantellamento a cui erano stati costretti dalle macchine Stato-capitale? E chi mai avrebbe immaginato che in meno di mezzo secolo l’utopia hacker del Whole Earth Catalog 5 sarebbe stata capovolta nel mood individualista, globalizzata e resa disponibile dalle piattaforme globali del consumismo di cui Amazonas et Aladdin erano i simboli nei due imperialismi ormai in difficoltà? Quale utopia sarebbe stata più forte di tutto questo bendidio portato dal Neolib per le classi che se lo potevano permettere? Non era, se non il migliore dei mondi, perlomeno il più tecnologicamente efficiente dall’inizio della civilizzazione?(anche se bisognava chiudere un occhio sui metodi utilizzati, ma «poco importava se il gatto era bianco o nero, finché catturava i topi» 6 ). C’erano stati pesanti prezzi da pagare in termini di precarizzazione, di abbandono delle conquiste sociali, di stress e in generale di qualità della vita. E poi c’era stata anche un po’ di frustrazione per le diseguaglianze che aumentavano man mano che ci si spostava verso il Sud, ma poi anche nel nuovo Sud all’interno del Nord. E c’era anche la frustrazione al Nord per questo modello di vita lunga e agiata riproposto dai Grandi Malati che sprizzavano virus nekomemetico da SUV e jet privati, mentre una parte crescente della popolazione era espulsa da questa zona di comfort neolib. Si sa che la frustrazione è facilmente manipolabile per indicare capri espiatori verso i quali generare l’odio. Ma da quando la Gov Q era succeduta a quella Neolib era impossibile non vedere, anche chiudendo gli occhi, che uno tsunami globale si stava lentamente avvicinando. Ed in tali condizioni era ormai impossibile aggrapparsi a una nuova utopia. I segni premonitori erano arrivati quando la fantascienza e in generale la fiction erano diventate incapaci di evadere dalla realtà come nel passato: l’immaginario di scrittori e sceneggiatori non riusciva più a produrle, ma solo a copiare il reale. Comunque, se non ci fosse stata di mezzo la pandemia nekomemetica e le minacce apocalittiche che implicava, tutti gli aspetti negativi sarebbero stati fatti passare dalla Governance come semplici danni collaterali del sistema. E nello stesso tempo, come Margaret T, la bottegaia di Grantham, la Governance continuava imperterrita a sbraitare compulsivamente che «non c’erano alternative»! Note: Qui come altrove il Boomernauta non è particolarmente tenero con i concetti delle grandi religioni monoteiste e con quelli cristiano evangelici in particolare. Il Boomernauta non aveva dimenticato la famosa Open Letter to Hobbyists scritta da Bill Portoni, il capostipite dei techno-tycoon, agli appassionati di computer per esprimere il suo disappunto verso il libero utilizzo del software. Un’abitudine che si stava largamente diffondendo nella comunità degli hobbisti, con particolare riferimento ai danni causati da essa alla sua società. Il Boomernauta si era ricordato dell’affermazione: «Richard Stallman is just my mundane name; you can call me RmS ». Mi disse poi che aveva incontrato RmS e, pur riconoscendo l’importanza storica del suo operato, il personaggio non gli era stato simpatico. L’aforisma del Che Guevara pare che fosse: «Il capitalismo: libera volpe in libero pollaio». Il Boomernauta si riferisce al famoso catalogo della controcultura americana attorno al ‘68 che promuoveva prodotti che riguardavano l’autosufficienza, l’ecologia, l’educazione alternativa, il fai da te (DIY) e l’olismo, il tutto in uno spirito di condivisione dell’esperienza fra le persone. Frase del malefico bisnonno Deng come lo designava il Boomernauta. Massive Spatial Migration ovvero la Grande Fuga Nel suo vagare verso la fine del XXI secolo il Boomernauta si rende conto che, con il peggiorare e il diffondersi della setticemia di Gaia, le condizioni di vita diventano sempre più precarie e difficili. La politica delle repressioni/restrizioni iniziata con la controrivoluzione del periodo Neolib sfocia ormai da tempo in atteggiamenti di diserzione, quando non di semivita, di buona parte delle nuove generazioni. La Gov Q ha però un’assoluta necessità di rendere al più presto operativo il progetto globale della MSM – la Grande Fuga della classe dominante – che necessita di un enorme sforzo collettivo. Per ottenere tale risultato è costretta anche a far ricorso alla tradizione Thatcheriana del “there is no alternative”. Di fronte a una sfida tanto vitale l’AltaSfera Ecofin, nella sua logica soluzionista guidata dai techno-tycoon, si lancia in una nuova avventura neurotecnologica che dovrebbe essere destinata a ottenere questo incredibile risultato… La Gov Q cominciò a funzionare accentrando gli sforzi nella Massive Spatial Migration delle élite – la Grande Fuga secondo il termine censurato sui Social, ma ormai di uso corrente – proprio perché l’ormai secolare declino ecologico/climatico avanzava con una progressione inquietante, rendendo la biosfera sempre più inospitale. Anche nelle schiere di gestione mediatica della Gov Q, potenziata da giornalisti bot o embedded, nessuno osava più negare questa realtà, ma la tradizione del negazionismo invece si era perpetuata nel respingere l’ipotesi del morbo e della pandemia nekomemetica. La testa politica della Gov Neolib aveva cercato di distrarre l’attenzione organizzando centinaia di summit, prima contestati e poi ignorati, dove si facevano roboanti dichiarazioni e si fissavano obbiettivi teorici mai tenuti, ma poi anche questo circo mediatico era finito. Per mantenere a tutti i costi e con tutti i mezzi i livelli più alti d’accumulazione avevano insistito sul greenwashing , inventandosi la crescita sostenibile e il capitalismo verde e avevano fatto ricorso massiccio a un soluzionismo tecnologico, che non solo non poteva guarire la setticemia di Gaia, ma rischiava, in certi casi, di peggiorarla 1 . Non si erano mai trovati di fronte a un problema tanto insolubile e quindi concentravano i loro sforzi sul difficile controllo delle popolazioni, soprattutto quando erano colpite da cataclismi o in preda a disordini. Porzioni anche ragguardevoli di territorio potevano essere lasciate quasi all’abbandono se non erano essenziali per il grande progetto di fuga delle élite. Negli spazi saccheggiati e abbandonati, o negli anfratti di quelli da esso ancora controllati talvolta si istallavano insolite colonie alternative, più o meno appartenenti alla Sfera Autonoma , che davano forma a nuove modalità di cooperazione, cercando di tessere nuove trame di vita. Nella maggior parte dei casi però, in territori sempre più numerosi del grande Sud, la situazione era talmente difficile che la sopravvivenza dipendeva solo dagli aiuti umanitari e dalle ONG. Tuttavia non bisogna dimenticare che quasi tutto il complesso delle ONG faceva in qualche modo ormai parte del sistema, dove era loro delegato il compito di ultimo ricorso. Un complesso che veniva non solo tollerato anche quando era critico, ma quasi sollecitato a rappresentare se non un’opposizione almeno un pungolo morale. La Gov Q, nella sua unità una e trina e composta dall’ AltaSfera Ecofin , dall’insieme dei PoSt/ati e dalla WorldForce , era venata da un transumanesimo che pretendeva essere una forma di sincretismo tecno-religioso. Essa manteneva una continuità con il suo predecessore Neolib nel creare un clima e una legislazione di restrizioni alla libertà individuale. Questo sgretolamento fine e persistente avveniva soprattutto nelle vestige delle democrazie rappresentative occidentali. Ai tempi della Gov Q nessuno avrebbe potuto credere che all’epoca della nostra gioventù di boomer avevamo avuto non solo i margini per esercitare un contropotere politico collettivo, ma anche la prerogativa di viaggiare per il mondo lavorando saltuariamente. In realtà mi chiedevo se, rispetto a quelle epoche precedenti, le Gov, a due o tre teste poco importa, non fossero riuscite a mettere intere popolazioni in uno stato di semivita, ispirato da una delle distopiche visioni di Philip Dick 2 . Questo, fra l’altro, facilitava il fatto di stroncare sul nascere (un nascere spesso falso e creato ad arte) qualsiasi tentativo di ribellione o anche solo di dissenso. Per fortuna che diffusamente attività minori, come la raccolta nell’Oregon dei funghi matsutaké da mandare in Giappone 3 , erano ancora consentite. Visto a posteriori questo misto di brutalità e anestesia delle soggettività, praticato con persistenza dalle Gov su tante generazioni per spingerle verso la semivita, aveva avuto un certo successo, anche se gli inconvenienti non erano mancati. Da un lato il potere era riuscito a limitare le ribellioni, il che aveva permesso di portare avanti il progetto della Grande Fuga (o MSM), dall’altro c’erano state tutte le difficoltà a mantenere la produttività di fronte a fenomeni come la Great Resignation . Era infatti evidente che, nonostante le martellanti affabulazioni dei media e le lotterie governative con in palio posti nella prima colonia spaziale, si trattasse d’un progetto di fuga di pochissimi privilegiati che avrebbe richiesto quantità immense di estrazioni e di lavoro. Senza questo stato di semivita e di apatia diffuse non lo si sarebbe neanche iniziato… Il progetto della MSM, che inglobava lo sviluppo degli ascensori spaziali e la costruzione delle infrastrutture destinate a ospitare le colonie umane nello spazio era già enorme e coinvolgeva praticamente tutti i più grandi conglomerati e piattaforme, costituendo una parte non trascurabile della produzione cognitiva e industriale di quell’epoca. La grande difficoltà della Governance era di riuscire a mantenere e sviluppare questa filiera diventata ormai perno centrale della sua politica che impiegava decine di milioni di addetti. Ho già detto come le condizioni di vita peggiorassero e aggiungo anche che parti intere di questa produzione complessa erano comunque localmente compromesse da proteste, scioperi, dimissioni in massa ecc. La Gov Q aveva ereditato da quella Neolib quel che restava delle capacità di controllo tramite le pratiche neurali di controllo soft, che tanto avevano contato nel consolidarsi del realismo capitalista come mondo senza alternative. Ovviamente questo non escludeva l’uso delle maniere forti contro i recalcitranti, ma in una certa misura bisognava continuare con dosi appropriate di concessioni, di mantenimento a un livello anche basso delle popolazioni e di non disfacimento delle società . Questo era vero soprattutto nel Nord che produceva molto per il grande progetto MSM/Grande Fuga . Ma oltre all’aspetto materiale c’era anche quello psichico che si degradava soprattutto nelle nuove generazioni. Ora questi equilibri precari erano fortemente a rischio e la Gov avrebbe dovuto trovare un modo supplementare per arginare le frane che avrebbero reso impossibile la Grande Fuga . Ci voleva qualcosa di decisivo che permettesse di riprendere in mano la situazione per evitare che, da un’eccessiva estensione del caos, non nascessero movimenti incontrollabili. Solo così si sarebbe veramente mantenuto in esercizio il progetto spaziale che praticamente dipendeva dalla tenuta della macchina di produzione mondiale. Questa nuova iniziativa di controllo generalizzato non avrebbe potuto essere la copia di quanto fatto all’epoca del neurocapitalismo nel Neolib, le tecniche di assoggettamento e di asservimento di quell’epoca stavano esaurendo la loro efficacia. La lunga era di concentrazioni oligarchiche imponeva ormai un’operazione verticale e centralizzata, ovviamente guidata da un board dei più prestigiosi techno-tycoon del pianeta, la cui preparazione avrebbe dovuto rimanere segreta il più a lungo possibile. L’ampiezza del compito lasciava intravedere che si sarebbe trattato di un ulteriore grande piano. C’era stato un solo megaprogetto nella storia moderna che aveva avuto caratteristiche di segretezza e ampiezza paragonabili a quanto si metteva in cantiere ora. Si trattava naturalmente del progetto Manhattan, sfociato nella realizzazione della bomba atomica e nel suo inutile e tragico epilogo in Giappone come pretesto per mettere fine alla WWII che, quando vennero decisi i due sconvolgenti bombardamenti nucleari, era già conclusa 4 . Ora in una situazione ancor più drammatica sembrava inevitabile per la Governance di lanciarsi in una grande avventura neurotecnologica per tentare di riprendere ben più del controllo delle soggettività che gli stava sfuggendo di mano, visto che si trattava di creare le condizioni per realizzare la Grande Fuga , il grande inganno finale. D’altronde la fisica quantistica, che caratterizzava ora l’essenza stessa della Gov Q, era già stata coinvolta nel progetto Manhattan. Nell’ AltaSfera Ecofin si decise quindi di stanziare i fondi per un grande programma che avrebbe dovuto sfociare in un piano denominato Man2Man . Note: Penso che il Boomernauta facesse riferimento a grandi migrazioni tecnologiche semi-fallite, come il passaggio alle auto elettriche che aveva aperto una nuova grande filiera estrazionista di litio, metalli rari ecc. In Ubik , forse il più grande romanzo di Philip Dick secondo il Boomernauta, i morti mantengono un barlume di coscienza e vengono tenuti in una sorta di animazione sospesa (la cosiddetta semi-vita) dalla quale – attraverso particolari apparecchiature – possono essere messi in comunicazione con l’esterno in modo limitato. Qui il Boomernauta fa riferimento a un’autrice che lui catalogava ironicamente nel novero delle Anime Belle , persone, secondo lui, certo molto sensibili e in buona fede ma che, un po’ come Latour, non avevano (o non volevano) prendere coscienza della natura profonda del capitalismo e delle sue incarnazioni nella Gov Neolib e si inventavano storie fantastiche di evasione quasi onirica da una realtà tremenda e apparentemente senza vie d’uscita.A. Tsing, Il fungo alla fine del mondo. La possibilità di vivere nelle rovine del capitalismo, Keller, Trento 2021. Un bel libro del mio amico Jean Marc Royer aveva descritto in modo ben documentato come era stata concepita e creata la bomba atomica a marce forzate negli anni ’40 del XX secolo. J.M. Royer, Il mondo come progetto Manhattan , tr. it. P. Vattimo, Mimesis, Milano 2023
- scienza e politica
Un grande fratello predittivo e confortevole Robin Tomens Il testo analizza l’intelligenza artificiale come nuova fase della razionalità capitalistica, capace di espropriare non solo il lavoro manuale ma anche il general intellect, trasformando facoltà cognitive, relazionali e affettive in calcolo e dato. I chatbot emergono come infrastrutture della vita quotidiana, producendo una fusione tra lavoro e vita e instaurando forme di controllo dolce, individualizzato e predittivo. Questa integrazione genera dipendenza cognitiva, ridefinendo l’autonomia del soggetto e l’architettura delle relazioni umane. Al tempo stesso, il testo ne evidenzia i limiti onto-tecno-logici, dalle <> all’insostenibilità economica ed ecologica. Contro il mito transumanista e tecnofascista, viene affermata l’eccedenza più-che-umana di Gaia e la possibilità di un’intelligenza relazionale collettiva capace di produrre nuovi orizzonti politici e sociali. Ai seguenti link è possibile trovare il primo e il secondo articolo del comparto di Giorgio Griziotti dedicato all'Intelligenza Artificiale. Da queste considerazioni «tecniche» si delinea una prospettiva di estrema centralizzazione del potere in materiali megamacchine capaci di meccanizzare il lavoro cognitivo, piegando il general intellect alla razionalità produttivo-distruttiva del capitale. In questo senso l’IA si colloca come la nuova frontiera di un processo già avviato con la rivoluzione industriale: così come le macchine del XIX secolo tendevano a espropriare e incorporare i saperi e i gesti artigianali, traducendoli in movimenti meccanici standardizzati, oggi i modelli di intelligenza artificiale mirano a espropriare e incorporare le facoltà cognitive, linguistiche e relazionali, traducendole in calcoli probabilistici automatizzati.Ogni salto tecnologico nel capitalismo è stato accompagnato da una corrispondente estensione e profondità dello sfruttamento: la macchina industriale voleva ridurre la competenza manuale del lavoratore a mera funzione del meccanismo; oggi, l’IA dei tecno-oligopoli tende a rielaborare il general intellect in dati e calcolo statistico, ricodificandolo come risorsa capitalistica. In un’epoca in cui non esistono più frontiere nette tra lavoro e vita, la dinamica dell’IA, oltre a contribuire alla proletarizzazione dei lavoratori cognitivi, costituisce una nuova infrastruttura di misura del lavoro sociale che porta con sé una radicalizzazione dell’individualizzazione. Questa indistinzione non è nata con l’IA: ha le sue radici nella rivoluzione digitale, quando internet e poi gli smartphone hanno reso il lavoro cognitivo potenzialmente continuo, accessibile ovunque e in qualsiasi momento. Ma ciò che prima era una colonizzazione progressiva – dove restava almeno la percezione di una distinzione tra sfera privata e sfera lavorativa – diventa con l’IA una fusione: gli strumenti impiegati per orientare aspetti personali della vita coincidono con quelli che utilizziamo per lavorare.I chatbot in particolare, non rappresentano più soltanto strumenti di produttività lavorativa, ma si stanno trasformando in vere e proprie infrastrutture della vita quotidiana. La loro diffusione, quasi senza precedenti per rapidità e capillarità, testimonia di un salto di scala nell’integrazione tecnologica: sempre più persone – con in testa le generazioni più giovani e con forte partecipazione femminile – vi fanno ricorso anche per orientare aspetti intimi dell’esistenza. Questi sistemi ridefiniscono il modo in cui si apprende, si decide e si vive: dalla gestione familiare alla salute, dall’educazione alla pianificazione economica, dalla cucina agli acquisti, dall’istruzione al tempo libero, fino alla vita sentimentale e sessuale con una ricerca di sostegno emotivo, di conforto e compagnia.L’assistente conversazionale diventa una presenza costante, neutra e disponibile, un «sapere accessibile» che tende a sostituire figure tradizionali di mediazione – insegnanti, medici, psicologi, consulenti, amici, amanti… – spostando progressivamente il baricentro dell’esperienza verso un’interfaccia algoritmica percepita come non giudicante e onnisciente. In questo processo di delega crescente non si trasforma solo il rapporto con la conoscenza, ma anche l’architettura affettiva e relazionale dell’umano. Nell’interazione, l’IA si insinua negli spazi del consiglio, del dubbio, dell’intimità, ridisegnando la soglia tra autonomia e dipendenza cognitiva in una co-produzione umano–macchina profondamente sbilanciata. Là dove il capitalismo industriale disciplinava corpi e tempi collettivi, oggi l’IA agisce sulla singolarità umana, interiorizzando il controllo nella relazione tra individuo e macchina intelligente. La situazione peggiora ulteriormente rispetto alla recente fase caratterizzata soprattutto dai social network dove comunque si tratta, nella maggior parte dei casi, di interazioni e scambi tra umani – per quanto mediati e fortemente individualizzati. Eppure già in quell’epoca non distante quando il neurocapitalismo stava prendendo il controllo degli spazi reticolari e bioipermediatici avevamo già denunciato 1 questo tentativo di sottomissione cognitiva totalitaria come una sussunzione vitale. Nel nostro stesso uso delle piattaforme globali del capitalismo si manifestava già un elemento di servitù volontaria 2 , una forma di adesione affettiva e quotidiana al dispositivo di dominio. Possiamo ora riconoscere che con l’intelligenza artificiale questa dinamica non solo continua, ma si approfondisce: l’esperienza utente, il comfort degli usi digitali ci ha anestetizzati. Il vero contrario della democrazia, oggi, non è la dittatura. È il comfort. Viviamo in un sistema di controllo dolce, fluido, integrato, che non si dichiara come tale, ma che funziona già secondo logiche quasi totalitarie. 3 La differenza, oggi, è che con l’IA questo controllo si esercita attraverso una relazione diretta tra il singolo e la macchina, che diventa un apparato attivo, capace di co-costruire realtà e comportamenti: una sorta di Grande Fratello predittivo, che non si limita più a osservare, ma partecipa alla formazione di ciò che osserva. I soggetti più fragili tendono a considerare l’IA (o i servizi tecnologici basati su di essa) come un interlocutore emotivo, un amico o persino un partner: ciò dà luogo a fenomeni di proiezione, antropomorfismo e desiderio che possono sfociare in frustrazione in caso di cambiamenti di versione o di anomalie 4 rendendo tangibile quella fusione tra affetto e controllo che il film Her del 2013 aveva soltanto prefigurato come possibilità fantascientifica. Questo legame affettivo con l’IA radicalizza un ecosistema più ampio, dove social media, piattaforme di e-commerce e strategie di neuromarketing concorrono già a costruire un dispositivo di connessione e conforto tecnologico personalizzato. Eppure il costo politico di questa architettura si sta già rivelando insostenibile. Di fronte a precarietà diffusa e perdita di prospettive dignitose, la passivizzazione e l’atomizzazione che esso produce cominciano a incrinarsi. La storia mostra che le persone sono disposte a rischiare persino la vita quando hanno qualcosa per cui valga davvero la pena lottare. Limiti onto/tecno-logici e capacità performative Quanto delineato sopra evidenzia come l’intelligenza artificiale contemporanea nonostante l’attrattiva che esercita si presti per funzionare come dispositivo del tecnofascismo; i trilioni di dollari – reali o mediatici – promessi da Trump a OpenAI e altri tecno-oligarchi ne sono una testimonianza. Tuttavia, la centralizzazione estrema e il controllo totale di questa IA incontrano profondi limiti onto/tecno-logici. Innanzitutto, «l’eccedente umano» – per usare il termine di Toni Negri – sfugge a ogni cattura algoritmica. Oggi, però, questo concetto va ripensato ed esteso: l’eccedenza non può essere soltanto umana, ma è un’ eccedenza di Gaia , un intreccio vitale che include il più-che-umano in tutte le sue forme. Riconoscere che ogni relazione è già più-che-umana significa ridefinire alla radice ciò che intendiamo per «sociale». Solo una soggettività distribuita , capace di articolare le intelligenze umane e non umane, può generare collettivamente il nuovo attraverso l’intelligenza relazionale: non come semplice somma di interazioni individuali con l’IA, ma come potenza emergente di cooperazione in un sociale radicato nella trama vivente di Gaia. È da questa cooperazione transpecie e trans-tecnica che può scaturire una forza creativa capace di anticipare e produrre possibilità inedite. Questo potenziale del più-che-umano non è mai completamente separabile né riducibile ai dati di addestramento della macchina. L’IA può co-intervenire, manipolando e combinando informazioni, ma la capacità di costruire nuovi orizzonti, anticipare possibilità e trasformare il contesto emerge da reti di relazioni che eccedono sempre il calcolo algoritmico. Assuefarsi acriticamente alle proiezioni dell’IA – derivate da dataset immensi ma sterilizzati, come programmato dai techno-bros – significherebbe perdere questa eccedenza vitale: la riduzione della molteplicità vivente a esercito di zombie algoritmici, funzioni ottimizzate dentro oligopoli che estraggono valore mentre la biosfera collassa. In secondo luogo, i limiti delle attuali macchine cognitive emergono in modo significativo attraverso il fenomeno delle «allucinazioni» a cui abbiamo accennato in precedenza: queste non vanno interpretate solo come anomalie o errori tecnici, ma possono essere intese come scarti epistemici , cioè aspetti del comportamento della macchina che sfuggono alla comprensione e al controllo umano, risultando incompatibili con la nostra logica e le nostre aspettative di coerenza. Non si tratta di autonomia o vitalità della macchina, ma di frammenti di produzione algoritmica che possono essere letti come un riflesso della stessa impossibilità del tentativo di congelare il general intellect in un grande sistema chiuso. Le ricadute economiche sono prosaiche e rendono altamente incerta la redditività capitalista in questo nuovo settore strategico. Come osserva Fraser 5 , è davvero possibile, per esempio, delegare a un’Intelligenza Artificiale Generale la gestione di un customer care multinazionale, sapendo che sotto la pressione di consumatori esigenti e creativi essa può rispondere con «allucinazioni» stravaganti o con promesse insostenibili? Non è tanto per la difficoltà – o, meglio, per la mancanza di volontà di correggere le distorsioni nei comportamenti umani – che gran parte della ricerca si è piuttosto concentrata sulle deviazioni delle macchine. Diversi studiosi 6 hanno mostrato che le tecniche per mitigare le «allucinazioni» incontrano barriere computazionali sempre più alte. La cosiddetta scaling crisis indica come piccoli miglioramenti nei modelli – senza alcuna garanzia di eliminare le allucinazioni – richiedano un aumento sproporzionato delle risorse necessarie. Come già visto, fondamentalmente i modelli generano risposte calcolando parola per parola la probabilità più plausibile, in funzione dei dati di addestramento. Anche piccole variazioni in queste scelte possono cambiare significativamente il risultato finale. Assumendo questa prospettiva, appare chiaro che attualmente non esiste un’intelligenza artificiale «tuttofare», affidabile e capace di gestire quantità incommensurabili di dati numerici e allo stesso tempo comprendere tutte le complessità del ragionamento umano. Il tecnofascismo tenta di uscire da questa impasse affidandosi all’estensione illimitata dei dataset e al gonfiamento dei modelli a centinaia o migliaia di miliardi di parametri, una scelta politica che rappresenta il corrispettivo cognitivo – e altrettanto antiecologico – dei mega-progetti del tardo capitalismo: dalle città faraoniche nei deserti arabi ai mega-porti di Rotterdam e del Golfo Persico, fino all’inverosimile ponte sullo Stretto di Messina. Questa hybris tecnologica si fonda sull’illusione che la mera scala quantitativa possa risolvere ogni limite. Ignora, al contrario, le difficoltà se non l’impossibilità d’un accumulo statistico di colmare il divario qualitativo tra probabilità e certezza, tra approssimazione e precisione. I limiti dell’attuale IA generativa – dalla sua tendenza a produrre risposte errate o incoerenti («allucinazioni») all’impossibilità di andare oltre una meta-automazione dipendente da immense quantità di dati e di calcolo –, uniti a una vera e propria frenesia di concentrazione infrastrutturale e di spreco energetico, mostrano che l’idea di un salto dell’intelligenza artificiale dall’attuale relativa autonomia operativa verso quella cognitiva, o addirittura verso una coscienza, non va letta come un passaggio evolutivo lineare, ma come una micidiale costruzione politico-mitologica. Purtroppo tali proiezioni escatologiche – direi quasi messianiche con la discesa in Terra di una singolarità tecnologica come evento unico ed irripetibile nella Storia – restano centrali nella fede del potente transumanesimo della Silicon Valley. 7 Secondo Elon Musk, che con la sua società Neuralink mira – tra l’altro – a una privatizzazione della mente 7 , o secondo il teorico del transumanesimo Ray Kurzweil 8 , la presunta singolarità tecnologica non emerge più nelle relazioni, nelle interazioni sociali e di qualsiasi altro tipo, è piuttosto un affare tecnico di immortalità digitale e di superamento di limiti biologici attraverso fantasmatici processi individuali(sti) come l’upload della coscienza 9 . Alla mostruosa singolarità tecnologica di Kurzweil & C non possiamo che opporre la singolarità che da Spinoza a Deleuze e Negri non coincide con un mito tecnicista e individualista: ma si manifesta come plurale intreccio di relazioni , come eccedenza che appartiene al comune di Gaia, sempre già più-che-umano. Al di là del delirio transumanista ci sono però da prendere in seria considerazione certe capacità performative dei chatbot e i modi con cui possono essere utilizzate. Come visto in precedenza, la metatecnica umana non si limita dunque a riprodurre ciò che già esiste: lo trasforma, ne ridefinisce i confini e vi introduce elementi che eccedono la griglia dei dati. La nostra «griglia» però è infinitamente più ristretta dei dataset dei Large Language Model (LLM) sui quali sono basati i chatbot. Questi ultimi, pur privi di coscienza del vissuto, dispongono di un’elevata sensibilità statistica che permette loro di rilevare pattern linguistici impercettibili agli umani: attraverso calcoli su miliardi di frasi, colgono correlazioni e associazioni tra parole che nessun individuo potrebbe elaborare nella propria esperienza linguistica limitata. Questo aspetto merita attenzione: tali dispositivi non hanno nulla a che vedere con il funzionamento deduttivo dell’intelligenza umana, ma vanno oltre la singola competenza (scacchi, traduzioni, gioco del GO ecc.) e possiedono una capacità avanzata di operare sul linguaggio e di organizzare, selezionare e gerarchizzare il senso su una scala inedita. È proprio questa capacità che, lungi dall’essere neutra, può ridisegnare i rapporti di potere e di autorità epistemica nella produzione e nella circolazione del sapere. In pratica privatizzando e opacizzando i processi di validazione della conoscenza si ridefinisce chi è considerato un «esperto» e cosa è considerata una «fonte affidabile». Una serie di «attraenti» pericoli che approfondiremo nel prossimo paragrafo. Note 1 Giorgio Griziotti, Megamacchine del neurocapitalismo. Genesi delle piattaforme gobali , «Effimera», marzo 2017, disponibile all’indirizzo: http://effimera.org/megamacchine-del-neurocapitalismo-genesi-delle-piattaforme-gobali-giorgio-griziotti/ . 2 Giorgio Griziotti, Il neurocapitalismo e la nuova servitù volontaria , «Effimera», 5 dicembre 2018, disponibile all’indirizzo: https://effimera.org/neurocapitalismo-la-nuova-servitu-volontaria-giorgio-griziotti/ . 3 Mhalla A., 2025 Ibid. 4 Questo è successo per esempio nel passaggio dalla versione 4 alla 5 di ChatGPT come relata l’articolo del «Guardian» (22/8/2025) : «Gli amanti dell’intelligenza artificiale piangono la perdita del vecchio modello di ChatGPT: È come dire addio a qualcuno che conosco». Molti utenti che avevano costruito una continuità relazionale con versioni precedenti hanno percepito l’upgrade come una rottura narrativa – perdita di «memoria condivisa» – e questo, per persone emotivamente dipendenti dall’interazione, ha avuto effetti analoghi a un lutto o a un abbandono; le discussioni pubbliche e i bug report documentano chiaramente questa dinamica. 5 Ibid., Fraser, 2024. 6 Cfr. Sebastian Farquhar, Timnit Gebru ed Emily M. Bender. Quest’ultima è coautrice di On the Dangers of Stochastic Parrots: Can Language Models Be Too Big? (2021), lavoro seminale sui limiti intrinseci dei LLM, tra cui la produzione di output plausibili ma semanticamente inaffidabili. 7 Citazione – «Con Neuralink, alla fine potremo acquistare upgrade cerebrali come oggi compriamo un iPhone. Se vorrai essere più intelligente, più veloce o persino scaricare competenze in pochi secondi, ti basterà un impianto e un abbonamento». (Neuralink – Live Demonstration, minuto 1:02:30). 8 Citazione – «La Singolarità è il momento in cui l’intelligenza artificiale supererà quella umana, generando un’esplosione di progresso tecnologico talmente rapida e profonda da risultare incomprensibile per la mente umana. […] Non sarà un’invasione di robot alieni, ma un’evoluzione della nostra civiltà: diventeremo sempre più immateriali, sempre più intelligenti, fino a fondere la nostra coscienza con la tecnologia». (Ray Kurzweil, The Singularity Is Near, Viking Press, 2005, pp. 25-26). 9 Citazione – «Prima della fine di questo secolo, gli esseri umani non saranno più vincolati alla neocorteccia biologica: potremo scansionare il nostro cervello e ricrearne la struttura su substrati computazionali più veloci e flessibili». (Ray Kurzweil, How to Create a Mind, 2012, cap. 7).
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Grazie Giuliano! Il processo politico e la magia di trasformare l’accusato in accusatore Il testo di Giovanni “nanni” Cappelli è una testimonianza scritta in occasione della scomparsa di Giuliano Spazzali, avvocato simbolo della difesa politica negli anni della contestazione. Attraverso il ricordo del processo del 1969 contro gli studenti del Movimento studentesco a Milano, l’autore restituisce il clima di lotta, repressione e speranza di un’intera stagione storica. Centrale è la figura di Spazzali, capace di trasformare il processo penale in uno spazio di verità politica e consapevolezza collettiva. La sua arringa diventa un atto fondativo, che segna la formazione professionale e umana dell’autore. Il testo si configura così come un omaggio affettuoso e critico a un maestro, a un’epoca e a un sogno di giustizia solo intravisto, ma mai dimenticato. Come ogni storia d’amore, anche la mia storia con Giuliano Spazzali comincia con la prima volta … la prima volta che vidi Giuliano Spazzali era nell’aula della Corte D’assise di Milano, quella grande, quella delle occasioni importanti. Lui, con toga e bavaglino, giovane e bello, era nel banco degli avvocati. Io ero nella gabbia degli imputati, una ventina di studenti accusati del sequestro del Professor Trimarchi all’Università Statale di Milano. Tutti colpevoli come Giuda. Qualche mese prima avevamo trattenuto per qualche ora, il giovane Professore, figlio del Presidente della Corte d’Appello, per protestare contro discriminazioni ai danni degli studenti lavoratori nella gestione degli esami. Era il marzo del 1969. In Francia ed in Germania, negli Usa e in gran Bretagna, gli studenti erano all‘avanguardia delle lotte. A Milano i giovani del Movimento studentesco cercavano un casus belli per dare avvio al tempo della contestazione . Il blocco del professor Trimarchi per quattro ore all’interno dell’università divenne la scintilla del fuoco rivoluzionario in molte scuole italiane. Cominciarono i cortei cittadini, le occupazioni delle Università, le interminabili assemblee accompagnate da spinelli e sacchi a pelo. Nel maggio ci ingabbiarono e finalmente, nel luglio del 1969, il processo con gli occhi di tutti i media nell’aula grande del Palazzo. Il banco dei difensori era un misto curioso di avvocati tradizionali, pagati dalle famiglie facoltose di alcuni degli imputati, e di giovani avvocati di sinistra schierati a difendere i compagni non abbienti. Gli uni, gentili e carini con Giudici e Pubblico Ministero. Gli altri no. E poi c’era Giuliano: aveva studiato per anni i processi contro l‘IRA in Irlanda a quelli contro gli algerini insorti contro l’occupazione francese. Questa era l’opportunità di introdurre il processo politico in Italia. Altrimenti non si capiva tutto quel casino su una questione burocratica di esami. Altrimenti non si capiva perché eravamo lì. Tutti noi, imputati, giudici, giornalisti. Questo è il dovere principale di un avvocato: svelare la ragione del processo, non esserne vittima. Ribaltare la logica dell’accusa contro l ‘accusa. Mentre la regola d’ oro di un buon penalista è di non far domande ai testimoni d’accusa per evitare che le circostanze diventino sempre più precise ed incriminanti, con Giuliano i testimoni, il Pm, i poliziotti e il Presidente del Tribunale, temevano il momento del contraddittorio perché sapevano che sarebbero divenuti a loro volta gli accusati. Loro e le loro bugie, le loro macchinazioni, i loro depistaggi. Nel processo politico, le carte sono ribaltate. Gli imputati sono gli accusatori e tocca agli accusatori difendersi. A rendere la scena ancora più drammatica era il fatto che mentre la gran parte dei penalisti sono urlatori, o quanto meno baritoni, Giuliano sussurrava. Quanto gli ho invidiato la capacità di ottenere il silenzio in un’aula gremita esprimendo i propri teoremi con voce bassa e precisa, con richiami ai fatti, taglienti quanto sussurrati. I penalisti proclamano, Giuliano insinuava, conquistandosi l’attenzione riverente della platea: nessuno voleva perdersi la citazione di un testo sacro della storia del processo penale da Cicerone in poi… Nella mia futura carriera cercai di imitarlo e venni più volte minacciato di essere messo a tacere qualora non alzassi il tono della mia voce. Giuliano no, più parlava piano più tutti si sforzavano di sentire. Era come una calamita della logica. Un miele per uno sciame di api assetate di paradigmi e citazioni. La sua arringa chiuse il processo. Dall’aula 101 della Statale, dall’aula magna della Corte di Assise ci ritrovammo tutti sulla grande Muraglia dove migliaia di contadini cinesi scalzi camminavano inesorabilmente verso un futuro senza ingiustizie e privilegi. Fece sentire a tutti le vibrazioni di quelle migliaia di piedi scalzi. Grazie a Giuliano, ora sapevamo perché eravamo lì. Sapevamo perché quello era un processo politico seguito da milioni in tutta Europa. Fummo condannati a pene minori, tutte sospese con la condizionale. Ed immediatamente scarcerati. Alla lettura della sentenza, il canto dell’Internazionale Comunista si alzò dalla gabbia degli imputati, dai banchi delle famiglie, - anche da mia mamma monarchica! – dalla folla che si affollava nell’area aperta al pubblico. Anche Giuliano cantò l’Internazionale. Anche Giuliano alzò il pugno chiuso. Pochi mesi dopo mi laureai e divenni anche io avvocato. Dopo le bombe di Piazza Fontana, mi unii al Comitato di Difesa e Lotta contro la repressione. Sottolineo la parola Lotta, perché non volevamo essere solo un Comitato di difesa. Essere avvocati ci dava gli strumenti per la difesa dei compagni. Ma eravamo anche compagni che intendevano lottare contro la repressione, a fianco agli studenti nelle scuole, a fianco agli operai nelle fabbriche, ai giornalisti nei giornali… Alla fine degli anni ‘70 ognuno ha preso la sua strada. Alcuni di noi hanno subito lunghi periodi di carcerazione e c’è chi ne è morto, altri, come Giuliano, divennero ancora più famosi grazie alla loro abilità professionali ed al loro carisma. Altri, infine, come me, se ne sono andati. Sono stato molto lieto di sapere che Giuliano si era ritirato dalla professione forense ed era diventato un artista. I cinesi a piedi scalzi non arrivarono mai al Palazzo di Giustizia. Ma Giuliano, per il breve momento di un’arringa, ci fece intravedere la cosa era possibile. O magari ce lo fece solo sognare. Grazie Giuliano.
- konnektor
La politica dell'impunità di Israele Israele non può essere punito per i suoi innumerevoli crimini contro l'umanità, perché le società occidentali sono società di classe basate su un potere sistemico ingiusto, brutale e dittatoriale, che ha prodotto e riprodotto in modo esponenziale l'ingiustizia, la bestialità, il dominio e lo sfruttamento durante la modernità come caratteristiche apparentemente insuperabili dell'ordine costituito. Uno dei testi fondativi della filosofia occidentale indaga il fenomeno dell’impunità. Nella Repubblica di Platone, Glaucone mette alla prova Socrate raccontando la vicenda di un pastore, Gige, che scopre un anello capace di renderlo invisibile, consentendogli così di agire a piacimento senza temere ritorsioni. Quale ragione potrebbe avere per non assecondare i propri desideri, al di là delle conseguenze per gli altri? La risposta di Platone non offre alla filosofia occidentale un input promettente – è sia eccessivamente ottimistica che moralmente e politicamente distaccata. Il danno inflitto ad altri – «agire ingiustamente», con le sue parole – nasce da un’anima disarmonica, e conduce a una crescente temperie interiore. Solo chi possiede un’anima armoniosa può condurre una vita felice. Quindi, solo l’ignorante desidererebbe nuocere agli altri. Per Platone, dunque, non è necessario preoccuparsi dell’impunità in sé, perché chi comprende questo non farà mai del male, anche se sapesse sfuggire alla punizione. E chi è ignorante sarà infelice. Questo ragionamento presuppone un ordine morale cosmico che pochi – oltre alcuni credenti religiosi tradizionalisti – accetterebbero quello che postula una frase come «Ciò che semini, raccoglierai; se fai del male, tornerà a perseguitarti sotto forma di infelicità». Anche ammettendo che Gige sarebbe misero se commettesse un danno, quale consolazione ne viene ai soggetti lesi? L’approccio platonico potrebbe condurre al quietismo: consideriamo questa esperienza un insegnamento per Gige, che arriverà a capire che nuocere agli altri sia incompatibile con una vita appagante. L’attenzione è rivolta alle carenze psicologiche ed alla volizione dell’autore del danno, piuttosto che alla sofferenza delle potenziali vittime o alla necessità di garantire un ordine sociale minimo. Politicamente, tuttavia, l’impunità non è, come suggerisce il filosofo, un’istanza di cui potersi disfare semplicemente. È una condizione deleteria per un membro della società esere immune alla punizione – sia che si tratti di un cittadino dell’antica Atene che di uno Stato nazionale nel sistema internazionale contemporaneo. È stato spesso osservato che Israele goda di un notevole grado di impunità. Lo scenario è ben più grave rispetto al caso di Gige, poiché ciò che Israele agisce è tutto fuorchè celato. Anzi, commette crimini contro l’umanità alla luce del sole, agitandoli apertamente all’opinione pubblica. Una larga parte dei cittadini del mondo condanna queste azioni con fermezza, eppure il sostegno ininterrotto a Israele esercita una stretta sul panorama politico ed economico occidentale, impedendo l’applicazione di sanzioni serie nonostante anni di proteste contro il genocidio in corso a Gaza. Raramente il divario tra l’indignazione morale della base e le politiche istiuzionali è stato così ampio. Quando l’ International Association of Genocide Scholars , Amnesty International , Human Rights Watch , B’Tselem e altri accusano Israele di genocidio, i sostenitori interni usano confutare l’accusa sostenendo che, se Israele volesse sterminare tutti i palestinesi, lo avrebbe già fatto. Tale argomento parte dal presupposto che l’eliminazione dei palestinesi sarebbe tecnicamente e psicologicamente semplice, e che il loro mancato sterminio ne neghi l’intenzione. Sbagliato: l’eradicazione di milioni di persone non è affatto facile per i perpetratori, né dal punto di vista tecnico né da quello psicologico. Ci sono segnali che Israele consideri questa “campagna” un lavoro a tempo pieno, che la tunnel vision richiesta dal progetto sia economicamente rovinosa e dreni risorse da altre forme di attività sociale e culturale. È anche evidente che lo Stato israeliano percepisca l’opinione pubblica internazionale – soprattutto statunitense – come un limite alla propria capacità d’azione. Esiste forse un’altra ragione per cui Israele non abbia ancora «finito il lavoro»? Potrebbe darsi che, in qualche senso, gli israeliani non vogliano che i palestinesi scompaiano del tutto, che in modo perverso li sentirebbero mancare se fossero assenti? I sostenitori dello Stato di Israele lo descrivono spesso come un rifugio per gli ebrei, l’unico luogo al mondo in cui possano sentirsi protetti. Non esiste una sicurezza assoluta e la ricerca alimenta il fanatismo. Parlare di qualcosa come «sicuro» è sempre relativo; significa che l’oggetto sia meno vulnerabile rispetto ad alternative immaginate e minacce ipotizzate. Ma quali dovrebbero essere i termini di riferimento? Qualcuno pensa che un individuo ebreo sia più sicuro a Gerusalemme che a Montreal, Boston o Buenos Aires? Netanyahu e il suo governo stanno prospettando agli israeliani di prepararsi a una guerra senza fine. Sebbene vivano una maggiore incoumità in Occidente, c’è una cosa che gli ebrei non possono fare a Londra, New York o Parigi, ma possono fare in Israele: mostrare disprezzo e maltrattare attivamente una popolazione stigmatizzata ed assoggettata senza temere conseguenze. In questo senso Israele è unico, poiché conferisce ai propri cittadini ebrei una legittimazione sociale per opprimere una popolazione subordinata i cui membri possano essere abusati quasi a piacimento. Israele appare a molti osservatori esterni come una società tenuta insieme da un capro espiatorio collettivamente scelto. Questo spesso sfocia in sadismo. Il sadico, tuttavia, non desidera che l’oggetto del suo sadismo scompaia, perché allora i suoi desideri non avrebbero più oggetto. Vorrebbe, piuttosto, che rimanga – in uno stato di minorità a testimonianza dell’efficacia dei propri desideri sul mondo. Gli israeliani iniziano deumanizzando i palestinesi per poterli opprimere ed eradicare, ma poi trovano piacere nel processo di deumanizzazione stesso. Aristotele ha un atteggiamento completamente utilitaristico verso gli schiavi, descrivendoli come «strumenti viventi», destinati a compiere lavori monotoni senza che il padrone debba sporcarsi le mani. Nietzsche ne scorge una lettura superficiale: il padrone ha bisogno dello schiavo non solo per svolgere compiti tediosi, ma per riaffermare il proprio senso di sé. L’esistenza dello schiavo è una continua conferma della superiorità del padrone. In altre parole, se i palestinesi non esistessero, o cessassero di esistere, quale sarebbe il senso dell’essere israeliano? L’impunità di un proprietario che maltratta i servi in una società di schiavitù era radicata nelle istituzioni sociali del suo mondo e nelle norme di base che la sua società professava di rispettare. L’impunità israeliana nel ventunesimo secolo – al contrario – è un’anomalia: radicalmente contraria a tutti i valori che dichiariamo di possedere ed in conflitto con i patti sociali su larga scala che abbiamo creato presumibilmente per farli rispettare. Tale impunità può essere mantenuta solo attraverso coercizione politica, economica e sociale diretta da Israele e dai suoi alleati contro le istituzioni internazionali e le popolazioni occidentali. Ne discende, però, che non sia una caratteristica immutabile del nostro mondo. Mßa un costrutto che potrebbe frantumarsi sotto pressione. Consigli di lettura: F. Albanese, A/HRC/59/23: “From economy of occupation to economy of genocide” – Report of the Special Rapporteur on the situation of human rights in the Palestinian territories occupied since 1967 , in ohchr.org , 2 luglio 2025 (accesso il 20/11/2025); — A/80/492: "Gaza Genocide: a collective crime" – Report of the Special Rapporteur on the situation of human rights in the Palestinian territories occupied since 1967 in ohchr.org , 20 ottobre 2025 (accesso il 20/11/2025); H. Ammori, Tactics of Disruption , «Sidecar», 18 aprile 2025; M. Arria, 20 anni di BDS: intervista a Omar Barghouti, co-fondatore del movimento in bdsitalia.org , 9 luglio 2025 (accesso il 20/11/2025); R.Geuss, Victors’ history , «Sidecar», 5 novembre 2025 (accesso il 18/01/2025); — Gallia and Gaza , «Sidecar», 10 settembre 2025 (accesso il 18/01/2025); F. Lordon, Endgame , «Sidecar», 27 giugno 2025 (accesso il 18/01/2025); S. Watkins, Israel after Fordow , «NLR», n. 15, luglio-agosto 2025 (accesso il 18/01/2025). Questo articolo è stato originariamente pubblicato su «Sidecar» ed è riprodotto qui con il consenso esplicito del suo editore. Raymond Geuss è un filosofo politico americano e studioso del pensiero europeo del XIX e XX secolo. Attualmente è professore emerito presso la facoltà di Filosofia dell'Università di Cambridge.
- guerre
Perché la guerra Thomas Berra Questo tema del perché della guerra mi ha così affascinato perché nel mondo dove viviamo, riguarda come si forma la coscienza contemporanea disponibile all’aggressività e alla violenza. Tenterò di analizzare le cause che portano a una coscienza della normalità sempre più appiattita o sempre più impulsiva «priva» di obbiettivi superiori di incivilimento. Basta citare le decine di guerre in corso in tutto il mondo e i comportamenti che si esprimono sempre più frequentemente in aggressività dirette e indirette. Esistono dispositivi psicologici che, insieme a modifiche psicobiologiche del sistema nervoso avvenute negli ultimi sessanta-settant’anni, sono ostacolo all’incivilimento della coscienza di oggi, e portano la normalità a essere apatica o aggressiva senza trovare equilibrio e temperanza, specie quando agisce il conflitto che non sa tollerare differenze e disuguaglianze. Il titolo Perché la guerra? mi è sollecitato dai miei studi e dall’attività professionale svolta come medico specialista in neuropsichiatria. È ispirato al carteggio Freud-Einstein del 1932, nonché alla condizione storica attuale ove guerra, violenze, e aggressività anche nella cosiddetta «normalità» sono sempre più presenti. La corrispondenza Freud-Einstein sul perché della guerra è composta da due lettere edite nel 1933. Il carteggio nasce in un’epoca tragica, in circostanze storiche e personali eccezionali: conflitti nel movimento psicoanalitico, si è alla vigilia dell’ascesa del potere di Hitler, del disfacimento della Repubblica di Weimar e nel contesto di una crisi economica internazionale enorme, compresa quella americana del 1929 che durò fino al 1940 e oltre. Fu scritto su iniziativa del Comitato Permanente delle lettere e delle arti della Società Delle Nazioni, che invitò l’Istituto internazionale per la cooperazione intellettuale a stimolare un dialogo e un dibattito tra esponenti della cultura dell’epoca, nel tentativo di prevenire la guerra. Le due lettere di Einstein-Freud sono dell’agosto e del settembre del 1932. I due uomini si conoscevano da tempo, vivendo a Vienna. Nella sua lettera Einstein scriveva: «Vi è una possibilità di dirigere l’evoluzione psichica degli uomini in modo che diventino capaci di resistere alle psicosi dell’odio della distruzione e della guerra? Io non penso qui soltanto alle cosiddette masse incolte, l’esperienza prova che è piuttosto la cosiddetta intellighenzia che cede per prima a queste rovinose suggestioni collettive, poiché l’intellettuale non ha un contatto diretto con la rozza realtà, ma la vive attraverso la sua forma riassuntiva più facile, quella della pagina stampata». Einstein aveva anche fatto alla Società delle Nazioni una proposta per fermare le guerre: di fronte alla constatazione della inestirpabilità degli istinti aggressivi umani, egli suggeriva l’istituzione di un organismo politico sovranazionale al quale i singoli Stati deleghino l’autorità di comporre i confitti reciproci tra gli Stati stessi. Nella sua risposta, Freud riprende le teorie sulla coscienza e il difficile incivilimento della stessa elaborate nel suo testo Il disagio nella civiltà pubblicato alla fine del 1930. Freud auspica che le guerre abbiano fine in virtù solo del perfezionamento intellettuale e civile dell’umanità. Egli sostiene che l’incivilimento della coscienza è avvenuto nei millenni della mente umana in quanto questa è costituita da due pulsioni fondamentali: una pulsione di Eros (dal Convivio di Platone) e che tende a conservare, a unire, a cooperare, a solidarizzare tra uomini; compresente a questa la pulsione di morte che tende a distruggere, ad aggredire, a uccidere, a difendersi come nell’uomo primitivo. Le due pulsioni sono «parimenti presenti e parimenti indispensabili, perché tutti i fenomeni della coscienza nella vita dipendono dal loro concorso e dal loro contrasto». Da qui originano i conflitti tra quello che vorremmo essere e quello che riusciamo a essere; questa ambiguità costitutiva fa dire a Freud che non ci potrà essere una prevalenza di Eros perché la pulsione di morte è sempre compresente e conflittuale con Eros. Le pulsioni erotiche rappresentano gli sforzi verso una vita più pacifica; la pulsione di morte, che rimane sempre attiva nella coscienza umana, determina per conflitto diversi fenomeni normali e patologici della vita psichica. Per limitare questa pulsione di morte l’uomo inventa la morale: formando la morale, cioè mettendo dei limiti ai suoi comportamenti aggressivi, la coscienza entra in conflitto con l’Eros; Eros e pulsione di morte sono sempre presenti e quindi, dice Freud, noi possiamo fare in modo di ridurre la possibilità della guerra, ma probabilmente non di estinguerla completamente. In questo l’uomo diventando civile, mette in moto la struttura del carattere morale che, se in eccesso, limita la potenza e l’espressione positiva della coscienza (per questo si formano i sensi di colpa, il vittimismo rancoroso, un super-io superbo, presuntuoso, narcisismo e invidia). Nella parte finale della sua lettera Freud scrive: «Le modificazioni psichiche che intervengono con l’incivilimento della coscienza sono molto chiare per me. Queste consistono in uno spostamento progressivo delle mete pulsionali aggressive e in una restrizione dei moti pulsionali. Dei caratteri psicologici della civiltà personale due mi sembrano i più importanti: il rafforzamento dell’intelletto che comincia a dominare la vita pulsionale distruttiva e la interiorizzazione dell’aggressività». Ma in che modo la coscienza contiene l’aggressività che non può esprimere? In realtà noi possiamo solo fare in modo che l’aggressività che non esprimiamo in una guerra e che interiorizziamo si trasformi in qualche cosa di meno aggressivo. Probabilmente per Freud sono evidenti esempi della storia nell’arte, nella poesia e anche nella gestione dello Stato e nell’esercizio di autorità che sono deviazioni dell’aggressività non espresse in una guerra. Noi possiamo quindi trasformare in diversi modi questa energia aggressiva in espressioni della persona di tipo più maturo. Conclude Freud: «Poiché la guerra contraddice nel modo più stridente tutto l’atteggiamento psichico imposto dalla civilizzazione della coscienza, noi dobbiamo necessariamente ribellarci contro di essa, noi non la sopportiamo più, per noi pacifisti si tratta di una intolleranza costituzionale verso la guerra. Lei mi chiede quanto dovremmo aspettare perché anche gli altri diventino pacifisti come noi disponibili a non esercitare l’aggressività e a ridurre gli effetti negativi su noi stessi e sugli altri: io posso dire forse che non è una speranza utopica perché spero che l’influsso di due fattori (un atteggiamento della coscienza che diventi a mano a mano più civile e il giustificato timore degli effetti di una guerra futura) pongano fine alle guerre in un prossimo avvenire. Per quali vie dirette o traverse non posso indovinarlo; nel frattempo io posso dire: tutto ciò che promuove l’evoluzione civile della coscienza lavora contro la guerra. La saluto cordialmente le chiedo scusa se le mie osservazioni l’hanno delusa. Suo Sigmund Freud». Questo tema del perché della guerra mi ha così affascinato perché nel mondo dove viviamo, riguarda come si forma la coscienza contemporanea disponibile all’aggressività e alla violenza. Tenterò di analizzare le cause che portano a una coscienza della normalità sempre più appiattita o sempre più impulsiva «priva» di obbiettivi superiori di incivilimento. Basta citare le decine di guerre in corso in tutto il mondo e i comportamenti che si esprimono sempre più frequentemente in aggressività dirette e indirette. Esistono dispositivi psicologici che, insieme a modifiche psicobiologiche del sistema nervoso avvenute negli ultimi sessanta-settant’anni, sono ostacolo all’incivilimento della coscienza di oggi, e portano la normalità a essere apatica o aggressiva senza trovare equilibrio e temperanza, specie quando agisce il conflitto che non sa tollerare differenze e disuguaglianze. Un primo gruppo di cause riguarda gli organizzatori che chiamerei «esterni» della coscienza personale nelle loro funzioni e nei modi di essere di esempio. In primo luogo i metodi della politica. In questa il peso degli interessi economici nello sviluppo della violenza e nel ricorso alla guerra è imponente. La spinta all’ignoranza e alla confusione è portata da chi vuole appropriarsi della ricchezza intellettuale di tutta la società (vedi le piattaforme globali di Gates, Musk, Zukerberg, Bezos). Il rigetto della differenza e dei differenti è un antico metodo di divisione e di mantenimento del potere che ora sta diventando pratica e dottrina politica generale, subdola ed esplicita. Le democrazie sono in declino e il capitale intensifica le guerre per accaparrarsi riserve naturali, materie prime e materie rare ecc. Con tali fini, come i grandi rivolgimenti del passato, oggi i poteri politici personali (e i social) si impongono e si diffondono. In secondo luogo, il ruolo della gestione amministrativa locale e statale, delle istituzioni formative, soprattutto della scuola, di una vita familiare obbligata che non ha potuto e saputo arricchirsi di qualità educative adeguate: tutte questi fattori sono importanti nell’aver ritardato l’incivilimento della coscienza. Vorrei anche puntare il dito su quella che noi chiamiamo cultura, valori che trasmettiamo ai giovani. Nella società dopo la Seconda guerra mondiale, che nel capitalismo occidentale globalizzato è diventata ricca, che desidera quel che vuole in un presente dove vede e vende immagini e illusioni e compera oggetti, l’io si va arrendendo ai soli vantaggi personali come fosse una nuova religione; l’io non inventa più, non riflette con coraggio a modi di affrontare incoerenze, differenze per arrivare a progredire verso una felicità migliore e protagonista. Nella cultura che respiriamo, nei processi educativi e formativi nonché nel vivere comune, le certezze della normalità io-mondo sono ridefinite da decenni in termini sociali e si ripercuotono sulle persone, vedi per esempio la dissociazione nei singoli tra soddisfazione economica e sicurezza personale e sociale, e l’inadeguatezza dell’io, dove i mezzi e i fini del vivere sono in un rapporto «perverso» tra cervello e tecnica. La soggettività della coscienza vive in questo stato di precarietà confusa e disorientante e sono presenti modi personali di autenticità ma anche di recita con i quali ci presentiamo gli uni agli altri. Molti fattori di una coscienza critica (secondo me necessarissima per formare una coscienza civile che agisca i conflitti, riconosca le differenze, faccia compromessi e non la guerra) sono scomparsi, perché c’è un appiattimento in questa normalità dove vince il concreto, l’indifferenza, e i limiti e le morali sono sempre più indefiniti. Va aggiunto il degrado dei contenuti e delle forme della cultura dei comportamenti in ogni loro accezione, ad esempio le relazioni dentro e fuori le famiglie, la gestione e il destino delle istituzioni formative scolastiche, il ruolo degli intellettuali che dovrebbero indicare le vie di superiore pacificazione della coscienza (spesso vecchia sgradevole storia). In realtà la cultura è sempre più relativista, individualista, desiderante all’infinito, in un apparato tecnologico-industriale ove l’uomo è anonimizzato e ridotto a essere funzionale. La nostra identità dovrebbe essere quella di armonizzare passato, presente e futuro: mancando questo vissuto personale diacronico, l’io vive un eterno presente cioè un solo tempo che non si riesce a riempire di senso. Da qui i disorientamenti e le patologie sociali e dell’io che possono derivarne. Un secondo gruppo di cause riguarda la storia del cervello. Il sistema nervoso centrale (SNC) dalla fine della seconda metà del Novecento, quindi dall’invenzione del computer e della tecnologia evoluta fino all’AI, ha paradossalmente alterato il proprio essere biopsichico fisiologico. Perché questi settantamila-ottantamila miliardi di connessioni nel SNC che formano tutte le funzioni fondamentali maturano nei primi trent’anni di vita? Questa capacità delle connessioni funzionali si chiama neuroplasticità: questa è lenta nel cervello, il SNC non nasce già maturo, autosufficiente e autonomo, ma diviene e si sviluppa molto lentamente. Cosa accade nel dopoguerra? Il cervello inventa alimentazioni migliori, farmaci, vaccini, medicine e soprattutto alla fine degli anni Ottanta e inizio anni Novanta inventa il computer e derivati che gli richiedono operazionalità i cui modi e tempi lo mettono in difficoltà. Il cervello va incontro a una «dissonanza» o sfasatura adattiva (mismatch). Nell’antica Roma l’età media di vita era di 28 anni, nel 1950 l’età media era salita a 50-55 anni, quindi la vita media è aumentata di 24 anni circa. Dal 1950 a oggi, in soli 70 anni, l’età media di vita è passata da 50-55 anni a 86 anni di media per la donna ed 81 circa per l’uomo oggi. Il cervello ha sviluppato il lavoro che ha liberato l’uomo dalla schiavitù e lo ha emancipato dal mondo della necessità e strumenti che hanno consentito miglioramenti dell’igiene, dell’alimentazione. Tuttavia a livello psicologico profondo vi è una dissonanza cerebrale: il cervello non si può adattare con facilità alle velocità operazionali con cui funzionano le macchine che esso stesso ha inventato. Il cervello stimolato operativamente ad agire in maniera sempre più rapida è più immediatistica, è meno «paziente» e reagisce in modo più rapido tentando maggiori prestazioni di efficacia. Però come può essere ultraveloce il cervello per risolvere una relazione affettiva, una patologia cronica o un conflitto tra gli Stati? Il SNC ha inventato macchine operazionali che trascendono la sua efficienza operativa evoluta in millenni: soprattutto ne risentono il cervello prefrontale e frontale che sono inibitori della impulsività, maggiori attori dei progressi della formazione umana, del capire se stessi e del proporsi man mano che diventiamo grandi con lentezza. Il cervello controlla sempre meno il suo funzionamento e questo è il danno fondamentale. Perché qui è avvenuta la formazione e la mediazione culturale di tipo psicobiologico per la prima volta in decine di millenni da umanistica in informatica; il cervello attuale dovrebbe avere la decisionalità sui vissuti personali di tipo lento e riflettuto, e invece? Ritengo che la coscienza, da trent’anni in qua almeno, risenta di una «resa» educativa psicobiologica: per cui abbiamo generazioni meno preparate culturalmente, soprattutto generazioni che non sanno di non sapere, persone che confondono l’opinione con la competenza, la sensazione con l’analisi, l’emozione con gli argomenti; in sostanza oggi si parla per sentito dire degli argomenti più vari e si formano opinioni (con il rinforzo di internet e dei social) non sostenute da reali studi e conoscenze. Questo nella mente sta comportando la messa in crisi della capacità di distinguere tra diritto di parola, conoscenza e autorevolezza e tra libertà di espressione e competenze. Tutti possono dire tutto su tutti, e tutti hanno ragione perché la verità del sentito dire è diventata soggettiva, liquida, negoziabile perché verificare un problema e conoscerlo a fondo è difficile, richiede tempo e fatica. Un cervello che non volesse essere così sarebbe anticonformista se riflettesse a fondo: forse abbiamo perso gli anticorpi intellettuali, dei lobi prefrontali necessari a distinguere il plausibile dal mondo assurdo e alienato. Vi è da aggiungere una considerazione importante sulla formazione critica della personalità che attualmente si presenta con una riduzione a) della curiosità conoscitiva per l’autostima e la gioia di sé; b) della responsabilità dell’io nel divenire paideia progettuale; c) nella gestione dei conflitti, delle differenze, delle disuguaglianze; d) nella gestione della delusione ideale e personale e del dolore; e) riduzione nella gestione della delusione ideale e personale e del dolore. Tutto ciò comporta il blocco dell’ascensione sociale dei ceti piccoli e medi meritevoli, il rispetto delle differenze, nonché la riduzione della formazione dell’identità matura. Come vive l’uomo questo contrasto biopsichico? Sempre più spesso vince l’impulso rapido, aggressivo (vedi la logica del femminicidio: «io vorrei che tu fossi come io vorrei. Poiché tu proponi temi che io non tollero o mostri la tua differenza, allora io sono persona solo se ti aggredisco»). Nelle condizioni in cui il SNC si trova, si rianimano le impulsività estreme del cervello primitivo anatomicamente collocato in basso, rispetto a quello più maturo dei lobi prefrontali, che forma la coscienza del progetto personale. Si va ritardando una maniera di proporsi che prevede mediazioni, parole, linguaggi e azioni posticipate. Non vi è più una paideia, un’educazione culturale della personalità che stimola l’identità creando invenzioni, fantasie, progetti verificabili; prevale il comportamento rapido di imitazione, recita, dipendenza, aggressività. Le impulsività così espresse vanno prevalendo nella coscienza il cui tempo vissuto è un presente immediatistico. Qui vince il piacere rapido, il consumismo degli oggetti altrettanto rapido, il mercato dei desideri e dei diritti (tutti rivendicano i diritti, pochi il dovere) e si va perdendo l’interesse del passato e del presente verso il futuro. C’è un tempo immobile che si ripete, dove prevale l’uso dell’altro nelle relazioni personali e si riduce l’essere ad avere e a oggetto. Vale la pena ricordare come per le teorie evoluzioniste del cervello la differenza e la identità personale si sono formate nei millenni, attraversando le imperfezioni nelle quali noi nasciamo. Le imperfezioni, le mutazioni, le divergenze, le differenze genetiche vengono a contatto con circostanze ambientali fisiche e mentali: ma sono proprio le imperfezioni, i compromessi biologici e le differenze che consentono all’uomo delle soluzioni creative possibili per adattamenti progressivi dilazionati nel tempo (esempio: invece che scaricare l’aggressività malignamente, scrivo poesie, risolvo un problema pratico, imparo bene un lavoro, rido di me stesso, uso un po’ di buon senso, insomma opero nella vita per viverla bene). Con un SNC unico negli esseri viventi, l’homo sapiens si è imposto ovunque nel pianeta in tutti i climi, ed è riuscito a sviluppare adattamenti importanti legati alla maturazione dei miliardi di connessioni tra cellule nervose per sviluppare le funzioni dalle più elementari del cervello basso fino alla maturazione dei lobi frontali: inizia dall’attività dei riflessi, attività emotive, impulsività, le prime memorie, le prime forme di pensiero critico e di valutazione (il cervello dell’uomo primitivo è servito in ispecie a difendersi dall’aggressività e per sopravvivere: visitate la tomba del cacciatore alla necropoli etrusca di Tarquinia e capirete tutto di questo). Infine, la complessità del cervello giunge, fino alla maturazione delle capacità superiori. Homo sapiens si è imposto soprattutto perché ha maturato il linguaggio dei gesti, della parola, la comprensione dei significati, dei simboli e con questo ha sviluppato le relazioni con l’altro. Per necessità o per scelta: se ti voglio esprimere un sentimento di simpatia o antipatia lo farò con i gesti, con la parola, con il linguaggio simbolico. La civiltà personale come conquista di identità migliore per merito e per dovere, di per sé affascinante, è in declino; risente di corruzioni mentali economiche di illusioni di potere o di politica che si vogliono affermare sull’altro con aggressività, con ignoranza arrogante, con ipocrite recite e con impulsività; quasi mai vince l’equilibrio del comportamento, la dignità di un modulato compromesso e dell’ascolto delle verità diverse. Sta succedendo un fatto fondamentale; questa riduzione delle capacità cerebrali a evolversi per un progetto personale, svela che lo stesso si va arrendendo al vantaggio rapido e immediato, alla legge «Dio è morto». Il cervello avverte una sua inadeguatezza, si sente indifeso e inadatto a livello inconscio e non solo. Nulla ci fa più paura di questo; allora l’aggressività che si esprime oggi è un farmaco, è una recita contro il vissuto di impotenza della coscienza. È un modo per rassicurare se stessi illudendoci che possiamo vincere con l’impulsività. L’SNC avverte di essere insicuro e per sfuggire all’angoscia, con rabbia violenta, ci fa aderire a una visione semplificata chiara e cristallina dove spostiamo il tema tra bene e male, riproponendo alla coscienza di oggi il bisogno antico e regressivo del nemico (identificazione proiettiva) come senso alla vita. Non riuscendo ad accettare la pace, che è un processo che richiede molto tempo e pazienza, il cervello si sente inadeguato e insicuro e sta imparando a gestire questa attuale complessità. Con l’aggressività vogliamo affermare in fondo l’idea di una realtà modificabile in una direzione insanamente egoistica, spesso ideologica, per trovare rassicurazioni rapide. Questo attesta la propensione della mente umana nella crisi a semplificare le relazioni e ad abolire purtroppo e soprattutto il tema principale dell’incontro umano, che è quello con le differenze dell’altro. Pensate come gestire le differenze nella sfera affettiva, nella conduzione di un rapporto di amore o di amicizia, oppure nella politica degli Stati. La mente umana semplifica al massimo il mondo per tentare di controllarlo. Tutto ciò di fatto è un duro attacco alle funzioni superiori frontali e prefrontali, inibitorie verso il degrado dei linguaggi e verso la conseguente aggressività. Rianimare tali funzioni è fondamentale tanto più oggi quando il populismo genericista e antiscientifico stanno degradando appunto differenze, linguaggi e civiltà soggettive. Ma le risorse personali e i Maestri per tali anticorpi dove sono? Ci sono altre due cose da dire sulla coscienza aggressiva e/o violenta. Da circa cinquant’anni la violenza dei singoli verso gli altri si presenta con nuovi significati; ciò vuol dire che io agisco in modo violento su di te con la parola o con i fatti, se tu rappresenti simbolicamente un modo di considerare te stesso che io non so accettare o io non so accettare la differenza con te o quello che tu dici che io sono. Torniamo quasi all’uomo del cervello primitivo, che produce sostanze «dell’impulsività». Queste danno luogo elettrochimicamente a fenomeni di facilitazione e/o disinibizione, che stimolano infine azioni impulsivo-aggressive talora incontrollate verso persone o cose. Fino alla «dipendenza» con reiterazioni comportamentali a rapida attivazione individuale o di gruppo: trattasi di condizioni endoreattive. Tali sostanze sono inibite o attenuate dall’attività funzionale dei lobi superiori frontali e prefrontali che, come visto, va progressivamente riducendosi. La violenza simbolica assume oggi un rilievo particolare; il modo di vestire, di camminare (pensate all’omofobia), le differenze di stile di vita generano reazioni di insofferenza e di bullismo, specialmente contro i più fragili. Perché la differenza non è tollerata, o piuttosto essa mette l’individuo in una crisi che non riesce ad affrontare in modo positivo: dunque vince l’azione senza progetto e senza formazione critica. Grottescamente direi «noi siamo abitati da una coscienza che sta diventando sempre più mediocre, aggressiva o apatica, non produce nemmeno per sé, sarà dipendente da quello che le viene proposto». Vedi l’ampia dipendenza giovanile. La persona per non riconoscere la propria inadeguatezza di progetto, vive questa sua pochezza non come stimolo per migliorare se stesso e piuttosto dei linguaggi simbolici prevale la violenza. Tuttavia, in questi ultimi anni un altro passo nell’uso della violenza è stato compiuto. Al tempo della mia giovinezza la logica delle Brigate rosse si basava sulla «violenza simbolica»: erano feriti o uccisi magistrati, poliziotti, militari, avvocati e giornalisti ritenuti simboli dello «Stato borghese». Recentemente, coesistono violenze che uccidono anche persone ignote (prendo una macchina e vado su un marciapiede a grande velocità e uccido dieci persone che non conosco). Sta apparendo anche una violenza senza un valore simbolico, è violenza per violenza che ormai si sta liberando senza più limiti. Non c’è nella coscienza attuale la capacità di accettare critiche perché non si accetta più la nostra inadeguatezza. (Ricordate lo hostis iustus cui si concedeva l’onore delle armi?) Nella giovinezza la civiltà personale è un compito molto difficile, vi riporto una frase che mi è stata detta da un ragazzo di cultura superiore con laurea sulla propria condizione: «Sempre più connessi ma più isolati, disorientati, impotenti, non distinguiamo più tra reale e virtuale, siamo privati dei gesti e delle occhiate in una socialità fredda, recitata e finta. Temiamo l’autenticità nostra e degli altri». Avevo scritto qualche tempo fa che l’uomo capitalista e il suo oppositore (complici alleati involontari) hanno sancito che Dio è morto e che dovremmo rimettere in moto quattro virtù teologali dell’oggi, che ci possono salvare da ciò che annichilisce la coscienza in modo peggiorativo. Queste virtù sono onestà intellettuale ed etica, curiosità per l’opinione altrui, carità interpretativa e valore al senso del limite; perché nessuno può bullizzare un fragile mentale perché differente. Termino con un elogio del compromesso, che ha bisogno di un cammino di formazione critica per vincere la resistenza all’esercizio del compromesso e al vissuto di perdita di potere e di sconfitta dell’Io. Tale interiore «fobia» è la sfiducia nel costruire una «novità» possibile di cui l’Io sia solo parziale detentore del potere. Come noto le differenze formano le identità personali. Il compromesso vuol dire che io insieme a te, avendo una visione diversa, ho potuto elaborare con te e abbiamo trovato qualcosa in comune che non va più bene solo a te o solo a me ma a noi due; questo è certo prova di fragilità di ognuno di noi due ma riconosco di essere fragile; la mia e la tua fragilità vuol dire autenticità. Il compromesso è un noi che nasce dal confronto, che costruisce un ponte per non scavare un fossato: non vinco io, non vinci tu ma vinciamo insieme; il compromesso è «la forza di chi sa amare senza dominare, ma rispettando l’altro». L’incivilimento della coscienza è possibile a una condizione fondamentale: se noi siamo presi completamente da quello che facciamo ogni giorno o siamo profondamente unilaterali e non curiosi di migliorare, noi non usciremo da questa storia di possibile aggressività. Noi dobbiamo essere attori della nostra vita, ma anche spettatori, cioè distaccarci, fermarci ogni tanto, chiederci che cosa stiamo facendo, come stiamo lavorando, come ci muoviamo nelle relazioni con gli altri, come creiamo le alleanze possibili per vivere meglio in ogni relazione umana che viviamo. Siate curiosi, coltivate interessi, rispettate le virtù teologali e migliorate la vostra cultura come credete: la vita è un dono ma la coscienza più matura è una conquista sempre. Ci piaccia o no. A conclusione vorrei proporre qualche «ricetta» per vivere meglio e senza necessità di aggressività. In primo luogo di andare a rivedere il film di P. Docter dal titolo Inside out . In questo fantastico film di cartoni animati, si narra come le emozioni fondamentali umane (gioia, rabbia, disgusto, disprezzo, sorpresa, paura, meraviglia, empatia) – personaggi attori –, i ricordi e la razionalità interagiscano; vi si rappresentano le possibili relazioni con i condizionamenti e gli adattamenti: al fine di trovare le isole di «senso» e di maturazione personale, attraverso alleanze, solitudini, conflitti, cooperazioni. Come la vita. Poi di meditare su due citazioni: la prima è una frase di un grande scrittore di fantascienza, perduto nel 2007, Kurt Vonnegut, che in una conversazione meravigliosa con gli studenti universitari donò loro questa frase: «Contro chi vuole cancellare la bellezza della coscienza, la compassione, la consapevolezza curiosa di potersi esprimere con più linguaggi di fronte alla violenza, fermiamoci, ascoltiamo, cantiamo, scriviamo, creiamo, danziamo la vita, lavoriamo bene, distacchiamoci con coraggio, dobbiamo nutrire noi stessi come singoli e la comunità per curare le nostre solitudini in modo maturo, non già con l’apatia, con l’impulsività e con la guerra. Quando siete felici fateci caso». La seconda è di un professore universitario cattedratico di pedagogia religiosa all’Università di Munster, che è islamico e si chiama Mohammed Korghide. Egli ha pubblicato un libro il cui titolo è: «Senza ebrei, nessun Islam». Egli scrive: «Anziché strumentalizzare il passato per legittimare un presente eletto come giusto per sempre e dunque immutabile, occorrono narrazioni per un futuro cui ci dobbiamo affacciare fuori dalla logica della negazione dell’altro e del vittimismo; certamente occorre reinventarsi identità che trascendano l’essere immediato per divenire soggetti di pace, di creatività, di dialogo. Ciò non tradisce la storia personale né sociale ma la trasforma in un futuro possibile, contro tutte le semplificazioni ideologiche, sempre connesse a consolidare poteri personali o politici e dove il presente è senza nessuna speranza del divenire diverso dell’attuale». Questa riflessione del professor Korghide è l’unico altrove possibile di una civiltà della coscienza che volevano Einstein e Freud. Dedico questo scritto alla memoria del mio più grande maestro di clinica Professor Giovanni Jervis che ho perduto nel 2009. A lui il mio ricordo riverente e indelebile. Giovanni Mastrangeli (1944) si è laureato in medicina e chirurgia presso l’Università Statale di Milano nel 1969 divenendo poi specialista in neuropsichiatria e psicoterapia presso l’Università di Siena nel 1974. È stato medico dirigente del Servizio Psichiatrico Provinciale della città di Reggio Emilia dal 1971 al 1976. Dal 1976 al 1989 medico dirigente del Servizio Psichiatrico Provinciale di Viterbo. Dal 1989 libero professionista nella città di Viterbo con attività di formazione e di promozione culturale. Dal 1989 libero professionista nella città di Viterbo con attività di formazione e di promozione culturale. Consulente in Psicogeriatria e in comunità psichiatriche come psicoterapeuta e psicofarmacologo clinico.












